|
|
|
||||||||||||||||
|
Un viaggio colto e
brillante che in una delle opere più enigmatiche di William Shakespeare,
«Pene d'amor perdute», rintraccia l'eco delle tesi più dissacranti e
proibite di Giordano Bruno. Una rappresentazione della cultura del
Seicento europeo, tra teologia controriformista e potere statale.
In "Pene d'amor perdute" c'è una scena celebre per la sua oscurità che, se messa in rapporto con quanto Giordano Bruno aveva scritto nell'Inghilterra di Elisabetta I, consente la messa a fuoco del maggiore problema politico dell'Occidente cristiano sconvolto dalle guerre di religione: la fondazione della sovranità autonoma dello Stato secolare - un problema che per tutto il secolo XVII continuerà a essere al centro del pensiero di Hobbes e Spinoza, e che comportava l'ineluttabile scontro delle autorità secolare e religiosa, cattolica o riformata. Partendo dai concreti tentativi di soluzione di quel problema in Inghilterra, Francia e a Venezia, Gilberto Sacerdoti ne porta alla luce le radici intellettuali: da un lato il conflitto fra Papato e Impero, dall'altro il ruolo giocato non soltanto dall''averroismo latino', ma anche dalle originarie fonti di quel pensiero islamico-ebraico medievale in cui la filosofia aveva per la prima volta rifiutato di essere ancella della teologia. Dietro Bruno, Bodin e Sarpi emergono a poco a poco le figure di Averroè, Maimonide e Al-Farabi.
Indice: I. La Navarra, il Navarra e le guerre di religione. II. Se Parigi val bene una messa, Londra val bene un sermone. III. Assurdità, sileni, tesori. IV. Assassinio di cervi ed eresie adatte ai tempi. V. Macelleria e religione: Erasmo, Calvino e Bruno. VI. Sovranità e sacrificio. VII. Un deriso clero anticlericale. VIII. Tra le altre verità occulte e utili a sapersi, la conoscenza della Monarchia temporale è la piú utile e la piú riposta di tutte. IX. Il regno di Israele, modello del «regnum christianum»: dall'agostinismo politico alla deposizione di Dio col consenso di Dio. X. San Tommaso d'Aquino e il tomismo politico di san Roberto Bellarmino. XI. L'averroismo. XII. Bruno, Orione e le «cose necessarie alla republica del mondo». XIII. La cacciata del cacciatore Orione. XIV. La caccia regia di Bruno e i riti patrii di Bodin. XV. «Sacrosante bagatelle». XVI. Maimonide e il sacrificio mosaico come «ragion di stato». XVII. Bodin, Venezia, e i «segreti nascosti delle cose sublimi»: i «talattafa» del «Rabin Moyse» e i «piaculi» di Fra Paolo Sarpi. XVIII. Il rogo della «Guida dei perplessi». XIX. «Bagatelle» e «figmenta»: Pomponazzi e Averroè. XX. Bruno, l'Inghilterra e il libero impero della filosofia. Indice dei nomi.
|
|||||||||||||||||
|
|
Gerardo Picardo |
|
| Oltre il Tempio: sul cristianesimo nella filosofia di Giordano Bruno | ||
| Prefazione di Aniello Montano | ||
| Sassoscritto Editore Firenze | ||
| Ordina | ||
| € 10,00 |
||
|
Seconda Edizione |
||
|
Bruno è ancora oggi un pensatore che accende gli animi, che sollecita prese di posizioni forti e appassionate. Il merito della ricerca di Gerardo Picardo è di volare alto su queste partigianerie e di avvicinarsi allo scottante tema della religione nel pensiero del Nolano nel rispetto dei testi, senza una tesi precostituita da giustificare e da difendere anche a costo di forzare lettera e spirito degli scritti bruniani. La conclusione di Picardo, diametralmente opposta a quanti, da credenti, vorrebbero tentare un riassorbimento, anche parziale, del pensiero del Nolano all'interno dell'ortodossia cattolica, è che "Bruno non è un cristiano. E' solo un filosofoalla ricerca della verità del tempo" [...] Picardo è chiaramente consapevole della funzione pratica e civile assegnata da Bruno alla religione e, perciò, della considerazione di questa come "un sistema di norme con una finalità precisa: mantenere il popolo ed elevarlo socialmente e politicamente". Per questo può concludere il suo lucido saggio sottolineando come "la vera morale consiste per il Nolano nell'essere giusti" e che "la vera redenzione è liberazione dell'anima dagli errori, la beatitudine è elevazione e unione con Dio, ma sulle ali libere del pensiero umano, di un uomo restituito a se stesso e padrone della propria sorte". (dalla Prefazione di Aniello Montano) Gerardo Picardo, giornalista e saggista, è laureato in Filosofia ed ha conseguito il dottorato in Teologia Dogmatica.
