Il Monte Taigeto e la Rupe Tarpea

a cura di Gianmario Ricchezza

 

 

Ha detto recentemente Philippe Daverio che non c’è più alcuna autorità culturale che vigili sulle “fesserie” (eufemismo) che si pubblicano. In tal modo trovano risonanza (tra le pelli d’asino per tamburi) affermazioni e teorie che fino a non molto tempo fa si sarebbero guadagnate la sottolineatura in blu o in rosso nelle scuole elementari, e che talvolta disgraziatamente assurgono a capisaldi di pensiero dettando legge per decenni. Abbiamo pertanto ritenuto di segnalare con questa rubrica, aperta a tutti, le storture provenienti da “cervelli increspati” (definizione di Anacleto Verrecchia), che condizionano pesantemente il sapere. Il nostro non è un intento di censori o pedanti (sarebbe il colmo parlando del Bruno!) ma una rivisitazione bonaria e ironica per difendere il Bruno, che non può farlo, dagli “insulti” che ancora gli piovono addosso.
Nei casi più lievi ci limiteremo a fare come gli antichi spartani: esporremo sul Monte Taigeto i parti più debolucci, segnalando coloro che vagiscono ancora in età adulta, emettendo un suono fesso.
Nei più gravi, accompagneremo personalmente sin sul bordo della Rupe Tarpea coloro che, in buona o malafede, hanno danneggiato il Bruno, così come facevano gli antichi romani con i traditori. In entrambi i casi, i lettori saranno liberi di scegliere, attraverso un sondaggio, se assolvere, graziare permettendo al pupo di crescere, o dare, tutti insieme, una piccola spinta.

Valens Acidalius

 


Prima puntata (11/01/2015): Frances Yates                           Leggi il verdetto
Seconda puntata (24/05/2015): John Bossy
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Terza puntata (26/10/2015): Karen Silvia De Leon-Jones      Leggi il verdetto
Quarta puntata (01/10/2016): Gabriele La Porta                    Vota ora
 


 

