RINASCIMENTO

Rivista dell'Istituto Nazionale Di Studi del Rinascimento
diretta da Michele Ciliberto e Cesare Vasoli

Seconda serie

VOLUME XL

RICORDO DI GIOVANNI AQUILECCHIA

Il 3 agosto di quest'anno è morto, a Londra, Giovanni Aquilecchia. Sui suoi contributi alla conoscenza della cultura umanistica e rinascimentale gli studiosi interessati agli argomenti da lui trattati avranno modo di tornare in modo più organico e più disteso. Ma, per l'importanza e per il rilievo del suo lavoro, a "Rinascimento" è parso opportuno ricordare subito, sia pur brevemente, l'opera e la figura di uno studioso che ha dato molto ai nostri studi.
 Nato a Nettuno nel 1923, Aquilecchia si formò a Roma con maestri quali Sapegno, Schiaffini, Monteverdì, dei quali ricorderà spesso il peso e l'incidenza avuti nell'avvio delle sue ricerche: alla "scuola romana di filologia moderna, durante e subito dopo la guerra", e ai suoi "maestri, Natalino Sapegno, Angelo Monteverdi e Alfredo Schiaffini, rimango pur sempre debitore per l'avvio a questi studi" scrisse nella Premessa e cronistoria che apre le Schede di italianistica pubblicate nel 1976 dall'editore Einaudi.(1) È un riconoscimento, e un ricordo,che ritornò spesso sotto la penna di Aquilecchia, a conferma di un rapporto che dovette essere assai importante, anche per i suoi studi bruniani: "Forse non sarà del tutto irrilevante accennare in principio alle circostanze che, circa un quarantennio fa, mi indussero ad occuparmi di critica testuale bruniana" - scrive in apertura del lavoro su Le opere italiane di Giordano Bruno Critica testuale e oltre, uscito a Napoli nel 1991:
 "Fu subito dopo la laurea, conseguita all'Università di Roma nel giugno del 1946 con una tesi vertente sullo stile della prosa del Tasso, che mi consigliai con Natalino Sapegno, allora direttore dell'Istituto di Filologia Moderna, per definire una nuova tesi da sottoporre di lì a due anni per il conseguimento del diploma di perfezionamento. La prosa del tardo cinquecento continuava ad attirarmi, ed avendone appena trattato con riferimento a uno scrittore di primo piano della letteratura italiana [...] fu inteso che avrei esteso la ricerca a indagare lo `stile' prosastico di uno scrittore che fosse sì coevo del Tasso, ma la cui ideologia fosse peraltro differenziata rispetto a quella tendenzialmente ortodossa dello scrittore in precedenza considerato: credo che lo scopo fosse appunto la verifica di una probabile differenziazione stilistica quale riflesso di quella ideologica. Se per la prima tesi mi ero accontentato di utilizzare i testi disponibili nelle edizioni ottocentesche, senza previamente discuterne la validità testuale, né ci si aspettava allora che ne discutessi in sede di prima tesi di laurea, per la seconda, trattandosi di un perfezionamento in filologia, ritenni imperativo occuparmi - scrive Aquilecchia - anzitutto della validità testuale delle opere disponibili sia in edizioni antiche che in quelle moderne, prima di tentarne una valutazione stilistica".(2)
 È a Roma, presso l'Istituto di Filologia moderna, che prese dunque avvio un'indagine sui testi di Bruno che, distesasi per circa mezzo secolo, fu subito illuminata dal "fortunato ritrovamento" della Lezione definitiva della Cena de le Ceneri di Giordano Bruno, come recitava il titolo del lavoro apparso negli "Atti dell'Accademia dei Lincei" del 1950.(3) Lavoro che, però, "in essenza" - ricorda lo stesso Aquilecchia nel 1993 - "era stato presentato due anni prima (1948) quale tesi per il Diploma di Perfezionamento in Filologia Moderna (Specializzazione in Letteratura italiana) dell'Università di Roma: relatore Natalino Sapegno". (4) Come è naturale che accadesse studiando un autore `europeo' come Bruno, Aquilecchia lasciò Roma assai presto, estendendo subito le sue ricerche anche fuori d'Italia grazie alla concessione di borse da parte del Gouvernement Fran- cais, del British Council e del Ministero della Pubblica Istruzione italiano.(5) Fu a Parigi (dove lavorò "sotto la guida sapiente e affettuosa, ma ormai tarda, di Augustin Renaudet" (6) a Tolosa, e poi a Londra, Oxford, Manchester e Dublino Delle esperienze fatte in questi anni - e che si collocano fra il 1949 e il 1952- fu soprattutto su una che Aquilecchia insistette, però, in modo speciale nei suoi `ricordi': sulla "annuale permanenza al Warburg Institute londinese, che si andava ormai riprendendo magnificamente dopo la scomparsa di Fritz Saxl, con una équipe che includeva a non dir altri Frances A. Yates" - la quale, come ebbe a ricordare in più occasioni, fu anche, per un anno, la sua "direttrice di ricerca".(7) Come per altri studiosi della sua generazione, anche per Aquilecchia il Warburg Institute fu dunque una esperienza assai significativa. Tenendo conto dell'importanza fondamentale che per Bruno ebbe il periodo trascorso in Inghilterra, non stupisce che Aquilecchia decidesse di scegliere Londra come sede principale dei suoi studi. Colpisce invece - e va notato - come anche nel pieno fervore delle sue ricerche bruniane (di cui è "un primo risultato organico" l'edizione della Cena de le Ceneri pubblicata per i tipi di Einaudi nel 1955(8) egli si dedicasse contemporaneamente, a una indagine assai larga su altri temi e momenti centrali della letteratura italiana dalle origini fino all'età contemporanea. Di questo lavoro assai ampio - e che va tenuto ben presente per afferrare la sua complessa figura di studioso - fu proprio Aquilecchia a spiegare i motivi: "Nella Londra [...] del decennio cinquanta, tra gli eruditi profili umanistici di Roberto Weiss e le pennellate precise e vigorose con cui Carlo Dionisotti andava da par suo ritracciando per lungo e per largo la storia della letteratura italiana, la disponibilità immediata delle collezioni del British Museum non poteva non indurre anche me, confortato dai due cari maestri, a un controllo del materiale italiano non ancora perusato"(9) a cominciare da due importanti ricerche su Tasso, la prima su Autografi tassiani tra gli stampati del British Museum; la seconda Per il testo e la datazione dell'ottava del Tasso a Stanislaw Reszka.(10) Ma, come testimonia ad abundantiam proprio la prima serie delle Schede di italianistica, scandita in un arco cronologico che va dal 1953 al 1974, l'indagine di Aquilecchia si sviluppò su una pluralità di temi, tutti assai rilevanti: dagli Aspetti e motivi della prosa trecentesca minore (parte di un "lavoro preparatorio per un'antologia di cronisti, moralisti e volgarizzatori del Trecento", poi concretatasi "nell'ambito esclusivo dell'opera dei tre Villani [...] in corso di pubblicazione per la Nuova Universale Einaudi")(11) al Manfredi dantesco e il Palinuro virgiliano, da Foscolo e Lucano fino a U e non U nell'italiano parlato; testo, quest'ultimo, di una conversazione tenuta presso l'Italian Institute di Londra, diretto in quegli anni da Gabriele Baldini, nel quale, ricorda sempre Aquilecchia, "al di fuori dell'ambito più propriamente accademico, l'italianistica londinese poteva già allora trovare un certo sfogo didattico e divulgativo".(12) Nè meno ampio fu lo spettro dei temi trattati nelle Nuove schede di italianistica pubblicate nel 1994, le quali, disponendosi anch'esse su un arco di tempo che va dal Tre al Novecento, comprendono contributi composti dopo il 1976 riguardanti, tra l'altro, L'interpolazione petrarchesca nella Cronaca di Matteo Villani, Congettura e documentazione sul Molza commediografo, La proverbializzazione del personaggio narrativo nella letteratura italiana del Cinquecento, Il Passero solitario del Leopardi e un sonetto del Molza...(13) 
