Gabriele La Porta

Questa volta, per non essere tacciati di misoginia e di anglofobia, ci occuperemo di un uomo, italiano: Gabriele La Porta. Scrittore e giornalista, nato nel 1945, “il più longevo dirigente della storia della TV pubblica italiana” (apprendiamo da WP) ha lavorato in Rai per 42 anni; laureato in filosofia, si è subito occupato del Bruno; ha scritto oltre trenta pubblicazioni, ricevuto numerosi premi e ricoperto diverse cattedre. Una garanzia, quindi, e di spessore, sembrerebbe. Qui ci occuperemo dell’opera uscita nel 1991, giunta alla nona edizione nel 2010 per RCS: Giordano Bruno Vita e avventure di un pericoloso maestro del pensiero. Quando ci si accosta a personaggi di questo calibro, che hanno goduto di una vasta considerazione, normalmente lo si fa con un misto di riverenza e discrezione. Così ci accingiamo con circospezione, con la forchetta del goloso e il coltello del metodo diairetico, ad aprire e osservare l’interno di questo “calzone”, in apparenza appetitoso: infatti, con il suo lavoro di divulgatore l’Autore intende presentarci la figura del filosofo con dati storici collegati a formare un romanzo. Aperto avidamente il calzone, notiamo con sorpresa che all’interno non c’è mozzarella ma formaggio francese: viene chiamato Roquefort, infatti, un presunto avversario del Bruno alla corte di Enrico III che vuole sottoporlo ad un contraddittorio, al quale Bruno risponde… con borborigmi! Scrive infatti La Porta: Si diffonde per  lo stanzone una sorta di musica leggerissima […] Ma chi sta suonando questo sconosciuto strumento? […] De Rocquefort avvicina il capo al ventre del filosofo, poi lo ritira con un guizzo. “E’ lui, sua maestà, è lui” grida con indignazione. E’ un vecchio trucco che Bruno ha imparato all’età di 10 anni da Giovanni Corvino. Consiste nel far risuonare il ventre come una cassa armonica […] una sorta di ventriloquismo musicale. (pagg.19/20). Ci sono state nella storia risposte anche peggiori, ad esempio quella del futuro faraone Amasi al messo del faraone in carica Aprieo: “Arrivato a destinazione, il messo invitò Amasi a ritornare, ma egli (per caso si trovava a cavallo) sollevata una gamba fece udire un suono e ordinò di portare quello ad Aprieo” [1] Da La Porta apprendiamo invece che Bruno è ventriloquo ed ha avuto un maestro di spicco, come si affermava già a pag.13: Le parole del suo primo compagno e maestro di studi, Giovanni da Corvino, erano vere. Bel maestro davvero e precoce, visto che il frate Gianni (14) di cui parla il La Porta divenne tale nel 1572 e ottenne l’insegnamento nel 1607 [2]. Ma ora è un ritratto del Bruno che cattura la nostra attenzione, realizzato seguendo le descrizioni di Bruno fatte da Shakespeare in Pene d’amor perdute (10) e in quali punti? Ma La Porta è convinto che nella commedia del Bardo il protagonista è proprio Giordano Bruno (n.2 pag.162) [3] La nostra sorpresa aumenta leggendo che il filosofo nella cerchia della Corte ha conosciuto il re Enrico III e l’erede al trono, il Delfino (14) e che il figlio del re, il Delfino, è balzato in piedi e corre ad abbracciare il Bruno (22)*. Quale Delfino? Magari l’avesse avuto, il Valois. E ancora, leggiamo in un capitolo (127/133) di un incontro di Bruno con Shakespeare a Londra, dove si descrive il drammaturgo come già famoso mentre, nel periodo del soggiorno inglese del filosofo (apr 1583-ott 1585 [4]), Shakespeare non poteva avere più di venti anni e viveva a Stratford upon Avon. Le “fluttuazioni” temporali si allineano a quelle descrittive in cui si mischiano costantemente ermetismo e magia, misteri, poteri occulti e massoneria; sentiamo ancora una volta il ritornello ripetitivo del “Mago”, stile Danza delle ore, stucchevole se rapportato