James Joyce, “La filosofia di Bruno”
Daily Express, Dublin, 30 October, 1903
(recensione del libro di J. Lewis McIntyre,
Giordano Bruno,
Macmillian & Co, London, 1903).
Federico Sabatini, Università di Torino
Fatta eccezione
per un libro nella Biblioteca Inglese o in
quella Internazionale, un libro di interesse
principalmente biografico, non era mai
apparso in Inghilterra un volume
significativo che fornisse un resoconto
della vita e della filosofia dell’eretico
martire di Nola. Considerato che Bruno
nacque intorno alla metà del secolo
sedicesimo, questo saggio di apprezzamento
su di lui – essendo il primo a comparire in
Inghilterra – non può che sembrarci alquanto
tardivo. Meno di un terzo del libro è
dedicato alla vita di Bruno mentre nel resto
viene fornita una esposizione e una indagine
comparativa del suo sistema filosofico.
Nella nostra epoca di agi e comodità, la sua
vita ci appare come una favola eroica.
Monaco domenicano, professore nomade,
commentatore di antiche filosofie e creatore
di nuove, drammaturgo, polemista, avvocato
della sua stessa difesa e infine martire
bruciato al rogo a Campo dei Fiori – Bruno,
passando attraverso tutti questi modi e
incidenti (come li avrebbe chiamati lui)
dell’essere, rimane sempre una coerente
unità spirituale. Egli mise da parte la
tradizione con il coraggio del primo
umanesimo e seppe ampliare la sua indagine
filosofica giovandosi appena del metodo di
un peripatetico. Il suo cervello attivo
emette ipotesi continuamente; il suo
veemente temperamento continuamente lo
spinge verso la necessità di recriminare; e
sebbene le ipotesi possano essere usate
validamente dal filosofo all’interno delle
sue speculazioni, e gli si possa concedere
in qualche occasione il limite
dell’aggressività, tali ipotesi e
recriminazioni riempiono un numero così
elevato delle pagine di Bruno che non vi è
nulla di più facile che ricavarne solo
un’immagine parziale e poco appropriata di
un grande amante della conoscenza. Alcune
sezioni della sua filosofia – essendo questa
poliedrica e sfaccettata - possono essere
messe da parte. I trattati sulla memoria, i
commenti sull’arte di Raimondo Lullo, le sue
incursioni in quella insidiosa regione della
scienza della morale dalla quale nemmeno
l’ironico Aristotele riuscì ad uscire senza
discredito, risultano attraenti solo perché
così sorprendentemente singolari e disusate.
In quanto osservatore indipendente,
tuttavia, Bruno merita i più alti onori. Più
di Bacone o di Cartesio, è Bruno che va
considerato come il padre di ciò che oggi
chiamiamo filosofia moderna. Il suo sistema
di pensiero a volte razionalista e a volte
mistico, teista e panteista, è segnato
ovunque dalla nobiltà della sua mente e dal
suo intelletto critico, ed è gravido di
quella ardente e profonda comprensione
dell’essenza della natura – natura naturata
– in cui risiede il soffio vitale del
Rinascimento. Nel suo tentativo di
riconciliare la forma e la materia della
Scolastica - nomi formidabili che nel suo
sistema, concepiti come spirito e corpo,
mantengono ben poco del loro carattere
metafisico - Bruno ha fermamente proposto
un’ipotesi che risulta essere una originale
anticipazione di Spinoza. Non è dunque
strano che Coleridge lo abbia definito un
dualista, discendente di Eraclito, e che poi
lo abbia rappresentato nel momento in cui
egli efficacemente affermava: “Ogni potere
in natura o nello spirito deve generare un
potere opposto in quanto unica condizione e
unico mezzo per la sua manifestazione; e
ogni antitesi è dunque una tendenza alla
riconciliazione”? E tuttavia questa dovrebbe
essere la principale rivendicazione di ogni
sistema che, come quello di Bruno, cerchi di
districare ciò che è complesso. L’idea di un
principio ultimo, spirituale, indifferente,
universale, collegato a qualsiasi anima o a
qualsiasi oggetto materiale, come la Materia
Prima per Tommaso D’Aquino era collegata ad
ogni oggetto materiale, ingiustificato forse
agli occhi della filosofia kantiana e
post-kantiana, ha tuttavia un valore diverso
per lo storico delle estasi religiose. Non è
Spinoza, ma è Bruno l’uomo ebbro di Dio.
Muovendosi verso il nucleo interno delle
cose a partire dall’universo materiale, un
universo che, a differenza dei neoplatonici,
non era per Bruno il regno del malessere
dell’anima, né il luogo cristiano in cui si
era messi alla prova, Bruno passa
dall’entusiasmo eroico all’entusiasmo di
unirsi a Dio. Il suo misticismo ha ben poco
a che fare con quello di Molinos e San
Giovanni della Croce; non vi è traccia del
quietismo o dell’oscurità monastica: il suo
misticismo è forte, fulmineamente estatico,
e militante. La morte del corpo è per Bruno
soltanto la cessazione di un modo di essere,
e proprio in virtù di questa convinzione, e
di quel robusto carattere “inafferrabile ma
compatto” che è prova evidente della stessa
convinzione, che egli si allinea a coloro i
quali, con sfrontata dignità, non temono di
morire. La sua rivendicazione del diritto
alla libertà di intuizione ci dovrebbe
apparire come un monumento saldo e
imperituro, e tra tutti quelli che hanno
scatenato una guerra così esemplare e degna
di nota, la sua vita leggendaria ci dovrebbe
apparire come la più esemplare di tutte, la
più glorificabile, e certamente come più
onesta e nobile di quelle, ad esempio, di
Averroè e di Scoto Eriugena.
