COLLANA: Arcobaleno

Giordano Bruno

Il primo libro della Clavis Magna

Ovvero il trattato sull’intelligenza artificiale

Pagine: 336 - Prezzo : € 16.53

ISBN: 8886044690 - Anno di pubblicazione: 1997




Con la sua Clavis Magna, o Grande Chiave della Conoscenza, Giordano Bruno propone un metodo di ragionamento e di studio che una volta acquisito conduce a disporre di una memoria perfetta, di un ragionamento impeccabile, di conoscenze certe perché fondate sulla sintesi di tutti i dati cognitivi in possesso dell’individuo e, infine, della capacità di esporre in maniera convincente le proprie idee. È uno studio più che mai attuale perché la Clavis Magna può essere considerata come il software del cervello umano che, rispetto alle sue capacità reali, è impiegato solo in una minima percentuale. È il primo studio, e finora l’unico, sull’Intelligenza Artificiale, non quella attribuita dall’uomo al computer, ma quella conquistata dal cervello umano, che, impadronitosi del metodo bruniano, non dovrà più temere di dover rivaleggiare con questo “mostro” tecnologico.





"Per esplicita dichiarazione di Bruno ci troviamo finalmente davanti ad un testo che appartiene alla Clavis Magna:
 "In quanti e con quali modi e con che accorgimenti le informazioni si palesano per essere figurate tramite forme sensibili, ed essere segnate e conservate, l'abbiamo espresso non solo qui, ma anche in altri luoghi, anzi descritto assai ampiamente in uno dei volumi della Clavis Magna che si intitola Sigillo dei Sigilli".
(G.Bruno, Explicatio Triginta Sigillorum)

 


Giordano Bruno

Il secondo libro della Clavis Magna

ovvero il Sigillo dei Sigilli
(a cura di Claudio D'Antonio)

Di Renzo Editore

COLLANA: Arcobaleno
Pagine: 176 - Prezzo : € 12.50

ISBN: 8883230655 - Anno di pubblicazione: 2003
Claudio D’Antonio continua la sua traduzione della Clavis Magna e ne presenta il secondo libro, in cui vengono ripresi e ulteriormente spiegati i Sigilli, al fine di fornire le tecniche della lingua imaginale.
All’origine del Sigillo troviamo le suggestioni derivanti dalla geometria euclidea. L’impiego di questa lingua, concepita specificamente per pensare e non per comunicare, permette di adottare delle tecniche affini a quelle del pensiero matematico. La sostituzione delle parole con le immagini, ad esempio, ha l’esatto corrispettivo nell’algebra che spesso adopera le lettere al posto dei numeri, rimandando ad un secondo momento le operazioni meno urgenti. Poiché sono regole pratiche per ordinare a sistema un insieme di dati, i Sigilli vanno studiati ed applicati dall’allievo all’Arte del Pensare.

Claudio D’Antonio, laureato in Scienze politiche, è esperto di politica internazionale. Ha effettuato numerose ricerche su temi di filosofia, sia in Italia che all’estero, in particolare in India. Profondo conoscitore delle opere di Giordano Bruno che personalmente ha tradotto in italiano.


La pubblicazione contiene la prima traduzione integrale dei testi bruniani pubblicati nel 1584 a Parigi sotto i titoli Sigillus Sigillorum (Il Sigillo dei Sigilli), Explicatio Triginta Sigillorum (Spiegazione dei Trenta Sigilli) e Triginta Sigilli (Trenta Sigilli) e porta il titolo di Secondo Libro della Clavis Magna in quanto costituisce lo sviluppo logico e l’approfondimento del discorso sulla Teoria dell’Intelligenza Artificiale iniziato ne Il Primo Libro della Clavis Magna (Di Renzo Editore, Roma, 1998).

Col termine sigilli, infatti, Giordano Bruno indica le strutture astratte che sono in grado di dominare qualsiasi pensiero complesso e ne forniscono la spiegazione nei dettagli altrettanto bene della sintesi espressa con una sola immagine concreta. Qualsiasi tema, insomma, la mente umana possa elaborare è riconducibile alle forme illustrate nei primi due libri Trenta Sigilli e Spiegazione dei Trenta Sigilli. La materia del discorso cambia, ma le forme in cui si esplica possono essere contenute entro il numero di trenta. Risulta evidente l’interesse pratico per questa dottrina che promette di agevolare l’acquisizione di conoscenza approfondita nei campi più disparati, dalla matematica alla storia, dal diritto alle lingue. Nel Sigillo dei Sigilli, infine, Bruno enuncia le regole da seguire nell’elaborazione del pensiero secondo l’insegnamento di Pitagora e Giambico, mette in guardia contro i principali errori cui si può andare incontro nell’arte di pensare e illustra i procedimenti logici da impiegare nel corso del processo cognitivo.

L’altro termine che Bruno impiega per indicare queste strutture è il greco matemi, gli oggetti della matesi, che è l’apprendimento per eccellenza, il più alto che si possa raggiungere, perché riguarda il modo di correlare e far interagire le nozioni ultime di ciascuna scienza. Al livello più basso, secondo la classificazione aristotelico-platonica, stanno i saperi pratici, sopra a questi i singoli saperi teorici, che inizialmente utilizzano dati del mondo fenomenico, e al vertice si situa proprio la matesi che amministra tutte le informazioni culturali al momento disponibili. Per impiegare il linguaggio di Popper e dello stesso Bruno, la matesi riguarda gli oggetti del mondo 3, il mondo della cultura in senso stretto.  

