Giordano Bruno, eretico più forte di ogni rogo

La sua lezione: tolleranza, gratuità della conoscenza e critica dei fondamentalismi
Presentata a Londra l’edizione critica delle opere del pensatore condannato a morte. Ne parla Nuccio Ordine, suo grande studioso

L’evento è di rilievo. Dopo l’edizione francese Belles Lettres, finalmente anche l’Italia ha l’edizione critica delle Opere italiane di Giordano Bruno, curata da Giovanni Aquilecchia per l’Utet. Filosofo molto amato o molto odiato, Bruno è purtroppo poco letto. Eppure le sue pagine appaiono geniali anche ai profani. Si tratta ora di farlo uscire dagli stereotipi e apprezzarlo per quello che è: un pensatore grandissimo che ha discusso con anticipo tanti temi della modernità. Ne parliamo con Nuccio Ordine, che di Giordano Bruno è studioso di fama internazionale (il suo libro, La cabala dell’asino , è stato già tradotto in cinque lingue), prefatore e coordinatore di questa edizione Utet.

Perché Bruno, oggi?
«Basta rileggere alcune sue pagine per capirlo. In un’epoca in cui le scuole e le università vengono trasformate in aziende e il sapere diventa uno strumento per adeguarsi alle logiche del mercato, le riflessioni di Bruno suonano come un monito: rivendicano la gratuità della conoscenza. Non si studia per accumulare ricchezze o potere. Si studia per capire se stessi e il mondo. Per imparare a pensare criticamente. Ma la conoscenza, al contrario di quanto oggi vogliono far credere certe pedagogie edonistiche, non è un dono, ma frutto di una faticosissima conquista».

È difficile trovare qualcuno che lo dica ai giovani d’oggi.
«Sempre più difficile, in un mondo dove tutto deve essere facile e veloce. Tutta l’esistenza, per Bruno, si concretizza invece in un’inesauribile ricerca del sapere. Solo gli dei, che sanno tutto, e gli ignoranti, che presumono di sapere tutto, non cercano».

A questa riflessione si lega anche un altro tema ancora oggi percepito come eversivo: il rifiuto di un punto di vista assoluto.
«Assolutismi e fondamentalismi sono i mali del presente. La cosmologia infinitistica di Bruno insiste sulla relatività dei punti di vista, distruggendo ogni gerarchia. Una pulce e un pianeta hanno lo stesso peso. Così come tutti gli esseri viventi hanno uguale dignità. Questioni ignorate dai fautori degli scontri religiosi e delle guerre mascherate da missioni di pace».

Senza pluralismo non c’è comprensione dell’Altro.
«La tolleranza è uno dei concetti cardine della filosofia di Bruno. Tollerare significa percepire i limiti del proprio punto di vista e concepire il pluralismo non come ostacolo ma come ricchezza. Per Bruno esistono le religioni, le filosofie, le lingue. Il rigurgito di nazionalismi e di razzismi si pone come una gravissima minaccia per l’Europa e per l’umanità».

Ciò accade soprattutto quando è viva la scissione tra sapere e vita, pensiero e prassi…
«Per Bruno, la vita non può essere separata dalla filosofia. Così come il pensiero non può essere separato da una serie di comportamenti che devono essere in sintonia con esso anche nei gesti più umili. Bruno scrive le sue opere ma nello stesso tempo le sue opere scrivono la sua vita. Non a caso l’ultima pagina della sua filosofia coincide con il rogo di Campo de’ fiori».

Però quel tragico finale ha finito per costruire un mito che, paradossalmente, ha danneggiato le opere, occultandole.
«È per questo che dall’inizio degli anni 90 abbiamo lavorato per fornire un’edizione critica delle sue opere». Che colma, in Italia, un enorme vuoto editoriale …
«Per la prima volta tutte e sette le opere italiane vengono pubblicate assieme: il Candelaio e i sei Dialoghi ritrovano sul piano editoriale quell’unità che esprimono sul piano filosofico. È un evento frutto di un’alleanza tra due grandi editori di classici: Belles Lettres e Utet. Edoardo Pia concesse ad Alain Segonds l’autorizzazione a utilizzare alcuni testi di base che Aquilecchia aveva approntato per l’Utet. A partire da quei materiali, Aquilecchia ha messo a frutto, in Francia, cinquant’anni di filologia bruniana realizzando la sua preziosa edizione critica che oggi viene pubblicata dall’Utet. Questa edizione non avrebbe visto la luce senza il sostegno di Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, che ha promosso gli studi bruniani nel mondo».

Ma anche i commenti e le appendici sono di grande utilità…
«Alla loro stesura hanno collaborato importanti studiosi di diversi Paesi europei, come Badaloni e Barberi Squarotti, Granada e Seidengart. Si è trattato di un lavoro collettivo, durato dieci anni, con storici della filosofia, della letteratura, della scienza. Bruno richiede diverse competenze. Anche l’appendice è ricca di strumenti inediti: per la prima volta c’è un rimario, un incipitario e una tavola metrica di tutti i componimenti bruniani; un saggio sull’iconografia bruniana ricco di immagini e una documentazione iconografica sugli emblemi».

Come si appresta, l’Europa, a celebrare questo evento editoriale?
«Ieri, a Londra, con Conor Fahy, Lina Bolzoni e Jill Kraye. Martedì prossimo, a Parigi, con Ilya Prigogine, Marc Fumaroli e Michèle Gendreau-Massaloux. E poi a Berlino, a Barcellona, a Ginevra e a Bucarest. A partire da questa edizione di Aquilecchia sono in programma traduzioni in tutto il mondo: dalla Cina al Giappone, dalla Germania a diversi Paesi dell’Est europeo.

