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BRUNO, RABELAIS E APOLLONIO DI TIANA
di Guido del Giudice
SUMMARY
Regarding the influence of Francois Rabelais on the Giordano Bruno’s
works, up to now the criticism have only taken into consideration the
lexical and thematic analogies. This article individualizes, in a
passage of the "Oratio Valedictoria", a literal quotation from the
Gargantua et Pantagruel, showing that Rabelais was a direct source
of inspiration for Bruno. The protagonist of the passage is the
pythagorean Apollonius of Tyana, a character well known from the Nolan,
who mentioned him in many occasions. He represents the ideal medium with
the oriental wisdom, that had so much influence on the thought of Bruno.
Besides, he embodies the model of the "natural magician" in which the
philosopher repeatedly identified himself, both in his works and life.
Sui rapporti tra
Bruno e Rabelais si è già scritto in passato. In particolare ricordiamo
i lavori di Vincenzo Spampanato e di Marcel Tetel, che prendono spunto
dalle ipotesi già avanzate da Christian Bartholmess.La loro analisi,
oltre che su alcuni luoghi della Cena de le ceneri e dello
Spaccio de la bestia trionfante, si appunta essenzialmente sul
Candelaio. Spampanato, in particolare, individua nella commedia una
lunga serie di luoghi che presenterebbero similitudini tematiche e
linguistiche col Gargantua et Pantagruel. I critici sono
concordi nell’ammettere l’influsso rabelaisiano su Bruno, individuando i
principali punti di contatto nella caratterizzazione del personaggio del
pedante e nel dialogo tra Cherubina e madonna Angela Spigna, riguardo
l’opportunità del matrimonio,
che mostra chiari echi di quello sullo stesso argomento tra Panurge e
Pantagruele, Re de’ Dipsodi.
In proposito
Spampanato nota come “le tre “materie” intessute insieme nel Candelaio,
la stoltezza d’un insipido amante, l’alchimia d’un sordido avaro e la
scimunitaggine d’un goffo pedante sono pure svolte […] nel Gargantua e
nel Pantagruel”.
Tetel, dal canto
suo, segnala l’influsso dei personaggi di Janotus de Bragmardo e dello
studente Limosino del 3° Libro, sulla caricatura del pedantismo presente
nel Candelaio. Entrambi gli
studiosi rilevano che, magari inconsciamente, l’atmosfera della commedia
è nettamente rabelaisiana, mostrando la chiara convinzione che Bruno
conoscesse bene l’opera del francese che era, tra l’altro, all’epoca una
delle più tradotte in assoluto. Tetel è comunque molto più cauto facendo
rilevare che questi motivi erano abbastanza diffusi nella letteratura
dell’epoca, per cui anche se questa concordanza di temi e di caratteri
suggerisce fortemente l’influenza di Rabelais sul Nolano, non
costituisce una prova risolutiva. La loro è per lo più un’analisi dei
materiali e degli strumenti linguistici, ma in nessun luogo le analogie
vanno oltre la semplice somiglianza tematica o lessicale, per fissarsi
in una citazione o in un riscontro diretto. Entrambi insistono soprattutto sull’affinità del
temperamento, esuberante e trasgressivo, dei due autori, che, “se l’uno
fu più filosofo e l’altro più uomo di lettere, ciò nonostante
s’incontrarono negli intendimenti e ne’ mezzi”.
