RINASCIMENTO
Rivista dell'Istituto Nazionale Di Studi del
Rinascimento
diretta da Michele Ciliberto e Cesare Vasoli
Seconda serie
VOLUME XL
RICORDO DI GIOVANNI AQUILECCHIA
Il 3 agosto di quest'anno è morto, a Londra, Giovanni Aquilecchia. Sui
suoi contributi alla conoscenza della cultura umanistica e rinascimentale gli
studiosi interessati agli argomenti da lui trattati avranno modo di tornare in
modo più organico e più disteso. Ma, per l'importanza e per il rilievo del
suo lavoro, a "Rinascimento" è parso opportuno ricordare subito,
sia pur brevemente, l'opera e la figura di uno studioso che ha dato molto ai
nostri studi.
Nato a Nettuno nel 1923, Aquilecchia si formò a Roma con maestri quali
Sapegno, Schiaffini, Monteverdì, dei quali ricorderà spesso il peso e
l'incidenza avuti nell'avvio delle sue ricerche: alla "scuola romana di
filologia moderna, durante e subito dopo la guerra", e ai suoi
"maestri, Natalino Sapegno, Angelo Monteverdi e Alfredo Schiaffini,
rimango pur sempre debitore per l'avvio a questi studi" scrisse nella Premessa
e cronistoria che apre le Schede di italianistica pubblicate nel
1976 dall'editore Einaudi.(1) È un riconoscimento, e un ricordo,che ritornò
spesso sotto la penna di Aquilecchia, a conferma di un rapporto che dovette
essere assai importante, anche per i suoi studi bruniani: "Forse non
sarà del tutto irrilevante accennare in principio alle circostanze che, circa
un quarantennio fa, mi indussero ad occuparmi di critica testuale bruniana"
- scrive in apertura del lavoro su Le opere italiane di Giordano Bruno
Critica testuale e oltre, uscito a Napoli nel 1991:
"Fu subito dopo la laurea, conseguita all'Università di Roma nel
giugno del 1946 con una tesi vertente sullo stile della prosa del Tasso, che
mi consigliai con Natalino Sapegno, allora direttore dell'Istituto di
Filologia Moderna, per definire una nuova tesi da sottoporre di lì a due anni
per il conseguimento del diploma di perfezionamento. La prosa del tardo
cinquecento continuava ad attirarmi, ed avendone appena trattato con
riferimento a uno scrittore di primo piano della letteratura italiana [...] fu
inteso che avrei esteso la ricerca a indagare lo `stile' prosastico di uno
scrittore che fosse sì coevo del Tasso, ma la cui ideologia fosse peraltro
differenziata rispetto a quella tendenzialmente ortodossa dello scrittore in
precedenza considerato: credo che lo scopo fosse appunto la verifica di una
probabile differenziazione stilistica quale riflesso di quella ideologica. Se
per la prima tesi mi ero accontentato di utilizzare i testi disponibili nelle
edizioni ottocentesche, senza previamente discuterne la validità testuale,
né ci si aspettava allora che ne discutessi in sede di prima tesi di laurea,
per la seconda, trattandosi di un perfezionamento in filologia, ritenni
imperativo occuparmi - scrive Aquilecchia - anzitutto della validità testuale
delle opere disponibili sia in edizioni antiche che in quelle moderne, prima
di tentarne una valutazione stilistica".(2)
È a Roma, presso l'Istituto di Filologia moderna, che prese dunque
avvio un'indagine sui testi di Bruno che, distesasi per circa mezzo secolo, fu
subito illuminata dal "fortunato ritrovamento" della Lezione
definitiva della Cena de le Ceneri di Giordano Bruno, come recitava il
titolo del lavoro apparso negli "Atti dell'Accademia dei Lincei" del
1950.(3) Lavoro che, però, "in essenza" - ricorda lo stesso
Aquilecchia nel 1993 - "era stato presentato due anni prima (1948) quale
tesi per il Diploma di Perfezionamento in Filologia Moderna (Specializzazione
in Letteratura italiana) dell'Università di Roma: relatore Natalino Sapegno".
(4) Come è naturale che accadesse studiando un autore `europeo' come Bruno,
Aquilecchia lasciò Roma assai presto, estendendo subito le sue ricerche anche
fuori d'Italia grazie alla concessione di borse da parte del Gouvernement Fran-
cais, del British Council e del Ministero della Pubblica Istruzione
italiano.(5) Fu a Parigi (dove lavorò "sotto la guida sapiente e
affettuosa, ma ormai tarda, di Augustin Renaudet" (6) a Tolosa, e poi a
Londra, Oxford, Manchester e Dublino Delle esperienze fatte in questi anni - e
che si collocano fra il 1949 e il 1952- fu soprattutto su una che Aquilecchia
insistette, però, in modo speciale nei suoi `ricordi': sulla "annuale
permanenza al Warburg Institute londinese, che si andava ormai riprendendo
magnificamente dopo la scomparsa di Fritz Saxl, con una équipe che
includeva a non dir altri Frances A. Yates" - la quale, come ebbe a
ricordare in più occasioni, fu anche, per un anno, la sua "direttrice di
ricerca".(7) Come per altri studiosi della sua generazione, anche per
Aquilecchia il Warburg Institute fu dunque una esperienza assai significativa.
Tenendo conto dell'importanza fondamentale che per Bruno ebbe il periodo
trascorso in Inghilterra, non stupisce che Aquilecchia decidesse di scegliere
Londra come sede principale dei suoi studi. Colpisce invece - e va notato -
come anche nel pieno fervore delle sue ricerche bruniane (di cui è "un
primo risultato organico" l'edizione della Cena de le Ceneri
pubblicata per i tipi di Einaudi nel 1955(8) egli si dedicasse
contemporaneamente, a una indagine assai larga su altri temi e momenti
centrali della letteratura italiana dalle origini fino all'età contemporanea.