E il notaio «fotografò» Giordano Bruno sul rogo

Giordano chiama il pane, pane; il vino, vino…ha la dottrina per dottrina, le imposture per imposture…stima gli filosofi per filosofi, gli pedanti per pedanti.

di di Nuccio Ordine – “Corriere della sera” 17/04/2011

RIEMERGE DALL’ ARCHIVIO DI STATO DI ROMA UNA PREZIOSA TESTIMONIANZA DELL’ INQUISIZIONE
In un disegno la prima immagine del filosofo

Bruno CorseraUn nuovo documento sul rogo di Giordano Bruno offre per la prima volta una testimonianza visiva del tragico evento del 17 febbraio 1600: si tratta di un disegno, eseguito dal notaio Giuseppe De Angelis, in cui si vede il filosofo avvolto dalle fiamme. Collocato accanto alla descrizione del trasferimento dell’«eretico» dal carcere di Tor di Nona alla piazza di Campo de’ Fiori, lo schizzo mostra Bruno di tre quarti, con addosso una tunica, e con le braccia dietro il corpo, probabilmente legate a un palo come spesso accadeva. Il volto presenta dettagli interessanti: un filo di barba sembra marcare i contorni del viso, mentre il tratto molto accentuato degli occhi e delle sopracciglia potrebbe far pensare a uno sguardo marcato, quasi minaccioso. Questo prezioso inedito è stato rinvenuto nell’ Archivio di Stato di Roma da Michele Di Sivo e Orietta Verdi nel corso del restauro di alcuni documenti in occasione della mostra dedicata a Caravaggio a Roma (fino al 15 maggio), in cui sono esposte testimonianze sconosciute sul soggiorno nell’ Urbe del grande pittore. Si tratta del registro che raccoglie gli avvenimenti accaduti tra il 1° gennaio e il 31 marzo 1600. L’ intervento dei restauratori ha permesso di recuperare quasi il settanta per cento del testo in latino. Ma già una prima trascrizione, effettuata da Di Sivo e dalla Verdi, presenta, nonostante alcune evidenti lacune, interessanti informazioni finora rimaste sconosciute agli specialisti. Il notaio De Angelis, come era nella prassi, registra che Bruno, trovandosi detenuto presso il governatore di Roma (che all’ epoca era Ferrante Taverna) viene affidato al giudice Giovanni Battista Gottarello per far eseguire la condanna comminata dal Tribunale dell’ Inquisizione. Il nome di Gottarello non era mai apparso prima in nessun documento: spetta a lui dare il via al corteo che accompagna Bruno in Campo de’ Fiori. L’ Inquisizione, infatti, affidava al braccio secolare l’ esecuzione della pena capitale. Tra i testimoni del rogo, figurano il cardinale Giulio Antonio Santori di Santa Severina e lo stesso notaio De Angelis. L’ unico importante resoconto del supplizio del Nolano, in cui si descrive l’ atteggiamento sdegnato di Bruno che reagisce con ferocia quando gli presentano un crocifisso, è conservato in una lettera spedita da Roma, proprio il 17 febbraio 1600, da Kaspar Schoppe al suo maestro Konrad Rittershausen. Da quest’ ultimo, probabilmente, il grande Keplero avrebbe potuto attingere le informazioni che hanno ispirato la sua famosa missiva del 1607 in cui si accenna alla tragica fine dell’ «infelice» filosofo. In assenza degli atti processuali e di fronte alla carenza di documenti che riguardano la vita di Bruno, questa nuova scoperta aggiunge una piccola tessera alla ricostruzione degli avvenimenti. Ma l’ elemento più prezioso riguarda il disegno del notaio. Si tratta di uno schizzo, è vero. Si tratta di un manoscritto purtroppo deteriorato dall’ umidità, senza dubbio. Ma l’ abbozzo dell’ unica testimonianza visiva del rogo potrebbe fornire, se studiata a fondo e con strumenti che possono permettere di distinguere con maggiore chiarezza il tratto della mano dalle sbavature dell’ inchiostro, qualche dettaglio utile a rispondere ad alcuni interrogativi. Bruno aveva veramente la mordacchia, il morso collocato in bocca? Solo un documento la menziona, senza altri riscontri. E ancora: Bruno viene bruciato nudo, come è ricordato soltanto in una nota della Confraternita di San Giovanni Decollato? A una prima analisi del disegno sembrerebbe che Bruno indossasse una tunica, mentre resta difficile confermare o smentire la presenza della mordacchia (il tratto della bocca resta non abbozzato: per distinguere i limiti della barba o per voler marcare la bocca chiusa?). Altre interessanti indicazioni potrebbero chiarire dettagli del volto del Nolano. Lars Berggren ha mostrato che tutti i ritratti del filosofo finora conosciuti sono stati eseguiti molto tempo dopo la sua morte. Dagli interrogatori degli atti veneziani ricaviamo l’ unico racconto, molto vago, di un testimone che descrive Bruno come «un homo piccolo, scarmo, con un pocco di barba nera». Del resto, anche nel Candelaio il pittore Gioan Bernardo (le iniziali, G. B., rafforzano nella commedia il suo ruolo di alter ego dell’ autore) viene rappresentato con una «negra-barba». E in effetti il disegno del notaio De Angelis sembrerebbe confermare la presenza della barba che correrebbe lungo tutto il volto. Ma questo schizzo – che, lo ripetiamo, merita indagini più approfondite – non può essere considerato un caso isolato. Esistono, infatti, diversi esempi in cui ai margini dei registri venivano offerte immagini dei condannati a morte con una serie di importanti dettagli. Michele Di Sivo, in un suo articolo, ne segnala due: Andrea Pacini, bruciato a Roma per sodomia il 10 maggio 1614, viene raffigurato nudo con un volto effeminato e addirittura con due seni abbozzati, mentre Giovanni Mancini (condannato il 23 ottobre 1623 per aver celebrato messa senza essere prete) viene rappresentato nelle fiamme, vestito, e con i tratti del volto e dei capelli ben evidenziati. Quanti altri documenti importanti per la memoria del nostro grande patrimonio intellettuale e artistico potrebbero venir fuori dai nostri archivi? A Roma se non fosse stato per l’ eccellente idea dei dirigenti dell’ Archivio di Stato di rivolgersi a sponsor privati, per il restauro degli importanti documenti su Caravaggio, non avremmo mai avuto occasione di aggiungere nuove tessere alla vita del famoso pittore e adesso anche a quella di Giordano Bruno. Ma perché lo Stato si disimpegna sempre più e non difende i suoi tesori? L’ alibi della crisi viene smentito dai fatti: i miliardi di euro stanziati per coprire le furberie di pochi allevatori non avrebbero potuto essere degnamente e fruttuosamente investiti nella scuola e nella cultura?