Essi analizzano
inoltre le analogie biografiche: “ambedue frati e incolpati di possedere
libri di Erasmo e di spargere eresie, aborrirono il chiostro e buttarono
la tonaca alle ortiche; irrequieti, vennero tormentati dalla smania de’
viaggi; arditi nel parlare e insofferenti di qualunque freno, accesero
d’ira gli animi de’ seguaci e degli avversari di Aristotile, de’
Cattolici e maggiormente de’ Calvinisti i quali ultimi si erano illusi
di averli tra loro”.Spampanato è del
parere che Bruno abbia letto il Gargantua probabilmente all’epoca
del suo primo viaggio in Francia, tra il 1579 e il 1581, a Parigi,
Tolosa e, soprattutto a Lione nel cui Ospedale Rabelais lavorò come
medico e dove pubblicò gran parte delle sue opere. Ciò spiegherebbe gli
influssi sul Candelaio che fu composto proprio in quel periodo. Ancor
più probabilmente Bruno si sarà imbattuto nelle opere del francese
durante il periodo della sua assidua frequentazione della biblioteca
dell’abazia di Saint Victor, dal dicembre del 1585 ai primi mesi
dell’anno successivo, testimoniata dalle memorie del bibliotecario
Guillaume Cotin. St. Victor infatti
era stata rifugio preferito anche di Rabelais,
durante i suoi studi all’Università di
Parigi prima del 1528, e gli aveva
ispirato la compilazione del famoso catalogo burlesco di libri
immaginari (anche se alcuni fanno riferimento, ad autori e opere
realmente esistenti), riportato nel
capitolo VII del I libro del
Gargantua, in cui si fa beffe
della scienza scolastica e teologica.
Per quanto
riguarda la Cena de le Ceneri, le analogie comunemente segnalate
riguardano il tema dei “sileni” e la descrizione della disputa con i
dottori di Oxford. In relazione al
primo, trattato da Bruno nella Proemiale epistola,
viene richiamato come modello il prologo del Gargantua, che inizia
proprio con la citazione del famoso discorso in cui Alcibiade definisce
Socrate “semblable es Silènes”.
Si tratta comunque
di un topos molto diffuso che dal Simposio platonico, attraverso
gli Adagia erasmiani, arriva a Rabelais e a Bruno che lo utilizza anche
nello Spaccio e nell’asino Cillenico.
La seconda analogia
viene identificata nella famosa difesa della teoria copernicana
dall’attacco dei dottori di Oxonia, che ricorda molto da vicino
l’episodio contenuto nel capitolo XVIII del Libro I del Gargantua,
in cui Thaumaste, gran dottore d’Inghilterra, venuto a sfidare
Pantagruele a una pubblica discussione,
è vinto da Panurge e, come gli oxoniensi Nundinio e Torquato, resta
“qual pulcino entro la stoppa quel povero dottor”. Impressionato dalla sapienza di Pantagruel, che
giudica pari alla sua mole, Thaumaste si paragona ai grandi filosofi che
affrontarono lunghi viaggi per conoscere uomini di scienza, di cui trova
esempio:
« En
Pythagoras, qui visita les vaticinateurs memphiticques; en Platon, qui
visita les mages de Egypte et Architas de Tarente; en Apolonius Tyaneus,
qui alla jusques au mont Caucase, passa les Scythes, les Massaggettes,
les Indiens, navigea le grand fleuve Physon jusques ès
Brachmanes, pour veoir Hiarcas, et en Babiloine, Caldée, Medée, Assyrie,
Parthie, Syrie, Phoenice, Arabie, Palestine, Alexandrie, jusques en
Ethiopie, pour veoir les gymnosophistes. »
Pur avendo individuato l’episodio come una
possibile fonte bruniana, nessuno ha tuttavia riconosciuto in questo
brano quella che costituisce, a mio avviso, una evidente citazione
rabelaisiana. Spampanato vi passò accanto senza accorgersene,
probabilmente perché la sua ricerca, tutta focalizzata sul Candelaio, lo
distoglieva dal cercare riscontri in uno scritto di tutt’altra epoca e
occasione. Il brano è infatti
sorprendentemente simile ad un passo dell’«Oratio Valedictoria»,
l’orazione di congedo che, l’8 marzo del 1588, Giordano Bruno pronunciò
davanti al senato dell’ Accademia di Wittenberg. Verso la
conclusione del suo discorso, in un impeto di riconoscenza per
l’accoglienza ricevuta in Germania, il Nolano si rivolge agli antichi
filosofi:
“Va ora, o Pitagora,
ai vati di Menfi; o Archita, ai lidi d'Italia; o Platone, in Sicilia. Va
ora, o Tianeo, tra i Persi, passa il Caucaso, gli Sciti, i Messageti,
entra nei regni opulentissimi dell'India e, attraversato il larghissimo
fiume Fiso, va dai Bramani, gira fra gli Elamiti, i Babilonesi, i Caldei,
i Medi, gli Assiri, i Parti, i Siri, i Fenici, gli Arabi, i Palestinesi,
Alessandria, e va in Etiopia per vedere i Gimnosofisti e la famosissima
mensa del sole su la sabbia”.