Di questo lavoro assai ampio - e che va tenuto ben presente per afferrare la
sua complessa figura di studioso - fu proprio Aquilecchia a spiegare i motivi:
"Nella Londra [...] del decennio cinquanta, tra gli eruditi profili
umanistici di Roberto Weiss e le pennellate precise e vigorose con cui Carlo
Dionisotti andava da par suo ritracciando per lungo e per largo la storia
della letteratura italiana, la disponibilità immediata delle collezioni del
British Museum non poteva non indurre anche me, confortato dai due cari
maestri, a un controllo del materiale italiano non ancora perusato"(9) a
cominciare da due importanti ricerche su Tasso, la prima su Autografi
tassiani tra gli stampati del British Museum; la seconda Per il testo e
la datazione dell'ottava del Tasso a Stanislaw Reszka.(10) Ma, come
testimonia ad abundantiam proprio la prima serie delle Schede di
italianistica, scandita in un arco cronologico che va dal 1953 al 1974,
l'indagine di Aquilecchia si sviluppò su una pluralità di temi, tutti assai
rilevanti: dagli Aspetti e motivi della prosa trecentesca minore (parte
di un "lavoro preparatorio per un'antologia di cronisti, moralisti e
volgarizzatori del Trecento", poi concretatasi "nell'ambito
esclusivo dell'opera dei tre Villani [...] in corso di pubblicazione per la
Nuova Universale Einaudi")(11) al Manfredi dantesco e il Palinuro
virgiliano, da Foscolo e Lucano fino a U e non U nell'italiano parlato;
testo, quest'ultimo, di una conversazione tenuta presso l'Italian Institute di
Londra, diretto in quegli anni da Gabriele Baldini, nel quale, ricorda sempre
Aquilecchia, "al di fuori dell'ambito più propriamente accademico,
l'italianistica londinese poteva già allora trovare un certo sfogo didattico
e divulgativo".(12) Nè meno ampio fu lo spettro dei temi trattati nelle Nuove
schede di italianistica pubblicate nel 1994, le quali, disponendosi
anch'esse su un arco di tempo che va dal Tre al Novecento, comprendono
contributi composti dopo il 1976 riguardanti, tra l'altro, L'interpolazione
petrarchesca nella Cronaca di Matteo Villani, Congettura e documentazione sul
Molza commediografo, La proverbializzazione del personaggio narrativo nella
letteratura italiana del Cinquecento, Il Passero solitario del Leopardi e un
sonetto del Molza...(13)
Gli anni Cinquanta furono dunque assai fervidi per il lavoro di Aquilecchia,
inserito in un ambiente vivo, pieno di stimoli, ricco di interlocutori, dotato
di biblioteche di grande valore, da quella del Warburg al British Museum. Meno
felice, da questo punto di vista, fu il decennio seguente quando, chiamato ad
occupare la cattedra di Manchester, egli venne costretto "a uno
spostamento ancora più eccentrico":
"L'università mancuniana certamente non era ne poteva essere, per
l'italiano, ciò che era stata un trentennio prima con la presenza di Mario
Praz [...] Se l'esplorazione dell'allora non catalogata Bullock Collection e
il ricorso alla John Rylands Library, nell'edificio neogotico di Deansgate, o
alla Christie Collection della biblioteca universitaria, costituirono per me
l'attrattiva di una sede peraltro scomoda, la riorganizzazione degli studi
italiani che al mio arrivo nel 1961 erano rimasti sostanzialmente allo stadio
in cui li aveva lasciati Bullock sedici anni prima - imponeva che si badasse
anzitutto alle esigenze didattiche […].(14)
Il che non vuol dire, naturalmente, che a Manchester non incontrasse
personalità di valore, a cominciare da Bernard Lovell, "il cui
scetticismo discretamente espressomi per le pur seducenti interpretazioni
esoteriche del copernicanesimo in quegli anni enunciate sembrava incoraggiare
il proseguimento d'una non preconcetta esegesi bruniana";(15) in altre
parole, la ricerca di una posizione critica distante da quella sviluppata in
chiave ermetica da Frances Yates nel suo lavoro su Giordano Bruno and the
Hermetic Tradition, pubblicato proprio all'inizio degli anni Sessanta.(16)
Nè il concentrarsi sull'attività didattica comportò, per Aquilecchia, un
disimpegno sul piano del lavoro strettamente scientifico: "quest'ultimo
poté allora in parte almeno manifestarsi con il Bruno `inedito' e altre
brunerie, oltre che, sul finire del decennio, con il recupero dell'Aretino
`pornografico'".(17) Per quanto riguarda Bruno, è proprio in questi
anni, infatti, che pubblicò le Lezioni inedite di Giordano Bruno in un
codice della Biblioteca universitaria di Jena,(18) - materiale poi
utilizzato anche nell'edizione delle Praelectiones geometricae e dell'Ars
deformationum di Bruno, pubblicata nel 1964 dalle Edizioni di Storia e
Letteratura(19) - oltre ad altri minori contributi, fra cui Ancora Giordano
Bruno a Oxford (20) Per quanto riguarda Aretino, è in questo stesso
periodo - nel 1969, ad essere esatti - che pubblicò, con il titolo Sei
giornate, il Ragionamento della Nanna e della Antonia e il Dialogo nel quale
la Nanna insegna a la Pippa.(21) Lo pubblicò, va aggiunto, poco prima di
rientrare a Londra, dove ritornò nel 1970, succedendo a Carlo Dionisorti
sulla cattedra del Bedford College, che manterrà fino alla pensione.
1970 2001: trent'anni, per molti aspetti, i più fecondi della sua
attività di studioso e di professore; ritornato a Londra nel pieno della sua
maturità di studioso, a contatto continuo e diretto con personalità
d'eccezione, avendo a disposizione biblioteche straordinarie, Aquilecchia era
ormai pronto a muoversi a tutto campo, pur tenendo ferme alcune opzioni di
fondo: Bruno, Aretino, e anche Della Porta, al quale venne dedicando, negli
anni, una serie importante di saggi nel quadro di una ricerca organica sulla
letteratura metoposcopica del Cinque e Seicento.(22) Anche qui, per misurare
l'ampiezza dell'attività di Aquilecchia in questo trentennio, conviene, come
si è fatto per gli anni di Manchester, fare riferimento anzitutto ai suoi
lavori su Bruno e Aretino, i due capisaldi di tutta la sua attività di
critico e di editore.
