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L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE DA ALESSANDRO A LEIBNIZ
ALESSANDRO
IL GRANDE INTELLETTUALE
di Claudio D'Antonio
A distanza di oltre due millenni sembra che ben poco
resti ancora da dire su questo personaggio così ingombrante da occupare
la storia di tre continenti. Quello che seppe realizzare è stato
analizzato dagli storici di varie discipline, ma forse qualcosa ancora
resta da spiegare. Difatti, ciascuna delle abilità da lui possedute era
tale che ad un altro non sarebbe stata sufficiente una vita per
conquistarla. A lui invece bastò l’infanzia e l’adolescenza per
apprendere tutto lo scibile dell’epoca e applicarlo, più o meno nel
tempo che i giovani d’oggi impiegano per procurarsi una laurea, alla
conquista di un impero sterminato. Solo per dare un’idea dei diversi
saperi che possedeva, ricordiamo per prima cosa che era senz’altro uno
sportivo, ma pure un gaudente, e le feste e i piaceri non minarono la
fibra del suo carattere e dell’intelletto, vista la sua capacità di
sopportare le fatiche e i disagi delle lunghe marce e degli accampamenti
militari nelle zone meno ospitali della terra. Per portare, poi, un
esercito dalla Macedonia all’India occorre conoscere molto bene la
medicina, almeno per quanto riguarda la dietologia e l’igiene. Lo sforzo
delle marce richiedeva un’alimentazione speciale e il pericolo delle
malattie non era certo meno temibile delle armi nemiche. L’ingegneria,
inoltre, non doveva essergli ignota vista la necessità di costruire ponti
e barche, per attraversare i fiumi, e, pur disponendo di abili
professionisti, tuttavia doveva essere in grado di giudicare loro ed il
loro lavoro, e questo compito non poteva certo essere demandato ad alcuno
Se poi appare scontato parlare della sua geniale padronanza della tattica
e della strategia, non meno prodigiosa va considerata la sua abilità nel
muovere le truppe senza disporre delle moderne carte geografiche e
superando le differenze di lingua con le nuove popolazioni che incontrava,
ma soprattutto all’interno del suo stesso esercito . Non vanno poi
trascurate le difficoltà logistiche legate al vettovagliamento,
accresciute dalla necessità di possedere la conoscenza profonda delle
norme religiose almeno in materia di alimentazione per ciascun reggimento
che componeva la sua macchina da guerra e di armonizzare le une con le
altre. Per citare solo alcune note interdizioni alimentari ricordiamo che
gli Egiziani si sarebbero ammutinati se il rancio avesse contenuto del
pesce, mentre il maiale avrebbe scatenato l’indignazione degli Ebrei e
le fave, apparentemente da tutti accettabili, avrebbero costretto a
disertare chi fosse stato allevato nella disciplina pitagorica. Non meno
vaste e profonde poi dovevano essere le conoscenze di architettura e di
geopolitica che lo indussero a fondare la città operosa e dotta di
Alessandria dove prima prosperavano solo rane e uccelli di palude.
La preparazione filosofica infine non era certo limitata a poche e
frammentarie nozioni se, quando Aristotele pubblica la Poetica, sentì di
dovergli scrivere per rimproverarlo di avere divulgato un sapere che aveva
promesso di tenere riservato.
Se il libro in questione è solo un testo di filosofia, perché colui che
non aspirava certo a cattedre universitarie doveva essere geloso del suo
contenuto? La risposta di Aristotele riguarda proprio questo punto, il
Maestro afferma infatti di aver autorizzato la pubblicazione ma senza
quelle spiegazioni che rendono veramente utilizzabile il testo.
Utilizzabile a quale fine? Ci chiediamo noi.
Ma la domanda veramente cruciale resta come abbia potuto accumulare tante
conoscenze nei campi più disparati entro così breve tempo e come abbia
conseguito l’abilità necessaria a servirsene al momento opportuno. Ecco
dunque l’aspetto di Alessandro che merita una riflessione approfondita,
questa è l’impresa veramente titanica, essere riuscito a diventare
l’uomo capace di conquistare l’impero di Alessandro Magno, mentre in
fondo il successo nel mettere in atto il progetto dipese anche dalla
fortuna.