Prima Puntata (11 gennaio 2015)
FRANCES AMELIA YATES

Cominciamo con l’occuparci di Frances Yates (1899/1981) autentico “mostro sacro” degli studi sul Rinascimento, intendendo l’espressione nel senso latino: monstrum = qualcosa che appare al di fuori della consuetudine, che si rivela; sacer = ciò che è consacrato agli dei e diventa oggetto di culto. Che la ricercatrice inglese sia stata (e lo è ancora a volte) oggetto di culto non ci sono dubbi. Sarebbe ingeneroso non riconoscere i suoi contributi allo studio della tradizione ermetica e altri spunti originali (saccheggiati da tanti epigoni senza citarla), come quelli su John Florio e su una possibile raffigurazione del Bruno da parte di Shakespeare nell’opera Pene d’amor perdute. Purtroppo, però, l’ostinazione della Yates nel voler inquadrare il Bruno in un telaio sghembo senza averlo compreso, ha portato a decenni di fraintendimenti e ritardi negli studi. Che non abbia compreso il Bruno non siamo noi a dirlo ma lei. Nella sua autobiografia, incompiuta (rileviamo per inciso che neanche Schopenhauer ha mai ritenuto di scrivere una autobiografia), racconta: (1931) Come tutti gli altri studenti del tempo, non avevo la più pallida idea riguardo al pensiero rinascimentale (pag.207); e la studiosa, onestamente, giudica che nello studio sul Florio (scritto due anni prima) i passi dedicati al Bruno sono molto immaturi (206); così, parlando dello studio sull’opera di Shakespeare (1936), ammette che la Yates di quei tempi non sa quasi nulla circa Giordano Bruno (214), e “in quei tempi” ha l’età di 37 anni; ma, improvvisamente, dalla lettura della Cena delle Ceneri, le arriva l’illuminazione: Quel curioso testo, con la sua illuminata accettazione di Copernico, non sembrava affatto ciò che ci si aspetta da un filosofo appena sbucato dal medioevo (215/6); in effetti, “appena sbucati” dal medioevo, non ci si può aspettare un Rinascimento. A questo punto, colpita dalle “stranezze” del Bruno, invece di pensare che possa trattarsi di uno spirito non confinabile nella sua epoca (come  sono i geni) inquieta perché sente che qualcosa non le quadra, cerca di trovare una chiave per ricacciare il filosofo nel medioevo, dal quale usciva sfrontatamente, e la trova nella magia. Da quel momento, quasi ogni pagina della Yates si compiace di abbinare il nome del Bruno alla categoria magica (semplificata per di più nel nostro generico senso moderno) rovesciando in banalità la gigantesca e solitaria lotta del Bruno contro l’ignoranza. Intendiamoci: che quei tempi fossero intrisi di superstizioni è chiaro, basta leggere Agrippa, citato varie volte dal Bruno; ma lo sono ancora i tempi nostri, dove l’ignoranza dilaga ad ogni livello e gli imbroglioni alla Edward Kelley si sprecano, riuscendo a vendere a caro prezzo chili di sale “miracoloso” a poveracci creduloni. Riconosciamo inoltre alla Yates la buona fede e gli interessanti risultati conseguiti nel rintracciare una tradizione ermetica. Ma non si può affermare che La filosofia e la religione sono in Bruno una stessa cosa ed entrambe di tipo ermetico (113), riducendo il pensatore a un vaneggiatore e sconfessando le stesse parole del Bruno con la sua suprema rivendicazione di voler parlare da filosofo e non da religioso! Neanche la Chiesa arrivò a tanto: non contestò al Bruno idee e comportamenti da mago, avendo compreso che era molto più pericoloso come pensatore autonomo e rivendicatore di una libertà dai suoi condizionamenti; la inglese invece scrive: è molto probabile che egli sia stato arso vivo come mago (108). E scivola nelle inesattezze: La religione “egiziana” di Bruno includeva la credenza nella metempsicosi, che egli trasse ugualmente dagli scritti ermetici (110), la trasse invece da Pitagora – lo dice lui - e Platone. Tante osservazioni utili vengono oscurate dalla lettura superficiale del filosofo da lei forzato in uno schema preconfezionato, per cui la Cena delle Ceneri diventa: una cena mistica che sfugge alla definizione razionale (35); Questa cena è piena a tal punto di elementi confusi … che è meglio considerarla alla stregua di una descrizione magica e allusiva (279). Non va meglio con la Cabala del cavallo pegaseo, della quale afferma: mostra l’adattamento che Bruno fa della cabala ebraica (106); e, sempre con serafica incomprensione: L’asino di questi dialoghi, ci viene detto, è lo stesso che la bestia dello Spaccio, che ancora una volta riassume il suo posto e ruolo nei cieli. Non ho mai trovato una spiegazione soddisfacente di questo problema (131).  Abbondano le affermazioni spericolate, del tipo: Che la disputa sulla teoria copernicana sia anche una disputa sulla Messa può essere finalmente dimostrato dalla seguente citazione (36) e cita il divertente passo del Bruno nella Cena, di risposta alla domanda dell’inglese Torquato su dove si trovasse l’auge del sole (sopra il campanile di San Paolo risponde il filosofo) che è di grande ironia, da lei nemmeno intravista. La vede, invece, a modo suo: La satira di Bruno è naturalmente impregnata di una forma mistica e cabalistica che richiama astruse opere sull’occultismo e sulla magia (132). Non capire quando Bruno è ironico, o sarcastico, rivela che lo studioso è limitato, e porta a prendere solenni cantonate. Altra affermazione quanto meno curiosa della Yates: L’insistenza del Bruno sul fatto … che la teoria copernicana non è semplicemente una formula vuota, è la traduzione in termini filosofici della sua visione del Sacramento altamente mistica e di fatto magica (38). Tutto viene ricondotto alla magia, persino il fatto che Bruno inveisca contro i pedanti grammatici, incapaci di comprendere le superiori attività del mago (183). E nella sarabanda dell’Apprendista stregone viene coinvolto anche il povero Tommaso Moro; scrive infatti la Yates: Secondo me, c’è una influenza ermetica in questa descrizione della religione praticata dai più saggi abitanti di Utopia (208); si salva, per fortuna, il miglior amico del Moro, Erasmo: Nel clima erasmiano la magia non avrebbe potuto far conto sulla fiducia, o sulla credulità, che sono tanto necessarie al suo successo. Ed anche Erasmo, nelle sue lettere, scrive spesso di non dare alcun peso alla cabala (186). Perché mai allora avrebbe dovuto dar peso a magia e cabala il Bruno che venerava e citava Erasmo? Questo la Yates non se lo chiese, restando arroccata sulle sue idee, né fece attenzione alle stroncature feroci della magia intesa in senso popolare che il Bruno fa nel Candelaio; men che meno notò l’analisi, lucida e moderna, dei vari tipi di magia fatta dal Bruno nel De Magia (ma l’avrà letta?).