|
||
| Secolo d'Italia Giovedì 3 0ttobre 2002 |
|
Un libro di Gerardo Picardo dedicato all'opera del discusso filosofo di Nola La
vertigine di Giordano Bruno Di ANTONIO SACCA' In un breve e sostanzioso libro:
"Oltre il tempio . Sul
Cristianesimo nella filosofia di Giordano Bruno", Edizioni
Sassoscritto, con prefazione di Aniello Montano, Gerardo Picardo
tratteggia con dovizia di annotazioni, come si converrebbe a una
pubblicazione accademica, gli orientamenti filosofici del
famigeratissimo Giordano Bruno, e dico: famigeratissimo, in quanto che
Giordano Bruno è meglio conosciuto per la terribile morte dopo il
processo che lo condannò al rogo che per la sua filosofia. Ovviamente
sono risparmiati gli studiosi, i quali ben conoscono e non possono non
conoscere la filosofia di Bruno. Ma la circostanza orribile del processo e
della dannazione fecero di Bruno un pensatore libero, del coraggio della libertà, un
protagonista del mondo
moderno come pochissimi e di sicuro un riferimento per le libertà
liberali, anche se usare termini del genere è improprio. Giacché il
pensiero di Bruno non era tanto la concezione liberale nel, senso di
molteplicità di punti di vista, coesistenza di molti punti di vista.
Concezioni del genere non appartenevano a Bruno, in tal senso, egli non è un
liberale come noi intendiamo il termine «liberale». Ma certamente è un
pensatore della libertà. Un libero pensatore nel significato che si può dare a questo
termine, un pensatore il quale non ritenne di dover sottostare alla
convenienza del potere cessando di manifestare le proprie concezioni.
Quali sono queste concezioni? Picardo è analitico al riguardo, anche se
poi ha conclusioni assai nette. Bruno fu antiaristotelico e antiteologico.
Di Aristotele combatté strenuamente specialmente quel mondo ben concluso
e ordinato che lasciava scarso campo all'infinito. Della teologia avversò
tutto, giacché la teologia si avventurava in un terreno dove dominava la
fede, il che per Bruno era un'assurdità: che l'uomo fosse dotato di
intelligenza e poi l'intelligenza e la ragione dovessero naufragare al
cospetto della fede. La quale fede, oltretutto o del resto, non dimostrava
nulla se non la volontà di avere fede, ,la volontà di credere
scavalcando ogni perplessità della ragione e inficiando la consistenza
della ragione. È una disputa antica, quella della fede nei suoi rapporti
con la ragione e della ragione nei rapporti con la fede e del valore e dei
limiti dell'una e dell'altra. Vi è chi sceglie la teologia,ossia la fede,
e chi sceglie la ragione, ossia la, filosofia. A differenza di Tommaso
d’Aquino, che credeva conciliabile la teologia con la filosofia, per Bruno
teologia e filosofia sono inconciliabili. La ragione si rivolge soltanto
alla filosofia, la fede soltanto alla teologia. .E quando dico soltanto,
voglio dire che non c'è possibilità di coesistenza. Se si è filosofi non si è teologi, se
si è teologi non si è filosofi: Picardo insiste su questa differenza tra
filosofìa e teologia ponendo, sulla scorta dei pronunziamenti di Bruno,
tutta una serie di accrescimenti connotativi. Bruno era assai
spregiudicato nel linguaggio: e non risparmiava invettive, beffe, risate,
contumelie. Certissimo di un sapere superiore, dovuto alla ragione e alla
filosofia, svillaneggiava coloro che si mantenevano nelle bassure della
fede, la fede che egli riteneva bassura, indegna dell'uomo. Possiamo cogliere le espressioni inventate da Bruno a
riguardo dei teologi, con
riguardo dello stesso cristianesimo e perfino di Cristo.