Nel 1973 pubblicò, presso l'editore Einaudi, l'edizione critica del De
la causa di Bruno;(23) nel 1976 recuperò, e pubblicò, un importante
documento bruniano come l'Artificium Aristotelico-Lullio Rameum di Hans
von Nostitz;(24) in una serie di saggi che vanno dagli anni Settanta fino agli
anni Novanta esaminò, tra l'altro, i rapporti di Bruno con la matematica a
lui contemporanea,(25) con Telesio e Patrizi(26); nel 1991 pubblicò il testo
di cinque lezioni tenute a Napoli nel 1988 presso la sede dell'Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici in cui si analizzava, in modi nuovi, tutto
il problema ecdotico del Bruno volgare(27), a partire dal 1993 iniziò a
pubblicare presso le Belles Lettres, scrivendone anche la Introduction
philologique,(28), l'edizione sia del Candelaio che di tutti i
dialoghi italiani(29)(la quale edizione, precisava nel 1993, "contiene i
testi critici italiani da me stabiliti per la parallela edizione U.T.E.T.
delle Opere italiane di Bruno di cui si attende la pubblicazione del
primo volume"(30); nel 1994, in occasione di un convegno su L'esperienza
inglese di Giordano Bruno organizzato a Londra dal Warburg Institute e
dall'Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, riprese in esame la vexata
quaestio del soggiorno oxoniense di Bruno, individuando nuove
testimonianze(31) poi raccolte, insieme a quelle già note, in un contributo
pubblicato su "Bruniana & Campanelliana".(32)
Non meno intensa è, nello stesso trentennio, l'attività che svolse in
ambito aretiniano. Dopo i saggi pubblicati negli anni Cinquanta e Sessanta -
fra i quali spicca quello su Aretino e la lingua zerga(33) - è
soprattutto negli anni Ottanta e Novanta che Pietro Aretino divenne uno dei
centri propulsori dì tutta la sua attività: è del 1992 l'edizione delle Poesie
varie, curate insieme ad A. Romano; dello stesso anno quella dei Sonetti
sopra i `XVI modi';(35) del 1981 il saggio su Pietro Aretino e altri
poligrafi a Venezia;(36) del 1983 il lavoro sulle Postille inedite di
Pietro Aretino alle Satire dell'Ariosto;(37) del 1986 il contributo su Il
Piacevol Ragionamento de l'Aretino. Dialogo di Giulia e di Madalena;(38)
del 1992 il saggio sugli Autografi aretiniani nell'esemplare marciano del
Furioso del 1532.(39) Bruno e Aretino, dunque, sia sul piano critico che
su quello ecdotico. Nel caso di Aretino, il contributo più importante fu
l'edizione delle Sei giornate, con una consapevole innovazione fin dal
titolo rispetto alla tradizione critica aretiniana, di cui Aquilecchia diede
conto fin dalle prime righe della Nota al testo:
"Sotto il titolo complessivo di Sei giornate riproduco, in
trascrizione critica, il testo delle edizioni originali - apparse,
rispettivamente, nel 1534 e nel 1536 - di due distinte opere aretiniane: il Ragionamento
della Nanna e della Antonia e il Dialogo… nel quale la Nanna… insegna a la
Pippa; opere suddivise in tre `giornate' ciascuna, e che una tradizione
non del tutto lineare, iniziata con l'edizione londinese del 1584, ha
divulgato - sulla base, quanto al Ragionamento, di edizioni
rimaneggiate - con il titolo di Prima (e seconda) parte dei Ragionamenti".(40)
Sul significato di questa scelta - e in generale, sull'importanza di questo
lavoro nell'ambito degli studi aretiniani gli specialisti di Aretino si sono
variamente espressi, ed è prevedibile che essi continuino a farlo,
trattandosi di un'opera viva e tuttora importante; una cosa, comunque, si può
dire con sicurezza: l'edizione delle Sei giornate, preparata da
Aquilecchia negli anni di Manchester, rappresentò uno dei momenti di maggiore
impegno e di più matura risoluzione del suo lavoro di editore.
Nel caso di Bruno - si è già accennato - il capo d'opera fu costituito,
anzi- tutto, dal ritrovamento della redazione finale della Cena de le
Ceneri, una data - e una scoperta - che fecero epoca nella storia della
critica bruniana, perché aprirono una fase di studi destinata a riproporre in
modi del tutto nuovi, nei decenni successivi, la figura e l'opera del Nolano.
Quale fosse lo stato dell'arte quando diede inizio alle sue ricerche, è
Aquilecchia stesso a dircelo in una pagina importante, nella quale si
intrecciano `autobiografia' e `storiografia', che vale la pena di riportare
per intero:
"L'edizione allora corrente delle opere italiane di Giordano Bruno era
costituita dalla seconda edizione laterziana delle Opere italiane
appunto, a cura, rispettivamente, di Giovanni Gentile per i sei dialoghi (1925
e 1927) e di Vincenzo Spampanato per la commedia (1923). Il superstite corpus
italiano di Bruno aveva avuto in precedenza, dopo le stampe cinquecentine - e
oltre alla prima edizione laterziana, di cui dirò tra poco - un duplice
rilancio ottocentesco, l'uno e l'altro in terra germanica: il primo, a Lipsia
nel 1830 con il titolo inesatto di Opere, il secondo con la data del
1888, apparso però nel 1889, a Gottinga, anch'esso in due volumi a cura di
Paul Lagarde […]".
Se questo era il quadro generale, Aquilecchia si preoccupava di specificare
subito quali erano i termini effettivi del problema, sottolineando gli
insuperabili limiti, le carenze e la sostanziale inutilizzabilità
dell'edizione Wagner, mentre di quella del Lagarde riconosceva il valore,
precisando che è ad essa "che si potrebbe far risalire l'inizio
dell'ecdotica bruniana". E subito dopo chiariva la ragione di un giudizio
così impegnativo:
"Questa edizione, che ebbi in passato occasione di definire `paradiplomatica'
[...] veniva sostanzialmente a sopperire alla difficoltà allora senza dubbio
assai più che in seguito incontrata dagli studiosi nel consultare le
cinquecentine bruniane; per di più ad un'epoca in cui lo sviluppo e la
commercialità di vari metodi fotoriproduttivi era tuttora incipiente. Il
limite maggiore dell'edizione gottinghese - concludeva Aquilecchia mi sembra
costituito dal fatto che il benemerito editore non sembra essersi preoccupato,
in una pur nutrita (ma a tratti emotivamente digressiva) nota ai testi, di
fornire una esplicita ed esauriente specificazione degli esemplari di cui si
servì per stabilire i testi critici del corpus italiano". Sottolineato
questo limite del lavoro del Lagarde - e avviando il discorso sull'edizione
gentiliana Aquilecchia metteva l'accento su un punto importante: sul
"fatto che l'edizione lagardiana sia servita di base - almeno per quanto
concerne i sei dialoghi - per la terza edizione completa delle opere italiane
di Bruno: "alludo precisava Aquilecchia all'edizione delle `Opere
italiane' il cui primo e secondo volume, contenenti i dialoghi, furono inclusi
come volumi Il e VI nei `Classici della filosofia moderna a cura di B. Croce e
G. Gentile' degli editori Laterza di Bari, mentre il terzo volume, contenente
la commedia, uscì fuori collana". Anche del lavoro di Gentile,
Aquilecchia si preoccupava di mettere in evidenza quelli che a suo giudizio
erano i caratteri e anche i limiti (a cominciare dalla mancata specificazione
della base testuale della sua edizione); ma, fatto questo, veniva al punto che
per lui, in questo caso, era il più importante: la "preziosa
singolarità" individuata da Gentile nell'esemplare napoletano della
Cena, che "dopo il primo foglio - aveva scritto Gentile - ci dà quattro
pagine finora sconosciute ai bibliofili e agli studiosi di Bruno, contenenti
una redazione primitiva del principio del primo dialogo della Cena, e
precisamente del brano compreso nelle prime cinque pagine numerate degli altri
esemplari noti; le quali sono le ultime cinque del primo foglio".