E la prima fortuna del Macedone fu di avere un maestro di eccezione, il
migliore discepolo di Platone, quell’Ateniese che aveva descritto
l’educazione ideale del capo politico e militare. Nel settimo libro del De
Repubblica Platone parla
di un sapere che pone alla cima delle
varie forme di conoscenza, da riservare solo a chi sta alla guida
di una società, e lo chiama Mathesis, un sostantivo
derivato dal verbo manthanein, che significa imparare. Si tratta di
un sapere particolare, talmente specifico che proprio per la sua
peculiarità non va messo alla portata dell’uomo comune, ma comunque da
Platone posseduto e trasmesso almeno ad Aristotele, e da questo ad
Alessandro Magno che indubbiamente era dotato dei requisiti richiesti.
Nella Mathesis, arte di apprendere, di serbare e mettere in pratica le
discipline più diverse, risiede dunque l’unica possibile spiegazione
dell’intelligenza di Alessandro. Il modo, tuttavia, in cui si concluse
l’esperimento di Aristotele sul re di Macedonia è noto ed è poco più
che fallimentare, guerre e devastazioni invece che pace e prosperità.
LA
RISCOPERTA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Con la pira di Babilonia si chiude il primo tentativo
di applicazione pratica e di Mathesis non si sente parlare più per quasi
due millenni finchè un giovane domenicano che si fa chiamare Giordano Bruno non ne riparla nel Sigillus Sigillorum e la definisce
come il metodo per operare astrazioni sempre più raffinate dai dati
sensibili alle strutture che li sottendono, quasi in un rapporto di
causa-effetto. Questo procedimento, comunque, è funzionale alla tecnica
cogitativa che Bruno ha inventato e definisce Arte di Pensare
oppure Intelligenza Artificiale
e Arte delle Arti. La Mathesis, secondo il
Nolano, è l’arte di
ricercare la verità nel suo apparire fenomenico ma anche nelle cause
immateriali, perchè il dato grossolano va sempre indagato nella sua
connessione con quanto rimane implicito e, proprio per questa sua latente
presenza, completa l’informazione. Uno stile di ragionamento che viene
seguito per esempio nel commentare le dichiarazioni di un politico, di un
diplomatico, e perfino di un commerciante, allorché non si dà rilievo
solo a quanto espresso ma pure al non detto proprio perché non gli è
stata concessa l’espressione verbale.Questa forma di consapevolezza più
alta, che si sostanzia nella capacità di affrontare temi complessi
avendone presente tutte le implicazioni possibili, è opera
dell’intelletto più che della ragione discorsiva, e dunque denuncia la
presenza di un intelletto naturalmente sveglio oppure risvegliato
dall’Arte di Pensare. Di norma è espressione di uno stato di coscienza
superiore che si differenzia dal precedente come lo stato di veglia
rispetto al sonno che l’ha preceduto e giustifica l’uso del termine di
Risveglio per indicare il processo che porta a disporre dell’intelletto
prima inattivo, quasi dormiente.
Ecco che si capisce come mai si sia definito “Dormitantium Animorum
Excubitor”, “Risvegliatore degli
animi dormienti” o Nolano, celato o ri-velato dalla omonimia di Nola,
suo luogo natale, con nola, campanella in latino. E’ ridicolo
difatti supporre che a Parigi, capitale della cultura mondiale, Bruno
abbia firmato i suoi libri con l’appellativo di Nolanus,
per ricordare al professore della Sorbona o dell’aristocratico
parigino l’oscuro borgo della Campania a lui ignoto invece
dell’insolente e allegro scampanellio che serviva a richiamare gli
studenti dal sonno ai loro doveri quotidiani. Filosofia nolana quindi non
perché minore, in contrapposizione, chissà, alla filosofia di Atene o di
Bagdad (ma quando mai una filosofia ha preso il nome da un paese?)
bensì filosofia del risveglio dell’intelletto, tema caro alla
tradizione medievale, non ultimo all’Alighieri e a S. Bonaventura che
nel suo Itinerarium Mentis ad Deum disegna la scala della
conoscenza che parte dalla sensazione e arriva all’intelletto per
superarlo e avvicinarsi alla Mente Divina dopo essere passata per
l’intelligenza discorsiva propria dell’uomo biologico.
Mentre però S. Bonaventura è impegnato a dimostrare che le potenzialità
della mente umana sono illimitate e proprio nel salire la scala delle
diverse forme di Intelligenza ci si avvicina all’Essere Supremo, Bruno
tratta diffusamente le diverse tecniche che rafforzano le facoltà della
mente e nel loro complesso ne inducono il potenziamento determinando il
passaggio dalla ragione discorsiva all’Intelletto, privilegio concesso
dalla natura a rari fortunati, ma raggiungibile con opportuni metodi da
molti. Il risultato di questa attività può essere definito Intelligenza
Artificiale per distinguerla dall’intelligenza naturale che non ha avuto
bisogno di alcun intervento umano.