A questo punto, dopo aver soppesato pregi e difetti della Yates; tenuto conto dell’influenza che ha esercitato su tanti che ne hanno accolto acriticamente il pensiero; aver constatato che ha segnato pesantemente la nostra epoca, che già tende a considerare più furbetto solo chi è nato dopo e a compiacersi della inversione dei valori, indichiamo il sentiero che porta in cima alla rupe.

 

Nota: le citazioni sono tratte dalle opere: 1) Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento, Laterza, 2006, che è una raccolta di nove saggi dal 1938 al 1981, le cui pagine sono indicate in corsivo; 2) Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza 2004 (uscita a Londra nel 1964) le cui pagine sono indicate in carattere normale.

                                                                                                                 



Seconda Puntata (24 maggio 2015)
JOHN BOSSY

York, Inghilterra settentrionale. Proiettori illuminano i resti spettrali di un castello che si stagliano contro il cielo nero. Si ode il crócido di alcuni corvi che fuggono le tenebre incipienti. Dalle luci salgono vapori che si agitano nell’aria come fantasmi. Passi solitari echeggiano sul lastricato di un’antica stradina mentre, dal buio che avvolge le case in pietra, sembra emergere un oscuro figuro incappucciato; dal mantello aperto proviene un luccichio rivelando la presenza di una croce. All’improvviso, una mano impugna la croce e ne cava la lama terribile di uno stiletto! Un’apparizione, certo, ma in questa cittadina le gelide sere autunnali possono generare potenti fantasie. A York è nato, nel 1933, il docente di storia John Bossy che, nel suo libro Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata ° ha costruito una teoria che farebbe del Bruno nientemeno che una perfida spia, dalla risata sarcastica. Calandosi tra antiche carte ingiallite, emergenti da polverosi archivi, ha rinvenuto numerosi documenti sulle attività di spionaggio nel ‘500. Ma cerchiamo di fare un piccolo riassunto scusandoci per le inevitabili approssimazioni. Alla fine di marzo del 1583 Bruno si era recato dall’ambasciatore inglese a Parigi (aveva chiesto un visto, diremmo oggi) che ne aveva preavvisato l’arrivo al segretario e capo della sicurezza della Regina, Francis Walsingham, in termini non certo lusinghieri, presentandolo come «un professore di filosofia la cui religione non posso raccomandare». Era giunto a Londra ad aprile inoltrato, trovando alloggio nell’ambasciata di Francia grazie alle credenziali che Enrico III gli aveva concesso. Il periodo è tra i più intricati, per la lotta tra cattolici e riformati, i continui spostamenti di fronte e di alleanze, gli intrighi per il potere all’interno della Corte di Elisabetta I, sempre impegnata a tenere a bada i pretendenti. In questo guazzabuglio, Bossy ritiene di poter identificare l’autore di alcune informative di spionaggio in Giordano Bruno, che a Londra non aveva certo tenuto una condotta defilata, come ci si aspetterebbe da una spia, ma era riuscito ad agitare ancor più le acque intorno alla sua persona.