Biblioteca Su Giordano Bruno e il suo tempo, Nuccio Ordine ha pubblicato «La soglia dell’ ombra» (Marsilio), «Contro il Vangelo armato» (Raffaello Cortina editore), «La cabala dell’ asino» (Liguori) e, da poco uscito in Francia, «Trois couronnes pour un roi» (Les Belles Lettres). Di recente è uscita da Laterza la biografia di Ingrid Rowland «Un fuoco sulla terra. Vita di Giordano Bruno». Da ricordare inoltre un classico di Luigi Firpo «Il processo di Giordano Bruno» (Salerno) **** 1600 Giordano Bruno morì sul rogo il 17 febbraio 1600. Aveva 51 anni

Ordine Nuccio
Pagina 39
(17 aprile 2011) – Corriere della Sera

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Bruno e Copernico, relativisti ma non contro Dio – G.Giorello, CdS.

giovedì, 22.02.2007
ANTICIPAZIONE Le ragioni della rivoluzione scientifica nel saggio di Nuccio Ordine
Bruno e Copernico, relativisti ma non contro Dio

Di fronte a un universo infinito si opponevano al dogmatismo
di Giulio Giorello

Oggi, alle 17.30, nella scatola magica del Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi, Milano) Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello e Salvatore Veca presentano il volume di Nuccio Ordine “Contro il Vangelo armato. Giordano Bruno, Ronsard e la religione” (Raffaello Cortina Editore, pp.350, 28). Sarà presente l’ autore. Qui di seguito anticipiamo alcuni brani della prefazione al libro scritta da Giulio Giorello. Il Mamfurio è un personaggio del Candelaio, un’ opera di Giordano Bruno. Ricompare nelle vesti di Prudenzio nella Cena de le Ceneri, un’ altra opera del maestro di Nola, dove si mettono in scena la nuova concezione del cosmo di Copernico e l’ idea di un universo senza confini. Nome quanto mai appropriato, Prudenzio: è definito “più prudente che la stessa prudenzia” in quanto rappresenta “la prudenzia masculini generis”. E così si svela quale sia il ruolo negativo dell’ educatore secondo Bruno: quello di riportare nei ranghi della tradizione qualsiasi nuova idea, o stile di vita, che abbia il torto di andare contro la costellazione dei pregiudizi stabiliti. Per tutti i cinque Dialoghi della Cena, Prudenzio cercherà infatti di contrastare, o almeno banalizzare, le “novità” introdotte dal Nolano: la “eretica” idea che la Terra si muova – ruotando sul proprio asse e orbitando intorno al Sole -, la convinzione che “non più la Luna è cielo a noi, che noi alla Luna”, la dichiarazione del carattere relativo di movimenti sufficientemente regolari, l’ assenza di centro assoluto in un Cosmo infinito, la concezione delle stelle come altrettanti soli, centri (relativi) di sistemi planetari non dissimili dal nostro, per non dire dell’ interpretazione come metafore, o allegorie, di non pochi passi delle “divine scritture”. A proposito delle quali, d’ altra parte, Teofilo, portavoce di Bruno nei cinque Dialoghi, soggiunge che “Dio parla per ironia”. Gli educatori, invece, no. Dall’ ironia si sono esclusi per principio e solo la lettera di (qualsiasi) “scrittura” per loro ha valore. Ciò ne giustifica, per altro, il ruolo: costituiscono il filtro contro cui faticosamente deve farsi strada la novità filosofica, scientifica o politica che sia. Paradossalmente, finiscono talvolta (e al di là delle intenzioni) con l’ irrobustire quello che vorrebbero censurare. Quanto merito spetta a Prudenzio (o ai precisians oxoniensi, le cui belle imprese sono da Teofilo riferite nella Cena) nell’ aver stimolato la nolana filosofia a sviluppare un argomento di sapore relativistico? Almeno tanto quanto ne spetta al Simplicio personaggio del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) di Galileo Galilei.(…) Con questa apparente digressione siamo entrati in merito al volume che Nuccio Ordine ha dedicato alla complessa rete di corrispondenze tra il filosofo Bruno e il poeta Ronsard. Il titolo di un capitolo della prima versione (Albin Michel, Paris 2004) è diventato il titolo dell’ intero libro in questa nuova veste: Contro il Vangelo armato – e la ragione è proprio in quel filo rosso dei pedanti che abbiamo sopra delineato. Ordine ci mostra che l’ educatore alla Prudenzio (o alla Mr Deasy) è solo l’ altra faccia del fanatico religioso che si nasconde dietro la puntigliosa esegesi del testo scritturale. I più svariati propugnatori del Vangelo armato sono accomunati non solo dalla commistione tra fides e religio, ma dalla presunzione di infallibilità e dall’ ossessione “pedagogica” di volere plasmare gli altri a propria immagine e somiglianza. Parafrasando Ronsard, potremmo dire che costoro ci vogliono imporre di sognare i sogni concepiti da quelle che ritengono le loro indiscutibili autorità – si tratti di “papisti” o di “ugonotti” in terra di Francia, o di puritans (l’ altro nome dei precisians) nella remota Britannia. Sono insieme causa e sintomo di un morbo che produce “un mondo ammalato”, per usare un’ espressione di Bruno. Il rimedio proposto dal Nolano è l’ indagine spregiudicata e irriverente di qualsiasi fondamento (nonché la traduzione di questo atteggiamento nella pratica politica e nel disegno delle istituzioni). Si tratta di una filosofia che difficilmente poteva allora (o potrebbe oggi) venir prospettata come una variante del cristianesimo storico, lacerato all’ epoca tra Riforma e Controriforma. È semmai una prospettiva non tanto anticristiana quanto postcristiana – sia sul kosmos sia sulla polis. Giustamente Ordine insiste che in Bruno questa “relativizzazione dei dogmi” si sposa col suo relativismo cosmologico: nell’ Universo “senza margini”, in assenza di un centro assoluto, l’ unico centro possibile è quello di chi osserva. Con il che viene meno la pretesa totalizzante di qualunque fede – sarei tentato di aggiungere che il discorso vale anche per confessioni non prese direttamente in esame dal Nolano. L’ analisi di Ordine si focalizza soprattutto su uno dei testi all’ apparenza più ambigui di Bruno, lo Spaccio de la bestia trionfante. Lo stesso Nolano, nella Epistola esplicatoria (“al molto illustre et eccellente cavalliero signor Filippo Sidneo”), avverte il lettore che utilizzerà l’ espediente di “preponere certi preludii a similitudine de musici: imbozzar certi occolti e confusi delineamenti et ombre, come gli pittori; ordire e distendere certe fila, come le tessitrici; e gittar certi bassi, profondi e ciechi fondamenti come gli grandi edificatori”. Ma Ordine è uno di quei lettori di Bruno che è capace di penetrare “entro la midolla del senso”, grazie al suo sforzo di definire il contesto in cui si inserisce lo Spaccio: un intreccio di temi cosmologici, etici e politici, in un mondo piagato dalla guerra civile. Anche lo Spaccio ha il carattere di un’ ouverture – una sorta di grande premessa a un successivo dispiegamento della “moral filosofia” – e proprio per questo, stando ai canoni retorici dell’ epoca, può attingere liberamente al repertorio mitologico, secondo un archetipo che risale almeno a Luciano di Samosata. Nello Spaccio, come è noto, il sommo Giove vuol purgare il cielo dalle “quarantotto famose imagini”” che hanno finito col raffigurare i vizi più bestiali. Quello che viene riformato è manifestamente il cielo aristotelico-tolemaico che Copernico aveva iniziato a smantellare. (…) Il programma di Bruno non suoni contraddittorio. Come si è visto – citando lo stesso Amleto – il Nolano spicca tra i filosofi dell’ epoca sua per “non essersi limitato ad accettare la realtà del cosmo copernicano, ma averlo sviluppato verso la decisa affermazione di un universo infinito in atto e omogeneo (…) e del resto necessariamente infinito in quanto effetto unico e totale (…) dell’ infinita potenza-bontà-volontà divina”.