Gli anni Cinquanta furono dunque assai fervidi per il lavoro di Aquilecchia, inserito in un ambiente vivo, pieno di stimoli, ricco di interlocutori, dotato di biblioteche di grande valore, da quella del Warburg al British Museum. Meno felice, da questo punto di vista, fu il decennio seguente quando, chiamato ad occupare la cattedra di Manchester, egli venne costretto "a uno spostamento ancora più eccentrico": 
"L'università mancuniana certamente non era ne poteva essere, per l'italiano, ciò che era stata un trentennio prima con la presenza di Mario Praz [...] Se l'esplorazione dell'allora non catalogata Bullock Collection e il ricorso alla John Rylands Library, nell'edificio neogotico di Deansgate, o alla Christie Collection della biblioteca universitaria, costituirono per me l'attrattiva di una sede peraltro scomoda, la riorganizzazione degli studi italiani che al mio arrivo nel 1961 erano rimasti sostanzialmente allo stadio in cui li aveva lasciati Bullock sedici anni prima - imponeva che si badasse anzitutto alle esigenze didattiche […].(14)
 Il che non vuol dire, naturalmente, che a Manchester non incontrasse personalità di valore, a cominciare da Bernard Lovell, "il cui scetticismo discretamente espressomi per le pur seducenti interpretazioni esoteriche del copernicanesimo in quegli anni enunciate sembrava incoraggiare il proseguimento d'una non preconcetta esegesi bruniana";(15) in altre parole, la ricerca di una posizione critica distante da quella sviluppata in chiave ermetica da Frances Yates nel suo lavoro su Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, pubblicato proprio all'inizio degli anni Sessanta.(16) Nè il concentrarsi sull'attività didattica comportò, per Aquilecchia, un disimpegno sul piano del lavoro strettamente scientifico: "quest'ultimo poté allora in parte almeno manifestarsi con il Bruno `inedito' e altre brunerie, oltre che, sul finire del decennio, con il recupero dell'Aretino `pornografico'".(17) Per quanto riguarda Bruno, è proprio in questi anni, infatti, che pubblicò le Lezioni inedite di Giordano Bruno in un codice della Biblioteca universitaria di Jena,(18) - materiale poi utilizzato anche nell'edizione delle Praelectiones geometricae e dell'Ars deformationum di Bruno, pubblicata nel 1964 dalle Edizioni di Storia e Letteratura(19) - oltre ad altri minori contributi, fra cui Ancora Giordano Bruno a Oxford (20) Per quanto riguarda Aretino, è in questo stesso periodo - nel 1969, ad essere esatti - che pubblicò, con il titolo Sei giornate, il Ragionamento della Nanna e della Antonia e il Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa.(21) Lo pubblicò, va aggiunto, poco prima di rientrare a Londra, dove ritornò nel 1970, succedendo a Carlo Dionisorti sulla cattedra del Bedford College, che manterrà fino alla pensione.
 1970 2001: trent'anni, per molti aspetti, i più fecondi della sua attività di studioso e di professore; ritornato a Londra nel pieno della sua maturità di studioso, a contatto continuo e diretto con personalità d'eccezione, avendo a disposizione biblioteche straordinarie, Aquilecchia era ormai pronto a muoversi a tutto campo, pur tenendo ferme alcune opzioni di fondo: Bruno, Aretino, e anche Della Porta, al quale venne dedicando, negli anni, una serie importante di saggi nel quadro di una ricerca organica sulla letteratura metoposcopica del Cinque e Seicento.(22) Anche qui, per misurare l'ampiezza dell'attività di Aquilecchia in questo trentennio, conviene, come si è fatto per gli anni di Manchester, fare riferimento anzitutto ai suoi lavori su Bruno e Aretino, i due capisaldi di tutta la sua attività di critico e di editore.
 Nel 1973 pubblicò, presso l'editore Einaudi, l'edizione critica del De la causa di Bruno;(23) nel 1976 recuperò, e pubblicò, un importante documento bruniano come l'Artificium Aristotelico-Lullio Rameum di Hans von Nostitz;(24) in una serie di saggi che vanno dagli anni Settanta fino agli anni Novanta esaminò, tra l'altro, i rapporti di Bruno con la matematica a lui contemporanea,(25) con Telesio e Patrizi(26); nel 1991 pubblicò il testo di cinque lezioni tenute a Napoli nel 1988 presso la sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in cui si analizzava, in modi nuovi, tutto il problema ecdotico del Bruno volgare(27), a partire dal 1993 iniziò a pubblicare presso le Belles Lettres, scrivendone anche la Introduction philologique,(28), l'edizione sia del Candelaio che di tutti i dialoghi italiani(29)(la quale edizione, precisava nel 1993, "contiene i testi critici italiani da me stabiliti per la parallela edizione U.T.E.T. delle Opere italiane di Bruno di cui si attende la pubblicazione del primo volume"(30); nel 1994, in occasione di un convegno su L'esperienza inglese di Giordano Bruno organizzato a Londra dal Warburg Institute e dall'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, riprese in esame la vexata quaestio del soggiorno oxoniense di Bruno, individuando nuove testimonianze(31) poi raccolte, insieme a quelle già note, in un contributo pubblicato su "Bruniana & Campanelliana".(32)
 Non meno intensa è, nello stesso trentennio, l'attività che svolse in ambito aretiniano. Dopo i saggi pubblicati negli anni Cinquanta e Sessanta - fra i quali spicca quello su Aretino e la lingua zerga(33) - è soprattutto negli anni Ottanta e Novanta che Pietro Aretino divenne uno dei centri propulsori dì tutta la sua attività: è del 1992 l'edizione delle Poesie varie, curate insieme ad A. Romano; dello stesso anno quella dei Sonetti sopra i `XVI modi';(35) del 1981 il saggio su Pietro Aretino e altri poligrafi a Venezia;(36) del 1983 il lavoro sulle Postille inedite di Pietro Aretino alle Satire dell'Ariosto;(37) del 1986 il contributo su Il Piacevol Ragionamento de l'Aretino. Dialogo di Giulia e di Madalena;(38) del 1992 il saggio sugli Autografi aretiniani nell'esemplare marciano del Furioso del 1532.(39) Bruno e Aretino, dunque, sia sul piano critico che su quello ecdotico. Nel caso di Aretino, il contributo più importante fu l'edizione delle Sei giornate, con una consapevole innovazione fin dal titolo rispetto alla tradizione critica aretiniana, di cui Aquilecchia diede conto fin dalle prime righe della Nota al testo: 
"Sotto il titolo complessivo di Sei giornate riproduco, in trascrizione critica, il testo delle edizioni originali - apparse, rispettivamente, nel 1534 e nel 1536 - di due distinte opere aretiniane: il Ragionamento della Nanna e della Antonia e il Dialogo… nel quale la Nanna… insegna a la Pippa; opere suddivise in tre `giornate' ciascuna, e che una tradizione non del tutto lineare, iniziata con l'edizione londinese del 1584, ha divulgato - sulla base, quanto al Ragionamento, di edizioni rimaneggiate - con il titolo di Prima (e seconda) parte dei Ragionamenti".(40) Sul significato di questa scelta - e in generale, sull'importanza di questo lavoro nell'ambito degli studi aretiniani gli specialisti di Aretino si sono variamente espressi, ed è prevedibile che essi continuino a farlo, trattandosi di un'opera viva e tuttora importante; una cosa, comunque, si può dire con sicurezza: l'edizione delle Sei giornate, preparata da Aquilecchia negli anni di Manchester, rappresentò uno dei momenti di maggiore impegno e di più matura risoluzione del suo lavoro di editore. 
