I miei contributi originali a disposizione degli studiosi e degli appassionati

In omaggio a tutti coloro che sostengono con interesse e partecipazione il mio impegno, ho deciso di pubblicare in rete i resoconti di due dei ritrovamenti più importanti, tratti dai miei ultimi libri dedicati al Nolano. Ecco dunque, estratto dal mio “La disputa di Cambrai”, il capitolo riguardante il ritrovamento dell’autografo bruniano, con le relative immagini e, da “La coincidenza degli opposti”, il saggio “Bruno, Rabelais e Apollonio di Tiana”, nel quale ho identificato, nell’Oratio Valedictoria, una citazione diretta Rabelaisiana, finora sfuggita agli studiosi. : il già citato autografo Bruniano e quello, finora inedito, di una importante fonte di Bruno: Francois Rabelais.

Guido del Giudice


Nella copia praghese dell’ Acrotismus, un nuovo, originale autografo bruniano!

tratto da “La disputa di Cambrai. Camoeracensis Acrotismus” a cura di G. del Giudice, ed. Di Renzo, Roma 2008.

“Dell’Acrotismus, come detto, esistono parecchi esemplari, circa una cinquantina, sparsi un po’ ovunque, di cui solo otto in biblioteche italiane.

Fra tutti, quello conservato presso la Biblioteca Nazionale di Praga, ha avuto la storia più movimentata perché, pur essendo stato più volte esaminato, continua a fornire sorprese e spunti interessanti. Dapprima fu segnalata, da parte di Ivo Kořán che la scoprì, la presenza sul frontespizio della dedica bruniana a Tycho Brahe; poi Zdenĕk Horský notò sull’ultima pagina il crudele commento di Tycho. Fu Rita Pagnoni Sturlese a pubblicare nel 1985 un’accurata indagine sul volume, che illuminava il suo valore filosofico e storico. Ho potuto esaminare anch’io il libro nelle antiche sale del Klementinum, dove una targa ricorda: “Giordano Bruno, filosofo e astronomo”. La sua consultazione, a parte l’emozione di tenere tra le mani un testo originale del Nolano, mi ha permesso di rilevare qualche altro particolare, finora sfuggito, che merita ulteriori approfondimenti. Nell’ultima pagina, sotto il commento di Tycho, è presente un altro scritto di tre righe, di mano, epoca e significato da chiarire. La grafia è diversa e il significato, a prima vista incomprensibile: sembrerebbero dei brevi versi separati da due segni di slash.

Kořán, che per primo esaminò la dedica presente sul frontespizio, affermò di riuscire a leggere in fondo alla pagina la parola “author”, che oggi risulta completamente cancellata dal tempo.

In modo analogo Bruno firmerà qualche anno dopo anche l’ultima delle dediche in nostro possesso, quella al giovane studente Jacob Cuno: “Admodum generoso, nobili studiosissimoque D. Iacobo Cunoni Francofurtensi benevolentiae ergo et in sui memoriam dedicavit author”[1].

Nel caso dell’omaggio al celebre astronomo, cui teneva moltissimo, ci saremmo aspettati di trovare il suo nome, considerando l’abitudine di metterlo bene in evidenza, spesso accompagnato da titoli altisonanti, come quando si iscriveva nei registri delle università o firmava l’album amicorum dei propri allievi. Insomma al Nolano piaceva concedere autografi, anche se pochissimi sono giunti fino a noi. Esaminando il retto della prima pagina del libro, anch’essa deteriorata e consunta dal tempo, mi è sembrato comunque di intravedere  un altro scritto sbiadito, in larga parte illeggibile, che inizia chiaramente con la parola “Jordanus”. Grazie alla disponibilità della Biblioteca Nazionale di Praga, ho potuto sottoporre le riproduzioni della pagina ad una analisi computerizzata e al confronto con gli altri rari autografi bruniani esistenti, rilevando numerose concordanze calligrafiche. In particolare la forma della “r” e soprattutto della “d” e della “s” finale, presentano analogie tali con l’autografo della xilografia di Wittenberg, da farmi ritenere che possa trattarsi di una firma di mano del Nolano, che completerebbe la dedica apposta sul frontespizio.

Guido del Giudice 

[1] “Al molto generoso, nobile e studiosissimo signor Jacopo Cuno Francofortese l’autore dedicò in segno di benevolenza e per proprio ricordo”.


jordanus firma giordano bruno

L’autografo in originale e nella sua elaborazione elettronica

comparazione salomon

Il nuovo autografo confrontato con quello della xilografia di Wittenberg


Una citazione bruniana dal Gargantua et Pantagruel
di François Rabelais, nell’ Oratio Valedictoria.

tratto da “La coincidenza degli opposti. Giordano Bruno tra Oriente e Occidente”. G. del Giudice, ed. Di Renzo, Roma 2006


BRUNO, RABELAIS E APOLLONIO DI TIANA
di Guido del Giudice

SUMMARY

Regarding the influence of Francois Rabelais on the Giordano Bruno’s works, up to now the criticism have only taken into consideration the lexical and thematic analogies. This article individualizes, in a passage of the “Oratio Valedictoria”, a literal quotation from the Gargantua et Pantagruel, showing that Rabelais was a direct source of inspiration for Bruno. The protagonist of the passage is the pythagorean Apollonius of Tyana, a character well known from the Nolan, who mentioned him in many occasions. He represents the ideal medium with the oriental wisdom, that had so much influence on the thought of Bruno. Besides, he embodies the model of the “natural magician” in which the philosopher repeatedly identified himself, both in his works and life.