Mettendo a confronto le parole di Bruno e quelle
di Rabelais, esse coincidono quasi alla lettera, particolarmente nella
enumerazione dei luoghi e dei popoli visitati da Apollonio di Tiana,
tanto che sarebbe difficile pensare che il Nolano li abbia ricordati
tutti a memoria nell’ordine esatto, se non conoscessimo le sue
eccezionali capacità mnemotecniche.
Le notizie
principali su Apollonio, nato a Tiana in Cappadocia intorno al 4 a.C., e
morto ad Efeso nel 97 circa d.C., ci sono state trasmesse da Filostrato
di Lemno,
che scrisse la sua “Vita di Apollonio di Tiana” su commissione di
Giulia Domna, moglie dell’imperatore di origine africana Settimio
Severo, seguace di concezioni religiose di tipo orientale, legate al
culto solare.
La biografia di
Filostrato, è una rielaborazione a metà tra lo storico e il romanzato,
del diario tenuto dal fedele discepolo di Apollonio, Damis di Ninive, il
cui manoscritto, tramandato per generazioni, sarebbe giunto in possesso
di Giulia Domna, che glielo avrebbe affidato per la pubblicazione. L’opera fu
riscoperta nel Rinascimento attraverso l’edizione Aldina del 1501-02 e
la contemporanea traduzione latina di Filippo Beroaldo, ed è quindi
probabile che sia Rabelais che Bruno l’abbiano letta.
Il Nolano,
infatti, evoca Apollonio in più occasioni, dimostrando una conoscenza di
prima mano del personaggio. Già nel Candelaio egli allude alle doti
telepatiche, che gli fecero, ad esempio, predire a distanza l’uccisione
del tiranno Domiziano:
“Bonifacio: Come lo
avete saputo?
Scaramurè: Come
sapea le cose lontane Apollonio, Merlino e Malaggigi.”
Ancor più specifica
è la citazione del Sigillus Sigillorum (1583), in cui si parla di un
tipo particolare di contrazione, comune a Pitagora e Zoroastro:
“Lascio poi da
parte il fatto che per quella sorta di contrazione prodotta in un animo
ben formato si mantiene in salute il corpo proprio e altrui, come cantò
Zoroastro, come fecero Pitagora, Apollonio e Abbaride.”
Sempre in compagnia
di Pitagora e Zoroastro, nel De monade (1591), Apollonio viene ricordato
come profondo conoscitore della virtù dei numeri, che gli consentì di
risuscitare una fanciulla:
“Ritornando al
nostro proposito, sottolineiamo che i numeri di questo genere
costituirono per Pitagora, Aglaofamo, Zoroastro ed Ermete babilonese gli
stessi principi grazie ai quali gli uomini potevano cooperare con
l’operosa natura. Inoltre risulta che figure di questo genere Platone
abbia posto al di là del mondo delle specie sensibili; Apollonio, grazie
alle virtù dei numeri, risuscitò una fanciulla, dopo aver udito il suo
nome.”