Nel caso di Bruno - si è già accennato - il capo d'opera fu costituito, anzi- tutto, dal ritrovamento della redazione finale della Cena de le Ceneri, una data - e una scoperta - che fecero epoca nella storia della critica bruniana, perché aprirono una fase di studi destinata a riproporre in modi del tutto nuovi, nei decenni successivi, la figura e l'opera del Nolano. Quale fosse lo stato dell'arte quando diede inizio alle sue ricerche, è Aquilecchia stesso a dircelo in una pagina importante, nella quale si intrecciano `autobiografia' e `storiografia', che vale la pena di riportare per intero: 
"L'edizione allora corrente delle opere italiane di Giordano Bruno era costituita dalla seconda edizione laterziana delle Opere italiane appunto, a cura, rispettivamente, di Giovanni Gentile per i sei dialoghi (1925 e 1927) e di Vincenzo Spampanato per la commedia (1923). Il superstite corpus italiano di Bruno aveva avuto in precedenza, dopo le stampe cinquecentine - e oltre alla prima edizione laterziana, di cui dirò tra poco - un duplice rilancio ottocentesco, l'uno e l'altro in terra germanica: il primo, a Lipsia nel 1830 con il titolo inesatto di Opere, il secondo con la data del 1888, apparso però nel 1889, a Gottinga, anch'esso in due volumi a cura di Paul Lagarde […]". 
Se questo era il quadro generale, Aquilecchia si preoccupava di specificare subito quali erano i termini effettivi del problema, sottolineando gli insuperabili limiti, le carenze e la sostanziale inutilizzabilità dell'edizione Wagner, mentre di quella del Lagarde riconosceva il valore, precisando che è ad essa "che si potrebbe far risalire l'inizio dell'ecdotica bruniana". E subito dopo chiariva la ragione di un giudizio così impegnativo:
 "Questa edizione, che ebbi in passato occasione di definire `paradiplomatica' [...] veniva sostanzialmente a sopperire alla difficoltà allora senza dubbio assai più che in seguito incontrata dagli studiosi nel consultare le cinquecentine bruniane; per di più ad un'epoca in cui lo sviluppo e la commercialità di vari metodi fotoriproduttivi era tuttora incipiente. Il limite maggiore dell'edizione gottinghese - concludeva Aquilecchia mi sembra costituito dal fatto che il benemerito editore non sembra essersi preoccupato, in una pur nutrita (ma a tratti emotivamente digressiva) nota ai testi, di fornire una esplicita ed esauriente specificazione degli esemplari di cui si servì per stabilire i testi critici del corpus italiano". Sottolineato questo limite del lavoro del Lagarde - e avviando il discorso sull'edizione gentiliana Aquilecchia metteva l'accento su un punto importante: sul "fatto che l'edizione lagardiana sia servita di base - almeno per quanto concerne i sei dialoghi - per la terza edizione completa delle opere italiane di Bruno: "alludo precisava Aquilecchia all'edizione delle `Opere italiane' il cui primo e secondo volume, contenenti i dialoghi, furono inclusi come volumi Il e VI nei `Classici della filosofia moderna a cura di B. Croce e G. Gentile' degli editori Laterza di Bari, mentre il terzo volume, contenente la commedia, uscì fuori collana". Anche del lavoro di Gentile, Aquilecchia si preoccupava di mettere in evidenza quelli che a suo giudizio erano i caratteri e anche i limiti (a cominciare dalla mancata specificazione della base testuale della sua edizione); ma, fatto questo, veniva al punto che per lui, in questo caso, era il più importante: la "preziosa singolarità" individuata da Gentile nell'esemplare napoletano della Cena, che "dopo il primo foglio - aveva scritto Gentile - ci dà quattro pagine finora sconosciute ai bibliofili e agli studiosi di Bruno, contenenti una redazione primitiva del principio del primo dialogo della Cena, e precisamente del brano compreso nelle prime cinque pagine numerate degli altri esemplari noti; le quali sono le ultime cinque del primo foglio". "Resoconto" con cui - osservava a sua volta Aquilecchia - Gentile "veniva ad apportare il maggior contributo alla critica testuale bruniana anteriormente alle trouvailles di quarant'anni più tardi",cioè alla scoperta da parte dello stesso Aquilecchia della "lezione definitiva" della Cena de le Ceneri, con la "redazione differenziata del dialogo II e principio del III, corrispondente al foglio D della Cena, che - ricordava ancora Aquilecchia nel 1988 - avevo reso nota appunto con la memoria lincea sulle varianti a penna e pagine manoscritte inserite nell'esemplare a stampa della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma segnato 71.11.A.17 […]".(41)
 Nel 1988, a distanza appunto di quarant'anni, Aquilecchia inseriva dunque quella sua scoperta nella storia dell'ecdotica bruniana tra la fine dell'Ottocento e il Novecento. E lo faceva, ormai, con occhio da storico. Ma riportata all'anno in cui fu fatta, e analizzata alla luce di quelli che erano allora gli standards degli studi su Bruno, quella "scoperta" ci appare davvero un evento memorabile per gli studi bruniani: "tanto più felice - ebbe a scrivere A. Monteverdi presentando la Memoria di Aquilecchia ai Lincei - in quanto che la nuova redazione, come l'Aquilecchia dimostra con validi argomenti, rappresenta il testo definitivo della Cena de le ceneri; con le ultime modificazioni che l'autore ebbe ad apportarvi".(42) Si può dire di più, oggi: con la pubblicazione della Memoria lincea iniziò una nuova stagione critica degli studi bruniani, destinata ad incidere profondamente sullo studio della figura e dell'opera di Bruno e, in modo particolare, sulla conoscenza di momenti salienti dell'esperienza inglese del Nolano. Quella scoperta aveva, infatti, molti meriti: anzitutto, come ebbe a dire lo stesso Aquilecchia nel 1992, essa dava conto di "quel che rimane tuttora l'esempio più eclatante delle variazioni apportate da un autore non pure cinquecentesco ma altresì di secoli successivi ad una propria opera nel corso della stampa della medesima [...]: esse innestano infatti un intero foglio (segnato con la lettera D) dell'edizione originale, superando in tal modo notevolmente, a livello non pure linguistico ma redazionale, i due analoghi esempi canonici della letteratura italiana: il Furioso ariostesco del 1532 e i Promessi sposi del 1840".(43) In secondo luogo, correttamente analizzate, quelle variazioni consentono dì cogliere i motivi di ordine tattico religioso che sono alla base degli interventi operati da Bruno sul testo della Cena, illuminando in modo del tutto nuovo il problema assai complesso dei suoi rapporti con gli ambienti oxoniensi e londinesi - a cominciare dalla corte di Elisabetta d'Inghilterra e dallo scontro tra anglicani e puritani che investe la Chiesa inglese proprio negli anni del soggiorno inglese del filosofo. In terzo luogo, testimoniano con evidenza quale fosse il modo di lavorare di Bruno, che era solito intervenire anche in tipografia, correggendo i suoi testi sia latini che volgari fino all'ultimo momento. In quarto luogo, dimostrano senza ombra di dubbio la necessità di ricorrere ai criteri e ai principi della bibliografia testuale (elaborati in modo particolare, nei suoi lavori esemplari, da Conor Fahy) per poter studiare testi a stampa moderni. Punto, questo, decisivo, del quale Aquilecchia era del tutto consapevole, come risulta ad esempio dall'intervento presentato al Convegno leccese del 1984 su La critica del testo. Problemi di metodo ed esperienze di lavoro.(44) 
