Asini e pedanti

Dal sito scientifico della SETI League, riportiamo un breve saggio del prof. Pogge, un altro rappresentante della pedanteria accademica, in questo caso scientifica, ma non meno settaria e incompetente  delle altre. 
Di seguito i commenti di Guido del Giudice, Claudio D'Antonio e Ramon Mendoza. Aspetto i Vostri!        

La follia di Giordano Bruno

Prof. Richard W. Pogge, Ohio State University

La follia di scambiare un paradosso per una scoperta, una metafora per una prova, un torrente di parole per una fonte di verità capitali e sé stesso per un oracolo, è innata in noi.

Paul Valery, 1895  

Filippo Bruno (1548-1600) nacque a Nola, vicino Napoli. Preso il nome di Giordano nell’entrare nell’ordine Domenicano, fu educato nella tradizione Aristotelica e Tomista e alla fine sposò un Neoplatonismo mistico coniugandolo ad idee imbevute dell’interesse, risorgente a quel tempo, per le opere apocrife di Ermete Trimegisto. Le sue credenze eterodosse attirarono presto l’attenzione dell’Inquisizione, prima a Napoli e poi a Roma. Per evitare la persecuzione, egli rinunciò ai voti Domenicani e fuggì dall’Italia nel 1576. Tra il 1576 e il 1591 viaggiò in lungo e in largo per l’Europa, scrivendo e insegnando sotto la protezione di vari signori. Nel 1591 fu invitato a Venezia a fare da maestro ad un nuovo mecenate, il quale dopo un po’ lo denunciò all’Inquisizione. Fu spedito a Roma nel 1592 dove fu processato e interrogato con varie pause per otto anni. Impenitente, fu condannato per eresia dall’Inquisizione e bruciato sul rogo in piazza Campo dei Fiori a Roma nel 1600. Fra i suoi scritti, che coprono un’ampia gamma di temi, per noi oggi di interesse esclusivamente accademico (principalmente Neoplatonismo, Ermetismo e Panteismo in una miscela decisamente mistica), figurano un’esposizione del Copernicanesimo e l’asserzione che le stelle sono un’infinità di soli come il nostro, ognuno circondato da mondi abitati da esseri intelligenti come noi. 

In resoconti popolari della vita di Bruno si è spesso affermato che egli fu condannato per il suo Copernicanesimo e per la sua convinzione dell’esistenza della vita in altri mondi. Egli è stato ritratto come un martire del libero pensiero ed un precursore perseguitato delle moderne teorie sull’universo, inseguito per tutta Europa dall’Inquisizione per le sue idee fino a pagare il prezzo più alto in loro nome, con un’ardente e pubblica morte. Questi resoconti tuttavia trascurano spesso due aspetti fondamentali del caso Giordano Bruno, che permettono di affrontare la questione in una luce leggermente diversa. Il primo mette in dubbio che si possa collegare Bruno alla storia dell’astronomia e della cosiddetta “Rivoluzione Scientifica”, e il secondo suggerisce una lettura della innegabile tragedia della sua vita, che lo rende un po’ meno simbolo ma, in compenso, lo umanizza maggiormente. 

Il punto chiave dello studio della vita di Bruno è che noi non conosciamo, a tutt’oggi, i motivi esatti della sua condanna per eresia, per il semplice fatto che i relativi archivi sono andati perduti. Completamente diverso sarà, più tardi, il caso del processo a Galileo, del quale abbiamo una esauriente documentazione, inclusi i falsi che ebbero un ruolo importante nel suo caso. Nel caso di Bruno dobbiamo cercare indizi in citazioni di contemporanei e nell’esame dei suoi scritti. 

Eccezion fatta per alcuni brani particolari che oggi accendono il nostro interesse, molto del suo lavoro aveva ben poco a che fare con l’astronomia. In effetti Bruno non era un astronomo e dimostrò una conoscenza molto approssimativa della materia in ciò che scrisse. L’argomento del suo De l’Infinito Universo et Mondi non è il Copernicanesimo bensì il Panteismo, tema sviluppato anche ne Le Ombre delle Idee . Si ha l’impressione che la sua personale cosmologia abbia influenzato la sua esposizione di Copernico, e non viceversa. Molte delle sue riflessioni erano di natura teologica e costituiva un passionale assalto frontale alle basi filosofiche degli insegnamenti spirituali della Chiesa, specialmente riguardo la natura della salvezza dell’uomo e la supremazia dell’anima (in termini moderni, egli contrappose all’enfasi spirituale della Chiesa un imperdonabile e immanente materialismo). Il Copernicanesimo , che non capì affatto, non poneva al centro delle proprie tesi la materia. Ciò suggerisce che il dissidio tra la Chiesa e Bruno era di natura teologica e non astronomica. 