Nella Prefazione e nell’Introduzione Claudio D’Antonio pone l’accento sulla coerenza del discorso iniziato con Il Primo Libro della Clavis Magna, nel quale venivano poste le basi della teoria dell’Intelligenza Artificiale, tema centrale della “filosofia nolana”, cioè della filosofia destinata a guidare al risveglio dell’Intelletto. Si delinea così la genesi delle strutture di una nuova lingua, la lingua imaginale, fatta di immagini e non di suoni, destinata a ricercare la verità invece che a convincere l’interlocutore, come invece accade per il linguaggio ordinario.  

 

 


L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE DA ALESSANDRO A LEIBNIZ

ALESSANDRO IL GRANDE INTELLETTUALE

 di Claudio D'Antonio

A distanza di oltre due millenni sembra che ben poco resti ancora da dire su questo personaggio così ingombrante da occupare la storia di tre continenti. Quello che seppe realizzare è stato analizzato dagli storici di varie discipline, ma forse qualcosa ancora resta da spiegare. Difatti, ciascuna delle abilità da lui possedute era tale che ad un altro non sarebbe stata sufficiente una vita per conquistarla. A lui invece bastò l’infanzia e l’adolescenza per apprendere tutto lo scibile dell’epoca e applicarlo, più o meno nel tempo che i giovani d’oggi impiegano per procurarsi una laurea, alla conquista di un impero sterminato. Solo per dare un’idea dei diversi saperi che possedeva, ricordiamo per prima cosa che era senz’altro uno sportivo, ma pure un gaudente, e le feste e i piaceri non minarono la fibra del suo carattere e dell’intelletto, vista la sua capacità di sopportare le fatiche e i disagi delle lunghe marce e degli accampamenti militari nelle zone meno ospitali della terra. Per portare, poi, un esercito dalla Macedonia all’India occorre conoscere molto bene la medicina, almeno per quanto riguarda la dietologia e l’igiene. Lo sforzo delle marce richiedeva un’alimentazione speciale e il pericolo delle malattie non era certo meno temibile delle armi nemiche. L’ingegneria, inoltre, non doveva essergli ignota vista la necessità di costruire ponti e barche, per attraversare i fiumi, e, pur disponendo di abili professionisti, tuttavia doveva essere in grado di giudicare loro ed il loro lavoro, e questo compito non poteva certo essere demandato ad alcuno Se poi appare scontato parlare della sua geniale padronanza della tattica e della strategia, non meno prodigiosa va considerata la sua abilità nel muovere le truppe senza disporre delle moderne carte geografiche e superando le differenze di lingua con le nuove popolazioni che incontrava, ma soprattutto all’interno del suo stesso esercito . Non vanno poi trascurate le difficoltà logistiche legate al vettovagliamento, accresciute dalla necessità di possedere la conoscenza profonda delle norme religiose almeno in materia di alimentazione per ciascun reggimento che componeva la sua macchina da guerra e di armonizzare le une con le altre. Per citare solo alcune note interdizioni alimentari ricordiamo che gli Egiziani si sarebbero ammutinati se il rancio avesse contenuto del pesce, mentre il maiale avrebbe scatenato l’indignazione degli Ebrei e le fave, apparentemente da tutti accettabili, avrebbero costretto a disertare chi fosse stato allevato nella disciplina pitagorica. Non meno vaste e profonde poi dovevano essere le conoscenze di architettura e di geopolitica che lo indussero a fondare la città operosa e dotta di Alessandria dove prima prosperavano solo rane e uccelli di palude.
La preparazione filosofica infine non era certo limitata a poche e frammentarie nozioni se, quando Aristotele pubblica la Poetica, sentì di dovergli scrivere per rimproverarlo di avere divulgato un sapere che aveva promesso di tenere riservato[1]. Se il libro in questione è solo un testo di filosofia, perché colui che non aspirava certo a cattedre universitarie doveva essere geloso del suo contenuto? La risposta di Aristotele riguarda proprio questo punto, il Maestro afferma infatti di aver autorizzato la pubblicazione ma senza quelle spiegazioni che rendono veramente utilizzabile il testo. Utilizzabile a quale fine? Ci chiediamo noi.
Ma la domanda veramente cruciale resta come abbia potuto accumulare tante conoscenze nei campi più disparati entro così breve tempo e come abbia conseguito l’abilità necessaria a servirsene al momento opportuno. Ecco dunque l’aspetto di Alessandro che merita una riflessione approfondita, questa è l’impresa veramente titanica, essere riuscito a diventare l’uomo capace di conquistare l’impero di Alessandro Magno, mentre in fondo il successo nel mettere in atto il progetto dipese anche dalla fortuna.
E la prima fortuna del Macedone fu di avere un maestro di eccezione, il migliore discepolo di Platone, quell’Ateniese che aveva descritto l’educazione ideale del capo politico e militare. Nel settimo libro del De Repubblica  Platone parla di un sapere che pone alla cima delle  varie forme di conoscenza, da riservare solo a chi sta alla guida di una società, e lo chiama Mathesis, un sostantivo derivato dal verbo manthanein, che significa imparare. Si tratta di un sapere particolare, talmente specifico che proprio per la sua peculiarità non va messo alla portata dell’uomo comune, ma comunque da Platone posseduto e trasmesso almeno ad Aristotele, e da questo ad Alessandro Magno che indubbiamente era dotato dei requisiti richiesti. Nella Mathesis, arte di apprendere, di serbare e mettere in pratica le discipline più diverse, risiede dunque l’unica possibile spiegazione dell’intelligenza di Alessandro. Il modo, tuttavia, in cui si concluse l’esperimento di Aristotele sul re di Macedonia è noto ed è poco più che fallimentare, guerre e devastazioni invece che pace e prosperità.