Come si è detto, in queste (poche) pagine si sono voluti ricordare solamente alcuni aspetti più importanti della figura e dell'opera di Aquilecchia, senza alcuna pretesa di completezza e lasciando a lui volutamente, per quanto possibile, la parola. Su qualche altro punto vale, tuttavia, la pena di fermarsi in conclusione. Aquilecchia fu un italianista, uno studioso e un professore di letteratura italiana. A questa qualifica tenne sempre, e così - Schede di italianistica e Nuove schede di italianistica - volle intitolare due delle sue più importanti raccolte di saggi. Ma fu un italianista particolare, attento a cogliere i rapporti della letteratura con le altre discipline, a cominciare dalla filosofia. Ebbe sempre consapevolezza che nel Rinascimento i nessi fra le discipline sono assai più mobili e complessi di quanto non accada successivamente, quando si separano e si autonomizzano nell' `ordine' delle moderne `enciclopedie del sapere'. Basta pensare ai suoi interessi per Bruno e per Della Porta per vedere all'opera questa capacità di cogliere gli intrecci dello spazio letterario con la dimensione filosofica, religiosa, magica. Resta difficile intendere quanto in questa impostazione abbia inciso l'esperienza fatta presso l'istituto Warburg, a diretto contatto con Frances Yates. Sta di fatto che dalle posizioni della studiosa inglese - e dalla sua interpretazione di Bruno in chiave ermetica Aquilecchia si distanziò assai presto, come egli stesso ebbe più volte modo di ricordare. È probabile dunque che in quella capacità di cogliere i nessi fra discipline e campi diversi abbia giocato, oltre che una personale sensibilità, anche la formazione avuta in Italia, presso i maestri dell'Istituto di Filologia moderna, Se questo è vero se cioè in Aquilecchia operò questa attenzione alla complessità dei processi storici, colti nell'esperienza intellettuale di figure d'eccezione come Bruno, Aretino> Della Porta - è altrettanto vero che fu la dimensione letteraria, e specificamente filologica, ad interessarlo negli autori che venne studiando. Nel binomio tra filologia e critica messo a fuoco da un maestro come Lanfranco Caretti (fin dal titolo di un suo libro famoso e assai bello) è sul primo polo che Aquilecchia si concentrò, facendo scaturire dall'esercizio filologico la proposta critica. Ma egli non fu indifferente alla dimensione di carattere filosofico, sulla quale si soffermò anche negli ultimi anni. Coerentemente al suo lavoro, i problemi che interessarono maggiormente Aquilecchia furono soprattutto quelli del Bruno `volgare' la qual cosa non gli impedì - e va sottolineato - di misurarsi con questioni centrali degli scritti latini, a cominciare dalla `matematica' bruniana e dal problema del minimo. Del resto, come sopra si è ricordato, già nel 1964 ebbe il merito di pubblicare il testo delle Praelectiones geometricae e dell'Ars deformationum.
 C'è un punto, però, che soprattutto colpisce nel lavoro di italianista, di filologo di Aquilecchia: ed è il suo essenziale carattere dì work in progress. In accordo, verrebbe da dire, con la lezione della migliore filologia classica italiana, Aquilecchia non coltivò mai l'idea di "faire le livre".Il saggio più organico che dedicò a Bruno fu quello pubblicato nel 1971 dall'Istituto della Enciclopedia italiana:" succoso e preciso, è il testo di cui "la `voce' bruniana nel Dizionario biografico degli italiani; XIV, 1972, pp. 654-665... rappresenta una redazione ridotta".(46) Per capire questa scelta, vale la pena di citare le parole con cui egli giustificò la scelta di utilizzare nella raccolta dei suoi lavori il termine "scheda" (a differenza di Dionisotti, che prediligeva quello di "appunti"; ed è una differenza significativa, perché "appunti" allude a una ricerca in corso, mentre "scheda" connota una ricerca compiuta, definita): 
"La definizione complessiva, pertinente ai singoli contributi, apposta a questa silloge, potrebbe esimere da qualsiasi preambolo. Gioverà comunque avvertire che, se essa definizione non vuo1 rappresentare variante men trita o meno leziosa di equivalenti dizioni tradizionali (del tipo `note>, `noticine' e perfino `noterelle'), neppure d'altro canto pretende gratuitamente proporsi come deliberata alternativa all'ormai invalsa adozione di binomi critico-metodologici in funzione di titoli a raccolte di studi originariamente eterogenei. Quanto ai binomi infatti, nulla c'è da eccepire a chi intenda con essi enunciare le proprie intenzioni o indicare i propri risultati critico metodologici [...]. Quanto al valore di variante men trita o meno leziosa, in ciò si esaurirebbe davvero la sua funzione, qualora il titolo qui adottato non intendesse soprattutto rilevare, oltre al largo margine di autonomia genetica dei vari contributi e al loro prevalente carattere di ricerca in fieri, la loro sostanziale cristallizzazione (o più appropriatamente `schedatura') critica e bibliografica alle rispettive date originarie di pubblicazione [...]"(47) 
È una dichiarazione assai importante, perché getta luce su un doppio aspetto di tutto il lavoro di Aquilecchia: da un lato, sulla sua dimensione di permanente work in progress; dall'altro, sul fatto che questa indagine, esaminata nella sua dinamica interna e, ormai, nella sua interezza, si configura volutamente come una serie di "cristallizzazioni" che si succedono l'una all'altra, secondo una prospettiva critica che, privilegiando volutamente i `dati' di volta in volta `schedati', diffida di precostituite `sintesi' di carattere complessivo. Le raccolte dei saggi di Aquilecchia sono stimolanti perché esibiscono in modo aperto questo stratificarsi di progressive "cristallizzazioni", corrispondente talvolta a precisi mutamenti del punto di vista, peraltro esplicitamente segnalati al lettore. Naturalmente, ogni studioso aggiusta, precisa, corregge, rivede le proprie posizioni. Ciò che è però caratteristico di Aquilecchia è la forma della revisione: una continua `approssimazione' al `dato' attraverso la "cristallizzazione", che dà un ritmo specifico a tutto il suo lavoro. In questo senso, si può effettivamente dire che la sua fu costantemente una `officina' aperta, per una scelta critica e metodica del tutto consapevole. Se si volesse far riferimento alla polemica che tra la fine dell'Ottocento ed il primo Novecento vide contrapporsi Tocco e Gentile proprio intorno ai testi di Bruno, si potrebbe dire che Aquilecchia, con il suo lavoro, fu dalla parte di Tocco. Ciò per cui egli ebbe infatti interesse prioritario fu, appunto, il `dato', l'inesauribile e irriducibile `dato', con cui volta per volta si confrontò, in una stratificazione di posizioni che rifiutano volutamente di risolversi, in via definitiva, secondo un disegno precostituito. In genere, Aquilecchia non fece mai dichiarazioni programmatiche di ordine teorico; ne diffidava, probabilmente. Una volta a Londra ebbe tuttavia a fare a un gruppo di studenti una interessante distinzione fra due tipi di studiosi: i `credenti' secondo cui alla base dei processi letterari agisce un principio di necessità, per il quale un libro, un testo deve essere pubblicato in quel momento, e solo in quel momento; e i `non-credenti', secondo cui i processi letterari procedono secondo dinamiche storiche da accertate volta per volta, senza ricorrere a giudizi precostituiti, tanto meno al principio di necessità. Aquilecchia annoverava se stesso in questa seconda specie di studiosi, fra i `non-credenti'. È una distinzione che alludeva a qualcosa di profondo forse, a quanto sopra si è cercato di dire sulla funzione delle "cristallizzazioni", sul primato del `dato' nella sua indagine critica ed ecdotica. In ogni caso, ed è questo che soprattutto importa, Giovanni Aquilecchia ha svolto ricerche importanti e significative per chi si interessa della cultura del Rinascimento, con cui bisognerà continuare a fare a lungo i conti.