Questa che potrebbe apparire una fede cieca nella ragione, quindi pur
sempre un postulato indimostrabile, si fonda sul concetto di strumento che
già fu caro ad Archimede e gli valse l’attribuzione della famosa frase
“Datemi una leva e vi solleverò il mondo”. Nessuna impresa difatti è
impossibile quando si sia trovato lo strumento adatto. La musica nasce
dall’invenzione dello strumento musicale, la pittura dall’invenzione
del pennello e dei colori, la scultura da martello e scalpello, ma
potremmo continuare ricordando cannocchiale e astronomia, microscopio
elettronico e microbiologia, ecc.. Altrettanto accade con
l’intelligenza, si può imparare ad apprendere, a ricordare quanto
appreso e a mettere in pratica le nozioni possedute, è solo questione di
metodo, e Bruno, anticipando i secoli a venire, ci indica il metodo per
perfezionare la nostra intelligenza.
Per attirare la curiosità dei lettori dà ai suoi libri titoli che fanno
pensare ad insegnamenti occulti: “Le Ombre delle Idee”,
“L’Incantesimo di Circe”, ma poi nel sottotitolo indica le tecniche
di Intelligenza Artificiale che intende esporre e le chiama artes, in
quanto ciascuna metodica ha un fine a sé che ne giustifica
l’apprendimento, mentre tutte insieme costituiscono una specie di
software, per usare un concetto a tutti oggi noto, che permette
l’utilizzo di quelle potenzialità del nostro cervello che ancora oggi
restano inutilizzate per oltre il 95%. È importante sottolineare comunque
che i diversi obbiettivi cui mirano le artes convergono
al fine unico di risvegliare l’intelletto e pertanto ciascuna tecnica
copre più funzioni. L’arte della disposizione, per esempio, mira nel
contempo a soddisfare più esigenze e dunque si può dire che è
funzionale alla logica quanto alla memoria, purchè si tenga presente che
logica e memoria sono esse stesse funzionali alla noesi bruniana.
LA
FORMAZIONE ARTIFICIALE DELL’INTELLETTO TRAMITE LA LINGUA CHARACTERISTICA
Filosofia dunque come tecnica del pensare che prevede
l’apprendimento di una vera e propria nuova lingua artificiale fatta di
immagini. È una lingua che serve per pensare e ricercare la verità,
mentre la lingua naturale serve per comunicare e convincere. Il processo
cogitativo si articola in più fasi, che sono consecutive una all’altra,
in una circolarità che rende comunque arbitrario indicare il punto
iniziale e si avvale di una descrizione funzionale del cervello che viene
suddiviso in quattro aree, la prima, anteriore, deputata alla elaborazione
delle immagini, e quindi al riconoscimento delle informazioni sensoriali,
la seconda alla disposizione spazio-temporale delle medesime, la terza al
giudizio e la quarta alla memoria.
Il primo passo dunque consiste nell’apprendere come convertire le
parole e i concetti in figure, e questo è compito della fantasia guidata
da regole precise per permettere il rigore necessario allo sviluppo del
pensiero e alla successiva riconversione in parole. La fantasia da facoltà
anarchica si trasforma così in immaginazione, facoltà educata a creare
immagini secondo criteri precisi. Queste figure danno corpo ai contenuti
della nostra mente rendendoli immediatamente percepibili e reali al posto dei concetti astratti a noi familiari.Il primo
vantaggio è evidente, se pensiamo alla quantità e qualità di
informazioni che l’immagine contiene rispetto alla parola. Altro
vantaggio da non trascurare poi è dato dalla pronta disponibilità
dell’immagine rispetto alla parola, sovente difatti capita di non avere
presente la parola esatta che ci serve, mentre l’immagine si mostra con
prontezza.
La memoria se ne avvantaggia perché allo stato naturale, come
sappiamo, è debole ed incerta, ma comunque indispensabile dato che senza
di essa la nostra mente sarebbe una pagina destinata a tornare sempre
bianca. Perciò si impone un metodo che assicuri la certezza delle
informazioni possedute e le renda disponibili all’occorrenza. Per il
raggiungimento di questi due obbiettivi occorre applicare la tecnica della
engrafia,
o scrittura interiore che sostituisce la scrittura manuale e la stampa
emulandone la precisione e la durata nel tempo. Tale uso della memoria
esula dall’intento comune di possedere qualche accorgimento per
ricordare, la certezza delle notizie affidate a questa facoltà è
necessaria alla ricerca della verità e ogni evidenza raggiunta si
trasforma nello strumento di indagine della verità da indagare
successivamente.