"Resoconto" con cui - osservava a sua volta Aquilecchia - Gentile
"veniva ad apportare il maggior contributo alla critica testuale bruniana
anteriormente alle trouvailles di quarant'anni più tardi",cioè
alla scoperta da parte dello stesso Aquilecchia della "lezione
definitiva" della Cena de le Ceneri, con la "redazione
differenziata del dialogo II e principio del III, corrispondente al foglio D
della Cena, che - ricordava ancora Aquilecchia nel 1988 - avevo reso
nota appunto con la memoria lincea sulle varianti a penna e pagine manoscritte
inserite nell'esemplare a stampa della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
segnato 71.11.A.17 […]".(41)
Nel 1988, a distanza appunto di quarant'anni, Aquilecchia inseriva
dunque quella sua scoperta nella storia dell'ecdotica bruniana tra la fine
dell'Ottocento e il Novecento. E lo faceva, ormai, con occhio da storico. Ma
riportata all'anno in cui fu fatta, e analizzata alla luce di quelli che erano
allora gli standards degli studi su Bruno, quella "scoperta"
ci appare davvero un evento memorabile per gli studi bruniani: "tanto
più felice - ebbe a scrivere A. Monteverdi presentando la Memoria di
Aquilecchia ai Lincei - in quanto che la nuova redazione, come l'Aquilecchia
dimostra con validi argomenti, rappresenta il testo definitivo della Cena
de le ceneri; con le ultime modificazioni che l'autore ebbe ad
apportarvi".(42) Si può dire di più, oggi: con la pubblicazione della
Memoria lincea iniziò una nuova stagione critica degli studi bruniani,
destinata ad incidere profondamente sullo studio della figura e dell'opera di
Bruno e, in modo particolare, sulla conoscenza di momenti salienti
dell'esperienza inglese del Nolano. Quella scoperta aveva, infatti, molti
meriti: anzitutto, come ebbe a dire lo stesso Aquilecchia nel 1992, essa dava
conto di "quel che rimane tuttora l'esempio più eclatante delle
variazioni apportate da un autore non pure cinquecentesco ma altresì di
secoli successivi ad una propria opera nel corso della stampa della medesima
[...]: esse innestano infatti un intero foglio (segnato con la lettera D)
dell'edizione originale, superando in tal modo notevolmente, a livello non
pure linguistico ma redazionale, i due analoghi esempi canonici della
letteratura italiana: il Furioso ariostesco del 1532 e i Promessi
sposi del 1840".(43) In secondo luogo, correttamente analizzate,
quelle variazioni consentono dì cogliere i motivi di ordine tattico religioso
che sono alla base degli interventi operati da Bruno sul testo della Cena,
illuminando in modo del tutto nuovo il problema assai complesso dei suoi
rapporti con gli ambienti oxoniensi e londinesi - a cominciare dalla corte di
Elisabetta d'Inghilterra e dallo scontro tra anglicani e puritani che investe
la Chiesa inglese proprio negli anni del soggiorno inglese del filosofo. In
terzo luogo, testimoniano con evidenza quale fosse il modo di lavorare di
Bruno, che era solito intervenire anche in tipografia, correggendo i suoi
testi sia latini che volgari fino all'ultimo momento. In quarto luogo,
dimostrano senza ombra di dubbio la necessità di ricorrere ai criteri e ai
principi della bibliografia testuale (elaborati in modo particolare, nei suoi
lavori esemplari, da Conor Fahy) per poter studiare testi a stampa moderni.
Punto, questo, decisivo, del quale Aquilecchia era del tutto consapevole, come
risulta ad esempio dall'intervento presentato al Convegno leccese del 1984 su La
critica del testo. Problemi di metodo ed esperienze di lavoro.(44)
Come si è detto, in queste (poche) pagine si sono voluti ricordare solamente
alcuni aspetti più importanti della figura e dell'opera di Aquilecchia, senza
alcuna pretesa di completezza e lasciando a lui volutamente, per quanto
possibile, la parola. Su qualche altro punto vale, tuttavia, la pena di
fermarsi in conclusione. Aquilecchia fu un italianista, uno studioso e un
professore di letteratura italiana. A questa qualifica tenne sempre, e così -
Schede di italianistica e Nuove schede di italianistica - volle intitolare
due delle sue più importanti raccolte di saggi. Ma fu un italianista
particolare, attento a cogliere i rapporti della letteratura con le altre
discipline, a cominciare dalla filosofia. Ebbe sempre consapevolezza che nel
Rinascimento i nessi fra le discipline sono assai più mobili e complessi di
quanto non accada successivamente, quando si separano e si autonomizzano nell'
`ordine' delle moderne `enciclopedie del sapere'. Basta pensare ai suoi
interessi per Bruno e per Della Porta per vedere all'opera questa capacità di
cogliere gli intrecci dello spazio letterario con la dimensione filosofica,
religiosa, magica. Resta difficile intendere quanto in questa impostazione
abbia inciso l'esperienza fatta presso l'istituto Warburg, a diretto contatto
con Frances Yates. Sta di fatto che dalle posizioni della studiosa inglese - e
dalla sua interpretazione di Bruno in chiave ermetica Aquilecchia si
distanziò assai presto, come egli stesso ebbe più volte modo di ricordare.
È probabile dunque che in quella capacità di cogliere i nessi fra discipline
e campi diversi abbia giocato, oltre che una personale sensibilità, anche la
formazione avuta in Italia, presso i maestri dell'Istituto di Filologia
moderna, Se questo è vero se cioè in Aquilecchia operò questa attenzione
alla complessità dei processi storici, colti nell'esperienza intellettuale di
figure d'eccezione come Bruno, Aretino> Della Porta - è altrettanto vero
che fu la dimensione letteraria, e specificamente filologica, ad interessarlo
negli autori che venne studiando. Nel binomio tra filologia e critica messo a
fuoco da un maestro come Lanfranco Caretti (fin dal titolo di un suo libro
famoso e assai bello) è sul primo polo che Aquilecchia si concentrò, facendo
scaturire dall'esercizio filologico la proposta critica. Ma egli non fu
indifferente alla dimensione di carattere filosofico, sulla quale si soffermò
anche negli ultimi anni. Coerentemente al suo lavoro, i problemi che
interessarono maggiormente Aquilecchia furono soprattutto quelli del Bruno
`volgare' la qual cosa non gli impedì - e va sottolineato - di misurarsi con
questioni centrali degli scritti latini, a cominciare dalla `matematica'
bruniana e dal problema del minimo. Del resto, come sopra si è ricordato,
già nel 1964 ebbe il merito di pubblicare il testo delle Praelectiones
geometricae e dell'Ars deformationum.