Sui rapporti tra Bruno e Rabelais si è già scritto in passato. In particolare ricordiamo i lavori di Vincenzo Spampanato e di Marcel Tetel, che prendono spunto dalle ipotesi già avanzate da Christian Bartholmess[1].La loro analisi, oltre che su alcuni luoghi della Cena de le ceneri e dello Spaccio de la bestia trionfante, si appunta essenzialmente sul Candelaio. Spampanato, in particolare, individua nella commedia una lunga serie di luoghi che presenterebbero similitudini tematiche e linguistiche col Gargantua et Pantagruel. I critici sono concordi nell’ammettere l’influsso rabelaisiano su Bruno, individuando i principali punti di contatto nella caratterizzazione del personaggio del pedante e nel dialogo tra Cherubina e madonna Angela Spigna, riguardo l’opportunità del matrimonio[2], che mostra chiari echi di quello sullo stesso argomento tra Panurge e Pantagruele, Re de’ Dipsodi[3]. In proposito Spampanato nota come “le tre “materie” intessute insieme nel Candelaio, la stoltezza d’un insipido amante, l’alchimia d’un sordido avaro e la scimunitaggine d’un goffo pedante sono pure svolte […] nel Gargantua e nel Pantagruel”[4]. Tetel, dal canto suo, segnala l’influsso dei personaggi di Janotus de Bragmardo e dello studente Limosino del 3° Libro, sulla caricatura del pedantismo presente nel Candelaio. Entrambi gli studiosi rilevano che, magari inconsciamente, l’atmosfera della commedia è nettamente rabelaisiana, mostrando la chiara convinzione che Bruno conoscesse bene l’opera del francese che era, tra l’altro, all’epoca una delle più tradotte in assoluto. Tetel è comunque molto più cauto facendo rilevare che questi motivi erano abbastanza diffusi nella letteratura dell’epoca, per cui anche se questa concordanza di temi e di caratteri suggerisce fortemente l’influenza di Rabelais sul Nolano, non costituisce una prova risolutiva. La loro è per lo più un’analisi dei materiali e degli strumenti linguistici, ma in nessun luogo le analogie vanno oltre la semplice somiglianza tematica o lessicale, per fissarsi in una citazione o in un riscontro diretto. Entrambi insistono soprattutto sull’affinità del temperamento, esuberante e trasgressivo, dei due autori, che, “se l’uno fu più filosofo e l’altro più uomo di lettere, ciò nonostante s’incontrarono negli intendimenti e ne’ mezzi”[5]. Essi analizzano inoltre le analogie biografiche: “ambedue frati e incolpati di possedere libri di Erasmo e di spargere eresie, aborrirono il chiostro e buttarono la tonaca alle ortiche; irrequieti, vennero tormentati dalla smania de’ viaggi; arditi nel parlare e insofferenti di qualunque freno, accesero d’ira gli animi de’ seguaci e degli avversari di Aristotile, de’ Cattolici e maggiormente de’ Calvinisti i quali ultimi si erano illusi di averli tra loro”.[6] Spampanato è del parere che Bruno abbia letto il Gargantua probabilmente all’epoca del suo primo viaggio in Francia, tra il 1579 e il 1581, a Parigi, Tolosa e, soprattutto a Lione nel cui Ospedale Rabelais lavorò come medico e dove pubblicò gran parte delle sue opere. Ciò spiegherebbe gli influssi sul Candelaio che fu composto proprio in quel periodo. Ancor più probabilmente Bruno si sarà imbattuto nelle opere del francese durante il periodo della sua assidua frequentazione della biblioteca dell’abazia di Saint Victor, dal dicembre del 1585 ai primi mesi dell’anno successivo, testimoniata dalle memorie del bibliotecario Guillaume Cotin[7]. St. Victor infatti era stata rifugio preferito anche di Rabelais, durante i suoi studi all’Università di Parigi prima del 1528, e gli aveva ispirato la compilazione del famoso catalogo burlesco di libri immaginari (anche se alcuni fanno riferimento, ad autori e opere realmente esistenti), riportato nel capitolo VII del I libro del Gargantua, in cui si fa beffe della scienza scolastica e teologica. Per quanto riguarda la Cena de le Ceneri, le analogie comunemente segnalate riguardano il tema dei “sileni” e la descrizione della disputa con i dottori di Oxford. In relazione al primo, trattato da Bruno nella Proemiale epistola[8], viene richiamato come modello il prologo del Gargantua, che inizia proprio con la citazione del famoso discorso in cui Alcibiade definisce Socrate “semblable es Silènes”[9]. Si tratta comunque di un topos molto diffuso che dal Simposio platonico, attraverso gli Adagia erasmiani, arriva a Rabelais e a Bruno che lo utilizza anche nello Spaccio e nell’asino Cillenico.[10] La seconda analogia viene identificata nella famosa difesa della teoria copernicana dall’attacco dei dottori di Oxonia, che ricorda molto da vicino l’episodio contenuto nel capitolo XVIII del Libro I del Gargantua[11], in cui Thaumaste, gran dottore d’Inghilterra, venuto a sfidare Pantagruele a una pubblica discussione[12], è vinto da Panurge e, come gli oxoniensi Nundinio e Torquato, resta “qual pulcino entro la stoppa quel povero dottor”[13]. Impressionato dalla sapienza di Pantagruel, che giudica pari alla sua mole, Thaumaste si paragona ai grandi filosofi che affrontarono lunghi viaggi per conoscere uomini di scienza, di cui trova esempio:

« En Pythagoras, qui visita les vaticinateurs memphiticques; en Platon, qui visita les mages de Egypte et Architas de Tarente; en Apolonius Tyaneus, qui alla jusques au mont Caucase, passa les Scythes, les Massaggettes, les Indiens, navigea le grand fleuve Physon jusques ès Brachmanes, pour veoir Hiarcas, et en Babiloine, Caldée, Medée, Assyrie, Parthie, Syrie, Phoenice, Arabie, Palestine, Alexandrie, jusques en Ethiopie, pour veoir les gymnosophistes. »[14]

Pur avendo individuato l’episodio come una possibile fonte bruniana, nessuno ha tuttavia riconosciuto in questo brano quella che costituisce, a mio avviso, una evidente citazione rabelaisiana. Spampanato vi passò accanto senza accorgersene, probabilmente perché la sua ricerca, tutta focalizzata sul Candelaio, lo distoglieva dal cercare riscontri in uno scritto di tutt’altra epoca e occasione. Il brano è infatti sorprendentemente simile ad  un passo dell’«Oratio Valedictoria», l’orazione di congedo che, l’8 marzo del 1588, Giordano Bruno pronunciò davanti al senato dell’ Accademia di Wittenberg. Verso la conclusione del suo discorso, in un impeto di riconoscenza per l’accoglienza ricevuta in Germania, il Nolano si rivolge agli antichi filosofi:

 “Va ora, o Pitagora, ai vati di Menfi; o Archita, ai lidi d’Italia; o Platone, in Sicilia. Va ora, o Tianeo, tra i Persi, passa il Caucaso, gli Sciti, i Messageti, entra nei regni opulentissimi dell’India e, attraversato il larghissimo fiume Fiso, va dai Bramani, gira fra gli Elamiti, i Babilonesi, i Caldei, i Medi, gli Assiri, i Parti, i Siri, i Fenici, gli Arabi, i Palestinesi, Alessandria, e va in Etiopia per vedere i Gimnosofisti e la famosissima mensa del sole su la sabbia”.[15] 

Mettendo a confronto le parole di Bruno e quelle di Rabelais, esse coincidono quasi alla lettera, particolarmente nella enumerazione dei luoghi e dei popoli visitati da Apollonio di Tiana, tanto che sarebbe difficile pensare che il Nolano li abbia ricordati tutti a memoria nell’ordine esatto, se non conoscessimo le sue eccezionali capacità mnemotecniche.
Le notizie principali su Apollonio, nato a Tiana in Cappadocia intorno al 4 a.C., e morto ad Efeso nel 97 circa d.C., ci sono state trasmesse da Filostrato di Lemno[16], che scrisse la sua “Vita di Apollonio di Tiana” su commissione di Giulia Domna, moglie dell’imperatore di origine africana Settimio Severo, seguace di concezioni religiose di tipo orientale, legate al culto solare[17]. La biografia di Filostrato, è una rielaborazione a metà tra lo storico e  il romanzato, del diario tenuto dal fedele discepolo di Apollonio, Damis di Ninive, il cui manoscritto, tramandato per generazioni, sarebbe giunto in possesso di Giulia Domna, che glielo avrebbe affidato per la pubblicazione. L’opera fu riscoperta nel Rinascimento attraverso l’edizione Aldina del 1501-02 e la contemporanea traduzione latina di Filippo Beroaldo, ed è quindi probabile che sia Rabelais che Bruno l’abbiano letta. Il Nolano, infatti, evoca Apollonio in più occasioni, dimostrando una conoscenza di prima mano del personaggio. Già nel Candelaio egli allude alle doti telepatiche, che gli fecero, ad esempio, predire a distanza l’uccisione del tiranno Domiziano[18]:

“Bonifacio: Come lo avete saputo?

Scaramurè: Come sapea le cose lontane Apollonio, Merlino e Malaggigi.[19]

Ancor più specifica è la citazione del Sigillus Sigillorum (1583), in cui si parla di un tipo particolare di contrazione, comune a Pitagora e Zoroastro:

“Lascio poi da parte il fatto che per quella sorta di contrazione prodotta in un animo ben formato si mantiene in salute il corpo proprio e altrui, come cantò Zoroastro, come fecero Pitagora, Apollonio e Abbaride.”[20] 

Sempre in compagnia di Pitagora e Zoroastro, nel De monade (1591), Apollonio viene ricordato come profondo conoscitore della virtù dei numeri, che gli consentì di risuscitare una fanciulla[21]:

“Ritornando al nostro proposito, sottolineiamo che i numeri di questo genere costituirono per Pitagora, Aglaofamo, Zoroastro ed Ermete babilonese gli stessi principi grazie ai quali gli uomini potevano cooperare con l’operosa natura. Inoltre risulta che figure di questo genere Platone abbia posto al di là del mondo delle specie sensibili; Apollonio, grazie alle virtù dei numeri, risuscitò una fanciulla, dopo aver udito il suo nome.”[22]

Sempre nel De Monade, la sua nascita viene riferita, insieme a quelle di Romolo, Merlino e Teuti, ad operazioni demoniche che, in occasione di determinate congiunzioni astrologiche, genererebbero uomini capaci di straordinari prodigi:

“Coloro che invocano i demoni nei trivi e nei quadrivi, lo fanno stando rivolti più possibile a Settentrione. Si dice che costoro, al tempo delle grandi congiunzioni nel Cancro e nel Capricorno di Saturno, di Giove e di Marte, diventino incubi o succubi per inusitati parti e quindi si presentino come uomini assai violenti che piegano le Leggi al compimento di mirabili eventi e con straordinari prodigi mutano e talvolta sovvertono la condizione degli uomini (se essi non sono protetti da un nume migliore e più benevolo). Sotto la loro influenza pongono la nascita di Romolo, di Merlino, di Tianeo, di Teuti e di altri, che nacquero da genitori imprecisati.”[23] 