ai nostri tempi. Si riprende così la Yates: i giordanisti erano presenti in tutte le università dell’epoca come una gigantesca ragnatela che assomiglia a una consorteria di tipo massonico (57)Ovvio che il Bruno avesse dei seguaci, ma sparuti e non in grado di dargli sostegno, come dimostrano i continui allontanamenti del loro maestro dalle università. Ma in quest’opera si alternano stranamente riflessioni interessanti, come quelle sull’importanza dei codici platonici portati a Firenze, con affermazioni gratuite, nomi di fantasia e situazioni strampalate. Questa commistione, (una miscellanea di gusti azzardati e contrastanti, per proseguire con la metafora) fa dubitare anche delle affermazioni corrette e, soprattutto, inganna il lettore non informato. Troppi i personaggi inventati di sana pianta: Martowe con i due doppi spadini alla cintura e Korthx con l’ascia bipenne, (103), ad esempio, sono due commensali di Sidney, e l’ultimo appare come un vichingo medievale. Troppi anche gli svarioni: leggiamo a pag. 103 I cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera. Un movimento esoterico che si ispira direttamente alla filosofia di Giordano Bruno. Peccato che l’Ordine sia stato fondato nel medioevo; si legga inoltre, nella Cena delle Ceneri, come gli inglesi trattavano i forestieri, Bruno compreso. A pag.133, l’architetto Inigo Jones (nato nel 1573) viene definito: pittore di Elisabetta e artista che ha creato il mito della grande regina; osserviamo che la Regina era al potere dal 1558 e la sua apoteosi era stata la sconfitta dell’Armata spagnola nel 1588, quando il Jones aveva 15 anni. Poco dopo, nell’incontro del Bruno con Elisabetta (storicamente avvenuto) narrato a pag.117, il filosofo praticamente la ipnotizza (!) suscitandole una visione: l’immagine si fa riconoscere. E’ Maria Stuarda. […] Quel mago, quel sapiente le ha mostrato il futuro della Sanguinaria. Morirà per il taglio della testa. Ma Maria Stuarda non è Maria la Sanguinaria, morta 26 anni prima. E ancora, vediamo una scena di un incontro in carcere dell’inquisitore Bellarmino col Bruno che gli chiede: Ho saputo che si sono sposati Enrico IV e Maria dei Medici, nipote del Granduca di Toscana. Voi che ne pensate? Ma il contratto fu stipulato nel marzo 1600 mentre il famoso banchetto di matrimonio si tenne addirittura nell’ottobre 1600.* Per finire: a pag. 144 si parla del frate Celestino da Verona famoso nel suo convento soltanto per le sue incessanti masturbazioni notturne […] il povero onanista è stato pagato per muovere le accuse e non riesce neppure a salvarsi dalla tortura. Perché il tribunale veneto, per toglierli il difetto, lo farà castrare e poi per non sentirne più i lamenti decide di farlo uccidere annegandolo in una segreta. Curiosità sessuali a parte, e non considerando la prassi della Repubblica Veneta di affogare i condannati a morte nelle acque della laguna, Celestino da Verona fu bruciato vivo, a Roma, il 16 settembre 1599 [5] .* Tralasciamo altri inciampi notando solo due venialità: (pag.96) Substine et abstine dicevano i filosofi di Stoa. I filosofi della Stoa, essendo greci, evidentemente storpiavano il latino che correttamente recita Sustine et abstine; e a pag. 136: Bellarmino si trova ora, in questa mattina del gennaio 1699, refuso evidente che però, dopo dieci edizioni, avrebbe anche potuto essere rilevato. Alla fine, dalla lettura di questo romanzo, pur scritto con entusiasmo, in cui si trova di tutto e di più, emerge una specie di Bruno Potter, del quale non si sentiva la mancanza. Quello che invece manca è il Bruno vero, il filosofo che poteva affermare: “Io nei miei pensieri, parole e gesti non so, non ho, non pretendo altro che sincerità, semplicità, verità”.[6] 