Omaggio a Bruno, profeta di libertà.

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Carmen Fusco

«Il filosofo degli Eroici furori, l’uomo ”contro” oggi non avrebbe trovato spazio. E sarebbe stato condannato al rogo dell’indifferenza, dell’oblio»: il palco non era quello del teatro Parioli di Roma ma Maurizio Costanzo, calcando le scene dell’Umberto di Nola, ha voluto rendere il suo personale omaggio a Giordano Bruno che «a soli 17 anni, mentre i suoi coetanei di oggi inviano sms, scrisse lo Spaccio della bestia trionfante, un’opera che meriterebbe di essere conosciuta di più». L’occasione è stata quella delle celebrazioni in occasione dei 407 anni della morte del filosofo, nato a Nola nel 1548. La città che gli ha fatto da culla, ieri, ha voluto ricordare il più illustre dei concittadini invitando accademici ed esperti di comunicazione. E Maurizio Costanzo ha lanciato un appello agli editori: «Le opere di Giordano Bruno sembrano scritte l’altro ieri. Pubblicatele». E mentre dalla terra di nascita di Giordano Bruno si parla di rivalutazione da una scuola di Alghero, in Sardegna, giunge la testimonianza spontanea di quanto ancora l’eretico sia una figura seguita ed apprezzata. In occasione dei 407 anni dalla sua morte, gli alunni di un liceo classico si sono tassati ed hanno fatto pubblicare un necrologio sulle pagine di «Repubblica»: «Giordano Bruno, vero filosofo, profeta dell’infinito, martire del libero pensiero. Le classi 2° del liceo ”Manno” lo ricordano e lo invitano alla riflessione». Paralleli tra l’epoca delle «grandi intelligenze» e il mondo di oggi «che sta vivendo una stagione di povertà intellettuale» hanno poi fatto scivolare il discorso su un Giordano Bruno «comunicatore» che, per Costanzo, «non può essere paragonato a nessuno». Neanche a Beppe Grillo. La modernità del pensiero del filosofo degli Eroici furori, l’attualità delle opere e dell’insegnamento sono stati il filo conduttore di un animato dibattito che, in perfetto stile «Maurizio Costanzo show», ha animato la giornata nolana delle commemorazioni. Sul palco dell’Umberto anche due studiosi di Giordano Bruno: Antonio Cocozza, docente alla Luiss di Roma ed all’università di Chieti e Luigi Punzo, ordinario di storia della filosofia e preside del corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’ateneo di Cassino. «Giordano Bruno – ha sottolineato Cocozza – ci ha tramandato un insegnamento importante sull’approccio critico ai fenomeni sociali e culturali. Ha teorizzato il confronto aperto con tutti, senza preconcetti». Del Nolano, Cocozza ha anche evidenziato la modernità «di una visione global e di un approccio glocal», sottolineando così il profondo rapporto di Bruno con il territorio di appartenenza e la dimensione europea. Dimensione approfondita anche da Luigi Punzo che ha definito il filosofo «un mercante della cultura» il cui merito è stato quello «di aver messo in circolo la civiltà italiana in tutt’Europa». Punzo e Cocozza entreranno a far parte del comitato tecnico scientifico della Fondazione «Giordano Bruno», presieduta dal vice presidente dell’ordine nazionale dei giornalisti, Mimmo Falco: «Le celebrazioni di quest’anno – ha detto sottolineando la riuscita della manifestazione – rappresentano solo il primo passo verso il rilancio dell’opera del filosofo. Organizzeremo un premio letterario che si affiancherà alla fiction ed ai fumetti che già abbiamo intenzione di fare».

La terza via di Giordano Bruno

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3/2/2007 (8:41) – NÉ COL PAPA NÉ CON LUTERO

Il filosofo arso vivo per eresia nel febbraio 1600 aveva un progetto per la pace religiosa
Anna Foa
«Di Roma, li 19 febraro 1600 […] Giovedì fu abbrugiato vivo in Campo di Fiore quel frate di san Domenico, da Nolla, eretico pertinace, con la lingua in giova per le bruttissime parole che diceva, senza voler ascoltar né confortatori né altri. Sendo stato dodici anni in prigione al S. Officio, dal quale fu un’altra volta liberato».
È una delle scarsissime testimonianze dell’epoca che ci descrivono il rogo di Giordano Bruno. Il filosofo venne arso vivo in piazza Campo de’ Fiori il 17 febbraio dell’anno santo 1600. A Roma è Papa dal 1592 – e lo sarà fino al 1605 – Clemente VIII, il fiorentino Aldobrandini, un pontefice che unisce a una rigorosa pietà controriformistica, testimoniata anche dall’intensa attività repressiva, un senso della misura politica che lo ha appena spinto, nel 1598, a riconoscere come re di Francia Enrico IV di Borbone, e con lui, sia pur con non poche difficoltà, l’editto di Nantes, cioè l’editto di tolleranza del calvinismo in Francia. L’anno giubilare 1600 rappresenta l’apice del successo del suo pontificato, e la Roma in cui arde il rogo di Bruno è una città fastosa in cui si erge nuova la cupola michelangiolesca di San Pietro, una città affollata all’inverosimile di pellegrini, i «romei», che visitano le sue chiese per lucrare indulgenze. Il perdono concesso durante gli anni giubilari, naturalmente, non aveva conseguenze