Un’ulteriore conferma che il Copernicanesimo giocò solamente un ruolo minore nella sua condanna, ci viene dalle relazioni di quel tempo sulla discussione di questa teoria. Molti noti resoconti sembrano indicare che la Chiesa non condannò formalmente il Copernicanesimo se non dopo la morte di Bruno. Mentre il Copernicanesimo fu effettivamente un tema di di discussione e controversie ai tempi di Bruno, pochi astronomi lo sostennero nel 1600, e la stessa Chiesa non espresse un parere ufficiale sull’argomento fino al 1616.  A quella data le osservazioni telescopiche di Galileo (dal 1610 in poi) avevano cambiato completamente il panorama intellettuale e solo allora la Chiesa si sentì costretta ad intervenire in una controversia in rapida evoluzione. Il problema balzò in primo piano con la pubblicazione di un libro di Paolo Antonio Foscarini (1565-1616), che difese il Copernicanesimo contro gli attacchi di monaci predicatori ambulanti, che sostenevano l’inconciliabilità con le Sacre Scritture, sollevando il problema in termini teologici, cosicché la Chiesa non poté più a lungo ignorarlo. 

Se fosse veramente il Copernicanesimo il motivo fondamentale dell’esecuzione di Bruno come eretico nel 1600, esso sarebbe stato proscritto ufficialmente già a quel tempo. E’ interessante inoltre notare che uno degli inquisitori che condannarono Bruno fu il teologo Gesuita Roberto Bellarmino (1542-1621). Si tratta dello stesso cardinale Bellarmino che, a capo del Collegium Romanum nel 1616, sarebbe stato incaricato da papa Paolo V di esaminare il Copernicanesimo nel caso Foscarini, e che nello stesso anno avrebbe ammonito Galileo in un’udienza privata a non sostenere o difendere la teoria (i particolari di ciò che fu detto o non detto in quell’udienza costituiranno la base delle accuse a Galileo nel processo per eresia del 1633).  Bene, in nessuno degli scritti di Bellarmino sull’argomento nel 1616 è mai menzionato il precedente caso Bruno. 

 Inoltre il Copernicanesimo non era stato ancora proscritto come dottrina specificamente eretica nel 1616. Dopo l’esame di Bellarmino, il De Revolutionibus di Copernico a il libro di Foscarini (fra gli altri) furono inseriti nell’ Indice dei Libri Proibiti, il primo per rimanere nell’indice fino a quando furono effettuate specifiche, minime revisioni (furono cancellate alcune parole e tagliati alcuni passaggi, lasciando però, nel complesso, intatte le idee di fondo). Un intervento ufficiale per mettersi al sicuro, ma ancora molto lontano da un bando definitivo del Copernicanesimo in generale. Infatti copie del De Revolutionibus furono pubblicate in Italia dopo il 1616 (naturalmente con le prescritte modifiche) e la situazione era talmente ambigua che Galileo si sentì libero di proseguire il suo lavoro fino al processo del 1633. Se Bruno fosse stato giustiziato per eresia sulla base del Copernicanesimo, non ci sarebbe stato spazio per il dubbio su cosa la Chiesa pensasse sull’argomento. La condanna finale non venne prima del 1664, quando papa Alessandro VII emanò una bolla papale all’Indice, con la condanna specifica dell’idea dell’eliocentrismo in generale, proibendo esplicitamente “tutti i libri in cui si afferma il moto della terra”. La condanna finale, ma non la parola fine. I due anni successivi furono in Inghilterra gli “Anni del Castigo Divino”, durante i quali Isaac Newton, in licenza da Cambridge, svolse i suoi fecondi studi su calcolo, ottica, meccanica e gravità. 