La disposizione risponde all’esigenza di conservare le
informazioni entro spazi virtuali che le contengono. Al tempo stesso però
le immagini sono collegate con legami grammaticali che non sono formati da
suoni ma indicati dalla posizione stessa delle immagini nello spazio
dell’atrio e dal rapporto tra di loro. Le regole di questa grammatica
sono esemplificate da quei lunghi elenchi di figure, che alcuni
sbrigativamente definiscono di memoria, che arricchiscono le pagine del De
Umbris e del De Imaginum Compositione e sono rappresentate con tanta
minuziosa precisione al fine di sviluppare con chiarezza il ragionamento e
al tempo stesso potere recuperare in ogni momento all’espressione della
lingua naturale non solo la totalità dei dati in origine ad esse
affidati, ma pure il processo e risultato della loro elaborazione. La
trattazione degli atri, dei cubili e dei campi di memoria,
riguarda le forme quadrangolari dove vengono riposti i noemi da
trasformare ulteriormente in momenti successivi. Questo momento
dell’Arte di Pensare costituisce la cerniera tra la fase
dell’immaginazione e della disposizione dei concetti nelle ruote di
logica perché nella disposizione spazio-temporale che si dà alle
immagini-concetto si fonda la disponibilità di verità complesse
conservate per la successiva ricerca di altre verità. Ad esempio, dalla
disposizione delle immagini negli atri e nei campi risaltano con
immediatezza i rapporti di affinità, contiguità e opposizione dei
concetti da esse rappresentati.
Una forma particolare di disposizione tuttavia è anche funzionale alla
sintassi del discorso e quindi subito al giudizio perché tutti i
legami sintattici delle proposizioni formate già negli atri vengono
esplicitati grazie alle ruote di logica inventate da Lullo per
esaminare ogni possibile definizione di un argomento verificando quali
siano possibili, probabili, vere o palesemente false. Già Lullo, per la
verità, aveva indicato come costruire un intero discorso che oltre a
soggetto, predicato e verbo contenesse anche i complementi e alcuni
rapporti logici, ad es. di maggioranza, minoranza e uguaglianza, ma Bruno
amplia ulteriormente il metodo logico lulliano per integrarlo nell’Arte
di Pensare e quindi farne un metodo per il ragionamento applicato
all’indagine scientifica e alla scoperta di nuove certezze, e a questo
proposito parla allora di Arte Generalissima
di ricercare e di inventare.
La capacità di ragionare correttamente è patrimonio di chi
possiede l’arte, il metodo di ragionare, gli altri ragionano a caso,
senza sapere bene quello che stanno dicendo né dove li porterà il loro
stesso discorso.
A questo punto ci si potrebbe chiedere come mai Bruno non abbia dichiarato
più apertamente la sua invenzione invece di mostrarsi così restio e
mantenere le distanze rispetto al lettore che rimane solitamente perplesso
e dubbioso sull’effettivo contenuto delle sue pagine. Il motivo è
semplice ed è già stato espresso da Platone quando afferma che non si
deve mettere alla portata di chiunque un insegnamento che potenzia le
capacità intellettive individuali, per i rischi che la società
correrebbe se venissero usate malamente, aggiungiamo noi. Proprio per
questa ragione Bruno voleva istruire un regnante, magari il re di Francia,
la regina d’Inghilterra o il re di Boemia, o forse fondare
un’Accademia che istruisse le nuove generazioni di aristocratici. Non
poteva e non doveva trattare più chiaramente
un tema così delicato nelle sue opere che erano destinate ad andare in
mano ad ogni sorta di persone. Ecco il motivo della scarsa leggibilità
delle sue opere latine che presentano da un lato le naturali difficoltà
delle opere scientifiche che trattano una scienza affatto nuova,
dall’altro le difficoltà derivanti dalla cura posta dall’Autore nel
dissimulare la totalità dell’insegnamento per farne solo intuire
l’importanza e quindi indurre il possibile candidato allo studio
dell’Intelligenza Artificiale a chiedergli di persona le spiegazioni
necessarie.
Una volta che un personaggio di peso avesse iniziato ad adottare i
procedimenti indicati nel De Umbris o nel Cantus Circaeus avrebbe cercato
il testo della Clavis Magna tanto reclamizzato proprio in quelle pagine e
allora avrebbe potuto finalmente parlare chiaro. Ma cos’è la Clavis
Magna?