 

LA RISCOPERTA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

Con la pira di Babilonia si chiude il primo tentativo di applicazione pratica e di Mathesis non si sente parlare più per quasi due millenni finchè un giovane domenicano che si fa chiamare Giordano Bruno non ne riparla nel Sigillus Sigillorum e la definisce come il metodo per operare astrazioni sempre più raffinate dai dati sensibili alle strutture che li sottendono, quasi in un rapporto di causa-effetto. Questo procedimento, comunque, è funzionale alla tecnica cogitativa che Bruno ha inventato e definisce Arte di Pensare[2] oppure Intelligenza Artificiale[3] e Arte delle Arti[4]. La Mathesis, secondo il Nolano,  è l’arte di ricercare la verità nel suo apparire fenomenico ma anche nelle cause immateriali, perchè il dato grossolano va sempre indagato nella sua connessione con quanto rimane implicito e, proprio per questa sua latente presenza, completa l’informazione. Uno stile di ragionamento che viene seguito per esempio nel commentare le dichiarazioni di un politico, di un diplomatico, e perfino di un commerciante, allorché non si dà rilievo solo a quanto espresso ma pure al non detto proprio perché non gli è stata concessa l’espressione verbale.Questa forma di consapevolezza più alta, che si sostanzia nella capacità di affrontare temi complessi avendone presente tutte le implicazioni possibili, è opera dell’intelletto più che della ragione discorsiva, e dunque denuncia la presenza di un intelletto naturalmente sveglio oppure risvegliato dall’Arte di Pensare. Di norma è espressione di uno stato di coscienza superiore che si differenzia dal precedente come lo stato di veglia rispetto al sonno che l’ha preceduto e giustifica l’uso del termine di Risveglio per indicare il processo che porta a disporre dell’intelletto prima inattivo, quasi dormiente.
Ecco che si capisce come mai si sia definito “Dormitantium Animorum Excubitor”[5], “Risvegliatore degli animi dormienti” o Nolano, celato o ri-velato dalla omonimia di Nola, suo luogo natale, con nola, campanella in latino. E’ ridicolo difatti supporre che a Parigi, capitale della cultura mondiale, Bruno abbia firmato i suoi libri con l’appellativo di Nolanus,  per ricordare al professore della Sorbona o dell’aristocratico parigino l’oscuro borgo della Campania a lui ignoto invece dell’insolente e allegro scampanellio che serviva a richiamare gli studenti dal sonno ai loro doveri quotidiani. Filosofia nolana quindi non perché minore, in contrapposizione, chissà, alla filosofia di Atene o di Bagdad (ma quando mai una filosofia ha preso il nome da un paese?)  bensì filosofia del risveglio dell’intelletto, tema caro alla tradizione medievale, non ultimo all’Alighieri e a S. Bonaventura che nel suo Itinerarium Mentis ad Deum disegna la scala della conoscenza che parte dalla sensazione e arriva all’intelletto per superarlo e avvicinarsi alla Mente Divina dopo essere passata per l’intelligenza discorsiva propria dell’uomo biologico.
Mentre però S. Bonaventura è impegnato a dimostrare che le potenzialità della mente umana sono illimitate e proprio nel salire la scala delle diverse forme di Intelligenza ci si avvicina all’Essere Supremo, Bruno tratta diffusamente le diverse tecniche che rafforzano le facoltà della mente e nel loro complesso ne inducono il potenziamento determinando il passaggio dalla ragione discorsiva all’Intelletto, privilegio concesso dalla natura a rari fortunati, ma raggiungibile con opportuni metodi da molti. Il risultato di questa attività può essere definito Intelligenza Artificiale per distinguerla dall’intelligenza naturale che non ha avuto bisogno di alcun intervento umano.
Questa che potrebbe apparire una fede cieca nella ragione, quindi pur sempre un postulato indimostrabile, si fonda sul concetto di strumento che già fu caro ad Archimede e gli valse l’attribuzione della famosa frase “Datemi una leva e vi solleverò il mondo”. Nessuna impresa difatti è impossibile quando si sia trovato lo strumento adatto. La musica nasce dall’invenzione dello strumento musicale, la pittura dall’invenzione del pennello e dei colori, la scultura da martello e scalpello, ma potremmo continuare ricordando cannocchiale e astronomia, microscopio elettronico e microbiologia, ecc.. Altrettanto accade con l’intelligenza, si può imparare ad apprendere, a ricordare quanto appreso e a mettere in pratica le nozioni possedute, è solo questione di metodo, e Bruno, anticipando i secoli a venire, ci indica il metodo per perfezionare la nostra intelligenza.
Per attirare la curiosità dei lettori dà ai suoi libri titoli che fanno pensare ad insegnamenti occulti: “Le Ombre delle Idee”, “L’Incantesimo di Circe”, ma poi nel sottotitolo indica le tecniche di Intelligenza Artificiale che intende esporre e le chiama artes, in quanto ciascuna metodica ha un fine a sé che ne giustifica l’apprendimento, mentre tutte insieme costituiscono una specie di software, per usare un concetto a tutti oggi noto, che permette l’utilizzo di quelle potenzialità del nostro cervello che ancora oggi restano inutilizzate per oltre il 95%. È importante sottolineare comunque che i diversi obbiettivi cui mirano le artes  convergono al fine unico di risvegliare l’intelletto e pertanto ciascuna tecnica copre più funzioni. L’arte della disposizione, per esempio, mira nel contempo a soddisfare più esigenze e dunque si può dire che è funzionale alla logica quanto alla memoria, purchè si tenga presente che logica e memoria sono esse stesse funzionali alla noesi bruniana.