   Il professore, con la tesi Bruno=spia crea un fuoco d’artificio, in tutti i sensi, con botti e vampate che formano una Sinfonia fantastica in cui il direttore d’orchestra perde spesso di vista la partitura, con risultati paradossali. Ma lasciamo la parola all’inglese. Il 20 aprile 1583 arrivò sulla scrivania di Sir Francis Walsingham il primo di una serie di interessanti messaggi… da un certo Henry Fagot (pag.33). Altra lettera segue la settimana dopo ed il solerte professore, analizzando i testi, rileva che l’autore non era francese… penso che sia piuttosto facile dimostrare che Fagot era un italiano… cade in italianismi e l’unica altra lingua della quale dà prova di subire l’influenza è lo spagnolo (36). Afferma poi che il nostro uomo era un prete: in lettere successive lo troviamo mentre ascolta una confessione, discute con il successivo ambasciatore delle sue esperienze di sacerdote a Londra (37). Basterebbe questa osservazione per tagliare la testa al… prete, perché sappiamo che il Bruno, spretato da tempo (e la cosa era nota), non avrebbe potuto dir messa o confessare senza incorrere in gravi conseguenze; mentre sappiamo che all’Ambasciata francese, come del resto in quella spagnola, vi erano già dei religiosi per officiare; lo stesso Bossy ci informa (37) che in una lettera del Duca d’Angiò a Elisabetta, sicuramente non posteriore al 1582 (ben prima quindi dell’arrivo del Bruno), si parla di “un piccolo prete di Mauvissiere” (l’ambasciatore Castelnau). Ma troppa è la fregola dell’autore per la presunta scoperta di supposti altarini del Bruno per non seguitare a deliziarci con spericolate deduzioni.

   L’ambasciata francese assomigliava parecchio al nostro odierno parlamento, frequentata com’era da molti personaggi che facevano dell’intrigo la loro professione; tra i principali: William Fawler, scozzese, sedicente protestante ma al soldo dei francesi, William Herle, che lavorava per Castelnau, Francis Throckmorton, congiurato poi scoperto e decapitato dalla Regina, l’ambiguo Lord cattolico Henry Howard, molto inquietante già in effigie (a pag.145). Tra i residenti, il pretino e il segretario; afferma Bossy: non c’era dubbio che il segretario (Nicolas Leclerc seigneur de Courcelles) era diventato una talpa al servizio di Walsingham e Fagot poteva vantare il merito di averlo reclutato (39); secondo l’equazione Fagot=Bruno dobbiamo fare i complimenti al filosofo per il tempo brevissimo (pochi giorni) impiegato a inserirsi nell’ambiente e a reclutare spie, anche di rango. Il resto del personale dell’ambasciata non era da meno, quanto a intrallazzi, seppure dilettanteschi: secondo il Bossy, trafficavano in arredi sacri, libri e armi, il cantiniere, uno dei cuochi, lo spedizioniere e il portinaio. Ci viene il sospetto che anche i chierichetti, durante le messe, non si limitassero a stare ginocchioni ma comunicassero informazioni con i loro suffumigi, in stile pellerossa. In questo gioco di “chi spia chi” però è il Bruno, secondo il Bossy, a essere il migliore, per la sua funambolica duplicità e bravura; talmente bravo, osserviamo noi, che, alla fine della fiera, invece di ricavare soldi e onori dalla Regina, nel settembre 1585 viene imbarcato per scaduto gradimento insieme al Castelnau e rimandato senza troppi complimenti in Francia, dove avrebbe potuto correre il  rischio di essere decapitato.

Sul filo delle intricate vicende relative alla ambasciata, Bossy, ritenendo di avere il bandolo della matassa, si aggroviglia ancora di più: Il problema che sorge dai documenti (ndr: dalle informative del Fagot) consiste nel fatto che Fagot e Bruno scrivevano con due calligrafie completamente diverse (103), ma poiché Bruno scriveva in almeno tre differenti calligrafie non dobbiamo stupirci che quando scriveva sotto il nome di Fagot fosse diversa (105). Il numero delle calligrafie, che si moltiplicano, non gli pone problemi, anche quando si trova davanti ad una missiva diversa, scritta parte in francese e parte in italiano: Siccome abbiamo già cinque differenti calligrafie del Bruno, comprese le due del Fagot (notare la logica) e tutte abbastanza diverse, non sembrerà molto difficile ipotizzarne una sesta (108). Anche se deve ammettere che  i brani in italiano sono esecrabili e a giudicare dalle apparenze è inconcepibile siano stati scritti da un italiano… l’autore può quindi essere uno spagnolo (109) ciò lo porta a concludere che Fagot faceva ogni sforzo, a costo di cadere nel ridicolo, pur di dissimulare che la sua lingua madre era l’italiano (115).