Sempre nel De
Monade, la sua nascita viene riferita, insieme a quelle di Romolo,
Merlino e Teuti, ad operazioni demoniche che, in occasione di
determinate congiunzioni astrologiche, genererebbero uomini capaci di
straordinari prodigi:
“Coloro che
invocano i demoni nei trivi e nei quadrivi, lo fanno stando rivolti più
possibile a Settentrione. Si dice che costoro, al tempo delle grandi
congiunzioni nel Cancro e nel Capricorno di Saturno, di Giove e di
Marte, diventino incubi o succubi per inusitati parti e quindi si
presentino come uomini assai violenti che piegano le Leggi al compimento
di mirabili eventi e con straordinari prodigi mutano e talvolta
sovvertono la condizione degli uomini (se essi non sono protetti da un
nume migliore e più benevolo). Sotto la loro influenza pongono la
nascita di Romolo, di Merlino, di Tianeo, di Teuti e di altri, che
nacquero da genitori imprecisati.”
Bruno, dunque,
conosceva bene il Tianeo e lo teneva in gran conto. Questo personaggio
di mago sapiente, molto simile a quello di Ermete Trimegisto,
considerato nel I secolo d.C. un vero e proprio Messia del Pitagorismo,
deve aver esercitato su di lui un grande fascino, come possibile tramite
tra la tradizione pitagorica e quella orientale. L’accuratezza
della citazione dell’ Oratio, lascia pensare che Bruno, pur
conoscendo bene il testo di Filostrato, utilizzi il passo rabelaisiano
come un vero e proprio locus memoriae per ricordarne la “peregrinatio”. Rabelais era stato
un po’ approssimativo, inserendo nella descrizione dell’itinerario di
Apollonio una lunga sfilza di mete esotiche, elencate un po’ alla
rinfusa, senza attenersi strettamente alla fonte Filostratea. Così, ad
esempio, aveva incluso i Messageti tra i popoli visitati (traendo in
inganno anche Bruno), mentre nel testo di Filostrato si dice esattamente
il contrario:
“Non vengo dalla
Scozia, mio sovrano, né da qualche altro popolo incivile, né sono mai
stato tra i Massageti o fra i Tauri, poiché certo avrei distolto pure
loro dall’uso dei sacrifici”.
Se mettiamo a confronto nei dettagli i due brani
ci accorgiamo dell’esistenza di alcune piccole differenze, che danno
l’impressione che Bruno proceda come suo solito a memoria, correggendo o
integrando la citazione nel ricordarla. Nella prima parte, mentre è
identica l’esortazione a Pitagora a visitare i vaticinatori di Menfi,
egli modifica l’accenno a Platone e Archita, nominandoli entrambi come
messaggeri della sapienza, il primo in Sicilia e il secondo presso i
lidi d’Italia, ed eliminando l’accenno ai magi, che Rabelais aveva
erroneamente assegnato all’Egitto, anzichè alla Persia o alla Caldea. Il passo successivo è invece la traduzione quasi
letterale del testo francese, sia nelle parole sia nell’ordine seguito
per riferire il lungo itinerario di viaggio del Tianeo. Bruno aggiunge
soltanto i Persi e gli Elamiti
ai popoli con cui Apollonio venne a contatto e la notizia erodotea
relativa all’esistenza presso gli Etiopi della “famosissima mensa del
sole sulla sabbia”.
Per il resto cita i popoli nell’esatto, identico ordine di Rabelais,
conservando l’identificazione del Gange con il biblico fiume Phison.
Omette o dimentica invece l’accenno a Iarca, il più anziano dei dotti
bramani, forse perchè l’importanza conferita a lui e a tutta la sapienza
indiana da Apollonio, che la ritiene superiore e madre di quella egizia,
sconvolge l’ordine di classifica della sapienza, stilata da Bruno poco
prima nella sua orazione, in cui egizi e caldei precedevano i
gimnosofisti indiani:
“Sopra queste sette
colonne la sapienza si edificò la casa tra gli uomini. La quale casa, se
guardiamo la storia, primamente apparve presso gli Egizi, e presso gli
Assiri tra i Caldei. In secondo luogo presso i Persiani, tra i Magi,
sotto Zoroastro. In terzo luogo presso gli Indiani, tra i Gimnosofisti.