LA CLAVIS
MAGNA
Alla luce di quanto sopra espresso diventa evidente
che la sua opera principale, la Clavis Magna,
non può non essere stata scritta perché le decine di citazioni che la
richiamano nel De Umbris e nel Cantus Circaeus non possono riguardare
un’opera fantasma. Ancora meno è credibile che abbia trascurato di
cautelarsi affinchè quest’opera
capitale fosse tramandata ai posteri, mostrando a tal riguardo meno senno
di un insetto qualsiasi che invece si preoccupa di assicurare alla prole
le migliori possibilità di sopravvivenza. A parte le argomentazioni
espresse per evidenziare la rispondenza tra il testo del De Imaginum
Compositione
e i passi del De Umbris e del Cantus Circaeus che rimandano alla Clavis
Magna, abbiamo già visto sopra che qualsiasi discorso sull’Arte di
Pensare deve partire proprio dalle immagini che devono sostituire i suoni
delle parole per passare alla lingua characteristica,
come Leibniz ebbe a definirla, che serve a pensare e a cercare la verità
del pensiero.
Individuato il libro della Clavis Magna cui fa riferimento nei testi
pubblicati nel 1582, riteniamo di poter affermare che gli altri volumi che
completano l’opera siano intanto il Sigillus Sigillorum, perché Bruno
stesso lo afferma alla fine dell’Explicatio Triginta Sigillorum,.poi le
opere che si richiamano a Lullo e trattano la logica dal punto di vista
della ricerca e scoperta di verità complesse derivanti dalla combinazione
di informazioni meno articolate e infine la Lampas Triginta Statuarum
che per dichiarazione esplicita dell’Autore perfeziona, semplificandolo,
il metodo dell’Arte di Pensare.
Il primo libro della Clavis Magna pertanto contiene la teoria della
formazione delle immagini e dei simboli, con la parte applicativa
riguardante la disposizione delle immagini ai fini della memoria di
informazioni semplici, come i termini di una lingua, oppure complesse,
come avvenimenti e dimostrazioni teoriche. Nella seconda parte del volume
Bruno tratta argomenti che riguardano la psicologia del profondo, gli
archetipi sempre presenti nell’animo umano che determinano con la
suggestione delle immagini loro proprie l’inclinazione a seguire un
destino piuttosto che un altro. Quando si conosca l’archetipo dominante
un determinato panorama psichico, è possibile intervenire per rimuoverne
la presenza fastidiosa e sostituirlo con l’archetipo opposto. Infine
nella terza parte sono spiegati i sigilli, che sono forme di pensiero su
cui modellare vari tipi di ragionamento e di ricerca e vengono ripresi con
qualche modifica nei due libri che precedono il Sigillus Sigillorum.
Il secondo libro della Clavis Magna, che sta per essere pubblicato,
contiene il Sigillus Sigillorum che fornisce indispensabili informazioni
riguardo le energie che muovono l’animo umano e gli accorgimenti da
adottare per sfruttarne tutta la potenza. Come ciascun sigillo costituisce
un modello di ragionamento e di ricerca, così il Sigillus Sigillorum
presenta i meccanismi psicologici che compongono quell’intelligenza che
dovrà poi applicare le tecniche dell’Arte di Pensare. Se vogliamo, è
il primo libro di fisiologia
della psiche. Insieme a questo vengono presentati i due libri di
spiegazioni dei Sigilli che, come abbiamo detto, contengono le istruzioni
per l’uso di questi modelli di ragionamento.
Il terzo libro della Clavis Magna raggruppa le opere lulliane che
sviluppano in particolare la logica Il Quarto Libro della Clavis Magna
infine, già pubblicato, espone l’ultima forma raggiunta dall’Arte di
Pensare di Bruno, niente più atri né campi né ruote ma solo le
rappresentazioni degli archetipi sui quali vanno direttamente applicati i
concetti e dalla interazione tra il concetto applicato e il concetto
supportato dall’immagine di uno o più particolari della statua si
ricava il ragionamento.
L’Arte di Pensare dunque non si presenta come un tutto già definito sin
dall’inizio, ma come la ricerca dei diversi strumenti che man mano
vengono inventati per rendere più efficace e semplice il metodo
originale. Si possono pertanto scoprire i successivi stadi di sviluppo
dell’Arte di Pensare, dalle forme ancora ingenue del De Umbris, del
Cantus Circaeus e del De Imaginum Compositione fino alla Lampas Triginta
Statuarum.