Bruno, dunque, conosceva bene il Tianeo e lo teneva in gran conto. Questo personaggio di mago sapiente, molto simile a quello di Ermete Trimegisto[24], considerato nel I secolo d.C. un vero e proprio Messia del Pitagorismo[25], deve aver esercitato su di lui un grande fascino, come possibile tramite tra la tradizione pitagorica e quella orientale.  L’accuratezza della citazione dell’ Oratio, lascia pensare che Bruno, pur conoscendo bene il testo di Filostrato, utilizzi il passo rabelaisiano come un vero e proprio locus memoriae per ricordarne la “peregrinatio”.  Rabelais era stato un po’ approssimativo, inserendo nella descrizione dell’itinerario di Apollonio una lunga sfilza di mete esotiche, elencate un po’ alla rinfusa, senza attenersi strettamente alla fonte Filostratea. Così, ad esempio, aveva incluso i Messageti tra i popoli visitati (traendo in inganno anche Bruno), mentre nel testo di Filostrato si dice esattamente il contrario:

“Non vengo dalla Scozia, mio sovrano, né da qualche altro popolo incivile, né sono mai stato tra i Massageti o fra i Tauri, poiché certo avrei distolto pure loro dall’uso dei sacrifici”.[26] 

Se mettiamo a confronto nei dettagli i due brani ci accorgiamo dell’esistenza di alcune piccole differenze, che danno l’impressione che Bruno proceda come suo solito a memoria, correggendo o integrando la citazione nel ricordarla. Nella prima parte, mentre è identica l’esortazione a Pitagora a visitare i vaticinatori di Menfi, egli modifica l’accenno a Platone e Archita, nominandoli entrambi come messaggeri della sapienza, il primo in Sicilia e il secondo presso i lidi d’Italia, ed eliminando l’accenno ai magi, che Rabelais aveva erroneamente assegnato all’Egitto, anzichè alla Persia o alla Caldea[27]. Il passo successivo è invece la traduzione quasi letterale del testo francese, sia nelle parole sia nell’ordine seguito per riferire il lungo itinerario di viaggio del Tianeo. Bruno aggiunge soltanto i Persi e gli Elamiti[28] ai popoli con cui Apollonio venne a contatto e la notizia erodotea relativa all’esistenza presso gli Etiopi della “famosissima mensa del sole sulla sabbia[29]”. Per il resto cita i popoli nell’esatto, identico ordine di Rabelais, conservando  l’identificazione del Gange con il biblico fiume Phison[30]. Omette o dimentica invece l’accenno a Iarca, il più anziano dei dotti bramani, forse perchè l’importanza conferita a lui e a tutta la sapienza indiana da Apollonio, che la ritiene superiore e madre di quella egizia, sconvolge l’ordine di classifica della sapienza, stilata da Bruno poco prima nella sua orazione, in cui egizi e caldei precedevano i gimnosofisti indiani:

“Sopra queste sette colonne la sapienza si edificò la casa tra gli uomini. La quale casa, se guardiamo la storia, primamente apparve presso gli Egizi, e presso gli Assiri tra i Caldei. In secondo luogo presso i Persiani, tra i Magi, sotto Zoroastro. In terzo luogo presso gli Indiani, tra i Gimnosofisti. In quarto luogo presso i Traci e contemporaneamente presso i Libici, sotto Orfeo e Atlante. In quinto luogo presso i Greci sotto Talete e gli altri savi. In sesto luogo presso gli Itali sotto Archita, Gorgia, Archimede, Empedocle, Lucrezio. In settimo luogo presso i Germani ai nostri tempi: sicché sembra certo che, con Giove e l’Impero a immagine della curia celeste, Minerva, questa Sofia, abbia, con una vicissitudine di successioni, cambiato paese e mutato sedi.”[31]

Per questa genealogia della sapienza, Bruno si rifaceva a Marsilio Ficino, che assegnava a Ermete Trimegisto tra gli Egiziani e a Zoroastro tra i Persiani il primato di una tradizione che, attraverso Orfeo, Aglaofemo e Pitagora culminava nel divino Platone[32]. Ficino, con l’intento di cristianizzare la prisca teologia egizia, sfruttando l’autorità di Lattanzio che annoverava Ermete fra le Sibille e i Profeti e di Agostino, che trovava vere molte delle cose che Ermete aveva detto di Dio, trasformò il Trismegisto in un vero e proprio profeta del cristianesimo. L’operazione ebbe successo al punto che, nel mosaico posto all’ingresso del Duomo di Siena intorno al 1480, troviamo affiancate le figure di Ermete Trimegisto e di Mosé, indicati come contemporanei.[33] Apollonio ebbe un destino simile. Egli godeva di una fama talmente solida e difficile da sradicare che i primi teologi cristiani non solo giustificarono l’uso dei suoi famosi talismani, precisando che essi erano realizzati grazie alla conoscenza delle forze naturali e non in virtù di poteri soprannaturali, ma arrivarono al punto di accogliere il sapiente Tianeo nel grembo della Chiesa di Bisanzio, trasformandolo in profeta del Signore o addirittura in santo![34] Quando però alcuni cercarono di presentarlo come un vero e proprio Cristo pagano, paragonando i suoi prodigi ai miracoli di Gesù, la reazione dei  teologi cristiani non si fece attendere: le sue diventarono soltanto empie pratiche magiche e Apollonio, come più tardi Bruno, fu accusato di stregoneria. E dire che lo stesso Filostrato si era preoccupato, all’inizio del suo libro di sgombrare subito il campo da certi equivoci:

“dato che si incontrò con i Magi in Babilonia, con i Bramani dell’India e con i Gimnosofisti che vivono in Egitto, vi è pure chi lo ritiene un mago e lo accusa di avere praticato la stregoneria: ma lo fa per ignoranza.”[35]

E aveva ricordato come Empedocle, Pitagora, Democrito e lo stesso Platone, pur avendo frequentato i profeti e i sacerdoti di Babilonia ed Egitto, non praticarono mai arti magiche. Le doti profetiche e la capacità di interagire “magicamente” con la natura sono tappe intermedie di un’evoluzione di tipo karmico, per cui il sapienteattraverso la meditazione e senza ricorso a sacrifici, culti o chiese, stabilisce uncontatto mistico con la divinità:

“I maghi, che io considero i più disgraziati fra gli uomini, affermano di poter mutare il corso del destino….. Egli invece si assoggettava ai decreti delle Moire, e prevedeva solo come si sarebbero di necessità realizzati: le sue previsioni non si dovevano a mezzi magici, bensì alla rivelazione divina”.[36]

Per “rivelazione divina”, depurando l’interpretazione di Filostrato dal tributo dovuto al culto solare dello sponsor Giulia Domna, dobbiamo intendere la comprensione, in senso pitagorico, degli intimi meccanismi della natura in cui la divinità si estrinseca. Ciò richiama in modo evidente quella “magia naturale”, che costituiva la vera ed unica magia accettata da Bruno:

“Prima di affrontare l’argomento della magia, come nel caso di qualunque altro oggetto si voglia discutere, bisogna distinguere il nome in base ai suoi significati; infatti per quante accezioni vi sono del termine magia, vi sono altrettanti tipi di mago. In primo luogo, mago viene considerato il sapiente, come erano i trimegisti presso gli Egizi, i druidi presso i Galli, i gimnosofisti presso gli Indiani, i cabalisti presso gli Ebrei, i magi (il cui capostipite è Zoroastro) presso i Persiani, i σοφοί presso i Greci, i sapienti presso i Latini.”[37]

Richiamando la fortunata e discussa definizione di “mago ermetico”, formulata da Frances Yates,  potremmo dire che Bruno fu mago nell’accezione di “mago naturale”:

“Quando viene usato dai filosofi e tra i filosofi, il termine mago indica il sapiente dotato della capacità di agire”[38],

e fu ermetico nella misura in cui individuò nell’ermetismo la dottrina che meglio interpretava le esigenze fondamentali della propria visione ontologica e cosmologica[39].
Il Nolano doveva riconoscersi non poco nel personaggio di Apollonio, quale ce lo ha tramandato Filostrato. Maestro e guida di re e imperatori[40], li esortava a guidare i loro popoli al di là dei settarismi, perchè nessuna religione può proclamarsi depositaria della verità unica. Il suo sincretismo filosofico, dovuto all’innesto delle dottrine orientali ed ebraiche su una solida base pitagorica, doveva apparire a Bruno l’ideale anello di congiunzione tra l’Egitto e l’Oriente. Attraverso di lui la prisca sapientia risale ancora un gradino più su, dagli egizi ai bramani, di cui proclama, a più riprese, la superiorità.[41]:

“Chi è tanto esperto da poter correggere i riti degli Egizi?”. “Qualsiasi sapiente” disse Apollonio “che venga dall’India”[42]

In queste parole il Nolano non poteva non sentire il peso della sapienza indiana sovrastare il favoloso Egitto, capovolgendo il giudizio del Lamento ermetico, da lui tradotto nello Spaccio[43]. Celebrando gli Egizi, per il tramite di Pitagora, egli rendeva merito, indirettamente, ai loro progenitori indiani:

“Ora, tu sei amante della sapienza, che fu trovata dagli Indiani: e vuoi chiamarla con il nome non dei suoi padri naturali, bensì di quelli adottivi? Vuoi conferire agli Egiziani un dono maggiore che se il Nilo inondasse nuovamente le loro terre misto a miele, come essi celebrano nei loro canti?”[44]

Di Pitagora, infatti, che anche la testimonianza di Apuleio voleva allievo dei saggi indù[45], Apollonio ricorda ripetutamente il debito nei confronti delle dottrine bramaniche, anche se apprese di seconda mano dai Ginni dell’Egitto, discendenti degli Etiopi, a loro volta originari dell’India:

“Non ho mai sacrificato vittime, non le sacrifico, non tocco sangue, neppure se è versato sopra un altare. Questo principio era affermato da Pitagora e parimenti dalla sua scuola, e dai Ginni in Egitto e nell’India dai Bramani, da cui vennero a Pitagora e ai suoi accoliti i fondamenti della sapienza”.[46] 

La conoscenza delle teosofie orientali aveva consentito ad Apollonio di rinvenire in esse origini e conferme degli insegnamenti pitagorici. E’ il caso ad esempio della fede nella reincarnazione:

“E intorno all’anima qual’è la vostra opinione?”, “La stessa” rispose Iarca “che Pitagora trasmise a voi, e noi agli Egizi”. Chiese allora Apollonio: “Vuoi dire che, come Pitagora affermava di essere Euforbo, anche tu prima di venire in questo corpo fosti uno dei Troiani o dei Greci, oppure un altro uomo qualsiasi?”[47].