(1) G. AQUILECCHIA, Schede di italianistica, Torino 1976, pp. vol IX. 
(2) ID., Le opere italiane di Giordano Bruno. Critica testuale e oltre, Napoli 1991> pp. 7-8. Il volume raccoglie "il testo di cinque lezioni lette tra il 30 maggio e il 3 giugno 1988 nel Palazzo Serra di Cassano, Napoli, come parte dei corsi della Scuola di Studi Superiori (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) per l'anno accademico 1987-88". 
(3) ID., La lezione definitiva della Cena de le Ceneri di Giordano Bruno, "Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Memorie della Classe di Scienze morali, storiche, filologiche", VIII s., LII, 4, 1950, pp. 209-243, ora in ID., Schede bruniane (1950-1991), Manziana 1993, pp. 139. 
(4) ID., Schede bruniane, cit., p. XI. 
(5) Per queste notizie, cfr. la Premessa a G. BRUNO, La Cena de le Ceneri, a cura di G.Aquilecchia, Torino 1955, p. 12. 
(6) Aquilecchia, Schede dì italianistica, cit., p. IX. 
(7) Ibid. 
(8) AQU1LECCHIA, Premessa a BRUNO, La Cena de le Ceneri, cit., p 11. 
(9) ID., Schede di italianistica, cit., p. IX. 
(10) Ivi, pp. 177-205 e 207-217. 
(11) Ivi, pp. 20-21. Cfr. G. VILLANI, Cronica. Con le continuazioni di Matteo e Filippo, scelta, introduzione e note di G. Aquilecchia, Torino 1979. 
(12)Ivi, p. X. I saggi sopra citati sono tutti raccolti nello stesso volume. 
(13)" G. Aquilecchia, Nuove schede di italianistica, Roma 1994 
(14)ID., Schede di italianistica, cit., pp. X-XI. 
(15)Ivi, p. X. 
(16)A conferma dell'interesse per questi temi, il lavoro della Yates fu tradotto abbastanza rapidamente anche in italiano: Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Bari 1969. 
(17)Aquilecchia, Schede di italianistica, cit., p. XI. 
(18)G. Aquilecchia, Lezioni inedite di Giordano Bruno in un codice della Biblioteca Universitaria di Jena, "Accademia Nazionale dei Lincei. Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche, filologiche", VIII s, fasc. 7-12, 1962, pp. 463-485. ora in ID., Schede bruniane, cit.,pp. 213-236. 
(19)ID., Schede bruniane, cit., p. XXIV. Per il testo delle Praelectiones geometricae e dell'Ars deformationum cfr. G. BRUNO, Praelectiones geometricae e Ars deformationum. Testi inediti a cura di G AQUILECCHIA, Roma 1964. 
(20)G. AQUILECCHIA, Ancora su Giordano Bruno a Oxford, "Studi secenteschi", IV, 1963 (1964), pp. 3-13 (con il sottotitolo In margine a una recente segnalazione), ora in ID., Schede bruniane, cit. pp. 243-252. 
(21)P. ARETINO, Sei giornate. Ragionamento della Nanna e dell'Antonia (1534) e Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa (1536), a cura di G. Aquilecchia, Bari 1969.
(22) Per i saggi su Della Porta di quegli anni cfr. La sconosciuta Metoposcopia di G. B. Della Porta, di una differenziata del Cardano e di quella del Magini attribuita allo Spontoni, "Filologia e critica", X, 1985, fasc. II-III (Omaggio a L. Caretti), pp. 307-324; Appunti sulla letteratura metoposcopica tra Cinque e Seicento, "Giornale critico della filosofia italiana"> VI s., voI. VI, LXV (LXVIII) 1986, pp. 310 330; La Metoposcopia di G A. Magini: nuovi appunti, "Quaderni veneti"> VIII, 1988, pp. 110 130; Ancora su G. B. Della Porta e l'inquisizione. A proposito di una postilla di G. Paparelli, "Studi secenteschi", XXI, 1980 (1981), pp. 109-114. Tutti questi saggi sono ora raccolti in AQUILECCHIA, Nuove schede dì italianistica, cit., pp. 240-320. 
(23)G. BRUNO, De la Causa, Principio et Uno, a cura di G. Aquilecchia, Torino 1973. 
(24)G. AQUILECCHIA, Un documento bruniano recuperato l'Artificium Aristorelico-Lullio-Rameum di Hans von Nostitz, "Studi secenteschi", XVII, 1076 (1977), pp. 155-159, ora in ID.,Schede bruniane, cit., pp. 281-286. 
(25)ID., Brano e la matematica a lui contemporanea, "Giornale critico della filosofia italiana", LXIX, 1990, pp. 151-159, ora in ID., Schede bruniane, cit., pp. 311-318. 
(26) Bruno, Patrizi e Telesio nella prospettiva di G. Bruno, in Atti del Convegno internazionale di Studi su Bernardino Telesio (Cosenza. 12-13 maggio 1989), Cosenza 1990; Ancora su Bruno e Telesio, in Bernardino Telesio e la cultura napoletana, Atti del Convegno (Napoli, 15-17 dicembre 1989), Napoli 1992. 
(27) Aquilecchia, Le opere italiane dì Giordano Bruno, cit. 
(28)G. Aquilecchia, Introduction philologique, in G. BRUNO, Ouvres complètes, I: Chandelier. Texte établi par G. Aquilecchia, Preface et notes de G. Barberi Squarotti, Traduction de Y. Hersant, Paris 1993, pp. IX-LXVII. Interessanti sono anche le osservazioni di carattere autobiografico con cui Aquilecchia apre il suo testo, ricordando anche in questo caso - sia pur per distanziarsene il suo maestro Sapegno: "Je crois inévìtable, lorsqu'on s'appréte à présenter le résultat d'un travai] qui, avec des interruptions plus ou moin prolongees, a occupé plus de quarante ans d'une vie, de se reporter par la pensée à l'époque et aux circostances dans les quelles ce travail a vu le jour. L'époque est le lendemain de la seconde guerre mondiale. Dans l'Italie de ces annèes-là, tandis que se développaient en littérature un courant de poésie engagée et une forme de récit néo-realiste, on assistait sur le plan de la critique à une réaction contre le néo-idéalisme de Benedetto Croce: eIle se traduisit soit par un historicisme d'origine marxiste, dans le cas le plus extrèmes (tel fur le tornant critique que prit mon maìtre, Natalino Sapegno), soit par un philologisme technique et néanmoins soucieux de résultats historiquement probants. Cette second option fut la mienne". 
(29)La pubblicazione dell'edizione delle opere italiane di Bruno a cura di Aquilecchia avviata dalle Belles Lettrea nel 1993 si è conclusa nel 1999. 
(30) Per il riferimento alla parallela edizione U.T.E.T., cfr. AQUILECCHIA, Schede bruniane, cit., p. IX.
(31)G. Aquilecchia, Bruno at Oxford beteween Aristotle and Copernicus, in Giordano Bruno 1583-1585 The English Experience / L'esperienza inglese, Atti del Convegno (Londra, 3-4 giugno 1994>, a cura di M. Ciliberto e N. MANN, Firenze 1997, pp. 117-124. 
(32)ID., Giordano Bruno in Inghilterra (1583-1585). Documenti e testimonianze, "Bruniana & Campanelliana", I, 1995, 1-2, pp. 21-42.
(33)ID., Pietro Aretino e la lingua zerga, "Atti e Memorie dell'Arcadia", III s., vol. IV> fasc.IV, 1967, pp. 3-17 (Studi in onore di Alfredo Schiaffini), ora in ID., Schede di italianistica, cit., pp. 153-169. Nelle Schede Aquilecchia precisa che il testo era stato precedentemente edito "su base testuale provvisoria e con una postilla qui incorporata nel testo".
(34)P ARETINO, Poesie varie, Edizione nazionale delle Opere di Pietro Aretino, I, I, a cura di G AQUILECCHIA e A. ROMANO> Roma 1992. (35)ID., Sonetti sopra i `XVI modi', a cura di G. AQUILECCHIA, Roma 1992. 
(36) G. Aquilecchia, Pietro Aretino e altri poligrafi a Venezia, in Storia della cultura veneta, 3/II, Vicenza 1981, pp. 61-98, ora in ID., Nuove schede di italianistica, cit., pp. 77-138. E' lo stesso Aquilecchia a ricordare in nota che i paragrafi 1-4 erano stati anticipati nella Introduzione alle Sei giornate (Nuove schede di italianistica> cit., p. 78, nota). 
(37)ID., Postille inedite di Pietro Aretino alle Satire dell'Ariosto, in Miscellanea di studi in onore di Vittore Branca, vol. III, Umanesimo e Rinascimento a Firenze e a Venezia, tomo 2, Firenze 1983, ora in ID., Nuove schede di italianistica, cit., pp. 180-200. 
(38)ID., Presentazione de Il Piacevol Ragionamento de l'Aretino. Dialogo di Giulia e di Madalena, a cura di C. GALDERISI, introduzione di E. RUFI, Roma 1987, ora in AQUILECCHIA, Nuove schede di italianistica, cit., pp. 202-208: è lo stesso Aquilecchia a precisare che la Presentazione é datata Londra, novembre 1986. 
(39)ID., Gli autografi aretiniani nell'esemplare marciano del Furioso del 1532, "Quaderni veneti", XV,I> 1992, fasc. 2, pp. 325-334, ora in ID., Nuove schede di italianistica, cit., pp. 169-179. 
(40)ID., Nota, in ARETINO, Sei giornate, cit., p. 360. 
(41) Per queste citazioni cfr. ID., Le opere italiane di Giordano Bruno, cit., pp. 8-16,28. 
(42)Le parole di Monteverdi si possono leggere ora in ID., Schede bruniane, cit., p. X. 
(43)G. AQUILECCHIA, Introduzione, "Nouvelles de la République des Lettres", II, 1994, pp. 12-13, fascicolo che raccoglie gli Atti del Convegno dedicato a Fonti e motivi dell'opera di Giordano Brano (Cassino, 11-12 dicembre 1992). 
(44)ID., `Redazioni a stampa' originarie e seriori (considerazioni di un editore di testi cinquecenteschi), in La critica del testo Problemi di metodo ed esperienze di lavoro. Atti del Convegno di Lecce, 22-26 ottobre 1984, Roma 1985, pp. 67-80, ora in ID., Nuove schede di italianistica, cit., pp. 1-32. 
(45)ID., Giordano Bruno. Roma 1971. 
(46)ID., Schede bruniane, cit., p. IX. 
(47)ID., Schede di italianistica, cit., p. VII.