La Clavis Magna dunque è la Grande Chiave che apre non solo le porte
dell’Intelligenza Artificiale ma anche lo scrigno dove stanno riposti
gli insegnamenti di Giordano Bruno e ci permette di capire l’unitarietà
della sua produzione letteraria che allo sguardo superficiale appare
frammentaria ed eclettica mentre l’obbiettivo è unico, mostrare le
possibilità dell’intelletto umano e la strada per conquistarlo. In
questa prospettiva è facile vedere, ad esempio, come il Candelaio annunci
l’Arte di Pensare e sia in sostanza la maestosa, beffarda ouverture che
anticipa i temi dell’Intelligenza Artificiale perchè ne fa intuire la
necessità tramite la rappresentazione dell’uomo che usa solo la ragione
discorsiva, e non possiede altre alternative tra essere vittima o
carnefice, truffatore o gonzo, in attesa che la commedia della sua vita
abbia termine, si alzi il sipario e si possa finalmente vedere che è
stata solo una rappresentazione a vantaggio degli spettatori e lui,
qualsiasi ruolo abbia ricoperto, è stato solo una marionetta.
L’AUTOPOIESI
DELL’INTELLETTO
Dopo aver acquisito le varie tecniche, la mente si
allarga alla visione dei principi e da questi può finalmente far
discendere le conseguenze, come Aristotele pretende si faccia - senza
peraltro indicare il metodo - e il procedimento diventa possibile in
quanto si è in grado di dominare la complessità tramite il ricorso
all’arte di ordinare in categorie progressivamente più ampie quei
principi alla cui individuazione si era pervenuti in un momento precedente
ed erano stati conservati grazie
alla mnemotecnica. Il contenuto della mente può pertanto essere
raffigurato con una figura solida e non più come una superficie con le
due sole dimensioni di spazio e tempo, ma a queste va aggiunta la causa
che è la terza dimensione della mente. Diventa possibile muoversi con
disinvoltura consapevole sia sul piano dei fenomeni, riconoscendo le
affinità che li legano vicendevolmente, sia sul piano delle cause, nella
tranquilla consapevolezza che ogni causa produce l’effetto agendo
tramite uno strumento e quindi come in un’operazione aritmetica basta
conoscere due dei tre elementi per individuare il terzo. È inoltre
possibile giungere a scoprire addirittura i primi due elementi del
ragionamento, da scegliere a volontà tra causa, effetto e strumento,
ricorrendo al procedimento aritmetico della proporzione per cui, dati tre
elementi di una proporzione, è possibile scoprire il quarto incognito.
Un esempio di questo procedimento è fornito dalla scoperta di Mendelejeff,
il quale, rilevata la struttura atomica di alcuni elementi si è spinto a
predire l’esistenza di altri ancora sconosciuti ma necessariamente
esistenti secondo le leggi della fisica.
Non esistono perciò limiti alle possibilità conoscitive della mente
umana quando essa si dota dello strumento adatto ad attualizzarne le
potenzialità e questo strumento è la noesi bruniana, l’arte di pensare
che si fa intelligenza artificiale per l’autopoiesi dell’intelletto,
la capacità superiore della mente che non percepisce più i fenomeni in
successione spazio-temporale ma li ha presenti tutti insieme anche nel
rapporto di causalità che li unifica.
CONCLUSIONE
Le opere italiane di Bruno costituiscono la parte
minoritaria della sua produzione eppure continuano ad essere le uniche
citate liberamente da quanti si occupano di lui. Le opere latine sono
invece pressoché ignorate, non per difetto di conoscenza della lingua, ma
perché l’ipotesi gentiliana che vi si trattasse di mnemotecnica è
palesemente insufficiente e la stravagante interpretazione della Yates che
il tutto vada ricondotto al Neoplatonismo Rinascimentale e alla magia lo
sottrae definitivamente all’indagine razionale relegandolo nello
sgabuzzino dove stanno rinchiusi gli Agrippa ed i John Dee, in sospirosa
attesa di romantiche signore avide consumatrici di oroscopi.
Del resto quanto poco Bruno concedesse al cosiddetto esoterismo è
dimostrato da quanto afferma nelle prime pagine del De Auditu
Aristotelico, titolo che potremmo tradurre come “Gli Insegnamenti
Esoterici di Aristotele”, in cui afferma che il volgo ama ciò che è
oscuro e rifiuta le chiare verità di ragione perché incapace di
comprenderle, e pertanto la sua trattazione di Aristotele mira a rendere
chiaro ciò che è oscuro e a spiegare quanto detto in forma sibillina.