Apollonio di Tiana insegnava che l’Anima, rivestita dal corpo, dopo aver sperimentato l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, lo abbandona per rivestirne un altro dopo un certo periodo. La sua concezione della morte è dunque in piena sintonia con le teorie pitagoriche, come attesta l’epistola indirizzata al console P. Valerio Asiatico per consolarlo della prematura perdita del figlio:

“…Nessuno muore se non in apparenza, come nessuno nasce che in apparenza. In effetti il passaggio dall’essenza alla sostanza, ecco ciò che da alcuni è stato chiamato nascere; e così ciò che è stato chiamato morire, non è altro invece che il passaggio dalla sostanza all’essenza. Nulla nasce e nulla muore in realtà. Il visibile diventa invisibile: il visibile è prodotto dalla densità della materia, l’invisibile dalla sottilità dell’essenza. L’essere è sempre il medesimo, egli è talvolta attività e tal altra riposo: L’essere possiede questa essenziale particolarità, che il suo cambiamento non è per nulla provocato da qualche cosa che sia al di fuori di lui medesimo: l’intiero diventa parti e le parti diventano l’intiero, nell’unità del tutto”.[48]

Perciò il sapiente, se necessario, affronterà la morte, non per eroismo e neanche per affermare un diritto ad una libertà di pensiero che nessuno potrà mai sottrargli e che quindi neppure è in discussione, ma semplicemente per difendere i propri principi:

“Morire per la libertà, infatti, è prescritto dalle leggi; per i parenti, per i figli, per il proprio amore è imposto dalla natura: e tutti gli uomini obbediscono alla natura e alla legge, alla natura di loro volontà, alla legge per forza. Ma ai sapienti s’addice piuttosto di morire per gli ideali, a cui si sono dedicati. Questi non li istituì la legge, né li generò innati la natura, bensì furono essi a praticarli grazie alla loro forza d’animo e al loro coraggio. In difesa di questi principi, se vengono violati, il sapiente affronti il fuoco, affronti la scure, poiché nulla di tutto ciò potrà vincerlo, né avvolgerlo nelle spire della menzogna: ma egli si terrà stretto a tutto il suo sapere non diversamente che se fosse iniziato ai misteri”.[49]

Per questi stessi motivi, Bruno non va considerato un martire del libero pensiero, come sostenuto da una ormai logora propaganda anti-clericale, bensì lo strenuo difensore delle proprie idee, in ossequio all’inviolabile dignità della sapienza. In tal senso l’atteggiamento tenuto da Apollonio nel corso del processo cui lo sottopose l’imperatore Domiziano, presenta suggestive analogie con quello subìto da Giordano Bruno. Prima di affrontare il giudizio, egli ammonisce lo spaventato discepolo Damis:

“…i soldati e gli opliti non hanno bisogno soltanto di coraggio, ma anche di una tattica con cui interpretare le diverse opportunità della battaglia; e così pure i filosofi devono prestare attenzione alle circostanze della morte, per non affrontarle come chi si getta allo sbaraglio e di proposito le cerca, e sceglierle invece con il criterio migliore. Che noi invero abbiamo scelto di morire nel modo migliore e nelle circostanze più convenienti al filosofo, supposto che qualcuno voglia ucciderlo, io l’ho già dimostrato ad altri in tua presenza, e a te mi sono sforzato di insegnarlo fino alla noia”.[50]

Ciò ricorda molto da vicino la vicenda processuale di Bruno, l’accorta e lucida strategia con cui tenne testa all’Inquisizione per otto lunghi anni[51], prima di scegliere anch’egli, come Apollonio, anche se in maniera più drammatica, di sparire a questo mondo per rifluire nell’Uno-tutto[52]. A coloro che gli chiedevano:“E perché non temi Nerone?”, Apollonio rispondeva: “Perché il dio che ha concesso a lui di ispirare paura, a me ha concesso di non provarla”.[53]
Ci sembra quasi di ascoltare lo sprezzante monito che Bruno rivolse ai suoi carnefici dopo aver ascoltato, impassibile, il verdetto: “Forse pronunciate questa sentenza contro di me con più paura di quella che provo io nell’accoglierla”.

[1]In particolare Bartholmess aveva accostato il detto rabelaisiano “Démocrite héraclitisant et Héraclite Démocritisant” (Gargantua, I, 20) al motto del Candelaio ”In tristitia hilaris, in hilaritate tristis”. C.Bartholmess, Jordano Bruno, II, 65.

[2]Cfr. Candelaio, a cura di A. Guzzo, Milano 2004, p. 139-140.

[3]Cfr. Pantagruel, III, 9, 35 e 36. Vedi in proposito anche G. Lafaye, Giordano Bruno in “Revue Internazionale de l’Enseignement”, 1889, 552-5; M. Monnier, Giordano Bruno et ses derniers biographes, Bibliothèque Universelle et Revue Suisse, XXIV, 1884, 579-81; Sanesi, La Commedia, p. 423.

[4]V. Spampanato,” Il Rabelais e il Bruno” in Alcuni antecedenti e imitazioni francesi del Candelaio, 1905, p. 35.

[5]Ivi, p. 16.

[6]Ivi, pp. 13-14.

[7]Cfr. L. Auvray, Giordano Bruno à Paris, in “Memoires de la Société de l’Histoire de Paris et de l’Ile-de-France », XXVII 1900, pp. 208-301, riprodotto in V.Spampanato, Vita di Giordano Bruno, pp. 641-59.

[8]Cfr. La Cena de le Ceneri, Dialoghi filosofici italiani, a cura di M. Ciliberto, Milano 2000, p. 14: “se non sapran scuoprir quel ch’è ascosto sotto questi Sileni”.