Ma nel ridicolo ci casca a volte l’autore, come quando, parlando del mercoledì delle Ceneri, ha una visione in cui Bruno cosparse di cenere la fronte dei membri dell’assemblea e ricordò loro che erano polvere (134) o quando effettua voli a dir poco pindarici: E’ possibile, benché del tutto improbabile, che Bruno non conoscesse la differenza tra le dottrine di Lutero e Calvino; è però più probabile che ritenesse impossibile insegnarle in modo tale che le masse ignoranti potessero scorgervi una differenza (182); e aggiunge, diciamolo, onestamente: Arrivato a questo punto il lettore ha forse perso la pazienza (183), esattamente quello che è capitato a noi, che, parafrasandolo, osserviamo: é probabile, oltreché possibile, che l’autore qui batta i coperchi ed è improbabile, oltreché impossibile, che riesca a capirci qualcosa; come risulta dalla seguente affermazione: Tutto quello che Bruno scrisse di sé e quasi tutte le sue affermazioni autobiografiche, che sono state annotate, - ne sono quasi sicuro - devono essere considerate frutto di invenzione: sia i suoi scritti pubblicati che le sue apparizioni davanti agli inquisitori erano le rappresentazioni pubbliche, teatrali, di un personaggio nato dalla fantasia (169). Alla faccia dello Spampanato e di tutte le fonti storiche in generale. 

Concludendo. L’unico elemento, secondo noi, che potrebbe avvicinare il Bruno al Fagot è l’ambivalenza della firma della spia: infatti compter fagots nel francese dell’epoca significava “contar frottole” e in inglese faggot (pronunzia fagot) “individuo spregevole”; la denominazione potrebbe essere stata appioppata al prete, alle cui messe presenziava, dallo stesso Bruno o dal suo amico John Florio.

John Bossy però qualche merito ce l’ha: ha individuato, riteniamo definitivamente, la collocazione dell’ambasciata in Salisbury Court; ha portato alla luce una interessante corrispondenza di spionaggio; non ha avuto una influenza nefasta come altri “esperti” del Bruno e risulta spesso divertente. Ci limitiamo pertanto a proporne l’esposizione alle raffiche di vento del Monte Taigeto, che gli rinfreschino le cellule grigie.

Ai lettori il giudizio finale.

  

° Garzanti Editore, 1992. A questa edizione si riferiscono le numerazioni delle pagine da cui sono tratte le citazioni riportate in corsivo.           

 





 


Terza puntata (26/10/2015)