 

LA FORMAZIONE ARTIFICIALE DELL’INTELLETTO TRAMITE LA LINGUA CHARACTERISTICA

 

Filosofia dunque come tecnica del pensare che prevede l’apprendimento di una vera e propria nuova lingua artificiale fatta di immagini. È una lingua che serve per pensare e ricercare la verità, mentre la lingua naturale serve per comunicare e convincere. Il processo cogitativo si articola in più fasi, che sono consecutive una all’altra, in una circolarità che rende comunque arbitrario indicare il punto iniziale e si avvale di una descrizione funzionale del cervello che viene suddiviso in quattro aree, la prima, anteriore, deputata alla elaborazione delle immagini, e quindi al riconoscimento delle informazioni sensoriali, la seconda alla disposizione spazio-temporale delle medesime, la terza al giudizio e la quarta alla memoria. 
Il primo passo dunque consiste nell’apprendere come convertire le parole e i concetti in figure, e questo è compito della fantasia guidata da regole precise per permettere il rigore necessario allo sviluppo del pensiero e alla successiva riconversione in parole. La fantasia da facoltà anarchica si trasforma così in immaginazione, facoltà educata a creare immagini secondo criteri precisi. Queste figure danno corpo ai contenuti della nostra mente rendendoli immediatamente percepibili e reali  al posto dei concetti astratti a noi familiari.Il primo vantaggio è evidente, se pensiamo alla quantità e qualità di informazioni che l’immagine contiene rispetto alla parola. Altro vantaggio da non trascurare poi è dato dalla pronta disponibilità dell’immagine rispetto alla parola, sovente difatti capita di non avere presente la parola esatta che ci serve, mentre l’immagine si mostra con prontezza.
La memoria se ne avvantaggia perché allo stato naturale, come sappiamo, è debole ed incerta, ma comunque indispensabile dato che senza di essa la nostra mente sarebbe una pagina destinata a tornare sempre bianca. Perciò si impone un metodo che assicuri la certezza delle informazioni possedute e le renda disponibili all’occorrenza. Per il raggiungimento di questi due obbiettivi occorre applicare la tecnica della engrafia[6], o scrittura interiore che sostituisce la scrittura manuale e la stampa emulandone la precisione e la durata nel tempo. Tale uso della memoria esula dall’intento comune di possedere qualche accorgimento per ricordare, la certezza delle notizie affidate a questa facoltà è necessaria alla ricerca della verità e ogni evidenza raggiunta si trasforma nello strumento di indagine della verità da indagare successivamente.
La disposizione risponde all’esigenza di conservare le informazioni entro spazi virtuali che le contengono. Al tempo stesso però le immagini sono collegate con legami grammaticali che non sono formati da suoni ma indicati dalla posizione stessa delle immagini nello spazio dell’atrio e dal rapporto tra di loro. Le regole di questa grammatica sono esemplificate da quei lunghi elenchi di figure, che alcuni sbrigativamente definiscono di memoria, che arricchiscono le pagine del De Umbris e del De Imaginum Compositione e sono rappresentate con tanta minuziosa precisione al fine di sviluppare con chiarezza il ragionamento e al tempo stesso potere recuperare in ogni momento all’espressione della lingua naturale non solo la totalità dei dati in origine ad esse affidati, ma pure il processo e risultato della loro elaborazione. La trattazione degli atri, dei cubili e dei campi di memoria[7], riguarda le forme quadrangolari dove vengono riposti i noemi da trasformare ulteriormente in momenti successivi. Questo momento dell’Arte di Pensare costituisce la cerniera tra la fase dell’immaginazione e della disposizione dei concetti nelle ruote di logica perché nella disposizione spazio-temporale che si dà alle immagini-concetto si fonda la disponibilità di verità complesse conservate per la successiva ricerca di altre verità. Ad esempio, dalla disposizione delle immagini negli atri e nei campi risaltano con immediatezza i rapporti di affinità, contiguità e opposizione dei concetti da esse rappresentati.
Una forma particolare di disposizione tuttavia è anche funzionale alla sintassi del discorso e quindi subito al giudizio perché tutti i legami sintattici delle proposizioni formate già negli atri vengono  esplicitati grazie alle ruote di logica inventate da Lullo per esaminare ogni possibile definizione di un argomento verificando quali siano possibili, probabili, vere o palesemente false. Già Lullo, per la verità, aveva indicato come costruire un intero discorso che oltre a soggetto, predicato e verbo contenesse anche i complementi e alcuni rapporti logici, ad es. di maggioranza, minoranza e uguaglianza, ma Bruno amplia ulteriormente il metodo logico lulliano per integrarlo nell’Arte di Pensare e quindi farne un metodo per il ragionamento applicato all’indagine scientifica e alla scoperta di nuove certezze, e a questo proposito parla allora di Arte Generalissima[8] di ricercare e di inventare.  
La capacità di ragionare correttamente è patrimonio di chi possiede l’arte, il metodo di ragionare, gli altri ragionano a caso, senza sapere bene quello che stanno dicendo né dove li porterà il loro stesso discorso[9].
A questo punto ci si potrebbe chiedere come mai Bruno non abbia dichiarato più apertamente la sua invenzione invece di mostrarsi così restio e mantenere le distanze rispetto al lettore che rimane solitamente perplesso e dubbioso sull’effettivo contenuto delle sue pagine. Il motivo è semplice ed è già stato espresso da Platone quando afferma che non si deve mettere alla portata di chiunque un insegnamento che potenzia le capacità intellettive individuali, per i rischi che la società correrebbe se venissero usate malamente, aggiungiamo noi. Proprio per questa ragione Bruno voleva istruire un regnante, magari il re di Francia, la regina d’Inghilterra o il re di Boemia, o forse fondare un’Accademia che istruisse le nuove generazioni di aristocratici. Non poteva e non doveva trattare più chiaramente[10] un tema così delicato nelle sue opere che erano destinate ad andare in mano ad ogni sorta di persone. Ecco il motivo della scarsa leggibilità delle sue opere latine che presentano da un lato le naturali difficoltà delle opere scientifiche che trattano una scienza affatto nuova, dall’altro le difficoltà derivanti dalla cura posta dall’Autore nel dissimulare la totalità dell’insegnamento per farne solo intuire l’importanza e quindi indurre il possibile candidato allo studio dell’Intelligenza Artificiale a chiedergli di persona le spiegazioni  necessarie[11]. Una volta che un personaggio di peso avesse iniziato ad adottare i procedimenti indicati nel De Umbris o nel Cantus Circaeus avrebbe cercato il testo della Clavis Magna tanto reclamizzato proprio in quelle pagine e allora avrebbe potuto finalmente parlare chiaro. Ma cos’è la Clavis Magna?