[9]F.Rabelais, La vie inestimabile du grand Gargantua, pere de Pantagruel, Prologue del l’auteur .

[10]“In molti, tra Quattro e Cinquecento , si ricorderanno, per ragioni diverse, di questa stupenda immagine platonica: da Pico ad Erasmo nel suo Sileni Alcibiadis, per denunciare i falsi sapienti; Rabelais, nel prologo del Gargantua, per svelare il potere terapeutico del riso. Ma anche Pierre de Ronsard e Torquato Tasso ne faranno uso nelle loro poesie”. Bruno, come è suo costume, si impossessa del topos, disseminato in numerosi luoghi strategici delle sue opere”. N.Ordine, La soglia dell’ombra, p. 39 nota 37.

[11]Les horribles et épouvantables faits et prouesses du très renommé Pantagruel, Roy des Dipsodes è il primo libro dell’opera di Rabelais, pubblicata nel 1532 (il secondo per come ci è presentata oggi l’opera intera, che non segue l’ordine cronologico di scrittura, bensì quello delle vicende narrate).

[12]Cfr. anche G. Lafaye, op. cit.

[13]La Cena de le Ceneri, Dialoghi filosofici italiani, cit. p. 101.

[14]“In Pitagora che visitò i vaticinatori di Menfi; in Platone che visitò i magi dell’Egitto e Archita di Taranto; in Apollonio Tianeo che andò fino al monte Caucaso, passò gli Sciti, i Massageti, gl’Indiani, navigò il gran fiume Fisone fino ai Bramani per vedere Hiarca; e poi fu in Babilonia, Caldea, Media, Assiria, Partia, Siria, Fenicia, Arabia, Palestina, Alessandria e fino in Etiopia per vedere i Gimnosofisti.” F. Rabelais, Gargantua e Pantagruel Libro I Cap. XVIII.

[15]“Ite nunc, veteres philosophi, lustrate provincias, novos adite populos, maria transite. I nunc Pythagora ad Memphiticos vates, Archita in oras Italiae, Plato in Siciliam. I nunc, Thianaee, intra Persas, peroransi Caucasum, Scythas, Messagetas, opulentissima Indiae regna penetra, latissimoque Phison amne trasmesso, perge ad Brachmanas, discorre per Elamitas, Babilonios, Chaldaeos, Medos, Assyrios, Pathos, Syros, Phoenices, Arabes, Palestinos, Alexandriam, et perge in Aethiopiam ut Gymnosophistas et famosissimam solis mensam videas in sabulo. Ea enim universa, et iis majora, et maiora ijs, quae vos in tot tantisque mundi regionibus quaesivistis, ego in una Germaniae regione inveni.” Oratio valedictoria, Opera Latine conscripta, vol. I, tomo 1, a cura di F. Fiorentino et alii, Napoli, Morano, 1879-91, p. 22 A.

[16]Filostrato nacque a Lemno nel 160 d. C. e morì verso il 249 d. C. Insegnò retorica ad Atene per poi trasferirsi a Roma, godendo del favore dell’imperatore Settimio Severo e di Giulia Domna, che gli commissionò la Vita di Apollonio di Tiana. Le opere di Apollonio non ci sono pervenute in versione originale. Di esse conosciamo alcuni titoli: “Iniziazioni“, “Oracoli“, “Inno alla Memoria“. Un suo trattato di astrologia pare sia stato tradotto in arabo nel IX secolo. Gli viene anche attribuita una “Vita di Pitagora“. Ancora a Roma scrisse l’Eroico, opera in forma dialogica sul culto di Protesilao e, ad Atene le Vite dei Sofisti.

[17]Vi sono poi una serie di testimonianze indirette, di cui uno degli esempi più significativi fu l’esaltazione che di Apollonio fece Filone, a due secoli dalla sua morte, quale profeta di un culto mistico fondato sulla comunione con Dio.

[18]Cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi Milano, 2004 pp. 392-3.

[19]Candelaio, cit. p. 118. Merlino (secolo V) e Malagigi sono maghi celebrati nei poemi cavallereschi.

[20]“Omitto quod quidam in animum bene formatum contractione facia proprium alienumque corpus servatur, sicut cecinit Zoroaster, fecit Pythagoras, Apollonius et Abb.” Sigillus Sigillorum, Opera Latine conscripta, cit. I, p. 181 F. Di Abaride o Abari (greco Ábaris), leggendario taumaturgo greco di origine sciamanica, che si diceva avesse la capacità di solcare l’aria a cavallo di una freccia, ci parlano Erodoto e Pindaro. I Greci lo facevano discendere dal favoloso popolo degli Iperborei. I neopitagorici lo considerarono un precursore di Pitagora.

[21]Cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, cit. p. 218.

[22]De monade, numero et figura, Opere latine, a cura di C. Monti, Torino 1980, p. 305.

Sulla virtù dei numeri “per agire sulle cose” cfr. M. Ciliberto, Giordano Bruno, Laterza 1992, pp. 228-9.

[23]Ivi, p. 357

[24]Apollonio verrà, nella tradizione ermetico-occultistica rinascimentale, accostato da autori come Cornelio Agrippa, ad Ermete e Zoroastro come maghi autori di opere mirabili.

[25]Di Pitagora egli seguiva con scrupolo anche i precetti dietetici: regime vegetariano, niente vino né sesso, indossava abiti di sole fibre e, come riferisce Filostrato, osservò cinque anni di silenzio, durante i quali si esprimeva solo “con gli occhi e con le mani e i cenni del capo”, Vita di Apollonio di Tiana, cit. p. 73.

[26]Ivi, p. 369.