Il secondo aspetto spesso trascurato della vita di Bruno riguarda il periodo del suo esilio tra il 1576 e il 1591. I succinti, comuni resoconti raccontano le spoglie vicende delle sue peregrinazioni attraverso l’Europa, ma ciò che non si dice è che i suoi vagabondaggi sembrano dovuti,  più che all’Inquisizione, alla sua difficile personalità. Appena Bruno riscuoteva successo per qualche tempo, trovando protettori potenti e comprensivi, invariabilmente faceva qualcosa per alienarsi le loro simpatie o per oltraggiarli, di solito poco dopo essere entrato al loro servizio. L’Inquisizione ebbe poco a che fare con lui: una volta abbandonata l’Italia egli fu al sicuro, fuori della sua portata. Questo fu particolarmente vero durante il periodo trascorso sotto la protezione dell’Ambasciatore di Francia nell’Inghilterra protestante (1583-85), durante il regno della Regina Elisabetta I, e durante il suo peregrinare nella Germania protestante. 

Un esame dei suoi movimenti durante questo periodo di esilio mostra chiaramente che quasi tutte le sventure si abbatterono su di lui senza il concorso dell’Inquisizione. Egli oltraggiò la facoltà di Oxford con le sue conferenze, fu coinvolto in violente dispute su questioni banali e in genere riuscì sempre ad alienarsi la simpatia proprio di quelle persone che più avrebbero potuto proteggerlo. Le sue azioni durante questo periodo rivelano il marchio inconfondibile della follia, vale a dire l’incapacità assoluta di agire nel proprio interesse, perfino quando aveva a disposizione alternative ragionevoli. Il suo rientro finale in Italia (che esitò un anno dopo nel suo arresto a Venezia) può essere stato motivato in parte dal fatto che nel 1591 egli aveva definitivamente bruciato la maggior parte dei ponti dietro di sé, ed aveva ormai poca scelta. In ogni modo Bruno si cacciò da solo nelle fiamme che tinsero di rosa i cieli invernali di Campo de’ Fiori il 17 febbraio del 1600. 

Bruno era brillante, polemico e in definitiva auto-distruttivo. Non c’è niente nei suoi scritti che abbia contribuito in modo sostanziale alla nostra conoscenza dell’astronomia: infatti le sue opere astronomiche rivelano una conoscenza limitata della materia su diversi punti importanti. Io penso che l’attenzione che oggi gli riserviamo sia dovuta in larga misura al fatto che, tra le altre cose, si fece portavoce (ma apparentemente in sostanza non capì) del Copernicanesimo, un’idea che doveva diventare la chiave di volta della nostra visione del mondo. Inoltre il suo De l’Infinito Universo et Mondi piace oggi a molti per la sua apparente concordanza con la convinzione, profondamente radicata, che la vita esiste altrove nell’Universo, nonostante il fatto che i sostenitori della vita extraterrestre troverebbero ben poche cose interessanti nelle sue difficili pagine. Inoltre aiuta il suo mito il fatto che egli andò incontro ad una fine spettacolare e violenta, apparentemente come punizione per queste sue idee da parte delle dominanti autorità del suo tempo. In definitiva, Bruno scommise sul cavallo vincente (anche se, forse, per motivi opinabili) e così è diventato una specie di eroe della cultura anziché una nota a piè di pagina nei libri di filosofia del Rinascimento.
La storia è così buffa, a volte!

 
(trad.di Guido del Giudice)