 

LA CLAVIS MAGNA

 

Alla luce di quanto sopra espresso diventa evidente che la sua opera principale, la Clavis Magna[12], non può non essere stata scritta perché le decine di citazioni che la richiamano nel De Umbris e nel Cantus Circaeus non possono riguardare un’opera fantasma. Ancora meno è credibile che abbia trascurato di cautelarsi affinchè  quest’opera capitale fosse tramandata ai posteri, mostrando a tal riguardo meno senno di un insetto qualsiasi che invece si preoccupa di assicurare alla prole le migliori possibilità di sopravvivenza. A parte le argomentazioni espresse per evidenziare la rispondenza tra il testo del De Imaginum Compositione[13] e i passi del De Umbris e del Cantus Circaeus che rimandano alla Clavis Magna, abbiamo già visto sopra che qualsiasi discorso sull’Arte di Pensare deve partire proprio dalle immagini che devono sostituire i suoni delle parole per passare alla lingua characteristica[14], come Leibniz ebbe a definirla, che serve a pensare e a cercare la verità del pensiero.
Individuato il libro della Clavis Magna cui fa riferimento nei testi pubblicati nel 1582, riteniamo di poter affermare che gli altri volumi che completano l’opera siano intanto il Sigillus Sigillorum, perché Bruno stesso lo afferma alla fine dell’Explicatio Triginta Sigillorum,.poi le opere che si richiamano a Lullo e trattano la logica dal punto di vista della ricerca e scoperta di verità complesse derivanti dalla combinazione di informazioni meno articolate e infine la Lampas Triginta Statuarum[15] che per dichiarazione esplicita dell’Autore perfeziona, semplificandolo, il metodo dell’Arte di Pensare.
Il primo libro della Clavis Magna pertanto contiene la teoria della formazione delle immagini e dei simboli, con la parte applicativa riguardante la disposizione delle immagini ai fini della memoria di informazioni semplici, come i termini di una lingua, oppure complesse, come avvenimenti e dimostrazioni teoriche. Nella seconda parte del volume Bruno tratta argomenti che riguardano la psicologia del profondo, gli archetipi sempre presenti nell’animo umano che determinano con la suggestione delle immagini loro proprie l’inclinazione a seguire un destino piuttosto che un altro. Quando si conosca l’archetipo dominante un determinato panorama psichico, è possibile intervenire per rimuoverne la presenza fastidiosa e sostituirlo con l’archetipo opposto. Infine nella terza parte sono spiegati i sigilli, che sono forme di pensiero su cui modellare vari tipi di ragionamento e di ricerca e vengono ripresi con qualche modifica nei due libri che precedono il Sigillus Sigillorum.
Il secondo libro della Clavis Magna, che sta per essere pubblicato, contiene il Sigillus Sigillorum che fornisce indispensabili informazioni riguardo le energie che muovono l’animo umano e gli accorgimenti da adottare per sfruttarne tutta la potenza. Come ciascun sigillo costituisce un modello di ragionamento e di ricerca, così il Sigillus Sigillorum presenta i meccanismi psicologici che compongono quell’intelligenza che dovrà poi applicare le tecniche dell’Arte di Pensare. Se vogliamo, è il primo  libro di fisiologia della psiche. Insieme a questo vengono presentati i due libri di spiegazioni dei Sigilli che, come abbiamo detto, contengono le istruzioni per l’uso di questi modelli di ragionamento.
Il terzo libro della Clavis Magna raggruppa le opere lulliane che sviluppano in particolare la logica Il Quarto Libro della Clavis Magna infine, già pubblicato, espone l’ultima forma raggiunta dall’Arte di Pensare di Bruno, niente più atri né campi né ruote ma solo le rappresentazioni degli archetipi sui quali vanno direttamente applicati i concetti e dalla interazione tra il concetto applicato e il concetto supportato dall’immagine di uno o più particolari della statua si ricava il ragionamento.
L’Arte di Pensare dunque non si presenta come un tutto già definito sin dall’inizio, ma come la ricerca dei diversi strumenti che man mano vengono inventati per rendere più efficace e semplice il metodo originale. Si possono pertanto scoprire i successivi stadi di sviluppo dell’Arte di Pensare, dalle forme ancora ingenue del De Umbris, del Cantus Circaeus e del De Imaginum Compositione fino alla Lampas Triginta Statuarum.
La Clavis Magna dunque è la Grande Chiave che apre non solo le porte dell’Intelligenza Artificiale ma anche lo scrigno dove stanno riposti gli insegnamenti di Giordano Bruno e ci permette di capire l’unitarietà della sua produzione letteraria che allo sguardo superficiale appare frammentaria ed eclettica mentre l’obbiettivo è unico, mostrare le possibilità dell’intelletto umano e la strada per conquistarlo. In questa prospettiva è facile vedere, ad esempio, come il Candelaio annunci l’Arte di Pensare e sia in sostanza la maestosa, beffarda ouverture che anticipa i temi dell’Intelligenza Artificiale perchè ne fa intuire la necessità tramite la rappresentazione dell’uomo che usa solo la ragione discorsiva, e non possiede altre alternative tra essere vittima o carnefice, truffatore o gonzo, in attesa che la commedia della sua vita abbia termine, si alzi il sipario e si possa finalmente vedere che è stata solo una rappresentazione a vantaggio degli spettatori e lui, qualsiasi ruolo abbia ricoperto, è stato solo una marionetta.