KAREN SILVIA de LEON-JONES

Prendiamo in esame un’altra delle etichette appiccicate al Bruno in tempi recenti, quasi si trattasse di un vaso di unguenti in una farmacia antica.: Bruno cabalista. Ne parla diffusamente nella sua opera, Giordano Bruno and the Kabbalah*, Karen Silvia de León-Jones. Questa ricercatrice in studi religiosi pur arrivando alla conclusione che Bruno non è cabalista nel senso più stretto del termine (q1) e che non etichetterà Bruno come cabalista (q2), cade tuttavia nell’errore di esaminare la Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico, il libro più divertente e satirico del Bruno, con estrema serietà. Ma non è la sola: anche alcuni che lei indica come suoi maestri cadono in questo equivoco. Bruno diceva ironicamente degli eruditi ricchi di sfoggio e poveri di comprensione: “Come dimostrano bene che essi sono gli unici a cui Saturno ha pisciato il giudizio in testa”**. L’irresistibile gioco di parole bruniano: “…eccovi Cabala, Teologia e Filosofia, dico una Cabala di filosofia teologica, una Filosofia di teologia cabalistica, una Teologia di cabala filosofica”…***, diventa secondo la studiosa una inseparabile triade, un legame teologico-filosofico per includere la cabala (pag.9), un sistema, filosofico, teologico, ermeneutico del quale Bruno si serve come espediente ermeneutico per introdurre e spiegare le sue teorie personali (q3); e lo sconosciuto dedicatario dell’operetta ironica, Don Sapatino, risulta il simbolo dell’unione fondamentale dei tre concetti (pag.24).
L’errore interpretativo mette in ombra anche alcune osservazioni interessanti dell’autrice (ad esempio sull’uso da parte del Bruno di termini cabalistici quali “indumenti” e “dimensioni”, pag.36/37), e genera altri errori, come considerare un’altra divertente frase dell’Epistola dedicatoria della Cabala un usare la tradizionale dicotomia aristotelica (ndr. fisica e metafisica) ad indicare che un filosofo non è diverso da un teologo o cabalista e viceversa (q4), esattamente il contrario di quanto il Bruno volle rivendicare anche a costo della vita: la libertà di essere filosofo.
La mancata accordatura del suo strumento impedisce all’autrice, sin dalle prime pagine, di sentire le dissonanze a cui la portano obbligatoriamente le note false che ne ricava. Se non si sanno riprodurre le note giuste non si può fare musica. Sarebbe assurdo, ad esempio, voler analizzare il Dizionario Filosofico di Voltaire prendendone il testo paradossale in modo serio. Così seguono contraddizioni e incomprensioni: a dispetto del suo voler considerare il Bruno come un nuovo profeta, la de León-Jones si vede costretta a riconoscere che il tono della interpretazione del Bruno non è particolarmente profetico (q5), che il Bruno tuttavia complica la faccenda (q6) tanto che i suoi confini filosofici sono talvolta difficili da distinguere (q7); ed è logico, perchè se le premesse sono errate, le conclusioni risultano, nel caso migliore, comiche. Esempi: Bruno utilizza l’immagine dell’asino per rappresentare metaforicamente la mistica (q8) e l’affermazione che La cabala e l’asino è esattamente quello che il titolo richiama, un dialogo di sovrastrutture cosmologiche (q9), un superciuccio insomma.
La de León-Jones sostiene di aver approfondito l’interpretazione dell’asino della Yates, più semplice, in quanto incapace di cogliere gli aspetti cabalistici inerenti al simbolo (q10) e rileva che Cabala è esattamente quello che il titolo pretende di essere, un trattato di cabala (q11). Peccato che il Bruno aggiunse alla Cabala del cavallo pegaseo il testo ancor più paradossale de L’asino cillenico.
Povero Bruno! Si riferì probabilmente a quel suo divertissement quando dichiarò al processo veneto (II costituto del 30 maggio 1592): “ho alcune opere composte da me e date alla stampa, le quali non approvo”, temendo che le sue idee fossero travisate.
Conclusione. Una riflessione generica, che non riguarda la de León-Jones: col flusso di immondizie culturali che ci sono pervenute sin dagli anni cinquanta dagli Stati Uniti, abbiamo conosciuto vari tipi di superuomini: l’impiegato volante, il pipistrello, il ragno, la formica. Non abbiamo bisogno del superasino: di quello ce ne siamo già accorti noi da tempo.
Alla nostra studiosa di religione e teologia consigliamo una bella boccata di aria fresca, accompagnandola gentilmente in gita sul Monte Taigeto.



* Giordano Bruno and the Kabbalah, Yale University Press, 1997, ediz. First Nebraska 2004.
** Il Candelaio, edizione Excelsior1881, Milano, 2008, Proprologo pag.35.
*** La cabala e l’asino, Excelsior1881, Milano, 2010, pag.29.
q1 Bruno is not a Kabbalistic in the strictest sens of word (pag.181)
q2 I will not label Bruno as a Kabbalist (id.)
q3 In the dialogue Cabala Bruno uses the Kabbalah as a hermeneutic device to introduce and
explicate his own theories (20)
q4 Taking the traditional Aristotelian dichotomy to mean that a philosopher is not different than
a theologian or Kabbalist, or vice versa (24)
q5 The tone of Bruno interpretation is not particularly prophetic (182)
q6 Bruno however complicates the matter (112)
q7 The philosophical boundaries are sometimes difficult to distinguish (84)
q8 Bruno utilizes the image of the Ass to metaphorically represent the mystic (27)
q9 A dialogue of cosmological superstructures (21)
q10 Yates offers a simpler interpretation of the symbol of the Ass, for she is unable to perceive
the Kabbalistic aspects inherent the symbol (20)
q11 His dialogue Cabala is exacting what its title claims to be: a work of Kabbalah (17).
 