Fanatismo scientifico
 
di Guido del Giudice

A Bruno, discepolo di Erasmo, non sarebbe dispiaciuto sentirsi dare del “folle”, ma la sua era certo una follia diversa da quella dei pedanti come questo prof. Pogge. Sentite cosa dice il Nolano,  nel mio colloquio immaginario con lui :
”Mi davano del pazzo ma, come insegna il dotto Erasmo, gli uomini sono tutti un po’ pazzi. Il saggio ne è consapevole e si tiene ancorato alla realtà, accettandola con ironia; i pedanti, il volgo non se ne rendono conto   e diventano personaggi da commedia, ridicoli nella loro supponenza e cecità. Cosa se non la follia spinge i grammatici accigliati e altisonanti dalle loro cattedre a sentirsi così importanti o i teologi con le loro finissime sottigliezze e la testa rimpinzata di mille ridicole cianfrusaglie a ritenersi i depositari della verità?”.[1]
Simile al fanatismo religioso è quello degli scienziati, che pretendono di valutare gli uomini in funzione dell’adesione a teorie e formule, astraendosi dal mondo psichico e intellettuale. E il “folle” Bruno, perfino Pogge dovrà riconoscerlo, odiò e combatté sempre i fanatismi, da qualunque parte venissero. Edouard Schurè, già oltre un secolo fa scriveva: “La peggiore infermità della nostra epoca è che Scienza e Religione si presentano come due forze nemiche e antitetiche.[…] La Religione senza prove e la Scienza senza speranza si confrontano e si scontrano in una sfida senza vincitori.”[2]
Pogge focalizza la sua critica su due punti:  
1) La critica a Bruno come astronomo Copernicano, attraverso la dimostrazione che la sua condanna non fu dovuta a motivi “scientifici” bensì teologici. Come se l’essere stati bruciati con l’accusa di Copernicanesimo desse un’aureola di martirio che una comune condanna per eresia “teologica” non può dare. Le stesse argomentazioni in proposito sono opinabili in quanto, il fatto che il copernicanesimo non fosse stato ancora proscritto ufficialmente al tempo di Bruno, non significa che già allora le idee ad esso relative non fossero giudicate eretiche. Pogge muove dal presupposto che confutare la competenza astronomica di Bruno in materia di Copernicanesimo equivalga a confutarne la grandezza e l’influenza sullo sviluppo del pensiero moderno. Ma è proprio il contrario. Bruno andava oltre: pur dichiarando la propria ammirazione per Copernico, gli rimprovera di non aver capito le eccezionali prospettive infinitiste della sua teoria.  
Ascolti, prof. Pogge, le parole di una vera, competente studiosa del pensiero di Bruno:  
“Sebbene sia indubbio che tali sviluppi della scienza sono presentati in Bruno a livello di una profezia ancora solo vagamente compresa e non ben definita, il semplice fatto che essi siano emersi nel pensiero di un filosofo in un periodo in cui, ai più alti livelli della cultura europea si esitava ancora a pronunciare il nome di Copernico, resta, da un punto di vista storico, un evento notevole. Lo sviluppo e l’estensione della teoria copernicana, che di per sé non andava originariamente oltre un tentativo di ridefinire le posizioni e i moti relativi dei pianeti all’interno del nostro sistema solare, nella visione unificata di un universo di dimensioni infinite; l’elaborazione di una teoria della materia a garanzia dell’esistenza di leggi naturali intelligibili valide nell’arco di tutto l’universo; il tentativo, ancora piuttosto esitante, di elaborare un’epistemologia che consentisse un’interazione tra la mente e la natura di tipo pratico e tecnico: sono questi i risultati raggiunti da Bruno e culminati, nelle ultime pagine della trilogia di Francoforte, nell’espressione della convinzione di essere alle soglie di una nuova era, che avrebbe portato a una più piena comprensione e a un maggiore dominio nei confronti del mondo della natura”.[3]
Sentito? Quello che per lei è un semplice “scommettere sul cavallo vincente”, fu in realtà una profonda, ispirata intuizione degli sviluppi più avanzati della scienza moderna. Solo intuizione certo, con metodi e conoscenze ancora incerte e approssimative, ma per ciò stesso rivelatrice della grandezza del personaggio. Le consiglio comunque di approfondire la conoscenza delle opere di Bruno (penso lei abbia letto, forse, il De l’infinito universo et mondi): eviterà così di parlare del De Umbris Idearum come di un’opera sul panteismo!    



[1] del Giudice Guido, “WWW. GIORDANO BRUNO”,  ed. Marotta e Cafiero, Napoli, 2001, 47-48

[2] Schuré Edouard, “ I GRANDI INIZIATI ”, ed. Newton Compton, Roma, 1996, 13

[3] Gatti Hilary, “GIORDANO BRUNO E LA SCIENZA DEL RINASCIMENTO”, ed. Cortina, Milano, 2001, 266-67



Giordano Bruno, un’allucinazione collettiva?

di Claudio D'Antonio

 

Da molti anni le opere di questo monaco domenicano sono oggetto di studio da parte di eminenti accademici in tutto il mondo, ma i risultati devono essere molto scarsi se un illustre professore della Ohio State University è arrivato alla conclusione che probabilmente egli era semplicemente un malato mentale, per cui intitola il suo articolo: “La follia di Giordano Bruno”. Non c’è evidenza che egli avesse alcuna conoscenza di prima mano del Copernicanesimo, per cui la sua presunta influenza sulla formazione del pensiero moderno non sarebbe seriamente fondata e le sue opinioni religiose sarebbero solo un panteismo mistico, per cui le fiamme che lo bruciarono non provocarono poi una gran perdita all’umanità. Nonostante questa visione possa sembrare brutale ad un animo sensibile, se Bruno è davvero stato ciò che normalmente si crede, cioè un presunto filosofo di limitata originalità, sembrerebbe davvero che il suo unico merito sia stato l’accettazione del martirio per diventare un punto di riferimento dell’anticlericalismo giovanile. 