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Il monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma, dove il filosofo morì il 17 febbraio 1600

sull’amministrazione quotidiana della giustizia. Le esecuzioni capitali, tanto di criminali comuni quanto di eretici, continuavano a svolgersi anche durante il giubileo. Quello della Roma giubilare era un teatro dove tra le processioni e le cerimonie religiose i roghi e gli atti repressivi della Chiesa della Controriforma non rappresentavano una nota discorde.
A Roma le esecuzioni capitali sono un evento normale, abituale se non proprio quotidiano, un evento a cui la gente si reca come a uno spettacolo. In questo, l’Urbe non si differenzia in nulla dal resto delle società d’ancien régime.
Qui, fin dalla metà del Cinquecento, gli eretici condannati dovevano sottoporsi all’autodafé, il famoso atto di fede, cioè una pubblica abiura. I condannati dovevano presentarsi in pubblico, rivestiti di un abito penitenziale, detto «abitello», e recitare una formula di abiura. Solo dopo l’abiura formale dei loro errori avrebbero ascoltato la condanna emanata dal tribunale. Non tutti coloro che erano condannati per eresia venivano condannati a morte (nei periodi di più dura repressione la percentuale arrivò fino al 20%). Quelli che lo erano – eretici impenitenti o relapsi (cioè ricaduti nell’errore) anche se pentiti, o anche altri casi considerati particolarmente gravi – venivano rilasciati, cioè consegnati al braccio secolare perché si occupasse dell’esecuzione. In teoria, infatti, la Chiesa non poteva spargere sangue; di qui l’ipocrita formula adoperata nel caso del rilascio al braccio secolare, che fu usata anche nel caso di Bruno: «come ti rilasciamo alla Corte di voi monsignor Governatore di Roma qui presente, per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro»…
Ma chi era Giordano Bruno? Era indubitabilmente un filosofo di fama europea, ben consapevole del valore eversivo del suo pensiero. Ma allora: come mai nel 1592 pose fine al suo peregrinare in terra europea fermandosi a Venezia, e consegnandosi di fatto nelle mani dell’Inquisizione? Secondo alcuni studiosi – Corsano ma anche Garin e Luigi Firpo, il dottissimo editore dei testi processuali di Bruno – tra i progetti di Bruno era anche un progetto politico religioso volto a instaurare in Europa una pace religiosa fondata sulla riduzione dell’Europa a una sola religione. Ma quale doveva essere quella religione?
Per Bruno, che allora aveva trovato rifugio nella Germania protestante, questa religione non poteva essere il protestantesimo. Se mai per un momento egli davvero pensò ad attuare i suoi progetti politici sotto l’ombrello riformato, troppe erano le ragioni filosofiche e teologiche della sua ostilità di fondo ai luterani e ai calvinisti, in primo luogo la dottrina della giustificazione per fede, come risulta dalle testimonianze degli atti processuali oltre che dai suoi scritti, in particolare dallo Spaccio della bestia trionfante. Dunque, non poteva essere che sotto l’ombrello del cattolicesimo, un cattolicesimo che poco però aveva a che fare con quello esistente: un cattolicesimo riformato, in un’ottica politica legata non allo scontro confessionale ma alla pacificazione politica, come nell’ideologia della «terza via» nel conflitto tra protestanti e cattolici.
Bruno pensava che il contesto generale fosse favorevole per tornare e tentare di prendere a Roma un ruolo politico di primo piano, fors’anche di consigliere del Papa. Era stato, però, preceduto – in questa che potremmo chiamare illusione in un papato illuminato e riformatore – da Francesco Pucci, personaggio per molti versi a lui simile, intriso della stessa utopia pacificatrice e fiducioso nella protezione di Clemente VIII. Già calvinista e poi sociniano e poi di nuovo ritornato al cattolicesimo ma sempre in odore di eresia, Pucci tornò a Roma nel 1594, fu rinchiuso nelle carceri dell’Inquisizione (vi conobbe Campanella ma non Bruno) e fu decapitato e poi bruciato nel 1597.
Come è a tutti noto, Bruno non ebbe sorte migliore. Nel settembre 1599 il tribunale gli chiese una ritrattazione ampia e esauriente delle sue posizioni. Se avesse abiurato, avrebbe avuto salva la vita (dal momento che non aveva avuto condanne precedenti, non era relapso) e avrebbe potuto probabilmente finire la sua vita in qualche convento, e forse anche riprendere a scrivere. Se avesse rifiutato l’abiura, sarebbe divenuto un eretico impenitente, e quindi passibile di essere rilasciato al braccio secolare (la formula eufemistica dalla Chiesa usata per la condanna a morte, che doveva essere eseguita dalle autorità secolari). L’abiura era quanto il tribunale voleva ottenere, la vittoria della verità sull’errore, della fede sull’eresia. Senza abiura, il tribunale era sconfitto.
Ma Giordano Bruno, dopo alcune esitazioni, rifiutò l’abiura e la mattina del 17 febbraio, un giovedì, salì sul patibolo di Campo de’ Fiori.

E’ morto Eugenio Garin, reinventò l’Umanesimo

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E’ morto Eugenio Garin, reinventò l’Umanesimo
Garin Ultimo grande umanista del Novecento si opponeva al pessimismo con la volontà Aveva 95 anni. La sua grande lezione su Cartesio e Pico della Mirandola
di Torno Armando

