Bruno e gli anglofoni

Dall’epoca del Grand Tour l’Italia ha suscitato un’attrazione particolare nei figli di Albione. I primi decenni dell’800 videro un nugolo di inglesi, autentico sciame ronzante, calare nella nostra penisola eleggendo alveari nelle principali località, con una predilezione per Firenze. Esiste ancora, in Piazzale Donatello, un cimitero che conta 760 loro sepolture. Dai registri di iscrizione al Gabinetto Vieusseux – circolo di lettura creato nel 1819 dallo svizzero Giovan Pietro Vieusseux a Palazzo Buondelmonti – si nota la massiccia frequentazione di inglesi a questa pregevole istituzione, tra le prime a dotarsi di giornali e comodi divani a disposizione per la lettura (e altro). Il fatto curioso è che si trattava per la gran parte di focosi capitani (non maggiori o colonnelli) che in tanti casi furono piuttosto lenti a rinfoderare lo spadino, lasciando incinte stuoli di fanciulle, la più nota delle quali fu Ottilie von Goethe, moglie del figlio gnoccolone[1] del grande tedesco. Con questo preambolo cerchiamo di spiegare come mai, parlando del Bruno, ci imbattiamo spesso in personaggi anglofoni. Orbene, la professoressa americana Ingrid A.Rowland ha il merito di far conoscere con le sue traduzioni e divulgazioni alcune opere non comuni nemmeno in Italia, come i Dieci libri di Architettura di Vitruvio e gli Eroici Furori. Nel 2008 ha pubblicato una biografia del Bruno[2], da noi edita da Laterza, di ampio respiro, che tuttavia ci ha lasciato qualche perplessità. A parte il non aver citato la biografia di Dorothea Waley-Singer, dalla quale l’autrice trae diverse asserzioni, che fu un pilastro se paragonata ai tempi (1950) e di cui nessuno vuole più ricordarsi, abbiamo provato una certa inquietudine quando, parlando dei Libri Sententiarum di Pietro Lombardo (ca.1100-1160) la Rowling scrive: “Il manuale era stato scritto nel XII secolo dal domenicano Pietro Lombardo” (pag.53). Ora un lapsus può sfuggire: come si sa, domenicani sono detti i frati dell’Ordine dei Predicatori, approvato a fine 1216 e fondato un anno prima da Domenico di Guzmàn (1170-1221) a Tolosa; ma poco dopo leggiamo, con disagio: “Pietro Lombardo, nelle sue Sentenze, gli aveva conferito un significato più specificamente teologico: il domenicano…” concetto ribadito infine alla pag.54: “precisione domenicana di Pietro Lombardo” . Strano che nessuno dei numerosi revisori, da lei citati nei Ringraziamenti, si sia accorto di queste pulci che, benevolmente, desideriamo togliere.

Buonamico Buffalmacco    

[1] Vedi il divertente libro di Anacleto Verrecchia, Schopenhauer e la Vispa Teresa, Donzelli 2006

[2] Giordano Bruno Philosopher/Heretic, Farror, Straus and Giroux LLC, New York 2008

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