 

L’AUTOPOIESI DELL’INTELLETTO

 

Dopo aver acquisito le varie tecniche, la mente si allarga alla visione dei principi e da questi può finalmente far discendere le conseguenze, come Aristotele pretende si faccia - senza peraltro indicare il metodo - e il procedimento diventa possibile in quanto si è in grado di dominare la complessità tramite il ricorso all’arte di ordinare in categorie progressivamente più ampie quei principi alla cui individuazione si era pervenuti in un momento precedente ed erano stati conservati  grazie alla mnemotecnica. Il contenuto della mente può pertanto essere raffigurato con una figura solida e non più come una superficie con le due sole dimensioni di spazio e tempo, ma a queste va aggiunta la causa che è la terza dimensione della mente. Diventa possibile muoversi con disinvoltura consapevole sia sul piano dei fenomeni, riconoscendo le affinità che li legano vicendevolmente, sia sul piano delle cause, nella tranquilla consapevolezza che ogni causa produce l’effetto agendo tramite uno strumento e quindi come in un’operazione aritmetica basta conoscere due dei tre elementi per individuare il terzo. È inoltre possibile giungere a scoprire addirittura i primi due elementi del ragionamento, da scegliere a volontà tra causa, effetto e strumento, ricorrendo al procedimento aritmetico della proporzione per cui, dati tre elementi di una proporzione, è possibile scoprire il quarto incognito.
Un esempio di questo procedimento è fornito dalla scoperta di Mendelejeff, il quale, rilevata la struttura atomica di alcuni elementi si è spinto a predire l’esistenza di altri ancora sconosciuti ma necessariamente esistenti secondo le leggi della fisica.
Non esistono perciò limiti alle possibilità conoscitive della mente umana quando essa si dota dello strumento adatto ad attualizzarne le potenzialità e questo strumento è la noesi bruniana, l’arte di pensare che si fa intelligenza artificiale per l’autopoiesi dell’intelletto, la capacità superiore della mente che non percepisce più i fenomeni in successione spazio-temporale ma li ha presenti tutti insieme anche nel rapporto di causalità che li unifica.    

 

CONCLUSIONE

 

Le opere italiane di Bruno costituiscono la parte minoritaria della sua produzione eppure continuano ad essere le uniche citate liberamente da quanti si occupano di lui. Le opere latine sono invece pressoché ignorate, non per difetto di conoscenza della lingua, ma perché l’ipotesi gentiliana che vi si trattasse di mnemotecnica è palesemente insufficiente e la stravagante interpretazione della Yates che il tutto vada ricondotto al Neoplatonismo Rinascimentale e alla magia lo sottrae definitivamente all’indagine razionale relegandolo nello sgabuzzino dove stanno rinchiusi gli Agrippa ed i John Dee, in sospirosa attesa di romantiche signore avide consumatrici di oroscopi.
Del resto quanto poco Bruno concedesse al cosiddetto esoterismo è dimostrato da quanto afferma nelle prime pagine del De Auditu Aristotelico, titolo che potremmo tradurre come “Gli Insegnamenti Esoterici di Aristotele”, in cui afferma che il volgo ama ciò che è oscuro e rifiuta le chiare verità di ragione perché incapace di comprenderle, e pertanto la sua trattazione di Aristotele mira a rendere chiaro ciò che è oscuro e a spiegare quanto detto in forma sibillina. Gli scritti di magia a suo nome, infine, si limitano a poche decine di pagine destinate a deludere quanti si aspettano brumose narrazioni di incantesimi, sortilegi ed evocazioni di demoniache presenze. Vi si spiegano infatti dal punto di vista psicologico le forze di attrazione e repulsione che si manifestano nella vita di ciascuno, e quanto mai chiaramente si parla di legami psicologici che semmai anticipano la Programmazione Neurolinguistica di John Grinder e Richard Bandler, autori evidentemente meno noti di Agrippa e Dee a chi si è avventurato a tradurre, senza capirle, le opere magiche di Bruno finendo per inserire tra queste addirittura la Lampas Triginta Statuarum che, come abbiamo detto, è il volume che conclude l’opera della Clavis Magna.
Scartata la mnemotecnica e la magia, l’unica spiegazione dell’argomento principale delle opere latine di Bruno è l’Arte di Pensare, la scoperta di valore epocale che l’autore dichiara essere paragonabile solo alla scoperta del Nuovo Continente, per gli spazi che essa apre alla creatività dell’intelligenza umana, anzi, addirittura superiore, perché destinata a portare solo vantaggi a tutti gli uomini, mentre l’invasione europea del continente americano aveva portato con sé lo sterminio di milioni di vittime.
Ma resta un punto da vedere, ed è il rapporto, o meglio, la tragica assenza di rapporto tra Leibniz e Giordano Bruno. Anche Leibniz è stato stimolato come Bruno dalla lettura di Lullo e come l’Italiano ha voluto metterne in opera l’insegnamento, ma dopo alcuni anni di appassionata ricerca sulla Lingua Characteristica, così definiva la lingua per pensare, dovette arrendersi perché evidentemente non aveva saputo integrare la tecnica lulliana con altri temi – la mnemotecnica , p.es. - che potevano rendere del tutto indipendente il nuovo processo cogitativo dai processi naturali, inconsci. Invece di aprirsi al sogno e alle prospettive dell’Arte di Pensare restò chiuso entro i confini della logica e di conseguenza dovette abbandonare l’impresa e, poiché ignorava l’opera di Bruno, disse impossibile ciò che a lui non era riuscito.
A sfida e promessa per l’Umanità del Terzo Millennio resta tuttavia l’insegnamento di Platone ed Aristotele, l’esempio dell’intelletto di Alessandro, l’insegnamento di S. Bonaventura e di Lullo, il sogno di Leibniz e l’Intelligenza Artificiale di Giordano Bruno che attende solo di essere studiata ed applicata.   