L’invenzione di Giordano Bruno: il linguaggio per pensare per immagini. 

Ma può anche essere che la schiera dei suoi ammiratori abbia una buona ragione per sostenere la grandezza di Giordano Bruno, che percepiscono anche coloro che non riescono ad afferrarla. Infatti dall’apparente follia esce fuori un potente metodo, che egli definì l’Arte delle Arti, che è l’Arte di pensare, o Metodo di Intelligenza Artificiale. Continuando la tradizione dell’ Arte della Memoria, ereditata dall’antichità classica, e gli studi sulla Logica e la Dialettica che avevano compiuto grandi progressi per merito di Pietro Ispano e Raimondo Lullo, egli realizzò una sintesi che consiste in un linguaggio per pensare, fatto di immagini, in sostituzione della tradizionale lingua per comunicare, fatta di suoni. Nei libri scritti in latino – la lingua degli scienziati fino a d un paio di secoli fa, proprio come l’inglese oggi – egli espone le regole della grammatica e della sintassi di questo linguaggio che Leibniz ha chiamato “lingua characteristica”, cioè composta di immagini, dalla parola greca “carattere” (immagine). L’uso di immagini invece di suoni dà evidenza e chiarezza ai processi mentali, stimola la memoria e trasmette una quantità di informazioni che il suono non può contenere. Trattandosi di libri scientifici, sono di difficile lettura perché contengono molti neologismi e l’obbiettivo della ricerca non appare abbastanza evidente al lettore moderno. Bruno inserisce già nel titolo dei suoi scritti l’indicazione delle “arti”, noi le chiameremmo piuttosto “tecniche”, che esporrà. I loro nomi sono ben conosciuti a coloro a cui sia accaduto almeno una volta in vita loro, di aprire un libro di retorica. Ordo e Dispositio, che sono l’ordine nel quale saranno trattati gli argomenti, Iudicium che è la conclusione della dissertazione, Memoria che è l’arte di ricordare l’intero discorso leggendolo non  da un pezzo di carta ma dall’apposito Locus Memoriae, luogo della memoria. Dal momento che questo è un linguaggio per immagini, articoli, preposizioni, avverbi, connessioni logiche tra le varie parti del discorso, possono essere rappresentati solamente da immagini e dalla loro posizione reciproca nello spazio. Poiché questa è una lingua per pensare, la sua funzione principale è di guidare il pensiero ad uno specifico risultato, la verità,che emerge in tutta la sua evidenza alla fine del processo. Per questa ragione l’Inventio non è solo la ricerca di un qualsiasi argomento in favore di una tesi specifica, ma è altresì collegata alla prova della sua validità logica. 

La Clavis Magna 

Le tecniche sopra menzionate sono esposte nelle opere latine di Giordano Bruno, che egli chiama complessivamente Clavis Magna, la grande chiave, perché questo insegnamento è la chiave che apre lo scrigno che contiene i tesori dell’intelletto, il Nous, come Platone e Aristotele chiamarono la facoltà superiore della mente umana. Quest’opera ci dischiude il significato, fino ad ora al di fuori della nostra portata, delle opere latine di Bruno. Molti accademici credono che la Clavis Magna non sia mai stata scritta o, nel caso, sia andata perduta. Al contrario essa è stata sempre sotto i loro occhi con il titolo di De Imaginum Composizione[1], Sigillus Sigillorum[2], Lampas Triginta Statuarum[3] e qualche altro libro che non c’è bisogno di citare qui. Il motivo per cui l’autore non volle dare piena evidenza alla sua invenzione sta nel fatto che voleva stimolare la curiosità dei suoi lettori e poi scegliere personalmente gli studenti che meritavano di essere iniziati all’Arte di Pensare. Per questa ragione egli dichiarò di aver fatto un’invenzione da considerarsi più grande della scoperta dell’America, perché è la fonte di ulteriori innumerevoli invenzioni che possono essere fatte da coloro che conoscono la sua Intelligenza Artificiale.