Gli scritti di magia a suo nome, infine, si limitano a poche decine di
pagine destinate a deludere quanti si aspettano brumose narrazioni di
incantesimi, sortilegi ed evocazioni di demoniache presenze. Vi si
spiegano infatti dal punto di vista psicologico le forze di attrazione e
repulsione che si manifestano nella vita di ciascuno, e quanto mai
chiaramente si parla di legami psicologici che semmai anticipano la
Programmazione Neurolinguistica di John Grinder e Richard Bandler, autori
evidentemente meno noti di Agrippa e Dee a chi si è avventurato a
tradurre, senza capirle, le opere magiche di Bruno finendo per inserire
tra queste addirittura la Lampas Triginta Statuarum che, come abbiamo
detto, è il volume che conclude l’opera della Clavis Magna.
Scartata la mnemotecnica e la magia, l’unica spiegazione
dell’argomento principale delle opere latine di Bruno è l’Arte di
Pensare, la scoperta di valore epocale che l’autore dichiara essere
paragonabile solo alla scoperta del Nuovo Continente, per gli spazi che
essa apre alla creatività dell’intelligenza umana, anzi, addirittura
superiore, perché destinata a portare solo vantaggi a tutti gli uomini,
mentre l’invasione europea del continente americano aveva portato con sé
lo sterminio di milioni di vittime.
Ma resta un punto da vedere, ed è il rapporto, o meglio, la tragica
assenza di rapporto tra Leibniz e Giordano Bruno. Anche Leibniz è stato
stimolato come Bruno dalla lettura di Lullo e come l’Italiano ha voluto
metterne in opera l’insegnamento, ma dopo alcuni anni di appassionata
ricerca sulla Lingua Characteristica, così definiva la lingua per
pensare, dovette arrendersi perché evidentemente non aveva saputo
integrare la tecnica lulliana con altri temi – la mnemotecnica , p.es. -
che potevano rendere del tutto indipendente il nuovo processo cogitativo
dai processi naturali, inconsci. Invece di aprirsi al sogno e alle
prospettive dell’Arte di Pensare restò chiuso entro i confini della
logica e di conseguenza dovette abbandonare l’impresa e, poiché
ignorava l’opera di Bruno, disse impossibile ciò che a lui non era
riuscito.
A sfida e promessa per l’Umanità del Terzo Millennio resta tuttavia
l’insegnamento di Platone ed Aristotele, l’esempio dell’intelletto
di Alessandro, l’insegnamento di S. Bonaventura e di Lullo, il sogno di
Leibniz e l’Intelligenza Artificiale di Giordano Bruno che attende solo
di essere studiata ed applicata.
BIBLIOGRAFIA:
G. BRUNO: I Dialoghi Italiani a cura di G. Gentile:
G. BRUNO: Opera Latine Conscripta, Napoli-Firenze,
1879-1881
G. BRUNO: Il Primo Libro della Clavis Magna, Di Renzo
Editore, Roma 1997
G. BRUNO: Il Quarto Libro della Clavis Magna, Di
Renzo Editore, Roma, 2002-09-08
G. BRUNO: Opere Magiche, Adelphi Edizioni, 2000
AA.VV.: Programmazione Neurolinguistica, Casa
Editrice Astrolabio 1982
ROBERT BLANCHE’: La Logica e la sua Storia,
Ubaldini Editore, 1973
NICOLA ABBAGNANO: Dizionario di Filosofia, UTET, 1971
PLATONE: Tutte le Opere, Roma 1997
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L’ERESIA
DEL NOLANO
di
Claudio D'Antonio
Seguendo l’insegnamento di Aristotele e S.
Bonaventura, Bruno riconosce cinque gradi di conoscenza: la sensazione,
che va riconosciuta comune almeno a tutti gli esseri viventi, l’immaginazione,
che è propria di tutti gli animali più evoluti, la ragione
discorsiva, che appartiene solo agli esseri umani, e consiste nella
facoltà di esaminare i concetti uno per uno,l’intelletto che
mette in grado di vedere le cose con un colpo d’occhio dall’alto e
infine la sinderesi che
è l’ultimo grado dell’ascesa all’Intelletto divino, la facoltà per
cui l’uomo conosce direttamente i principi ultimi della morale.