[1] Diogene Laerzio, Le Vite dei Filosofi, Edizioni Laterza

[2] v.De Umbris Idearum, Ars Memoriae cap, VI

[3] v. De Lampade Combinatoria Lulliana Cap.II , §III

[4] v.Sigillus Sigillorum, ultimo capitolo, ultima riga. Pietro Ispano, poi divenuto papa Giovanni XXI, con questo appellativo aveva definito la dialettica, che Bruno invece fa rientrare nell’Arte di Pensare. 

[5] V. la lettera al Senato accademico di Oxford che precede l’introduzione all’Explicatio Triginta Sigillorum

[6] v. De Umbris Idearum, passim

[7] v. Primo Libro della Clavis Magna

[8] v. De Compendiosa Architectura, cap.IV

[9] v. Introd.  al IV Libro della Clavis Magna

[10] v. De Umbris Idearum

[11] v. De Umbris Idearum, passim.

[12] v. Il Primo Libro della Clavis Magna, Di Renzo Editore, Roma, 1997

[13] V. Introd. Al Primo Libro della Clavis Magna

[14] Dal greco character, immagine

[15] v. Il Quarto Libro della Clavis Magna, Di Renzo Editore, Roma, 2002



BIBLIOGRAFIA: 

G. BRUNO: I Dialoghi Italiani a cura di G. Gentile:

G. BRUNO: Opera Latine Conscripta, Napoli-Firenze, 1879-1881

G. BRUNO: Il Primo Libro della Clavis Magna, Di Renzo Editore, Roma 1997

G. BRUNO: Il Quarto Libro della Clavis Magna, Di Renzo Editore, Roma, 2002-09-08

G. BRUNO: Opere Magiche, Adelphi Edizioni, 2000

AA.VV.: Programmazione Neurolinguistica, Casa Editrice Astrolabio 1982

ROBERT BLANCHE’: La Logica e la sua Storia, Ubaldini Editore, 1973

NICOLA ABBAGNANO: Dizionario di Filosofia, UTET, 1971

PLATONE: Tutte le Opere, Roma 1997 

 



L’ERESIA DEL NOLANO

di Claudio D'Antonio

 

Seguendo l’insegnamento di Aristotele e S. Bonaventura, Bruno riconosce cinque gradi di conoscenza: la sensazione, che va riconosciuta comune almeno a tutti gli esseri viventi,  l’immaginazione, che è propria di tutti gli animali più evoluti, la ragione discorsiva, che appartiene solo agli esseri umani, e consiste nella facoltà di esaminare i concetti uno per uno,l’intelletto che mette in grado di vedere le cose con un colpo d’occhio dall’alto e infine  la sinderesi che è l’ultimo grado dell’ascesa all’Intelletto divino, la facoltà per cui l’uomo conosce direttamente i principi ultimi della morale.
Con atteggiamento del tutto moderno Bruno arresta la propria ricerca al quarto livello di conoscenza, lasciando la riflessione sulla Rivelazione Divina ad un momento di ricerca che potrà venire messa in atto comunque solo dopo aver raggiunto l’intelletto, meta ambiziosa per molti che non ne sospettano neppure l’esistenza. Qui però risiede il punctum dolens del rapporto con la Chiesa. L’intelletto che si fa giudice unico del reale spodestando di fatto la teologia, unica padrona del sapere dal punto di vista clericale. Non c’è posto per la Fede nel mondo dell’intelletto che Bruno dischiude ai nostri occhi, o si sa o si ignora. Fingere di sapere, comportandosi come se si sapesse, con la consapevolezza dell’irrazionalità di questo atteggiamento, diventa impossibile. Non c’è posto per nessuna religione rivelata perché la rivelazione del vero è un fatto personale, non verità da accettare passivamente. L’eresia di Bruno non si limita a un qualche aspetto della Fede, riguarda la natura medesima della fede. Essa deve sparire dalla vita dell’individuo che ha elevato la propria mente all’intelletto per trasformarsi in conoscenza. Non c’è da meravigliarsi dunque che sia stato messo al rogo. D’altra parte Bruno non poteva ritrattare nulla del suo insegnamento. Poteva forse negare l’esistenza dell’intelletto e la possibilità di metterlo in atto? Per molti secoli la Chiesa aveva condotto una battaglia contro il nous, negandone prima l’esistenza e poi evitando ogni accenno a questa facoltà della mente. S. Bonaventura ne aveva parlato di nuovo, ma indicando la sinderesi come vero obbiettivo del ricercatore, e quindi riconducendo il tutto entro i binari della teologia e della Fede, che sono indispensabili sussidi per chi si muova all’interno della ragione discorsiva. Bruno invece non solo punta all’intelletto, ma addirittura enuncia le metodiche da utilizzare per raggiungerlo e non fa che un cenno fuggevole alla sinderesi, escludendo di fatto fede e teologia da ogni prospettiva conoscitiva. Il rogo a questo punto non era una pena ma l’esorcismo contro la nascita del secolo dei lumi autorevolmente rappresentato da Bruno, anzi contro la stessa nascita del mondo moderno, privo di saldi riferimenti religiosi.