C'è un punto, però, che soprattutto colpisce nel lavoro di
italianista, di filologo di Aquilecchia: ed è il suo essenziale carattere dì
work in progress. In accordo, verrebbe da dire, con la lezione della migliore
filologia classica italiana, Aquilecchia non coltivò mai l'idea di "faire
le livre".Il saggio più organico che dedicò a Bruno fu quello
pubblicato nel 1971 dall'Istituto della Enciclopedia italiana:" succoso e
preciso, è il testo di cui "la `voce' bruniana nel Dizionario
biografico degli italiani; XIV, 1972, pp. 654-665... rappresenta una
redazione ridotta".(46) Per capire questa scelta, vale la pena di citare
le parole con cui egli giustificò la scelta di utilizzare nella raccolta dei
suoi lavori il termine "scheda" (a differenza di Dionisotti, che
prediligeva quello di "appunti"; ed è una differenza significativa,
perché "appunti" allude a una ricerca in corso, mentre
"scheda" connota una ricerca compiuta, definita):
"La definizione complessiva, pertinente ai singoli contributi, apposta a
questa silloge, potrebbe esimere da qualsiasi preambolo. Gioverà comunque
avvertire che, se essa definizione non vuo1 rappresentare variante men trita o
meno leziosa di equivalenti dizioni tradizionali (del tipo `note>, `noticine'
e perfino `noterelle'), neppure d'altro canto pretende gratuitamente proporsi
come deliberata alternativa all'ormai invalsa adozione di binomi
critico-metodologici in funzione di titoli a raccolte di studi originariamente
eterogenei. Quanto ai binomi infatti, nulla c'è da eccepire a chi intenda con
essi enunciare le proprie intenzioni o indicare i propri risultati critico
metodologici [...]. Quanto al valore di variante men trita o meno leziosa, in
ciò si esaurirebbe davvero la sua funzione, qualora il titolo qui adottato
non intendesse soprattutto rilevare, oltre al largo margine di autonomia
genetica dei vari contributi e al loro prevalente carattere di ricerca in
fieri, la loro sostanziale cristallizzazione (o più appropriatamente
`schedatura') critica e bibliografica alle rispettive date originarie di
pubblicazione [...]"(47)
È una dichiarazione assai importante, perché getta luce su un doppio aspetto
di tutto il lavoro di Aquilecchia: da un lato, sulla sua dimensione di
permanente work in progress; dall'altro, sul fatto che questa indagine,
esaminata nella sua dinamica interna e, ormai, nella sua interezza, si
configura volutamente come una serie di "cristallizzazioni" che si
succedono l'una all'altra, secondo una prospettiva critica che, privilegiando
volutamente i `dati' di volta in volta `schedati', diffida di precostituite
`sintesi' di carattere complessivo. Le raccolte dei saggi di Aquilecchia sono
stimolanti perché esibiscono in modo aperto questo stratificarsi di
progressive "cristallizzazioni", corrispondente talvolta a precisi
mutamenti del punto di vista, peraltro esplicitamente segnalati al lettore.
Naturalmente, ogni studioso aggiusta, precisa, corregge, rivede le proprie
posizioni. Ciò che è però caratteristico di Aquilecchia è la forma della
revisione: una continua `approssimazione' al `dato' attraverso la
"cristallizzazione", che dà un ritmo specifico a tutto il suo
lavoro. In questo senso, si può effettivamente dire che la sua fu
costantemente una `officina' aperta, per una scelta critica e metodica del
tutto consapevole. Se si volesse far riferimento alla polemica che tra la fine
dell'Ottocento ed il primo Novecento vide contrapporsi Tocco e Gentile proprio
intorno ai testi di Bruno, si potrebbe dire che Aquilecchia, con il suo
lavoro, fu dalla parte di Tocco. Ciò per cui egli ebbe infatti interesse
prioritario fu, appunto, il `dato', l'inesauribile e irriducibile `dato', con
cui volta per volta si confrontò, in una stratificazione di posizioni che
rifiutano volutamente di risolversi, in via definitiva, secondo un disegno
precostituito. In genere, Aquilecchia non fece mai dichiarazioni
programmatiche di ordine teorico; ne diffidava, probabilmente. Una volta a
Londra ebbe tuttavia a fare a un gruppo di studenti una interessante
distinzione fra due tipi di studiosi: i `credenti' secondo cui alla base dei
processi letterari agisce un principio di necessità, per il quale un libro,
un testo deve essere pubblicato in quel momento, e solo in quel momento; e i `non-credenti',
secondo cui i processi letterari procedono secondo dinamiche storiche da
accertate volta per volta, senza ricorrere a giudizi precostituiti, tanto meno
al principio di necessità. Aquilecchia annoverava se stesso in questa seconda
specie di studiosi, fra i `non-credenti'. È una distinzione che alludeva a
qualcosa di profondo forse, a quanto sopra si è cercato di dire sulla
funzione delle "cristallizzazioni", sul primato del `dato' nella sua
indagine critica ed ecdotica. In ogni caso, ed è questo che soprattutto
importa, Giovanni Aquilecchia ha svolto ricerche importanti e significative
per chi si interessa della cultura del Rinascimento, con cui bisognerà
continuare a fare a lungo i conti.
(1) G. AQUILECCHIA, Schede di italianistica, Torino 1976, pp. vol IX.
(2) ID., Le opere italiane di Giordano Bruno. Critica testuale e oltre, Napoli
1991> pp. 7-8. Il volume raccoglie "il testo di cinque lezioni lette
tra il 30 maggio e il 3 giugno 1988 nel Palazzo Serra di Cassano, Napoli, come
parte dei corsi della Scuola di Studi Superiori (Istituto Italiano per gli
Studi Filosofici) per l'anno accademico 1987-88".
(3) ID., La lezione definitiva della Cena de le Ceneri di Giordano Bruno,
"Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Memorie della Classe di
Scienze morali, storiche, filologiche", VIII s., LII, 4, 1950, pp.