Con la morte di Eugenio Garin scompare uno dei più grandi studiosi italiani del Novecento, uno storico e un curatore di testi che per quasi una settantina d’ anni ha insegnato il perenne valore di Umanesimo e Rinascimento.
Un uomo che non riuscì a invecchiare, sempre attuale con i suoi studi che spaziavano dalla filosofia inglese a quella francese, mentre per l’ italiana scrisse una Storia che è diventata un punto di riferimento indiscutibile. Garin ha fatto apprezzare al nostro tempo figure come Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Coluccio Salutati, ha spiegato il valore culturale dell’ astrologia come nessun altro, ha soprattutto insegnato che nella vita vale sempre la pena leggere le opere fondamentali. Se sommassimo quanto ha fatto direttamente e quello che ha ispirato, dovremmo convenire che Garin ha dato alla cultura italiana qualcosa che non muore. Non a caso, il primo volume delle Opere mnemoniche di Giordano Bruno, uscito in questi giorni da Adelphi, è dedicato a lui, maestro riconosciuto di questo genere di edizioni.
Ma tali notizie, che vengono alla mente mentre le agenzie di stampa nella notte diffondono la sua morte, sono soltanto un misero cenno rispetto al lavoro svolto da Garin. Egli era diventato, soprattutto dopo la scomparsa di figure come Abbagnano, Dal Pra e Geymonat, un vero e proprio punto di riferimento.
A dispetto dell’ età che avanzava, egli voleva curare le opere come se fosse la prima volta; desiderava rivedere ogni cosa, rimeditare ancora una volta le sue traduzioni, ricontrollare una citazione come uno studente. Recentemente gli fu offerta per i Classici Utet la possibilità di ripubblicare quella serie di opere di Pico della Mirandola che aveva curato per Vallecchi agli inizi degli anni Quaranta nella collana dedicata al pensiero italiano. Ma con sorpresa di tutti rispose che lo avrebbe fatto volentieri soltanto dopo i ripensamenti e le verifiche di cui dicevamo.
La sorte non gli ha lasciato né la salute né il tempo. Garin è importante per la nostra cultura perché come nessun altro ci ha insegnato a leggere Gramsci e Gentile, perché ci ha lasciato una raccolta di opere di Cartesio che è esemplare, perché ha spiegato in che cosa consisteva il valore filosofico del Rinascimento italiano. Ha diretto per Laterza (editore che ha in catalogo molti suoi titoli) la compianta collana dei Classici della Filosofia dopo la scomparsa di Benedetto Croce, pubblicando sempre quei testi fondamentali che mancavano. È stato poi un testimone morale unico. Nei momenti di crisi era il rifugio ideale: all’ intervistatore sapeva sempre spiegare quel che stava accadendo e mai con vuote formule. Così, Garin sapeva ammirare Gentile ma scelse l’ antifascismo; si avvicinò alla cultura marxista ma non accettò le riduzioni della contestazione e cambiò università in quegli anni per continuare a studiare.
Maestro di metodo, nel delineare la via battuta per la sua Storia della filosofia italiana (edita da Einaudi) confessava di aver rivisitato le figure attraverso i «limiti di esperienze politiche o di meditazioni personali, morali e religiose, piuttosto che affrontati sul terreno metafisico». Un equilibrio raro, una capacità unica nel distinguere questi aspetti. Fu un uomo che seppe combattere il pessimismo con la volontà e che riusciva ad affascinare chiunque dopo poche parole.
Chi scrive ha sempre avuto pudore nel rivolgergli una richiesta, ma Garin ha risposto ogni volta positivamente, con tono tranquillizzante. Sapeva, come i veri maestri, mettere sempre l’ interlocutore perfettamente a suo agio: gli bastavano due o tre battute, un sorriso, un gesto. Per il Novecento provò un innamoramento particolare e da questo secolo ebbe forse anche le sue più forti delusioni. Sentiva in esso, e nel realizzarsi di certi avvenimenti, il senso della sconfitta della ragione più che nei tempi bui della Seconda guerra mondiale.
Continuò nonostante tutto ad amarlo, anche se la sua anima forse non si era mai allontanata dalla Firenze di Lorenzo il Magnifico.

Eugenio Garin, morto un padre della filosofia contemporanea

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GarinIl mondo della cultura è in lutto. È morto ieri pomeriggio nella sua abitazione fiorentina Eugenio Garin, uno dei padri della filosofia contemporanea, uno dei maggiori storici del pensiero e una figura di primo piano della cultura italiana del novecento. Aveva 95 anni. Il filosofo si è spento alle 14,30. Nella sua casa viveva da molti anni, solo, assistito da allievi e collaboratori. Sua moglie, Maria Soro, era infatti scomparsa nel 1998.
La notizia della morte dello storico e filosofo si è appresa solo a tarda ora perchè gli allievi hanno ritenuto di mantenerla riservata fino ad esequie avvenute. Ieri sera infatti, non era ancora chiaro quando si svolgeranno e in che forma i funerali del grande filosofo.
Storico del pensiero umanistico di fama mondiale, Eugenio Garin era nato a Rieti il 9 maggio 1909. Ha compiuto i suoi studi a Firenze, divenuta sua città d’elezione, dove si è laureato in Filosofia nel 1929; dal 1931 ha insegnato Storia e Filosofia nei licei scientifici di Palermo e Firenze, Filosofia morale e, successivamente, Storia della filosofia nelle università di Cagliari e Firenze.
A partire dal 1949 è stato professore ordinario di Storia della filosofia nell’ateneo fiorentino. Dal 1974 al 1984 ha insegnato Storia del pensiero del Rinascimento presso la Scuola Normale di Pisa di cui era professore emerito. Ha diretto la rivista Rinascimento e fino ad oggi è stato il direttore del Giornale critico della filosofia italiana. Era socio di alcune delle più importanti accademie internazionali e socio dell’Accademia nazionale dei Lincei.
Tra le sue tantissime opere, tutte altrettanti capisaldi della storiografia internazionale, sono tra i più significativi ‘L’umanesimo italianò, ‘Medioevo e Rinascimentò, ‘La cultura filosofica del Rinascimento italianò, ‘Rinascita e rivoluzionè, ‘Cronache di filosofia italianà, ‘Intellettuali italiani del ventesimo secolò. Con la sua morte la cultura italiana perde un padre riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo per il rigore e l’apertura dei suoi studi e delle sue analisi.
Immediate, nonostante l’ora tarda in cui si è appresa la notizia, le reazioni nel mondo culturale e in particolare nella città toscana. «Firenze e il mondo perdono il più grande studioso della filosofia e del Rinascimento del Novecento; per Firenze, in particolare, è una perdita gravissima». Questo il primo commosso ricordo di Simone Siliani, assessore comunale alla Cultura, raggiunto dalla notizia della morte del filosofo. L’Amministrazione comunale lo aveva insignito del Fiorino d’oro, la massima onorificenza cittadina, «ma ora Firenze, assieme all’ Istituto del Rinascimento – ha aggiunto l’ assessore – troverà certamente il modo giusto per ricordare il suo lavoro e i suoi studi, perchè Garin ha aperto riflessioni storiche sul Rinascimento e sull’Umanesimo italiano, che sono una eredità per il terzo millennio»

D.Red

Ricordo di Ilya Progogine: “Con Bruno” – Ilya Progogine

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Il 28 maggio è morto a Bruxelles Ilya Prigogine. Nato a Mosca nel 1917, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura scientifica e filosofica del ’900. Conseguì il Nobel per la Chimica nel 1977 per gli studi sulla termodinamica, mentre sul piano filosofico fu riconosciuto teorico della complessità. Pubblichiamo uno dei suoi ultimi testi, inviato alla presentazione parigina delle Opere italiane di Giordano Bruno, curate da Nuccio Ordine ed edite da Utet.