Caro Guido, dono per il tuo sito questa lettera di stupendo candore, quasi ingenuo, che mi spedì Giovanni Aquilecchia, in risposta ad un mio conato di richieste esistenziali e totali.  Il dolore per la sua scomparsa è forte ma non abbastanza. Era in mia previsione un viaggio a Londra per incontrarlo....... 

Londra 29 gennaio 2001

Caro Roberto
la ringrazio per la sua gentile lettera che pone quesiti ai quali ahimè è difficile, per non dire impossibile, rispondere. Essi testimoniano comunque il suo ingegno filosofico e il suo interesse per gli studi bruniani. Il che non è poco. Per il resto, continuiamo pure a riflettere e ad accontentarci di trovare appagamento nella riflessione: il che pure non è poco.
Intanto saluti e auguri cordiali
a presto suo 
Giovanni

Si a presto Aquila....davvero a presto.
                                                                                        
Roberto Saviano



 
domenica , 05 agosto 2001
Addio Aquilecchia, studioso di Bruno e Aretino

LUTTI E' scomparso uno dei massimi esperti del Rinascimento italiano. Addio Aquilecchia, studioso di Bruno e Aretino. Non soltanto uno dei maggiori studiosi di Giordano Bruno ma anche uno dei massimi esperti di letteratura rinascimentale. Questo, in poche parole, il ritratto di Giovanni Aquilecchia, scomparso a Londra il pomeriggio di venerdì 3 agosto. Aquilecchia era nato a Nettuno nel 1923 e si era laureato in lettere all' Università di Roma nel 1946. Dopo un diploma di perfezionamento in filologia moderna (sempre a Roma), aveva insegnato letteratura italiana in alcune delle più rappresentative università britanniche sino a diventare professore emerito: a Londra, a Manchester e al Bedford College. Oltre a Giordano Bruno, al quale aveva dedicato una biografia e varie edizioni critiche di diverse opere, Aquilecchia concentrò le sue ricerche su personaggi come Pietro Aretino (delle cui Sei giornate ci ha dato, per Laterza, l' edizione critica più importante; inoltre ha curato nell' edizio ne nazionale i Sonetti sopra i XVI modi). Tra le sue numerose pubblicazioni: i Dialoghi italiani di Giordano Bruno, di cui riprese l' edizione con note di Giovanni Gentile (il volume uscì da Sansoni nel 1958), le Schede di Italianistica (Einaudi 1976 ) e le Nuove schede di italianistica (Salerno 1994). Va ricordato infine che sul prossimo numero della rivista «Filologia e Critica» verrà pubblicata la sua risposta a una polemica (per una recente edizione delle opere italiane di Giordano Bruno) che lo vide contrapposto a Michele Ciliberto.

 


 