209-243, ora in ID., Schede bruniane (1950-1991), Manziana 1993, pp.
139.
(4) ID., Schede bruniane, cit., p. XI.
(5) Per queste notizie, cfr. la Premessa a G. BRUNO, La Cena de le Ceneri, a
cura di G.Aquilecchia, Torino 1955, p. 12.
(6) Aquilecchia, Schede dì italianistica, cit., p. IX.
(7) Ibid.
(8) AQU1LECCHIA, Premessa a BRUNO, La Cena de le Ceneri, cit., p 11.
(9) ID., Schede di italianistica, cit., p. IX.
(10) Ivi, pp. 177-205 e 207-217.
(11) Ivi, pp. 20-21. Cfr. G. VILLANI, Cronica. Con le continuazioni di Matteo
e Filippo, scelta, introduzione e note di G. Aquilecchia, Torino 1979.
(12)Ivi, p. X. I saggi sopra citati sono tutti raccolti nello stesso
volume.
(13)" G. Aquilecchia, Nuove schede di italianistica, Roma 1994
(14)ID., Schede di italianistica, cit., pp. X-XI.
(15)Ivi, p. X.
(16)A conferma dell'interesse per questi temi, il lavoro della Yates fu
tradotto abbastanza rapidamente anche in italiano: Giordano Bruno e la
tradizione ermetica, Bari 1969.
(17)Aquilecchia, Schede di italianistica, cit., p. XI.
(18)G. Aquilecchia, Lezioni inedite di Giordano Bruno in un codice della
Biblioteca Universitaria di Jena, "Accademia Nazionale dei Lincei.
Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche, filologiche", VIII
s, fasc. 7-12, 1962, pp. 463-485. ora in ID., Schede bruniane, cit.,pp.
213-236.
(19)ID., Schede bruniane, cit., p. XXIV. Per il testo delle Praelectiones
geometricae e dell'Ars deformationum cfr. G. BRUNO, Praelectiones geometricae
e Ars deformationum. Testi inediti a cura di G AQUILECCHIA, Roma 1964.
(20)G. AQUILECCHIA, Ancora su Giordano Bruno a Oxford, "Studi
secenteschi", IV, 1963 (1964), pp. 3-13 (con il sottotitolo In margine a
una recente segnalazione), ora in ID., Schede bruniane, cit. pp.
243-252.
(21)P. ARETINO, Sei giornate. Ragionamento della Nanna e dell'Antonia (1534) e
Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa (1536), a cura di G. Aquilecchia,
Bari 1969.
(22) Per i saggi su Della Porta di quegli anni cfr. La sconosciuta
Metoposcopia di G. B. Della Porta, di una differenziata del Cardano e di
quella del Magini attribuita allo Spontoni, "Filologia e critica",
X, 1985, fasc. II-III (Omaggio a L. Caretti), pp. 307-324; Appunti sulla
letteratura metoposcopica tra Cinque e Seicento, "Giornale critico della
filosofia italiana"> VI s., voI. VI, LXV (LXVIII) 1986, pp. 310 330;
La Metoposcopia di G A. Magini: nuovi appunti, "Quaderni veneti">
VIII, 1988, pp. 110 130; Ancora su G. B. Della Porta e l'inquisizione. A
proposito di una postilla di G. Paparelli, "Studi secenteschi", XXI,
1980 (1981), pp. 109-114. Tutti questi saggi sono ora raccolti in AQUILECCHIA,
Nuove schede dì italianistica, cit., pp. 240-320.
(23)G. BRUNO, De la Causa, Principio et Uno, a cura di G. Aquilecchia, Torino
1973.
(24)G. AQUILECCHIA, Un documento bruniano recuperato l'Artificium
Aristorelico-Lullio-Rameum di Hans von Nostitz, "Studi secenteschi",
XVII, 1076 (1977), pp. 155-159, ora in ID.,Schede bruniane, cit., pp.
281-286.
(25)ID., Brano e la matematica a lui contemporanea, "Giornale critico
della filosofia italiana", LXIX, 1990, pp. 151-159, ora in ID., Schede
bruniane, cit., pp. 311-318.
(26) Bruno, Patrizi e Telesio nella prospettiva di G. Bruno, in Atti del
Convegno internazionale di Studi su Bernardino Telesio (Cosenza. 12-13 maggio
1989), Cosenza 1990; Ancora su Bruno e Telesio, in Bernardino Telesio e la
cultura napoletana, Atti del Convegno (Napoli, 15-17 dicembre 1989), Napoli
1992.
(27) Aquilecchia, Le opere italiane dì Giordano Bruno, cit.
(28)G. Aquilecchia, Introduction philologique, in G. BRUNO, Ouvres complètes,
I: Chandelier. Texte établi par G. Aquilecchia, Preface et notes de G.
Barberi Squarotti, Traduction de Y. Hersant, Paris 1993, pp. IX-LXVII.
Interessanti sono anche le osservazioni di carattere autobiografico con cui
Aquilecchia apre il suo testo, ricordando anche in questo caso - sia pur per
distanziarsene il suo maestro Sapegno: "Je crois inévìtable, lorsqu'on
s'appréte à présenter le résultat d'un travai] qui, avec des interruptions
plus ou moin prolongees, a occupé plus de quarante ans d'une vie, de se
reporter par la pensée à l'époque et aux circostances dans les quelles ce
travail a vu le jour. L'époque est le lendemain de la seconde guerre
mondiale. Dans l'Italie de ces annèes-là, tandis que se développaient en
littérature un courant de poésie engagée et une forme de récit
néo-realiste, on assistait sur le plan de la critique à une réaction contre
le néo-idéalisme de Benedetto Croce: eIle se traduisit soit par un
historicisme d'origine marxiste, dans le cas le plus extrèmes (tel fur le
tornant critique que prit mon maìtre, Natalino Sapegno), soit par un
philologisme technique et néanmoins soucieux de résultats historiquement
probants. Cette second option fut la mienne".
(29)La pubblicazione dell'edizione delle opere italiane di Bruno a cura di
Aquilecchia avviata dalle Belles Lettrea nel 1993 si è conclusa nel
1999.
(30) Per il riferimento alla parallela edizione U.T.E.T., cfr. AQUILECCHIA,
Schede bruniane, cit., p. IX.
(31)G. Aquilecchia, Bruno at Oxford beteween Aristotle and Copernicus, in
Giordano Bruno 1583-1585 The English Experience / L'esperienza inglese, Atti
del Convegno (Londra, 3-4 giugno 1994>, a cura di M. Ciliberto e N. MANN,
Firenze 1997, pp. 117-124.