Un inedito del filosofo scomparso
Prigogine: con Bruno
di Ilya Prigogine

Quante idee originali in Bruno, quante intuizioni geniali che superano largamente il livello intellettuale della sua epoca. A me sembra che a questo riguardo ci sia una vera ingiustizia. Bisognerebbe far risaltare maggiormente Giordano Bruno come profeta della scienza umana. Potrei citare numerosi punti dove i problemi posti da Bruno sono problemi di cui discutiamo ancora oggi. Uno di questi problemi è, in tutta evidenza, quello dell’universo infinito. Noi non sappiamo se ci troviamo su un piccolo globulo che naviga in uno spazio dove si trovano numerosi altri universi, o se il nostro universo è unico. Ma anche se unico, esso sarebbe immenso e, in un certo senso, corrisponderebbe all’immagine bruniana dell’universo infinito. Bruno insiste sull’assenza di centro. Ogni punto dell’universo ne è il centro. È proprio ciò che si ritrova nel modello omogeneo ed isotropo della moderna cosmologia. Ogni galassia è circondata da altre galassie che si allontanano a una velocità proporzionale alla distanza. Non c’è alcun centro.
L’idea di un universo infinito è più che mai vicina all’uomo contemporaneo. Grazie alla tecnologia e all’informatica siamo collegati a tutti i punti del globo. Siamo in presenza di un’umanità essenzialmente infinita. Ed è ben noto che questa situazione, che è all’origine della «globalizzazione», ha in sé il meglio e il peggio.
L’uomo non è più prigioniero della Terra. Pensiamo alle spedizioni su Marte in un futuro prossimo. Ma qual è la sezione che possiamo esplorare? Per il momento siamo vincolati dal valore finito della velocità della luce. È questa una prigione definitiva? Attualmente vi sono molte ricerche che indicano che la velocità della luce è un fenomeno più complesso di quel che si crede. Si possono portare esempi in cui la velocità della luce è più elevata di quella prevista e anche esempi, studiati sperimentalmente, nei quali la velocità della luce è più piccola.
Nuccio Ordine, parlando di Bruno, ha scritto: «La lucida scelta di una filosofia dell’infinito esige una partecipazione totale che implica necessariamente una modificazione dell’esistenza personale». Mi sembra che questa sia una profonda verità. Noi avvertiamo la necessità che la nostra società sia più conforme alla diversità e alle dimensioni che troviamo intorno a noi. Ma per essere in armonia con questo universo in continuo divenire, dobbiamo trovare nuovi metodi di esplorazione. L’universo ha una dimensione «narrativa». Ad ogni livello, constatiamo che vi è una forma di storia. Il carattere narrativo significa che ci sono eventi imprevisti; da qui l’idea di un universo aleatorio. Tuttavia, siamo lontani dall’aver trovato la formulazione quantitativa che corrisponda alla dimensione della nostra visione. Nuccio Ordine lo ha ben messo in evidenza: «Per un uomo, pensare l’infinito consiste in un certo modo nel pensare se stesso come una minuscola parte di un tutto, nel manifestare con entusiasmo la certezza che la propria vita partecipa, fatte salve le dovute proporzioni, all’incessante movimento dell’Universo». È questa esattamente la conclusione alla quale ero pervenuto nelle riflessioni che hanno accompagnato la mia vita di ricercatore e di docente.

Il re è nudo

Il re è nudo…
di Guido del Giudice

Nell’androne del Palazzo di Città del Comune di Nola, ai piedi dello scalone principale, si erge un pinnacolo di oltre sette metri, coperto da un drappo scarlatto. E’la scultura donata alla città natale di Giordano Bruno dall’Università dell’Europa centrale di Budapest, come simbolo del gemellaggio culturale che la comunità scientifica magiara e il Parco Letterario «Giordano Bruno» di Nola (d’intesa con l’ateneo Parthenope) hanno sottoscritto in occasione del 403° anniversario della morte sul rogo del filosofo. Discorsi di circostanza: sindaco, vice preside del giovanissimo ateneo ungherese, console tedesco presso la Santa Sede (proprio così!) e poi via il drappo!
Cento bocche spalancate seguono verso l’alto un arbusto intricato e nodoso strappato alla Foresta Nera, un groviglio di arti e membra culminanti in due piedi contratti verso il cielo. Cerco di analizzare l’impressione che desta in me: sofferenza, magari dolore, umiliazione impotente. Se quello è Bruno, è certamente opera di un Bellarmino, di un Santori: solo i biechi inquisitori che lo condannarono avrebbero gioito vedendo l’eretico pertinace conficcato a testa in giù nella terra, sprofondato verso l’inferno che si era meritato con le sue orribili eresie! E invece no: l’artista è un dinoccolato giovincello teutonico, Alexander Polzin ,che liquida ogni richiesta di spiegazione con una citazione da saputello: “L’artista non parla, crea!” . Si ma prima studi! Forse ha ragione: non è tutta colpa sua. Dovrebbero essere i nolani a fargli comprendere meglio chi è Bruno; i saccenti accademici, invece di osannarlo stupidamente, dovrebbero spiegargli il senso della Nolana Filosofia e i critici d’arte interpretare e giudicare il senso di ciò che invece ha fatto lui. Nessuno di questi è presente né penso sia stato nemmeno interpellato.
Intanto questo Pinocchione è stato preso e piantato a naso in giù nel cuore della comunità nolana, senza un preventivo esame, uno studio critico, nulla, forse una punizione per le indubbie colpe che essa ha nei confronti del suo grande, infelice figlio. Mentre i nolani accorrono sconcertati per ammirare il vestito nuovo che questi sarti impostori fingono di aver cucito addosso al loro Imperatore, non posso non levare la mia voce nella folla per gridare: “Ma non vedete: il Re è nudo! Ed è anche francamente brutto! Quell’orrenda, monumentale scultura in legno è un pugno nello stomaco di ogni vero bruniano.
Comunica soltanto il lato negativo delle vicende del filosofo: il contorcimento, la sofferenza, il mondo capovolto, certo, fanno parte del destino malvagio che perseguitò il Nolano. Ma Bruno è tutto qui? Questo ceppo contorto può rappresentarne forse il corpo, non certo il pensiero! L’opera dice l’accademico di turno si slancia verso il cielo! Si, ma con i piedi! E il pedante imbarazzato cerca di salvare la situazione citando lo stesso Bruno: “Farebbe forse male qualcuno che volesse mettere in piedi un mondo rovesciato?”. Ma qui è stato fatto il contrario! Hanno rovesciato a testa in giù, come nella tortura della ruota, uno che i piedi li aveva ben piantati per terra e con la mente si lanciava nell’universo! E’ il trionfo della faciloneria e dell’ arroganza intellettuale. Questo non è europeismo: al contrario è il provincialismo di chi per ignoranza si fa imporre un’idea dal primo venuto.
Nella patria di Bruno! Si inneggia alla libertà di espressione e di critica, soffocandoli, si celebra il campione dell’indipendenza di pensiero con il conformismo più insulso. Alla fine rimane la soddisfazione, certo, per l’ennesima testimonianza della risonanza universale del nostro grande filosofo, ma anche l’amarezza di vederla celebrata in questo modo!