[1] Erodoto, Le storie, II, 162
[2] Spampanato, Vita di Giordano Bruno, Aragno 2000, pag.478  e 480
[3] Chi volesse sviscerare l’argomento, almanaccato già dalla Yates, legga Sacrificio e Sovranità di Gilberto Sacerdoti, Einaudi 2002, ma in Love Labour’s Lost (1595) troverà soltanto un’assonanza col nome del personaggio Berowne.
[4] Giovanni Aquilecchia, Giordano Bruno, Aragno 2001, pag.34 e 57
[5] Avviso romano del 17/9/1599  e Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, Salerno, 1998 pag,43.
* Ringraziamo il Professor Maurizio Ceccon per queste segnalazioni.
[6] Spaccio della bestia trionfante, Epistola esplicatoria, Dialoghi Sansoni, 551.

Karen Silvia de Leon-Jones

Prendiamo in esame un’altra delle etichette appiccicate al Bruno in tempi recenti, quasi si trattasse di un vaso di unguenti in una farmacia antica.: Bruno cabalista. Ne parla diffusamente nella sua opera, Giordano Bruno and the Kabbalah*, Karen Silvia de León-Jones. Questa ricercatrice in studi religiosi pur arrivando alla conclusione che Bruno non è cabalista nel senso più stretto del termine (q1) e che non etichetterà Bruno come cabalista (q2), cade tuttavia nell’errore di esaminare la Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico, il libro più divertente e satirico del Bruno, con estrema serietà. Ma non è la sola: anche alcuni che lei indica come suoi maestri cadono in questo equivoco. Bruno diceva ironicamente degli eruditi ricchi di sfoggio e poveri di comprensione: “Come dimostrano bene che essi sono gli unici a cui Saturno ha pisciato il giudizio in testa”**. L’irresistibile gioco di parole bruniano: “…eccovi Cabala, Teologia e Filosofia, dico una Cabala di filosofia teologica, una Filosofia di teologia cabalistica, una Teologia di cabala filosofica”…***, diventa secondo la studiosa una inseparabile triade, un legame teologico-filosofico per includere la cabala (pag.9), un sistema, filosofico, teologico, ermeneutico del quale Bruno si serve come espediente ermeneutico per introdurre e spiegare le sue teorie personali (q3); e lo sconosciuto dedicatario dell’operetta ironica, Don Sapatino, risulta il simbolo dell’unione fondamentale dei tre concetti (pag.24).
L’errore interpretativo mette in ombra anche alcune osservazioni interessanti dell’autrice (ad esempio sull’uso da parte del Bruno di termini cabalistici quali “indumenti” e “dimensioni”, pag.36/37), e genera altri errori, come considerare un’altra divertente frase dell’Epistola dedicatoria della Cabala un usare la tradizionale dicotomia aristotelica (ndr. fisica e metafisica) ad indicare che un filosofo non è diverso da un teologo o cabalista e viceversa (q4), esattamente il contrario di quanto il Bruno volle rivendicare anche a costo della vita: la libertà di essere filosofo.
La mancata accordatura del suo strumento impedisce all’autrice, sin dalle prime pagine, di sentire le dissonanze a cui la portano obbligatoriamente le note false che ne ricava. Se non si sanno riprodurre le note giuste non si può fare musica. Sarebbe assurdo, ad esempio, voler analizzare il Dizionario Filosofico di Voltaire prendendone il testo paradossale in modo serio. Così seguono contraddizioni e incomprensioni: a dispetto del suo voler considerare il Bruno come un nuovo profeta, la de León-Jones si vede costretta a riconoscere che il tono della interpretazione del Bruno non è particolarmente profetico (q5)che il Bruno tuttavia complica la faccenda (q6) tanto che i suoi confini filosofici sono talvolta difficili da distinguere (q7); ed è logico, perchè se le premesse sono errate, le conclusioni risultano, nel caso migliore, comiche. Esempi: Bruno utilizza l’immagine dell’asino per rappresentare metaforicamente la mistica (q8) e l’affermazione che La cabala e l’asino è esattamente quello che il titolo richiama, un dialogo di sovrastrutture cosmologiche (q9), un superciuccio insomma.
La de León-Jones sostiene di aver approfondito l’interpretazione dell’asino della Yates, più semplice, in quanto incapace di cogliere gli aspetti cabalistici inerenti al simbolo (q10) e rileva che Cabala è esattamente quello che il titolo pretende di essere, un trattato di cabala (q11). Peccato che il Bruno aggiunse alla Cabala del cavallo pegaseo il testo ancor più paradossale de L’asino cillenico.
Povero Bruno! Si riferì probabilmente a quel suo divertissement quando dichiarò al processo veneto (II costituto del 30 maggio 1592): “ho alcune opere composte da me e date alla stampa, le quali non approvo”, temendo che le sue idee fossero travisate.
Conclusione. Una riflessione generica, che non riguarda la de León-Jones: col flusso di immondizie culturali che ci sono pervenute sin dagli anni cinquanta dagli Stati Uniti, abbiamo conosciuto vari tipi di superuomini: l’impiegato volante, il pipistrello, il ragno, la formica. Non abbiamo bisogno del superasino: di quello ce ne siamo già accorti noi da tempo.
Alla nostra studiosa di religione e teologia consigliamo una bella boccata di aria fresca, accompagnandola gentilmente in gita sul Monte Taigeto.