 



Quarta puntata (01/10/2016)

GABRIELE LA PORTA

Questa volta, per non essere tacciati di misoginia e di anglofobia, ci occuperemo di un uomo, italiano: Gabriele La Porta. Scrittore e giornalista, nato nel 1945, “il più longevo dirigente della storia della TV pubblica italiana” (apprendiamo da WP) ha lavorato in Rai per 42 anni; laureato in filosofia, si è subito occupato del Bruno; ha scritto oltre trenta pubblicazioni, ricevuto numerosi premi e ricoperto diverse cattedre. Una garanzia, quindi, e di spessore, sembrerebbe. Qui ci occuperemo dell’opera uscita nel 1991, giunta alla nona edizione nel 2010 per RCS: Giordano Bruno Vita e avventure di un pericoloso maestro del pensiero. Quando ci si accosta a personaggi di questo calibro, che hanno goduto di una vasta considerazione, normalmente lo si fa con un misto di riverenza e discrezione. Così ci accingiamo con circospezione, con la forchetta del goloso e il coltello del metodo diairetico, ad aprire e osservare l’interno di questo “calzone”, in apparenza appetitoso: infatti, con il suo lavoro di divulgatore l’Autore intende presentarci la figura del filosofo con dati storici collegati a formare un romanzo. Aperto avidamente il calzone, notiamo con sorpresa che all’interno non c’è mozzarella ma formaggio francese: viene chiamato Roquefort, infatti, un presunto avversario del Bruno alla corte di Enrico III che vuole sottoporlo ad un contraddittorio, al quale Bruno risponde… con borborigmi! Scrive infatti La Porta: Si diffonde per  lo stanzone una sorta di musica leggerissima […] Ma chi sta suonando questo sconosciuto strumento? […] De Rocquefort avvicina il capo al ventre del filosofo, poi lo ritira con un guizzo. “E’ lui, sua maestà, è lui” grida con indignazione. E’ un vecchio trucco che Bruno ha imparato all’età di 10 anni da Giovanni Corvino. Consiste nel far risuonare il ventre come una cassa armonica […] una sorta di ventriloquismo musicale. (pagg.19/20). Ci sono state nella storia risposte anche peggiori, ad esempio quella del futuro faraone Amasi al messo del faraone in carica Aprieo: “Arrivato a destinazione, il messo invitò Amasi a ritornare, ma egli (per caso si trovava a cavallo) sollevata una gamba fece udire un suono e ordinò di portare quello ad Aprieo” [1] Da La Porta apprendiamo invece che Bruno è ventriloquo ed ha avuto un maestro di spicco, come si affermava già a pag.13: Le parole del suo primo compagno e maestro di studi, Giovanni da Corvino, erano vere. Bel maestro davvero e precoce, visto che il frate Gianni (14) di cui parla il La Porta divenne tale nel 1572 e ottenne l’insegnamento nel 1607 [2]. Ma ora è un ritratto del Bruno che cattura la nostra attenzione, realizzato seguendo le descrizioni di Bruno fatte da Shakespeare in Pene d’amor perdute (10) e in quali punti? Ma La Porta è convinto che nella commedia del Bardo il protagonista è proprio Giordano Bruno (n.2 pag.162)  [3] La nostra sorpresa aumenta leggendo che il filosofo nella cerchia della Corte ha conosciuto il re Enrico III e l’erede al trono, il Delfino (14) e che il figlio del re, il Delfino, è balzato in piedi e corre ad abbracciare il Bruno (22)*. Quale Delfino? Magari l’avesse avuto, il Valois. E ancora, leggiamo in un capitolo (127/133) di un incontro di Bruno con Shakespeare a Londra, dove si descrive il drammaturgo come già famoso mentre, nel periodo del soggiorno inglese del filosofo (apr 1583-ott 1585 [4]), Shakespeare non poteva avere più di venti anni e viveva a Stratford upon Avon. Le “fluttuazioni” temporali si allineano a quelle descrittive in cui si mischiano costantemente ermetismo e magia, misteri, poteri occulti e massoneria; sentiamo ancora una volta il ritornello ripetitivo del “Mago”, stile Danza delle ore, stucchevole se rapportato ai nostri tempi. Si riprende così la Yates: i giordanisti erano presenti in tutte le università dell’epoca come una gigantesca ragnatela che assomiglia a una consorteria di tipo massonico (57). Ovvio che il Bruno avesse dei seguaci, ma sparuti e non in grado di dargli sostegno, come dimostrano i continui allontanamenti del