In quarto luogo presso i Traci e contemporaneamente presso i Libici,
sotto Orfeo e Atlante. In quinto luogo presso i Greci sotto Talete e gli
altri savi. In sesto luogo presso gli Itali sotto Archita, Gorgia,
Archimede, Empedocle, Lucrezio. In settimo luogo presso i Germani ai
nostri tempi: sicché sembra certo che, con Giove e l'Impero a immagine
della curia celeste, Minerva, questa Sofia, abbia, con una vicissitudine
di successioni, cambiato paese e mutato sedi.”
Per questa
genealogia della sapienza, Bruno si rifaceva a Marsilio Ficino, che
assegnava a Ermete Trimegisto tra gli Egiziani e a Zoroastro tra i
Persiani il primato di una tradizione che, attraverso Orfeo, Aglaofemo e
Pitagora culminava nel divino Platone.
Ficino, con l’intento di cristianizzare la prisca teologia
egizia, sfruttando l'autorità di Lattanzio che annoverava Ermete fra le
Sibille e i Profeti e di Agostino, che trovava vere molte delle cose che
Ermete aveva detto di Dio, trasformò il Trismegisto in un vero e proprio
profeta del cristianesimo. L’operazione ebbe successo al punto che, nel
mosaico posto all'ingresso del Duomo di Siena intorno al 1480, troviamo
affiancate le figure di Ermete Trimegisto e di Mosé, indicati come
contemporanei.
Apollonio ebbe un
destino simile. Egli godeva di una fama talmente solida e difficile da
sradicare che i primi teologi cristiani non solo giustificarono l’uso
dei suoi famosi talismani, precisando che essi erano realizzati grazie
alla conoscenza delle forze naturali e non in
virtù di poteri soprannaturali, ma
arrivarono al punto di accogliere il sapiente Tianeo nel grembo della
Chiesa di Bisanzio, trasformandolo in profeta del Signore o addirittura
in santo!
Quando però alcuni
cercarono di
presentarlo come un vero e proprio Cristo pagano, paragonando i suoi
prodigi ai miracoli di Gesù, la reazione dei teologi cristiani non si
fece attendere: le sue diventarono soltanto empie pratiche magiche e
Apollonio, come più tardi Bruno, fu accusato di stregoneria.
E dire che lo
stesso Filostrato si era preoccupato, all’inizio del suo libro di
sgombrare subito il campo da certi equivoci:
“dato che si
incontrò con i Magi in Babilonia, con i Bramani dell’India e con i
Gimnosofisti che vivono in Egitto, vi è pure chi lo ritiene un mago e lo
accusa di avere praticato la stregoneria: ma lo fa per ignoranza.”
E aveva ricordato come Empedocle, Pitagora,
Democrito e lo stesso Platone, pur avendo frequentato i profeti e i
sacerdoti di Babilonia ed Egitto, non praticarono mai arti magiche. Le
doti profetiche e la capacità di interagire “magicamente” con la natura
sono tappe intermedie di un’evoluzione di tipo karmico, per cui il
sapiente attraverso la meditazione e
senza ricorso a sacrifici, culti o chiese, stabilisce un
contatto mistico con la divinità:
“I maghi, che io
considero i più disgraziati fra gli uomini, affermano di poter mutare il
corso del destino….. Egli invece si assoggettava ai decreti delle Moire,
e prevedeva solo come si sarebbero di necessità realizzati: le
sue previsioni non si dovevano a mezzi magici, bensì alla rivelazione
divina”.
Per “rivelazione
divina”, depurando l’interpretazione di Filostrato dal tributo dovuto al
culto solare dello sponsor Giulia Domna, dobbiamo intendere la
comprensione, in senso pitagorico, degli intimi meccanismi della natura
in cui la divinità si estrinseca. Ciò richiama in
modo evidente quella “magia naturale”, che costituiva la vera ed unica
magia accettata da Bruno:
“Prima di affrontare
l’argomento della magia, come nel caso di qualunque altro oggetto si
voglia discutere, bisogna distinguere il nome in base ai suoi
significati; infatti per quante accezioni vi sono del termine magia, vi
sono altrettanti tipi di mago. In primo luogo, mago viene considerato il
sapiente, come erano i trimegisti presso gli Egizi, i druidi presso i
Galli, i gimnosofisti presso gli Indiani, i cabalisti presso gli Ebrei,
i magi (il cui capostipite è Zoroastro) presso i Persiani, i σοφοί
presso i Greci, i sapienti presso i Latini.”