* Giordano Bruno and the Kabbalah, Yale University Press, 1997, ediz. First Nebraska 2004.
** Il Candelaio, edizione Excelsior1881, Milano, 2008, Proprologo pag.35.
*** La cabala e l’asino, Excelsior1881, Milano, 2010, pag.29.
q1 Bruno is not a Kabbalistic in the strictest sens of word (pag.181)
q2 I will not label Bruno as a Kabbalist (id.)
q3 In the dialogue Cabala Bruno uses the Kabbalah as a hermeneutic device to introduce and 
explicate his own theories (20)
q4 Taking the traditional Aristotelian dichotomy to mean that a philosopher is not different than
a theologian or Kabbalist, or vice versa (24)
q5 The tone of Bruno interpretation is not particularly prophetic (182)
q6 Bruno however complicates the matter (112)
q7 The philosophical boundaries are sometimes difficult to distinguish (84)
q8 Bruno utilizes the image of the Ass to metaphorically represent the mystic (27)
q9 A dialogue of cosmological superstructures (21)
q10 Yates offers a simpler interpretation of the symbol of the Ass, for she is unable to perceive
the Kabbalistic aspects inherent the symbol (20)
q11 His dialogue Cabala is exacting what its title claims to be: a work of Kabbalah (17).

Bruno e gli anglofoni

Dall’epoca del Grand Tour l’Italia ha suscitato un’attrazione particolare nei figli di Albione. I primi decenni dell’800 videro un nugolo di inglesi, autentico sciame ronzante, calare nella nostra penisola eleggendo alveari nelle principali località, con una predilezione per Firenze. Esiste ancora, in Piazzale Donatello, un cimitero che conta 760 loro sepolture. Dai registri di iscrizione al Gabinetto Vieusseux – circolo di lettura creato nel 1819 dallo svizzero Giovan Pietro Vieusseux a Palazzo Buondelmonti – si nota la massiccia frequentazione di inglesi a questa pregevole istituzione, tra le prime a dotarsi di giornali e comodi divani a disposizione per la lettura (e altro). Il fatto curioso è che si trattava per la gran parte di focosi capitani (non maggiori o colonnelli) che in tanti casi furono piuttosto lenti a rinfoderare lo spadino, lasciando incinte stuoli di fanciulle, la più nota delle quali fu Ottilie von Goethe, moglie del figlio gnoccolone[1] del grande tedesco. Con questo preambolo cerchiamo di spiegare come mai, parlando del Bruno, ci imbattiamo spesso in personaggi anglofoni. Orbene, la professoressa americana Ingrid A.Rowland ha il merito di far conoscere con le sue traduzioni e divulgazioni alcune opere non comuni nemmeno in Italia, come i Dieci libri di Architettura di Vitruvio e gli Eroici Furori. Nel 2008 ha pubblicato una biografia del Bruno[2], da noi edita da Laterza, di ampio respiro, che tuttavia ci ha lasciato qualche perplessità. A parte il non aver citato la biografia di Dorothea Waley-Singer, dalla quale l’autrice trae diverse asserzioni, che fu un pilastro se paragonata ai tempi (1950) e di cui nessuno vuole più ricordarsi, abbiamo provato una certa inquietudine quando, parlando dei Libri Sententiarum di Pietro Lombardo (ca.1100-1160) la Rowling scrive: “Il manuale era stato scritto nel XII secolo dal domenicano Pietro Lombardo” (pag.53). Ora un lapsus può sfuggire: come si sa, domenicani sono detti i frati dell’Ordine dei Predicatori, approvato a fine 1216 e fondato un anno prima da Domenico di Guzmàn (1170-1221) a Tolosa; ma poco dopo leggiamo, con disagio: “Pietro Lombardo, nelle sue Sentenze, gli aveva conferito un significato più specificamente teologico: il domenicano…” concetto ribadito infine alla pag.54: “precisione domenicana di Pietro Lombardo” . Strano che nessuno dei numerosi revisori, da lei citati nei Ringraziamenti, si sia accorto di queste pulci che, benevolmente, desideriamo togliere.