loro maestro dalle università. Ma in quest’opera si alternano stranamente riflessioni interessanti, come quelle sull’importanza dei codici platonici portati a Firenze, con affermazioni gratuite, nomi di fantasia e situazioni strampalate. Questa commistione, (una miscellanea di gusti azzardati e contrastanti, per proseguire con la metafora) fa dubitare anche delle affermazioni corrette e, soprattutto, inganna il lettore non informato. Troppi i personaggi inventati di sana pianta: Martowe con i due doppi spadini alla cintura e Korthx con l’ascia bipenne, (103), ad esempio, sono due commensali di Sidney, e l’ultimo appare come un vichingo medievale. Troppi anche gli svarioni: leggiamo a pag. 103 I cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera. Un movimento esoterico che si ispira direttamente alla filosofia di Giordano Bruno. Peccato che l’Ordine sia stato fondato nel medioevo; si legga inoltre, nella Cena delle Ceneri, come gli inglesi trattavano i forestieri, Bruno compreso. A pag.133, l’architetto Inigo Jones (nato nel 1573) viene definito: pittore di Elisabetta e artista che ha creato il mito della grande regina; osserviamo che la Regina era al potere dal 1558 e la sua apoteosi era stata la sconfitta dell’Armata spagnola nel 1588, quando il Jones aveva 15 anni. Poco dopo, nell’incontro del Bruno con Elisabetta (storicamente avvenuto) narrato a pag.117, il filosofo praticamente la ipnotizza (!) suscitandole una visione: l’immagine si fa riconoscere. E’ Maria Stuarda. […] Quel mago, quel sapiente le ha mostrato il futuro della Sanguinaria. Morirà per il taglio della testa. Ma Maria Stuarda non è Maria la Sanguinaria, morta 26 anni prima. E ancora, vediamo una scena di un incontro in carcere dell’inquisitore Bellarmino col Bruno che gli chiede: Ho saputo che si sono sposati Enrico IV e Maria dei Medici, nipote del Granduca di Toscana. Voi che ne pensate? Ma il contratto fu stipulato nel marzo 1600 mentre il famoso banchetto di matrimonio si tenne addirittura nell’ottobre 1600.* Per finire: a pag. 144 si parla del frate Celestino da Verona famoso nel suo convento soltanto per le sue incessanti masturbazioni notturne […] il povero onanista è stato pagato per muovere le accuse e non riesce neppure a salvarsi dalla tortura. Perché il tribunale veneto, per toglierli il difetto, lo farà castrare e poi per non sentirne più i lamenti decide di farlo uccidere annegandolo in una segreta. Curiosità sessuali a parte, e non considerando la prassi della Repubblica Veneta di affogare i condannati a morte nelle acque della laguna, Celestino da Verona fu bruciato vivo, a Roma, il 16 settembre 1599 [5] .* Tralasciamo altri inciampi notando solo due venialità: (pag.96) Substine et abstine dicevano i filosofi di Stoa. I filosofi della Stoa, essendo greci, evidentemente storpiavano il latino che correttamente recita Sustine et abstine; e a pag. 136: Bellarmino si trova ora, in questa mattina del gennaio 1699, refuso evidente che però, dopo dieci edizioni, avrebbe anche potuto essere rilevato. Alla fine, dalla lettura di questo romanzo, pur scritto con entusiasmo, in cui si trova di tutto e di più, emerge una specie di Bruno Potter, del quale non si sentiva la mancanza. Quello che invece manca è il Bruno vero, il filosofo che poteva affermare: “Io nei miei pensieri, parole e gesti non so, non ho, non pretendo altro che sincerità, semplicità, verità”.[6] 

 


[1] Erodoto, Le storie, II, 162

[2] Spampanato, Vita di Giordano Bruno, Aragno 2000, pag.478  e 480

[3] Chi volesse sviscerare l’argomento, almanaccato già dalla Yates, legga Sacrificio e Sovranità di Gilberto Sacerdoti,

   Einaudi 2002, ma in Love Labour’s Lost (1595) troverà soltanto un’assonanza col nome del personaggio Berowne.

[4] Giovanni Aquilecchia, Giordano Bruno, Aragno 2001, pag.34 e 57

[5] Avviso romano del 17/9/1599  e Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, Salerno, 1998 pag,43.          

* Ringraziamo il Professor Maurizio Ceccon per queste segnalazioni.

[6] Spaccio della bestia trionfante, Epistola esplicatoria, Dialoghi Sansoni, 551.