 

La libertà di pensiero

La libertà di pensiero non può essere concessa da nessuna autorità, perché nessuna autorità può limitare il pensiero che scopre i suoi limiti solo entro le barriere che da solo si crea per paura di espandersi. Passioni, emozioni, sentimenti, sono tutti ostacoli che impediscono la libertà di pensiero che si afferma solo nell’atarassia del pensatore. Per questo occorre fare silenzio, bloccare il dialogo interno e lasciare fluire il corso del ragionamento anche per quei territori prima ignorati che attendono di essere raggiunti. Il pensiero libero è autorevole, perciò non teme l’autorità, non si batte contro nulla perché nulla gli si oppone. Ha dei limiti, e il primo limite è costituito dalla mancanza di energia, l’energia che gli deriva dal vedere le cose, da un sufficiente esercizio e bagaglio di conoscenze pregresse, da un numero di categorie troppo limitato per contenere tutto intero l’oggetto della sua riflessione. In una parola dalla mancanza di cultura. In astratto potrebbe essere possibile un pensiero libero senza che sia passato per Platone ed Aristotele, Shankara, Lao Tze oppure Budda, ma il cammino che avrebbe dovuto compiere in solitudine per giungere alle sintesi offerte belle e pronte dai cennati pensatori sarebbe troppo lungo per lasciare il tempo di arrivare a sviluppi ulteriori. Il cammino della conoscenza, individuale, si avvale di fatto dei sentieri tracciati dai nostri predecessori, e la cultura è la razionalizzazione di ciò che prima era ignoto. Ad un animo naturalmente religioso, cioè aperto alle istanze del mistero e dell’indefinibile, tutto ciò porta a dire che la Divinità, l’Intelletto Supremo, si fa scoprire dall’intelligenza umana che Le si avvicina in un processo di ascesi dal sensibile all’immateriale. All’intelligenza laica, in apparenza indifferente ai valori religiosi, anzi diffidente rispetto ai medesimi, ma in realtà insicura e timorosa, la scoperta di nuove realtà scientifiche parla solo della grandezza dell’uomo senza ulteriori riferimenti metafisici. Non importa, appena l’agnostico sarà pronto per affrontare la sintesi finale di ragione e mistero, legge scientifica e fenomeno sensibile, l’evidenza della necessità di postulare il Demiurgo si presenterà da sola e quindi la ricerca avanzerà automaticamente in quelle direzioni che prima erano state escluse, aprendo le prospettive della sinderesi. Prima però bisogna avere posseduto l’intelletto e per questo occorre tornare a Bruno.


Di Claudio D'Antonio leggi anche su questo sito: "Giordano Bruno: un'allucinazione collettiva?"



 

 Giordano Bruno

Il quarto libro della
Clavis Magna
ovvero
l'arte di inventare con trenta statue

a cura di Claudio D'Antonio 
Di Renzo Editore
COLLANA: Arcobaleno
Pagine: 224 - Prezzo : € 14.00
ISBN: 8883230434 - Anno di pubblicazione: 2002

Claudio D'Antonio completa il suo lavoro sulla Clavis Magna, traducendone l'ultimo libro, in cui Giordano Bruno porta a termine il suo studio sull'Intelligenza Artificiale. Votato all'elaborazione di categorie logico-fisiche, che meglio supportano il suo interesse per "come" si pensa (piuttosto che "cosa" si pensa), Bruno ci presenta trenta soggetti astratti, suddivisi in trenta categorie complesse (le statue) ciascuna formata da trenta voci. Il discorso si effettua assegnando al soggetto preso in considerazione il giusto attributo scelto tra i trenta disponibili e prosegue da sé, operando le proprie scelte all'interno di un numero di possibilità limitato e al tempo stesso aperto perché con le diverse combinazioni che se ne possono ottenere il ragionamento si apre all'imprevedibile ignoto.



 

COLLANA: Arcobaleno

Giordano Bruno 

De Umbris Idearum

Le Ombre delle Idee
A cura di Claudio D'Antonio

Pagine: 168 - Prezzo : € 12.50
ISBN: 8883230604 - Anno di pubblicazione: 2004

Frettolosamente rubricata tra i manuali di mnemotecnica, quest’opera promette già nel titolo altri saperi del tutto nuovi: l’arte di Cercare, Trovare, Giudicare, Ordinare e Applicare, per non parlare delle “operazioni inusuali tramite la memoria”, anch’esse debordanti dal tema apparente. Il libro annuncia la Clavis Magna cui rinvia con numerose citazioni e ne costituisce l’introduzione perché nella prima parte, che meglio risponde al titolo “Le Ombre delle Idee”, enuncia le trenta definizioni (intenzioni, nell’espressione dell’Autore) e i trenta concetti entro cui inquadrare le rappresentazioni mentali. Nella seconda parte, che porta il titolo di “Arte della Memoria”, sviluppa i fondamentali della lingua imaginale, la lingua per pensare che deve sostituire la lingua naturale, relegata alla sola funzione di comunicare. La sostituzione, infatti, delle parole con le immagini è una tecnica di memoria, ma con le procedure bruniane si rende possibile poi cercare e trovare nuove combinazioni di concetti, e quindi nuove verità, giudicare le nuove tesi, mettere ordine nelle proprie conoscenze e applicarle a nuove situazioni. Obiettivo dunque della razionalizzazione dei processi cognitivi è il potenziamento dell’intelligenza e non della sola memoria, che pure ne costituisce la radice.
Giordano Bruno Nolano (1548 - 1600): nacque a Nola ed ebbe sempre caro l’appellativo di Nolano, che indica la sua origine ma anche il suo destino, nolanus infatti è il frate scampanellatore (da nola, lat. campanella), che risveglia gli altri dal sonno, e difatti si definì pure “risvegliatore delle coscienze”. Con la sua morte a Campo de’ Fiori fu bloccato lo sviluppo e la diffusione dell’Intelligenza Artificiale e l’umanità ha goduto di una moratoria nel processo di coscientizzazione e di chiarificazione dei processi psichici.


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