La salvezza
non passa né per la fede, né per il cristianesimo, né per Cristo. Né per
i santi, né per i teologi. Bruno ritiene che l'uomo si salva solo ed
esclusivamente mediante la ragione e la filosofia. Ma filosofare su cosa, in
qual modo essere filosofi? Picardo estende la sua indagine al Bruno naturista, Bruno
fonderebbe una religione «naturale», al Bruno che esalta la natura, al
Bruno che se non proprio identifica Dio e natura di sicuro fa della natura
l'approssimazione maggiore a Dio, una estrinsecazione infinita dell'
infinito,un effetto infinito della Causa infinita. Bruno reputa che da una
Causa infinita non si può che avere un effetto infinito, e dunque Dio e
la natura sono entrambi infiniti. La natura è animata, vibrante, è vita.
Non è oggetto morto dell'analisi, è corrente,è dinamismo, è forza in
cui l'uomo si immerge vivendo egli stesso nell'insieme della forza
naturale. E questa infinità tuttavia è l'Uno e l'Uno è infinito. Non
voglio addentrarmi nell'analisi di Bruno che Picardo segue e espone
correttamente. Di sicuro nessun pensatore ebbe dell'Uno e dell'infinito
un'idea più maestosa di Bruno, perfino superiore a quella dei
neoplatonici ai quali in qualche modo si ispira, o a Scoto Eriugena. Ma
detto questo, cominciano i dilemmi. Che Picardo non può fare a meno di
accennare, pur nella sua estimazione di Bruno. Non è che sia del tutto
chiaro il rapporto tra Dio e la natura. Potremmo concepire Dio come
qualcosa di assolutamente inconoscibile e la natura come una sua
manifestazione più riconoscibile. In tal senso, Bruno anticiperebbe
Spinoza e l'idea della sostanza e degli attributi. Ma non avremmo
esattamente la concezione di Bruno. Non è chiarissima la relazione tra
Dio e la natura. Se Dio è trascendente alla natura la situazione si
complica ulteriormente. In tal caso Dio avrebbe un qualcosa di
personale,ciò che Bruno voleva evitare in modo strenuo. Il trascendente
non può non essere personale. Ma anche su questo, un accenno. Così come
non è che sia facilissimo e del tutto chiara la concezione di Bruno sulla
filosofia per gli uomini sapienti, gli aristocratici del pensiero, mentre
la religione è la filosofia del popolino, per gli uomini che hanno
bisogno della fede non avendo il coraggio della ragione. E una distinzione
presente in Averroè. Non ci discostiamo troppo dalla religione come
strumento del potere o verità per il popolino, dicevo. Nella realtà
storica, conciliare le due cose è sommamente difficile, anche se
storicamente è un passaggio obbligato per la libertà del pensiero. Ma il
punto centrale della riflessione di Bruno, a mio giudizio, non è tanto
nel rapporto tra Dio e la natura, non è tanto. nella distinzione tra
teologia per il popolino e filosofia per gli uomini dotti e saggi. A mio
avviso, Bruno contribuisce al pensiero della modernità in modo totalmente
diverso. Egli è il primo pensatore in anticipo su Leopardi e Nietzsche,
che pone l'uomo in una condizione di disancoraggio assoluto nell'universo.