Independent
15  AUGUST 2001

Professor Giovanni Aquilecchia
By Diego Zancani

Giovanni Aquilecchia will be remembered mainly for his meticulous work on the Italian philosopher Giordano Bruno and on the poet Pietro Aretino, and for his essays published in Schede di Italianistica (1976) and Nuove Schede di Italianistica (1994). In a frenetic age, his scholarship was marked by meditated, carefully balanced judgment, and by a selective approach to the authors he chose to study.
Gianni Aquilecchia was born near Anzio, in Italy, in a small town grandly called Nettuno (Neptune), in 1923. The combination of the mythological birthplace and his unusual family name of noble origin, reminiscent of an eagle ("aquila"), must have given him from his early years a sense of purpose and of space, as well as the great sense of humour which was to accompany him all his life.
After attending the distinguished Liceo Torquato Tasso in Rome, he enrolled at Rome University, from where he graduated in 1946 in Italian literature with a dissertation on Torquato Tasso and the late Renaissance epic. As was customary at the time for brilliant students, he became an Assistant, probably unpaid, to Professor Natalino Sapegno, an extremely influential figure and a well-known anti-Fascist.
In 1948, after being awarded a graduate diploma, roughly equivalent to an MPhil, Aquilecchia won a scholarship from the French government to carry out research in Paris at the Collège de France in 1949-50. During his graduate studies Aquilecchia became interested in the works of the brilliant, but controversial, Renaissance philosopher Giordano Bruno, a former Dominican who believed in a plurality of worlds, and in the infinity of the universe, and who was a supporter of Copernican views, as well as having an interest in the art of memory and in magic, a combination of beliefs which brought him into conflict with the Roman inquisition and for which he was burnt at the stake in Rome in February 1600.
This deep interest in Bruno's texts and in their publication according to rigorous philological principles accompanied Aquilecchia all his life, and he wrote more than 45 articles, books and reviews dedicated to the philosopher from Nola. In 1950 his first important paper which dealt with newly found texts of Bruno's La Cena de le Ceneri ("Ash Wednesday Dinner") was published by the Academy of the Lincei in Rome, presented by Professor Angelo Monteverdi, the doyen of philological and Romance studies in Italy.
In the same year Aquilecchia also won a British Council scholarship which brought him to London to the Warburg Institute, where he met Frances Yates, a formidable scholar with a strong interest in Bruno whom Aquilecchia remembered with admiration and affection. The experience of that year in Britain was to be decisive for his career: in London he learnt to appreciate the richness of the British Museum Library, with its vast array of early Italian editions, many collected by the astute Sir Anthony Panizzi in the 19th century, and the nearby exceptional collections of the Warburg Institute.
Aquilecchia also made the acquaintance of another Italian expatriate, Carlo Dionisotti, 15 years his senior who, after a short period at Oxford, had been appointed to the chair of Italian at Bedford College, London. In later years they both became pillars of the British Library reading rooms and great models for younger scholars.
In 1951 Aquilecchia was also to sample the valuable collections of the John Rylands Library when he became an Assistant in Italian at Manchester University. But he preferred London and in 1953 he returned to University College as a lecturer and was promoted to a readership in 1959. He was, however, to return to Manchester in 1961 as Professor of Italian and Head of Department.
The department, though small, had been well looked after by Kathleen Speight, and was quite lively, but Aquilecchia was restless and considered the place somewhat "scomodo" ("out of the way"). When Dionisotti retired from the chair at Bedford College in 1970, Aquilecchia was appointed to succeed him.
He was subsequently not very happy when in 1985 Bedford merged with Royal Holloway and had to move to Egham in Surrey: although Aquilecchia retained his chair there, he did his lecturing in central London and he became an Honorary Research Fellow at University College. He enjoyed teaching, especially graduates; the undergraduates found him difficult to follow, partly because of his deep voice, and, if some of them occasionally giggled, he used to say that they would have laughed even more if they had been able to understand him. His witty remarks were often made as if in a strictly confidential manner, in a whisper, during tedious meetings or even during oral examinations, but more often when he felt at ease with friends.
Apart from his fundamental work on Bruno and on other Renaissance authors, Aquilecchia wrote on modern and contemporary authors such as Leopardi, De Sanctis and Montale, but he felt more at ease in the 16th century and his contribution to our knowledge of Pietro Aretino, whose dialogues he edited, and of Renaissance erotic poetry is indeed memorable. He had the ability to deliver even the most embarrassing description of Renaissance illustrations (Aretino's modi illustrated by Giulio Romano are not the only ones) in the most businesslike and scholarly fashion; his commentaries to Aretino's bawdy sonnets, and his explanations of recondite sexual jargon, are the only reliable ones.
Aquilecchia's passion for literature, philosophy and Renaissance thought was a passion for life, which he embraced in many guises. His great modesty prevented him from showing that he was in fact an aesthete and beauty, in all its forms, never failed to attract him.
He travelled extensively and he had endless anecdotes to tell about his journeys, especially the latest ones to the Far East on the occasion of the presentation of Bruno's Oeuvres complètes (1993-99), of which he edited the works in Italian. This edition, which included the result of half a century's labour, gave him much satisfaction but also brought bitterness when it was used without his permission in a well-known Italian series.
When he complained, in a quiet and dignified manner, and other scholars also lamented the new "fast-food philology", Aquilecchia refused to become embroiled in a very public dispute and preferred to write his response in the venerable Giornale Storico della Letteratura Italiana, stating that "philology, like philosophy, is debated in books and papers, not on a theatre stage".
In 1998 the British Academy honoured him with the Serena Medal, given for outstanding work of Italian interest.

 
Giovanni Aquilecchia, Italian scholar: born Nettuno, Italy 28 November 1923; Assistant in Italian, University of Rome 1946-49; Boursier du Gouvernement Français, Collège de France, University of Paris 1949-50; British Council Scholar, Warburg Institute, London University 1950-51; Assistant, Department of Italian Studies, Manchester University 1951-53, Professor of Italian Language and Literature 1961-70; Assistant Lecturer in Italian, University College London 1953-55, Lecturer 1955-59, Reader in Italian 1959-61, Honorary Research Fellow 1984-97, Honorary Professor 1998-2001; Professor of Italian, London University (at Bedford College) 1970-85, (at Royal Holloway and Bedford New College) 1985-89 (Emeritus); President, Centro Internazionale di Studi Bruniani, Naples 1996-2001; married 1951 Costantina Becchetta (two sons, one daughter; marriage dissolved 1973), 1992 Catherine Posford; died London 3 August 2001.

 

 


The Times
FRIDAY AUGUST 31 2001

Obituary

Professor Giovanni Aquilecchia
An Italian Renaissance man in London

GIANNI AQUILECCHIA was Professor of Italian at Manchester University from 1961 to 1970 and at London University from 1970 to 1989, first at Bedford College and subsequently at the merged Bedford and Royal Holloway Colleges. Educated at the University of Rome, he first came to England in 1950 to work at the Warburg Institute on Giordano Bruno, the unorthodox Italian writer and thinker who was burnt at the stake in 1600. After two years as language assistant at Manchester, Aquilecchia was appointed assistant lecturer in the Italian department at University College London in 1953, rising to lecturer in 1955 and reader in 1958.
In London he joined the remarkable group of Italians working in the university at the time: Roberto Weiss, his head of department, and an expert on Italian humanism; Carlo Dionisotti, the most important figure in the historiography of Italian Renaissance literature in the past 50 years, whom he was to succeed at Bedford College; and Arnaldo Momigliano, one of the greatest ancient historians of the 20th century. A colleague in a neighbouring room at University College often used to hear the sounds of what seemed like bitter quarrels coming from Aquilecchia’s study — but it was only these four Italians having a friendly discussion.
Despite the excellent facilities in Manchester for the study of Italian Renaissance literature, Aquilecchia was happier in London, with the Warburg Institute and the British Library. He had received an excellent training in Rome and his articles bear witness to the width of his knowledge and the precision of his scholarship. Bruno remained a lifelong interest, and Aquilecchia’s many articles on this author, covering more than 40 years of work, were gathered together in the volume Schede bruniane (1993). Two other volumes of Schede (ie, index cards, a typically understated title), published in 1976 and 1994, contain his articles on other authors, ranging over the whole of Italian literature from Dante to the present day.
But it was as a textual critic that Aquilecchia made his most original contribution to Bruno studies and to Italian studies in general. At a time when the techniques of Anglo-American textual bibliography were more or less unknown in Italy, his critical edition of the first of Bruno’s "London" dialogues, La cena de le ceneri (1955), showed the importance of examining all surviving copies of early editions in the case of texts transmitted by print. The lesson is even more explicit in his edition of Pietro Aretino’s Sei giornate (1969).
Only later in life did Aquilecchia generalise his experiences as a textual critic. Meanwhile, these two editions, together with that of Bruno’s De la causa, principia et uno (1973), the second "London" dialogue, were admired in Italy for the outstanding richness and learning of their annotations, while the original elements of his editorial technique were largely ignored.
In the last, fruitful, years of his life Aquilecchia’s editorial activities culminated in the bilingual French-Italian complete edition of Bruno’s works, published in Paris (1993-99), with Italian texts established by Aquilecchia, and in the Edizione Nazionale of the works of Pietro Aretino, for which he was a member of the editorial board, collaborating on the first volume, on Aretino’s poetry (1992). He was also preparing a complete edition of the works of Girolamo Cardano, another unorthodox thinker of the Italian 16th century.
Aquilecchia was a regular attender at learned conferences. His conference papers were remarkable for their range and erudition. From 1996 he was president of the Centro Internazionale di Studi Bruniani — in the fervour of the celebrations occasioned by the 400th anniversary of Bruno’s death, the post took him as far afield as China.
In 1984 he returned to the Italian department of University College, first as honorary research fellow and then, from 1998, as honorary professor. This enabled him to continue teaching after his official retirement in 1989.
His slightly forbidding appearance hid a surprising and delightful sense of the absurd, of which the subject was often himself: a typical example was his claim to be the only university teacher to have gone to sleep during one of his own lectures.
Aquilecchia’s first marriage was dissolved in 1973. He is survived by his second wife, Catherine, and by two sons and a daughter of his first marriage.