[27]I Magi erano sacerdoti dediti al culto del fuoco, all’astrologia e alla divinazione, generalmente al servizio delle dominazioni che ressero il Medio Oriente, in particolare la Mesopotamia e la Persia, dai re Medi e Babilonesi agli Achemenidi e poi ai Parti.

[28]L’Elam era un territorio compreso tra l’altopiano iranico sud-occidentale e le terre a est del basso Tigri.

[29]“famosissimam solis mensam videas in sabulo”: secondo l’antica tradizione, qui raccolta dal Bruno, nel regno di Etiopia (termine indicante in maniera generalissima i più lontani popoli dell’Oriente e del Mezzogiorno) esisteva il costume di imbandire la mensa al sole. Cfr. Erodoto, III, 18 ( traduzione latina di Lione, 1542 p. 71): “Est in suburbano pratum, omnium quadrupedum assa carne refertum, quam per noctem singuli civium magistratis prosperant ponere, ad eamque, ubi illuxit, cuilibet epilatum licet accedere. Haec ipsa a terra reddi adsique indigenae credunt.” ( “Esiste nei dintorni della città un prato colmo di carni arrostite di ogni sorta di quadrupedi, che i cittadini si fan premura di disporre durante la notte per i loro magistrati. E’ fatta l’alba ciascuno ha la facoltà di venire a cibarsene. Gli indigeni credono che queste carni continuamente consumate vengano continuamente ripristinate dalla terra”).

[30]Phison: Uno dei quattro fiumi del Paradiso terrestre che hanno una fonte comune sotto l’albero della vita viene comunemente identificato con il Gange (gli altri tre sono Nilo, Tigri ed Eufrate). Cfr. Genesi II, 8-14 – “Et fluvius egrediebatur de loco voluptatis ad irrigandum paradisum, qui inde dividitur in quatuor capita. Nomen uni Phison; ipse est qui circuit omnem terram Hevilath, ubi nascitur aurum; et aurum terrae illius optimum est; ibi invenitur bdellium, et lapis onychinus. Et nomen fluvii secundi Gehon; ipse est qui circuit omnem terram Aethiopiae. Nomen vero fluminis tertii, Tygris; ipse vadit contra Assyrios. Fluvius autem quartus, ipse est Eufrate… » (Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiamava Pison; esso scorre intorno a tutto il paese di Avila dove c’è l’oro e l’oro di quelle terre è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’onice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.

[31]Oratio valedictoria, cit. p. 16 A.

[32]“Egli è detto il primo degli autori di teologia; gli successe Orfeo, secondo fra i teologi dell’antichità: Aglaofemo ch’era stato iniziato all’insegnamento sacro di Orfeo, ebbe come successore in teologia Pitagora, di cui fu discepolo Filolao, il maestro del nostro divino Platone. Vi è quindi una prisca theologia … che ha la sua origine in Mercurio e culmina nel divino Platone “, M. Ficino, Argumentum del Poimandres .

[33]Nell’opera Ermete mostra a Mosè una tavola che reca incise le parole del Pimandro: “Deus, omnium creator secum Deum fecit visibilem et hunc fecit primum et solum quo oblectatus est et valde amavit proprium Filium ” e sotto, sulla targa del titolo si legge: “Hermes Mercurius Trismegistus Contemporaneus Moysi“.

[34]Cfr. D. Del Corno, Introduzione a “Vita di Apollonio di Tiana”, Adelphi, 2004 pp. 45-46.

[35]Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, cit. p. 62.

[36]Ivi, p. 228.

[37]De magia naturali, Opere Magiche, edizione diretta da M. Ciliberto, a cura di S. Bassi, E. Scapparone, N. Tirinnanzi, Milano, 2000, p. 160.

[38]Ivi, p. 167.

[39]In proposito mi permetto di rinviare a G.del Giudice, La coincidenza degli opposti. Giordano Bruno tra Oriente e Occidente, Di Renzo, Roma 2005.

[40]Apollonio fu amico e consigliere, prima e dopo la loro nomina ad Imperatori, di Vespasiano, Tito e Nerva.

[41]Per distinguerli dai Βραχμãνες (Bramani), che i greci chiamavano anche Γυμνοσοφισταί (Ginnosofisti), Filostrato chiama Γυμνοί (Ginni) i sapienti dell’ Africa.

[42]Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, cit. pp. 237-238.

[43]“O Egitto Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole anco incredibili alle generazioni future: alle quali non sarà altro che narri gli pii tuoi gesti che le lettere scolpite nelle pietre, le quali narraranno non a dèi et uomini (perchè questi saran morti, e la deitade sarà trasmigrata in cielo), ma a Sciti et Indiani, o altri simili di selvaggia natura.” Spaccio de la bestia trionfante, Dialoghi filosofici italiani, cit. p. 637.

[44]Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, cit. p. 272.

[45]Cfr. Apuleio, Florida, p. 130, ed Bip.

[46]Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana,, cit. pp. 373-374.

[47]Ivi, p. 154.

[48]Filostrato, Epistola a P. Valerio Asiatico.

[49]Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, cit. p. 319.

[50]Ivi, p. 339.

[51]Cfr. in proposito l’acuta analisi di M.Ciliberto sull’uso della Dissimulazione, in Pensare per contari, Interpretazione del processo di Giordano Bruno, 2005, 325-363.

[52]Per l’episodio in cui Apollonio, dopo aver rivolto a Domiziano la frase: “non mi ucciderai, infatti, poiché non sono mortale”, scompare dal tribunale prima della sentenza, cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, cit. p. 354.

[53]Ivi, p. 217.

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