Nel momento in cui l'universo è infinito, i mondi sono infiniti, le cause
infinite creano effetti infiniti, l'uomo si trova disancorato da qualsiasi
riferimento specifico, ravvicinato, afferrabile. L’uomo si trova
nell'infinito. Questo l'ardimento, ai limiti dell'inconcepibilità, che
rende Bruno un pensatore devastante e insuperato. Per la prima volta la
solitudine dell’uomo nell’universo, la centralità senza riferimenti
dell’uomo ha una definizione tragica. L’uomo deve orientare se stesso
da se stesso, con la sua ragione, in un mondo però che lo scavalca
incommensurabilmente e dal quale egli non può prendere alcun esempio e
alcun ancoraggio, ripeto. Tutto intorno all'uomo è infinito, l'uomo è
finito. Ma l'uomo è finito con la coscienza dell'infinito in cui è
collocato. Da questo punto di vista tutte le verità religiose e le
rivelazioni sono spazzate via. Non c'è una bussola. E la ragione stessa
non è che un modo per essere coscienti dell'infinito senza stelle del
nord che possano orientare l'uomo. L’uomo deve orientarsi da sé, ma, in
certo qual modo, poiché deve orientarsi da sé, non ha orientamenti.
Questa, a mio avviso, è la grandiosa scoperta di Bruno. Nel momento in
cui vi erano le esplorazioni geografiche che dilatavano il mondo sulla
terra e le scoperte scientifiche che dilatavano il mondo sopra la terra,
l'uomo perdeva ogni riferimento canonico. Era una sorta di Gulliver che
navigava sempre e ora si credeva piccolo, ora si credeva grande, e non
sapeva chi era. Ma in questo non sapere chi essere, in questa
dimensione incerta, in questo confrontarsi con l'infinito, in questa
perdita di bussola e di stella polare, l'uomo entrava nella modernità. In
tal senso,l'interpretazione di Picardo che racchiude Bruno nella critica
al cristianesimo e nel rapporto tra teologia e filosofia, a mio avviso, è
connessa ad un'interpretazione circoscritta e non ancora moderna del
pensiero di Bruno. La modernità del pensiero di Bruno è la perdita,
torno a ripetere, dell'orientamento. Paragonerei Bruno a quello che poi sarà
in
Nietzsche l'uomo che ha ucciso Dio e che ha perso ogni orientamento. Solo
che Bruno era in qualche modo felice di aver conquistato l'infinito e navigava
trionfalmente nell'infinito, laddove Nietzsche vedeva in questo infinito
disancorato
anche
il naufragio dell'uomo. In entrambi, il superuomo ridarà senso all'uomo
in una realtà in cui il senso oggettivo non esiste. Il
superuomo è colui che ha il coraggio di dare senso a se stesso in
un mondo insensato. |
|
Ottobre 2002
|
![]() |
Curatore Goldoni Daniele Curatore Ruggiu Luigi |
|
| Giordano bruno: destino e verità | ||
| Marsilio Editori | ||
| Ordina da iBS Italia | ||
| isbn: 8015-8 |
||
|
Frutto di una collaborazione di studio tra Università di Venezia, Fondazione Giorgio Cini e Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, il volume raccoglie da una parte alcune riflessioni di illustri studiosi sul pensiero di Giordano Bruno (gli aspetti essenziali della sua filosofia, le sue idee sull’apocalisse e sull’ "amore infinito", la ripresa dei filosofi antichi, il rapporto con la magia, l’aritmetica e la geometria ecc.), e dall’altra ne ricostruisce ampiamente il soggiorno a Venezia nel 1592, culminato nella denuncia al tribunale dell’Inquisizione e nel successivo processo, preludio alla finale condanna al rogo per eresia pronunciata ed eseguita a Roma nel 1600.
Saggi di: Gino Benzoni, Paolo Casini, Michele Ciliberto, Fulvio Papi, Luigi Ruggiu, Emanuela Severino, Nicoletta Tirinnanzi.
Luigi Ruggiu insegna storia della filosofia presso l’Università di Venezia. Daniele Goldoni insegna estetica presso l’Università di Venezia.
|
||