Buonamico Buffalmacco    

[1] Vedi il divertente libro di Anacleto Verrecchia, Schopenhauer e la Vispa Teresa, Donzelli 2006

[2] Giordano Bruno Philosopher/Heretic, Farror, Straus and Giroux LLC, New York 2008

L’imbecillità è una cosa seria

Diceva l’abate Galiani che “les sots font le texte, et les hommes d’esprit font les commentaires”. Oggi la massima vale – letteralmente – anche per l’editoria: gl’imbecilli scrivono libri e gli uomini di spirito li stroncano.

I libri sull’imbecillità solleticano da sempre la vanità del lettore medio che vi si vede raffigurato quasi fosse un eroe arturiano (a tanto giunge la vanità umana), divertono pure chi se ne crede immune (altra vana pazzia), insomma son libri che – come si dice leggiadramente in ambito editoriale – tirano.

Il Mulino ha pensato bene di doppiare uno dei suoi titoli più smerciati – il volumetto di Carlo Cipolla sulla stupidità umana – con un altro “cipollotto” per dir così, questa volta filosofico. Il professor Maurizio Ferraris non è nuovo a questi libercoli in salsa agrodolce, genere take-away. Filosofo televisivo e trendy (scrisse pure corsivi per Donna Moderna nei quali discettava su come s’indossa una filosofia autunno-inverno), appartiene a quella schiera di pop-philosophers che – tra una metafisica del telefonino e una fenomenologia dell’Ikea – mandano bellamente in vacca la Filosofia, facendole indossare il cappello a sonagli o – se si preferisce – minigonna e zeppe da lucciola.

Il libro di Ferraris (che è illeggibile e, a dispetto dell’argomento frivolo, assai gnucco) va saggiato alla maniera del cocomeraro col cocomero: bisogna cavarne via solo una piccola porzione, col serramanico, sputandola poi subito s’intende.

In questo genere di roba parauniversitaria è uso cominciare con le paraetimologie (Heidegger docet): abracadabra semantici che dovrebbero svelare chissà quali arcani nelle parole (per questo però ci son già i dizionari etimologici, meno “fondazionali” ma più seri). Con buona pace di Ferraris e dei suoi etimi pindarici, non è l’imbecillità a esser costitutiva nell’uomo (cosa che sarebbe ancora ancora consolante), bensì la malvagità. Il savio Biante volle scrivere sul frontone del tempio delfico Οἱ πλεῖστοι κακοί (“I più sono malvagi”), giacché la stupidità umana ne era un semplice corollario.

Uno dei sommi imbecilli – secondo il professor Ferraris – è Giordano Bruno: “coglione” perché, incaponitosi a difender le proprie idee a costo della vita, al contrario dell’astuto Campanella (poi astutamente in carcere per trent’anni), si fece “arrostire”. Turpitudine filosofica e morale che, per la sua enormità e vigliaccheria, è degna solo d’un qualche cocito “in servigio de’ traditori” della Filosofia o forse d’un’aula magna.