Richiamando la
fortunata e discussa definizione di “mago ermetico”, formulata da
Frances Yates, potremmo dire che Bruno fu mago nell’accezione di “mago
naturale”:
“Quando viene usato
dai filosofi e tra i filosofi, il termine mago indica il sapiente dotato
della capacità di agire”,
e fu ermetico
nella misura in cui individuò nell’ermetismo la dottrina che meglio
interpretava le esigenze fondamentali della propria visione ontologica e
cosmologica.
Il Nolano doveva
riconoscersi non poco nel personaggio di Apollonio, quale ce lo ha
tramandato Filostrato. Maestro e guida di re e imperatori,
li esortava a guidare i loro popoli al di là dei settarismi, perchè
nessuna religione può proclamarsi depositaria della verità unica. Il suo
sincretismo filosofico, dovuto all’innesto delle dottrine orientali ed
ebraiche su una solida base pitagorica, doveva apparire a Bruno l’ideale
anello di congiunzione tra l’Egitto e l’Oriente. Attraverso di lui la
prisca sapientia risale ancora un gradino più su, dagli egizi ai
bramani, di cui proclama, a più riprese, la superiorità.:
“Chi è tanto
esperto da poter correggere i riti degli Egizi?”. “Qualsiasi sapiente”
disse Apollonio “che venga dall’India”.
In queste parole
il Nolano non poteva non sentire il peso della sapienza indiana
sovrastare il favoloso Egitto, capovolgendo il giudizio del Lamento
ermetico, da lui tradotto nello Spaccio.
Celebrando gli Egizi, per il tramite di Pitagora, egli rendeva merito,
indirettamente, ai loro progenitori indiani:
“Ora, tu sei amante
della sapienza, che fu trovata dagli Indiani: e vuoi chiamarla con il
nome non dei suoi padri naturali, bensì di quelli adottivi? Vuoi
conferire agli Egiziani un dono maggiore che se il Nilo inondasse
nuovamente le loro terre misto a miele, come essi celebrano nei loro
canti?”
Di Pitagora, infatti, che anche la
testimonianza di Apuleio voleva allievo dei saggi indù,
Apollonio ricorda ripetutamente il debito nei confronti delle dottrine
bramaniche, anche se apprese di seconda mano dai Ginni dell’Egitto,
discendenti degli Etiopi, a loro volta originari dell’India:
“Non ho mai
sacrificato vittime, non le sacrifico, non tocco sangue, neppure se è
versato sopra un altare. Questo principio era affermato da Pitagora e
parimenti dalla sua scuola, e dai Ginni in Egitto e nell’India dai
Bramani, da cui vennero a Pitagora e ai suoi accoliti i fondamenti della
sapienza”.
La conoscenza delle
teosofie orientali aveva consentito ad Apollonio di rinvenire in esse
origini e conferme degli insegnamenti pitagorici. E’ il caso ad esempio
della fede nella reincarnazione:
“E intorno
all’anima qual’è la vostra opinione?”, “La stessa” rispose Iarca “che
Pitagora trasmise a voi, e noi agli Egizi”. Chiese allora Apollonio:
“Vuoi dire che, come Pitagora affermava di essere Euforbo, anche tu
prima di venire in questo corpo fosti uno dei Troiani o dei Greci,
oppure un altro uomo qualsiasi?”.