Con atteggiamento del tutto moderno Bruno arresta la propria ricerca al
quarto livello di conoscenza, lasciando la riflessione sulla Rivelazione
Divina ad un momento di ricerca che potrà venire messa in atto comunque
solo dopo aver raggiunto l’intelletto, meta ambiziosa per molti che non
ne sospettano neppure l’esistenza. Qui però risiede il punctum dolens
del rapporto con la Chiesa. L’intelletto che si fa giudice unico del
reale spodestando di fatto la teologia, unica padrona del sapere dal punto
di vista clericale. Non c’è posto per la Fede nel mondo
dell’intelletto che Bruno dischiude ai nostri occhi, o si sa o si
ignora. Fingere di sapere, comportandosi come se si sapesse, con la
consapevolezza dell’irrazionalità di questo atteggiamento, diventa
impossibile. Non c’è posto per nessuna religione rivelata perché la
rivelazione del vero è un fatto personale, non verità da accettare
passivamente. L’eresia di Bruno non si limita a un qualche aspetto della
Fede, riguarda la natura medesima della fede. Essa deve sparire dalla vita
dell’individuo che ha elevato la propria mente all’intelletto per
trasformarsi in conoscenza. Non c’è da meravigliarsi dunque che sia
stato messo al rogo. D’altra parte Bruno non poteva ritrattare nulla del
suo insegnamento. Poteva forse negare l’esistenza dell’intelletto e la
possibilità di metterlo in atto? Per molti secoli la Chiesa aveva
condotto una battaglia contro il nous, negandone prima
l’esistenza e poi evitando ogni accenno a questa facoltà della mente.
S. Bonaventura ne aveva parlato di nuovo, ma indicando la sinderesi come
vero obbiettivo del ricercatore, e quindi riconducendo il tutto entro i
binari della teologia e della Fede, che sono indispensabili sussidi per
chi si muova all’interno della ragione discorsiva. Bruno invece non solo
punta all’intelletto, ma addirittura enuncia le metodiche da utilizzare
per raggiungerlo e non fa che un cenno fuggevole alla sinderesi,
escludendo di fatto fede e teologia da ogni prospettiva conoscitiva. Il
rogo a questo punto non era una pena ma l’esorcismo contro la nascita
del secolo dei lumi autorevolmente rappresentato da Bruno, anzi contro la
stessa nascita del mondo moderno, privo di saldi riferimenti religiosi.
La libertà
di pensiero
La libertà di pensiero non può essere concessa da
nessuna autorità, perché nessuna autorità può limitare il pensiero che
scopre i suoi limiti solo entro le barriere che da solo si crea per paura
di espandersi. Passioni, emozioni, sentimenti, sono tutti ostacoli che
impediscono la libertà di pensiero che si afferma solo nell’atarassia
del pensatore. Per questo occorre fare silenzio, bloccare il dialogo
interno e lasciare fluire il corso del ragionamento anche per quei
territori prima ignorati che attendono di essere raggiunti. Il pensiero
libero è autorevole, perciò non teme l’autorità, non si batte contro
nulla perché nulla gli si oppone. Ha dei limiti, e il primo limite è
costituito dalla mancanza di energia, l’energia che gli deriva dal vedere
le cose, da un sufficiente esercizio e bagaglio di conoscenze pregresse,
da un numero di categorie troppo limitato per contenere tutto intero
l’oggetto della sua riflessione. In una parola dalla mancanza di
cultura. In astratto potrebbe essere possibile un pensiero libero senza
che sia passato per Platone ed Aristotele, Shankara, Lao Tze oppure Budda,
ma il cammino che avrebbe dovuto compiere in solitudine per giungere alle
sintesi offerte belle e pronte dai cennati pensatori sarebbe troppo lungo
per lasciare il tempo di arrivare a sviluppi ulteriori. Il cammino della
conoscenza, individuale, si avvale di fatto dei sentieri tracciati dai
nostri predecessori, e la cultura è la razionalizzazione di ciò che
prima era ignoto. Ad un animo naturalmente religioso, cioè aperto alle
istanze del mistero e dell’indefinibile, tutto ciò porta a dire che la
Divinità, l’Intelletto Supremo, si fa scoprire dall’intelligenza
umana che Le si avvicina in un processo di ascesi dal sensibile
all’immateriale. All’intelligenza laica, in apparenza indifferente ai
valori religiosi, anzi diffidente rispetto ai medesimi, ma in realtà
insicura e timorosa, la scoperta di nuove realtà scientifiche parla solo
della grandezza dell’uomo senza ulteriori riferimenti metafisici. Non
importa, appena l’agnostico sarà pronto per affrontare la sintesi
finale di ragione e mistero, legge scientifica e fenomeno sensibile,
l’evidenza della necessità di postulare il Demiurgo si presenterà da
sola e quindi la ricerca avanzerà automaticamente in quelle direzioni che
prima erano state escluse, aprendo le prospettive della sinderesi. Prima
però bisogna avere posseduto l’intelletto e per questo occorre tornare
a Bruno.
Di Claudio D'Antonio leggi anche su questo sito: "Giordano
Bruno: un'allucinazione collettiva?"
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