(32)ID., Giordano Bruno in Inghilterra (1583-1585). Documenti e testimonianze,
"Bruniana & Campanelliana", I, 1995, 1-2, pp. 21-42.
(33)ID., Pietro Aretino e la lingua zerga, "Atti e Memorie
dell'Arcadia", III s., vol. IV> fasc.IV, 1967, pp. 3-17 (Studi in
onore di Alfredo Schiaffini), ora in ID., Schede di italianistica, cit., pp.
153-169. Nelle Schede Aquilecchia precisa che il testo era stato
precedentemente edito "su base testuale provvisoria e con una postilla
qui incorporata nel testo".
(34)P ARETINO, Poesie varie, Edizione nazionale delle Opere di Pietro Aretino,
I, I, a cura di G AQUILECCHIA e A. ROMANO> Roma 1992. (35)ID., Sonetti
sopra i `XVI modi', a cura di G. AQUILECCHIA, Roma 1992.
(36) G. Aquilecchia, Pietro Aretino e altri poligrafi a Venezia, in Storia
della cultura veneta, 3/II, Vicenza 1981, pp. 61-98, ora in ID., Nuove schede
di italianistica, cit., pp. 77-138. E' lo stesso Aquilecchia a ricordare in
nota che i paragrafi 1-4 erano stati anticipati nella Introduzione alle Sei
giornate (Nuove schede di italianistica> cit., p. 78, nota).
(37)ID., Postille inedite di Pietro Aretino alle Satire dell'Ariosto, in
Miscellanea di studi in onore di Vittore Branca, vol. III, Umanesimo e
Rinascimento a Firenze e a Venezia, tomo 2, Firenze 1983, ora in ID., Nuove
schede di italianistica, cit., pp. 180-200.
(38)ID., Presentazione de Il Piacevol Ragionamento de l'Aretino. Dialogo di
Giulia e di Madalena, a cura di C. GALDERISI, introduzione di E. RUFI, Roma
1987, ora in AQUILECCHIA, Nuove schede di italianistica, cit., pp. 202-208: è
lo stesso Aquilecchia a precisare che la Presentazione é datata Londra,
novembre 1986.
(39)ID., Gli autografi aretiniani nell'esemplare marciano del Furioso del
1532, "Quaderni veneti", XV,I> 1992, fasc. 2, pp. 325-334, ora in
ID., Nuove schede di italianistica, cit., pp. 169-179.
(40)ID., Nota, in ARETINO, Sei giornate, cit., p. 360.
(41) Per queste citazioni cfr. ID., Le opere italiane di Giordano Bruno, cit.,
pp. 8-16,28.
(42)Le parole di Monteverdi si possono leggere ora in ID., Schede bruniane,
cit., p. X.
(43)G. AQUILECCHIA, Introduzione, "Nouvelles de la République des
Lettres", II, 1994, pp. 12-13, fascicolo che raccoglie gli Atti del
Convegno dedicato a Fonti e motivi dell'opera di Giordano Brano (Cassino,
11-12 dicembre 1992).
(44)ID., `Redazioni a stampa' originarie e seriori (considerazioni di un
editore di testi cinquecenteschi), in La critica del testo Problemi di metodo
ed esperienze di lavoro. Atti del Convegno di Lecce, 22-26 ottobre 1984, Roma
1985, pp. 67-80, ora in ID., Nuove schede di italianistica, cit., pp.
1-32.
(45)ID., Giordano Bruno. Roma 1971.
(46)ID., Schede bruniane, cit., p. IX.
(47)ID., Schede di italianistica, cit., p. VII.
Caro Guido, dono per il tuo sito questa lettera di stupendo candore, quasi
ingenuo, che mi spedì Giovanni Aquilecchia, in risposta ad un mio conato di
richieste esistenziali e totali. Il dolore per la sua scomparsa è forte
ma non abbastanza. Era in mia previsione un viaggio a Londra per
incontrarlo.......
Londra 29 gennaio 2001
Caro Roberto
la ringrazio per la sua gentile lettera che pone quesiti ai quali ahimè è
difficile, per non dire impossibile, rispondere. Essi testimoniano comunque il
suo ingegno filosofico e il suo interesse per gli studi bruniani. Il che non
è poco. Per il resto, continuiamo pure a riflettere e ad accontentarci di
trovare appagamento nella riflessione: il che pure non è poco.
Intanto saluti e auguri cordiali
a presto suo
Giovanni
Si a presto Aquila....davvero a presto.
Roberto Saviano
| domenica , 05 agosto 2001 | |
| Addio Aquilecchia, studioso di Bruno e Aretino |
| LUTTI E' scomparso uno dei massimi esperti del
Rinascimento italiano. Addio Aquilecchia, studioso di Bruno e Aretino.
Non soltanto uno dei maggiori studiosi di Giordano Bruno ma anche uno
dei massimi esperti di letteratura rinascimentale. Questo, in poche
parole, il ritratto di Giovanni Aquilecchia, scomparso a Londra il
pomeriggio di venerdì 3 agosto. Aquilecchia era nato a Nettuno nel
1923 e si era laureato in lettere all' Università di Roma nel 1946.
Dopo un diploma di perfezionamento in filologia moderna (sempre a
Roma), aveva insegnato letteratura italiana in alcune delle più
rappresentative università britanniche sino a diventare professore
emerito: a Londra, a Manchester e al Bedford College. Oltre a Giordano
Bruno, al quale aveva dedicato una biografia e varie edizioni critiche
di diverse opere, Aquilecchia concentrò le sue ricerche su personaggi
come Pietro Aretino (delle cui Sei giornate ci ha dato, per Laterza,
l' edizione critica più importante; inoltre ha curato nell' edizio ne
nazionale i Sonetti sopra i XVI modi). Tra le sue numerose pubblicazioni:
i Dialoghi italiani di Giordano Bruno, di cui riprese l' edizione con
note di Giovanni Gentile (il volume uscì da Sansoni nel 1958), le
Schede di Italianistica (Einaudi 1976 ) e le Nuove schede di
italianistica (Salerno 1994). Va ricordato infine che sul prossimo
numero della rivista «Filologia e Critica» verrà pubblicata la sua
risposta a una polemica (per una recente
edizione delle opere italiane di Giordano Bruno) che lo vide
contrapposto a Michele Ciliberto.
|
|
Independent Professor Giovanni
Aquilecchia Giovanni Aquilecchia will be remembered mainly
for his meticulous work on the Italian philosopher Giordano Bruno and on
the poet Pietro Aretino, and for his essays published in Schede di
Italianistica (1976) and Nuove Schede di Italianistica (1994). In a
frenetic age, his scholarship was marked by meditated, carefully
balanced judgment, and by a selective approach to the authors he chose
to study.