[1] Traduzione italiana pubblicata col titolo: “Il primo libro della Clavis Magna”, Di Renzo Editore, Roma,1997

[2] Traduzione italiana di prossima pubblicazione col titolo:”Il secondo libro della Clavis Magna”

[3] Traduzione italiana pubblicata col titolo: “Il quarto libro della Clavis Magna”, Di Renzo Editore, Roma,2002





L'opinione di Ramon G. Mendoza

Caro Guido, scusi che Le scriva in spagnolo, ma il mio italiano non è buono e penso che Lei preferirà una lingua romanza all'inglese e al tedesco. Prima di tutto voglio ringraziarLa dell'interessante informazione su Bruno che continuamente ci invia. È un'opera lodevole e molto necessaria per mantenere viva in noi la fiamma tanto della devozione personale quanto dell'entusiasmo professionale accademico che sentiamo per Bruno. Riguardo l'articolo che ci invia, mi sembra che l'autore abbia tutta la ragione. Bruno non fu condannato dall'Inquisizione per il suo Copernicanesimo, ma per il suo Ultracopernicanesimo. Un mondo infinito e senza centro, neanche solare, era e continua ad essere assolutamente deleterio e inaccettabile per un edificio dogmatico assoluto ed essenzialmente antropocentrico com'è e continua ad esserlo quello della Chiesa. Meglio di nessuno il dotto e sagace Bellarmino lo capì bene e per questo contribuì decisamente alla condanna di Bruno. L'altra ragione per la condanna di Bruno, che neppure ha che vedere con il suo addotto Copernicanesimo, è il suo panteismo e il suo disprezzo di Cristo come si fece evidente per gli inquisitori dopo aver ricevuto lo Spaccio de la bestia trionfante. Un'altro errore dell'autore dell'articolo è la motivazione che attribuisce a Bruno per il suo "pellegrinaggio" per l'Europa. Bruno cercava, innanzi tutto, una cattedra in un'università dove insegnare la sua nuova concezione ultracopernicana dell'universo infinito e acentrico e il suo rivoluzionario concetto antiaristotelico della materia attiva, madre feconda di forme, e in genere, finirla per sempre con la tirannide di Aristotele presso le università europee. Nella mia opinione, però, c'è ancora un motivo più poderoso per i viaggi di Bruno. Bruno albergava il piano rivoluzionario di una assoluta inversione di valori nell'Europa devastata dalle guerre di religione. Credo che, come per Nietzche, una "Umwertung aller Werte" o trasvalutazione radicale nell'Europa, era l'obbiettivo principale e ultimo di Bruno, e per questo aveva bisogno di una piattaforma ferma e sicura da dove organizzare, guadagnare addetti, e lanciare la sua rivoluzione tecnologica. Per questo andò a Wittemberg e Padova dove purtroppo fallì, come sappiamo, nel suo tentativo. Peccato che ancora sia così sconosciuto un uomo del calibro di Giordano Bruno. Bruno non è l'eroe e simbolo di tutti i liberi pensatori e anticlericali, è qualcosa di molto più grandioso. È il genio visionario che anticipò per decenni i suoi contemporanei, nella comprensione di un mondo infinito e acentrico e soprattutto fu il grande rivoluzionario che capì, come Nietzche, la vera "follia" di tutte le religioni teiste imperanti, con i suoi libri sacri, fonte constante della carneficina universale e interminabile a cui hanno sottomesso l'umanità, e la necessità urgente di fare quel che Marx fece con Hegel, cioè, mettere i piedi dove c'è la testa. Peccato che l'autore di questo articolo non abbia letto il mio libro, perché in esso mi dedico appositamente e in dettaglio a dimostrare con documenti e, per quanto pare a me, con buoni ragionamenti e forti argomenti proprio i punti che appena ribadivo. Anche se non mi prometto molto di un cambiamento di parere per via di questa lettura, vorrei contribuire a fargli prendere coscienza della sua mala fede. Sarebbe bene, mio caro Guido, data la necessità urgente di chiarire questi punti, che aggiungesse il mio libro all'elenco dei tre che appaiono nella sua rilevante bibliografia, sebbene io sappia che quelli che hanno più bisogno di leggerlo non sono quelli che godono e imparano tanto dalle Sue e-mail. Ancora Le esprimo il mio ringraziamento per la Sua preziosa informazione su tutto ciò che concerne Bruno. La incoraggio a continuare con la sua grande "crociata", alla quale mi unisco con fervore ultrareligioso, al grido di "Deus le volt". Affettuosamente, Ramón G. Mendoza

The Acentric Labyrinth: Giordano Bruno's Prelude to Contemporary Cosmology
by Ramon G. Mendoza  Publisher: Harper Collins - UK (June 1995)



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