Altro campione d’imbecillità (chiedo venia se l’affianco qui all’immenso Bruno) è Martin Heidegger. Che Heidegger fosse un imbecille – a me – è sempre parso palese, direi cristallino, concordo quindi più con me stesso che con Ferraris, il quale di Heidegger sotto sotto è un epigono, una specie di fan col poster in camera. Lui e i suoi maestri Gadamer e Vattimo (come del resto molti altri filosofi della domenica o da domenicale) debbono a questo nazista in tracht, alle sue fole ermeneutiche e misteriosofiche, fulgide quanto enigmatiche carriere universitarie, collaborazioni giornalistiche, villini e case al mare. Dovrebbero portare in processione il magnifico nazi-rettore, recitarne a memoria Die Selbstbehauptung der deutschen Universität quasi fosse un credo capace di smuover cuori e danari. Oggi invece, dopo la pubblicazione dei Quaderni neri, la fortuna heideggeriana ha svoltato e, similmente agli amici nelle disgrazie, epigoni e imitatori si dileguano oppure tentano comici “distinguo” per salvare capra (Heidegger) e cavoli (loro stessi). Ferraris, che non è Giordano Bruno (ci mancherebbe), non ci pensa nemmeno a soccorrer Heidegger in disgrazia, rischiando magari la propria dorata carriera (“carriera” secondo una nota paraetimologia heideggeriana significa “carro del vincitore”); così lo abiura, chiamandolo pure – per colmo di sfottò e bullismo – imbecille delle Prealpi (e chissà se sul letto di morte, ravvedendosi, dirà E pur si muove il prealpino! chissà?).

Dopo il molto reclamizzato (ancorché per noi indifferente) parricidio filosofico di Derrida, seguito dal matricidio di Vattimo, entrambi a noioso mezzo stampa, Ferraris ci propina ora il nonnicidio di Heidegger (viene in mente Sgalambro: la spassosa definizione di tombeur de philosophe: “C’è pure questo tipo. I filosofi gli passano davanti come in un girotondo. Lévinas succede a Popper che succede a Heidegger a cui succede Gadamer, a cui succede… Questo tipo ‘ama’ i filosofi – non la filosofia”). Beh Ferraris i suoi amati maestri li fa proprio schiattare, li liquida appena non gli servono più: reinterpretazione professorale e pulp del classico Amicus Plato, sed magis amica veritas.

In uno degli ultimi capitoli a Ferraris scappa di dire: bisogna farsi furbi per stare al mondo. Dunque l’opposto dell’imbecille, per lui, è il furbo. Vecchia storia italiana! anche se con la cammesella nuova che le rifila lo spilorcio professore: capo d’haute couture lavorato a Secondigliano. Sul tema aveva già detto tutto Prezzolini nel suo Codicillo, al quale occorre rifarsi per schifare Ferraris e le sue stracotte tartuferie: “Il furbo – scrive Prezzolini – è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano ha della furbizia stessa” e ancora  “I furbi non usano mai parole chiare” e infine “Non è vero che l’Italia sia un paese disorganizzato. Bisogna intendersi: qui la forma di organizzazione è la camorra” (pensava forse all’università italiana, Prezzolini?).

Il risvolto di copertina c’informa clangorosamente che il professor Ferraris dirige il “Laboratorio di Ontologia” (purtroppo per l’umanità, la Filosofia e il fisco, non è un refuso di “oncologia”) e che “ha scritto più di cinquanta libri” (nessuno però è un capolavoro, dato che nemmeno il suo editore ne ricorda uno). “Pocas cosas mueren con la rapidez de las ideas y pocos cadáveres inspiran similar indiferencia”, dice Gómez Dávila, ciò è ancor più vero per le ossa dei professori di filosofia – a torto detti dal volgo “filosofi” – che con quelle idee commerciano o tirano a campare.

Apis