The Times
Giovanni Aquilecchia, Italianist, was born on November 28, 1923. He died on August 3, 2001, aged 77.
|
dal SECOLO D'ITALIA del 5 ottobre 2001
Giovanni Aquilecchia, "Giordano Bruno", Nino Aragno Editore, Torino 2001, pp. 140, £. 22.000
Continua ad affascinare la vicenda umana e teoretica dell’eretico Nolano, arso nudo in Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600. In occasione del quattrocentesimo anniversario del martirio del Filosofo, si sono succedute, in Italia e all’estero, le manifestazioni ed i convegni che ne hanno ricordato il pensiero e l’azione. E’ stato tra l’altro creato un Parco Letterario diretto dal Prof. A. Porcelli sul monte Cicala, a Nola, dove ebbe i natali l’inquieto indagatore della Natura. Alcuni contributi all’ermeneutica del Nolano, fatta eccezione per le solite operazioni di speculazione e per le note polemiche sui veri interpreti del suo magistero filosofico, hanno acceso un dibattito che ha percorso il silenzio dei secoli portandoci "a imparar littere de humanità, logica e dialettica" dinanzi alla sua figura silenziosa che parla di un orgoglio intellettuale mai sopito. Tra essi, va segnalato sicuramente l’ultimo lavoro di G. Aquilecchia, uno dei maggiori interpreti del pensiero del Bruno; si devono a lui la traduzione e la diffusione, non solo per gli addetti ai lavori, di molte opere del pensatore campano, altrimenti destinate a circuiti esoterici e pedanti.
Nell’agile e preziosa nuova biografia bruniana, possiamo cogliere l’anima del Nolano, bruciante di passione per la ricerca filosofica, unico strumento di indagine dei mondi infiniti e sola percorrenza dell’umana cogitazione, slacciate finalmente le catene della fede e della teologia, categorie queste, di cui Bruno preferì non occuparsi. Nel testo, che consigliamo per l’agevole lettura, non mancano motivi di grande interesse non solo biografico. Aquilecchia annota acutamente che ancora oggi "non sappiamo quali motivi lo avessero indotto ad entrare nell’Ordine dei Predicatori all’età insolitamente tarda di diciassette anni e mezzo e con una incipiente formazione intellettuale manifestamente mal compatibile con la rigida disciplina conventuale". Il testo scagiona poi Bruno da un’accusa fumosa che ha attraversato molte interpretazioni della sua biografia, seconda la quale il filosofo si sarebbe reso colpevole di un omicidio perpetrato ai danni di un suo accusatore presso l’Inquisizione, preferendo invece puntare l’attenzione sulle lunghe e feconde peregrinazioni intellettuali in Europa di Bruno, dopo aver questi lavorato per pochi mesi a Ginevra in una tipografia, "alla correttione delle prime stampe".
Come lo stesso Nolano annoterà nel "Candelaio", il tempo tutto toglie e tutto dà, ogni cosa si muta nulla s’annichila. L’"Academico di nulla Academia, detto il Fastidito, In tristitia hilaris, in Hilaritate tristis", portò la sua bisaccia di cuoio carica di libri e di destino per le migliori università europee, insegnando a confutare i lacci aristotelici, per rivendicare l’assoluta libertà di pensiero e la forza della filosofia che riscalda il cuore e lo avvicina alla Verità, unico oggetto della Poesia, altrimenti sterile esercizio. Ancora nel "Candelaio" così Bruno si era descritto al lettore-spettatore: "Per lo più il vedrete fastidito, restio e bizzarro: non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d’ottant’anni, fantastico come un cane ch’ha ricevute mille spellicciate". Tra le molte questioni ch’egli trattò "con le maniche rimboccate, a mò di giocoliere", va ricordato che superò intuitivamente l’eliocentrismo della teoria copernicana e propugnò l’unità e l’infinità dell’universo. Nel sonetto "Al malcontento", che apre i cinque dialoghi della "Cena delle Ceneri", aveva scritto: "Non morder, se non sai s’è pane o pietra". Ritenne sempre - questo è ben chiarito nel testo -, che la fede servisse solo per istruire i rozzi popoli, e così le chiese. Altrove, nello Spaccio della bestia trionfante, diede corso alla più radicale critica al cristianesimo prima di F. W. Nietzsche. Jacopo Corbinelli, in una lettera a G.V. Pinelli, lo dipinge "piacevol compagnietto, epicuro per la vita".
E’ certo, ad ogni modo, che la sua filosofia lavò il capo al povero Aristotele. Aquilecchia inoltre – è questa a nostro avviso la tesi più seducente del volume-, ritiene che il ritorno di Bruno in Italia non sia dovuto tanto all’invito del nobile veneziano Mocenigo, che poi ne vendette le carni all’Inquisizione, quanto alla confidenza, da parte del filosofo, di ottenere una cattedra di matematica all’Università di Padova: "Questa fu la meta ideale e immediata del suo ultimo viaggio". Altre notizie dischiudono l’increspata ricostruzione del processo e dei costituti bruniani; sappiamo oggi che Bruno presentò al tribunale dell’Inquisizione, il 20 dicembre 1594, una scrittura di oltre ottanta pagine, non pervenuteci; ottenne poi carta per scrivere solo il 16 dicembre 1598, allo scopo di integrare la propria difesa. Nel ventiduesimo ed ultimo costituto, il 21 dicembre 1599, il Nolano dichiarò che non voleva pentirsi né avrebbe saputo cosa ritrattare, dato che le sue opere trattavano materia filosofica e non teologica. Guardando i suoi giudici pronunziò paroel che gelarono il sangue dei tunicati: "Avete più paura voi nel giudicarmi, che io nel ricevere la condanna".
Bruno pagò questa coerenza con l’effusione del sangue, forse rivolgendo l’ultimo pensiero a Morgana, la sua donna, sicuramente sapendo che avrebbe superato le ceneri dell’Inquisizione e le condanne dell’Indice per ripresentarsi, misteriosa domanda infinita, secoli dopo, al cuore ed all’intelligenza di un Maestro come Giovanni Gentile, che per prima ne collocò il genuino pensiero nell’arbor philosophorum di tutti i tempi, mettendo in moto una riscoperta, non ancora conclusa, di un uomo cui non bastò neanche la mordacchia a frenare un pensiero che prorompe ancora, pieno di echi con la storia che viviamo, nei nostri cuori avidi di verità e di vita. La sua storia, come un’aquila, s’aggira ancora inquieta per il mondo.
GERARDO PICARDO