Giovanni Aquilecchia, Italianist, was born on November 28, 1923. He died on August 3, 2001, aged 77.

 


dal SECOLO D'ITALIA del 5 ottobre 2001

 

Giovanni Aquilecchia, "Giordano Bruno", Nino Aragno Editore, Torino 2001, pp. 140, £. 22.000

 

Continua ad affascinare la vicenda umana e teoretica dell’eretico Nolano, arso nudo in Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600. In occasione del quattrocentesimo anniversario del martirio del Filosofo, si sono succedute, in Italia e all’estero, le manifestazioni ed i convegni che ne hanno ricordato il pensiero e l’azione. E’ stato tra l’altro creato un Parco Letterario diretto dal Prof. A. Porcelli sul monte Cicala, a Nola, dove ebbe i natali l’inquieto indagatore della Natura. Alcuni contributi all’ermeneutica del Nolano, fatta eccezione per le solite operazioni di speculazione e per le note polemiche sui veri interpreti del suo magistero filosofico, hanno acceso un dibattito che ha percorso il silenzio dei secoli portandoci "a imparar littere de humanità, logica e dialettica" dinanzi alla sua figura silenziosa che parla di un orgoglio intellettuale mai sopito. Tra essi, va segnalato sicuramente l’ultimo lavoro di G. Aquilecchia, uno dei maggiori interpreti del pensiero del Bruno; si devono a lui la traduzione e la diffusione, non solo per gli addetti ai lavori, di molte opere del pensatore campano, altrimenti destinate a circuiti esoterici e pedanti.

Nell’agile e preziosa nuova biografia bruniana, possiamo cogliere l’anima del Nolano, bruciante di passione per la ricerca filosofica, unico strumento di indagine dei mondi infiniti e sola percorrenza dell’umana cogitazione, slacciate finalmente le catene della fede e della teologia, categorie queste, di cui Bruno preferì non occuparsi. Nel testo, che consigliamo per l’agevole lettura, non mancano motivi di grande interesse non solo biografico. Aquilecchia annota acutamente che ancora oggi "non sappiamo quali motivi lo avessero indotto ad entrare nell’Ordine dei Predicatori all’età insolitamente tarda di diciassette anni e mezzo e con una incipiente formazione intellettuale manifestamente mal compatibile con la rigida disciplina conventuale". Il testo scagiona poi Bruno da un’accusa fumosa che ha attraversato molte interpretazioni della sua biografia, seconda la quale il filosofo si sarebbe reso colpevole di un omicidio perpetrato ai danni di un suo accusatore presso l’Inquisizione, preferendo invece puntare l’attenzione sulle lunghe e feconde peregrinazioni intellettuali in Europa di Bruno, dopo aver questi lavorato per pochi mesi a Ginevra in una tipografia, "alla correttione delle prime stampe".

Come lo stesso Nolano annoterà nel "Candelaio", il tempo tutto toglie e tutto dà, ogni cosa si muta nulla s’annichila. L’"Academico di nulla Academia, detto il Fastidito, In tristitia hilaris, in Hilaritate tristis", portò la sua bisaccia di cuoio carica di libri e di destino per le migliori università europee, insegnando a confutare i lacci aristotelici, per rivendicare l’assoluta libertà di pensiero e la forza della filosofia che riscalda il cuore e lo avvicina alla Verità, unico oggetto della Poesia, altrimenti sterile esercizio. Ancora nel "Candelaio" così Bruno si era descritto al lettore-spettatore: "Per lo più il vedrete fastidito, restio e bizzarro: non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d’ottant’anni, fantastico come un cane ch’ha ricevute mille spellicciate". Tra le molte questioni ch’egli trattò "con le maniche rimboccate, a mò di giocoliere", va ricordato che superò intuitivamente l’eliocentrismo della teoria copernicana e propugnò l’unità e l’infinità dell’universo. Nel sonetto "Al malcontento", che apre i cinque dialoghi della "Cena delle Ceneri", aveva scritto: "Non morder, se non sai s’è pane o pietra". Ritenne sempre - questo è ben chiarito nel testo -, che la fede servisse solo per istruire i rozzi popoli, e così le chiese. Altrove, nello Spaccio della bestia trionfante, diede corso alla più radicale critica al cristianesimo prima di F. W. Nietzsche. Jacopo Corbinelli, in una lettera a G.V. Pinelli, lo dipinge "piacevol compagnietto, epicuro per la vita".

E’ certo, ad ogni modo, che la sua filosofia lavò il capo al povero Aristotele. Aquilecchia inoltre – è questa a nostro avviso la tesi più seducente del volume-, ritiene che il ritorno di Bruno in Italia non sia dovuto tanto all’invito del nobile veneziano Mocenigo, che poi ne vendette le carni all’Inquisizione, quanto alla confidenza, da parte del filosofo, di ottenere una cattedra di matematica all’Università di Padova: "Questa fu la meta ideale e immediata del suo ultimo viaggio". Altre notizie dischiudono l’increspata ricostruzione del processo e dei costituti bruniani; sappiamo oggi che Bruno presentò al tribunale dell’Inquisizione, il 20 dicembre 1594, una scrittura di oltre ottanta pagine, non pervenuteci; ottenne poi carta per scrivere solo il 16 dicembre 1598, allo scopo di integrare la propria difesa. Nel ventiduesimo ed ultimo costituto, il 21 dicembre 1599, il Nolano dichiarò che non voleva pentirsi né avrebbe saputo cosa ritrattare, dato che le sue opere trattavano materia filosofica e non teologica. Guardando i suoi giudici pronunziò paroel che gelarono il sangue dei tunicati: "Avete più paura voi nel giudicarmi, che io nel ricevere la condanna".

Bruno pagò questa coerenza con l’effusione del sangue, forse rivolgendo l’ultimo pensiero a Morgana, la sua donna, sicuramente sapendo che avrebbe superato le ceneri dell’Inquisizione e le condanne dell’Indice per ripresentarsi, misteriosa domanda infinita, secoli dopo, al cuore ed all’intelligenza di un Maestro come Giovanni Gentile, che per prima ne collocò il genuino pensiero nell’arbor philosophorum di tutti i tempi, mettendo in moto una riscoperta, non ancora conclusa, di un uomo cui non bastò neanche la mordacchia a frenare un pensiero che prorompe ancora, pieno di echi con la storia che viviamo, nei nostri cuori avidi di verità e di vita. La sua storia, come un’aquila, s’aggira ancora inquieta per il mondo.

GERARDO PICARDO