Apollonio di Tiana
insegnava che l’Anima, rivestita dal corpo, dopo aver sperimentato
l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, lo abbandona per rivestirne un
altro dopo un certo periodo. La sua concezione della morte è dunque in
piena sintonia con le teorie pitagoriche, come attesta l’epistola
indirizzata al console P. Valerio Asiatico per consolarlo della
prematura perdita del figlio:
“...Nessuno muore
se non in apparenza, come nessuno nasce che in apparenza. In effetti il
passaggio dall’essenza alla sostanza, ecco ciò che da alcuni è stato
chiamato nascere; e così ciò che è stato chiamato morire, non è altro
invece che il passaggio dalla sostanza all’essenza. Nulla nasce e nulla
muore in realtà. Il visibile diventa invisibile: il visibile è prodotto
dalla densità della materia, l’invisibile dalla sottilità dell’essenza.
L’essere è sempre il medesimo, egli è talvolta attività e tal altra
riposo: L’essere possiede questa essenziale particolarità, che il suo
cambiamento non è per nulla provocato da qualche cosa che sia al di
fuori di lui medesimo: l’intiero diventa parti e le parti diventano
l’intiero, nell’unità del tutto”.
Perciò il sapiente,
se necessario, affronterà la morte, non per eroismo e neanche per
affermare un diritto ad una libertà di pensiero che nessuno potrà mai
sottrargli e che quindi neppure è in discussione, ma semplicemente per
difendere i propri principi:
“Morire per la libertà, infatti, è
prescritto dalle leggi; per i parenti, per i figli, per il proprio amore
è imposto dalla natura: e tutti gli uomini obbediscono alla natura e
alla legge, alla natura di loro volontà, alla legge per forza. Ma ai
sapienti s’addice piuttosto di morire per gli ideali, a cui si sono
dedicati. Questi non li istituì la legge, né li generò innati la natura,
bensì furono essi a praticarli grazie alla loro forza d’animo e al loro
coraggio. In difesa di questi principi, se vengono violati, il sapiente
affronti il fuoco, affronti la scure, poiché nulla di tutto ciò potrà
vincerlo, né avvolgerlo nelle spire della menzogna: ma egli si terrà
stretto a tutto il suo sapere non diversamente che se fosse iniziato ai
misteri”.
Per questi stessi motivi, Bruno non va
considerato un martire del libero pensiero, come sostenuto da una ormai
logora propaganda anti-clericale, bensì lo strenuo difensore delle
proprie idee, in ossequio all’inviolabile dignità della sapienza. In tal senso
l’atteggiamento tenuto da Apollonio nel corso del processo cui lo
sottopose l’imperatore Domiziano, presenta suggestive analogie con
quello subìto da Giordano Bruno. Prima di affrontare il giudizio, egli
ammonisce lo spaventato discepolo Damis:
“…i soldati e gli
opliti non hanno bisogno soltanto di coraggio, ma anche di una tattica
con cui interpretare le diverse opportunità della battaglia; e così pure
i filosofi devono prestare attenzione alle circostanze della morte, per
non affrontarle come chi si getta allo sbaraglio e di proposito le
cerca, e sceglierle invece con il criterio migliore. Che noi invero
abbiamo scelto di morire nel modo migliore e nelle circostanze più
convenienti al filosofo, supposto che qualcuno voglia ucciderlo, io l’ho
già dimostrato ad altri in tua presenza, e a te mi sono sforzato di
insegnarlo fino alla noia”.
Ciò ricorda molto
da vicino la vicenda processuale di Bruno, l’accorta e lucida strategia
con cui tenne testa all’Inquisizione per otto lunghi anni,
prima di scegliere anch’egli, come Apollonio, anche se in maniera più
drammatica, di sparire a questo mondo per rifluire nell’Uno-tutto.
A coloro che gli chiedevano:“E perché
non temi Nerone?”, Apollonio rispondeva: “Perché il dio che ha
concesso a lui di ispirare paura, a me ha concesso di non provarla”.
Ci sembra quasi di ascoltare lo
sprezzante monito che Bruno rivolse ai suoi carnefici dopo aver
ascoltato, impassibile, il verdetto: “Forse pronunciate questa
sentenza contro di me con più paura di quella che provo io
nell’accoglierla”.
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