Giordano Bruno, un monumento

ilmattinoonline

 

Gemellaggio culturale con l’Università ungherese
Giordano Bruno, un monumento

Arriva da Budapest il monumento a Giordano Bruno, donato alla città di Nola dall’università della capitale magiara. L’opera, in legno e vetro, dell’artista tedesco Alexsander Polzin, sarà scoperta lunedì pomeriggio al posto d’onore dello scalone principale della Casa comunale di Nola, nel corso di una cerimonia che vedrà protagonista la delegazione dell’ateneo dell’Europa Centrale. Ieri mattina la presentazione del gemellaggio culturale italo-ungherese e degli eventi legati alle tradizionali celebrazioni bruniane. Si comincerà stasera, con un concerto di musica classica nella chiesa dell’Immacolata; domani l’inaugurazione della mostra «Nel segno dei pianeti di Giordano Bruno», del maestro Felice Storti, lunedì – 17 febbraio – la commemorazione del rogo e la cerimonia di presentazione del monumento.
All’appuntamento di presentazione, nella sede dell’università Parthenope (padroni di casa il rettore Gennaro Ferrara e il pro rettore Claudio Quintano), sono intervenuti la vicepreside dell’ateneo di Budapest,
Ildiko Nagy Moran, la dottoressa Suzana Pani, l’artista Alexsander Polzin, accolti dal sindaco di Nola, Giuseppe Serpico, dall’assessore comunale Agostino Ruggiero, dal presidente del Parco Letterario «Giordano Bruno», Alfonso Porciello, promotore dell’iniziativa di gemellaggio culturale, insieme con il vice rettore Stefan Messeman. La statua originale, scolpita nella sua sagoma slanciata tre anni fa, nell’ambito delle celebrazioni per il quattrocentesimo anniversario della morte di Giordano Bruno, da lunedì rappresenterà il monumento ufficiale della città di Nola al filosofo degli Infiniti Mondi, mentre una copia in bronzo sarà esposta nella sede dell’università dell’Europa Centrale, a Budapest.
Gli scambi culturali non si limiterà al programma allestito per le celebrazioni di questi giorni: nel segno di Giordano Bruno, sono previsti convegni, ricerche, borse di studio per gli studenti delle due comunità universitarie internazionali.
f.m.


Giordano Bruno, a Nola
si scopre il monumento

Da Budapest a Nola nel segno dell’opera di Giordano Bruno. Sarà scoperto oggi, alle ore 16 nel Palazzo Comunale, il monumento donato dall’università dell’Europa Centrale alla città campana.
Un’artistica figura in legno e vetro, dello scultore tedesco Alexsander Polzin, sintesi del gemellaggio culturale che la comunità scientifica magiara e il Parco Letterario «Giordano Bruno» di Nola (d’intesa con l’ateneo Parthenope) hanno sottoscritto per approfondire la ricerca sull’opera universale del filosofo degli infiniti mondi.
Con il sindaco Giuseppe Serpico, l’assessore comunale Agostino Ruggiero e il presidente del Parco, Alfonso Porciello, interverranno alle celebrazioni (oggi, 17 febbraio, è l’anniversario del rogo) l’assessore regionale ai Beni Culturali, Marco Di Lello, il rettore Gennaro Ferrara, la vicepreside dell’ateneo dell’Europa Centrale di Budapest, Ildiko Nagy Moran, la dirigente Suzana Pani, l’artista Alexsander Polzin. Il programma del gemellaggio culturale prevede convegni, ricerche, tavoli di confronto per docenti e studenti delle due comunità universitarie.


Martedì 18 Febbraio 2003
A Nola il monumento donato da Budapest
Città gemelle per Giordano Bruno

C’era la folla delle grandi occasioni all’inaugurazione della statua dedicata a Giordano Bruno. L’opera dell’artista tedesco Alexander Polzin è stata scoperta nel giorno in cui ricorre l’anniversario della morte sul rogo del grande pensatore nolano. È un lunghissimo stelo di legno avvolto su se stesso con la testa in basso ed i piedi in aria e da ieri, sistemato nell’androne del palazzo di città nolano rappresenta, come ha sottolineato il sindaco Giuseppe Serpico, «l’incessante rapporto tra la città ed il suo illustre concittadino».
La scultura di legno alta più di 7 metri, è stata donata alla città natale del filosofo dall’Università dell’Europa centrale di Budapest, la cui sede conserva però il calco in bronzo della produzione artistica del giovane scultore tedesco. A favorire il gemellaggio sono stati l’assessore comunale Agostino Ruggiero e il presidente del Parco Letterario «Giordano Bruno», Alfonso Porciello. «Stiamo celebrando un evento di carattere europeo», ha detto Lorenz Von Hassel del Consolato della Repubblica Federale di Germania.
«È un’occasione importante perché – gli ha fatto eco Nagy Moran, vice preside dell’ateneo dell’Europa Centrale di Budapest – a 400 anni dalla morte, il pensiero di Bruno suscita ancora violente discussioni». Un pensiero, quello del filosofo degli eroici furori, che ben rappresenta i principi ispiratori che hanno portato alla fondazione dell’università ungherese. Ma a dare un significato a quel simbolo che descrive non tanto il corpo quanto il pensiero del Nolano è stato Aldo Masullo, docente emerito di filosofia morale dell’ateneo federiciano. E lo ha fatto citando proprio un passo dell’opera di Bruno: «Farebbe forse male qualcuno che volesse mettere in piedi un mondo rovesciato?».