Fonte
originale inglese: James Joyce,
Occasional, Critical, and Political Writing,
Oxford, Oxford University Press, 2000, pp.
93-94.
James Joyce, “The Bruno Philosophy”
Daily Express, Dublin, 30 October, 1903
(review of J. Lewis McIntyre, Giordano
Bruno, Macmillian & Co, London, 1903).
Federico Sabatini, University of Turin
Except for
a book in the English or Foreign Library, a
book the interest of which was chiefly
autobiographical, no considerable volume has
appeared in England to give an account of
the life and philosophy of the heresiarch
martyr of Nola. Inasmuch as Bruno was born
about the middle of the 16the century, an
appreciation of him – and that appreciation
the first to appear in England – cannot but
seem somewhat belated now. Less than a third
of the book is devoted to Bruno’s life, and
the rest of the book to an exposition and
comparative survey of his system. That life
reads like a heroic fable in these days of
millionaire. A Dominican monk, a gypsy
professor, a commentator of old philosophies
and a deviser of new ones, a playwright, a
polemist, a counsel of his own defence, and
finally, a martyr burned at the stake in the
Campo dei Fiori – Bruno, through all these
modes and accidents (as he would have called
them) of being, remains a consistent
spiritual unity. Casting away tradition with
the courage of early humanism, Bruno has
hardly brought to his philosophical enquiry
the philosophical method of a peripatetic.
His active brain continually utters
hypothesis; his vehement temper continually
urges him to recriminate; and though the
hypothesis may be validly used by the
philosopher in speculation and the
countercheck quarrelsome be allowed him
upon occasion, hypothesis and recriminations
fill so many of Bruno’s pages that nothing
is easier than to receive from them an
inadequate and unjust notion of a great
lover of wisdom. Certain parts of his
philosophy – for it is many sided – may be
put aside. His treatises on memory,
commentaries on the art of Raymond Lully,
his excursions into that treacherous region
from which even ironical Aristotle did not
come undiscredited, the science of morality,
have an interest only because they are so
fantastical and middle aged. As an
independent observer, Bruno, however,
deserves high honour. More than Bacon or
Descartes must he be considered the father
of what is called modern philosophy. His
system by turns rationalist and mystic,
theistic and pantheistic is everywhere
impressed with his noble mind and critical
intellect, and is full of that ardent
sympathy with nature as it is – natura
naturata – which is the breath of the
Renaissance. In his attempt to reconcile the
matter and form of the Scholastics –
formidable names, which in his system as
spirit and body retain little of their
metaphysical character – Bruno has hardly
put forward an hypothesis, which is a
curious anticipation of Spinoza. Is it not
strange, then, that Coleridge should have
set him down a dualist, a later Heraclitus,
and should have represented him as saying in
effect: ‘Every power in nature or in spirit
must evolve an opposite as the sole
condition and means of its manifestation;
and every opposition is, therefore, a
tendency to reunion’? And yet it must be the
chief claim of any system like Bruno’s that
it endeavours to simplify the complex. The
idea of an ultimate principle, spiritual,
indifferent, universal, related to any soul
or to any material thing, as the Materia
Prima of Aquinas is related to any material
thing, unwarranted as it may seem in the
view of critical philosophy, has yet a
distinct value for the historian of
religious ecstasies. It is not Spinoza, it
is Bruno, that is the god-intoxicated man.
Inwards from the material universe, which,
however, did not seem to him, as to the
Neoplatonists, the kingdom of the soul’s
malady, or as to the Christians a place of
probation, but rather his opportunity for
spiritual activity, he passes, and from
heroic enthusiasm to enthusiasm to unite
himself with God. His mysticism is little
allied to that of Molinos or to that of
Saint John of the Cross; there is nothing in
it of quietism or of the dark cloister; It
is strong, suddenly rapturous, and militant.
The death of the body is for him the
cessation of a mode of being, and in virtue
of this belief, and of that robust character
‘prevaricating and yet firm’, which is an
evidence of that belief, he becomes of the
number of those who loftily do not fear to
die. For us his vindication of the freedom
of intuition must seem an enduring monument,
and among those who waged so honourable a
war, his legend must seem the most
honourable, more sanctified, and more
ingenuous than that of Averroes or of Scotus
Eriugena.
Federico
Sabatini è assegnista di ricerca in
Letterature Comparate e insegnante di Lingua
Inglese presso l’Università di Torino. Ha
conseguito il Dottorato di Ricerca in
Letterature Comparate nella stessa
Università, occupandosi delle nozioni
filosofiche di spazio e luogo nelle opere
narrative di James Joyce, Samuel Beckett e
Jean Genet. Il lavoro è stato pubblicato in
volume presso la casa editrice Aracne con il
titolo Im-marginable. Lo spazio di Joyce,
Beckett e Genet, ed è risultato
finalista del Premio Carver 2008 nella
sezione saggistica. Il titolo del volume
deriva da un esercizio intellettuale di
derivazione bruniana che Joyce elabora nella
sfaccettata e poliedrica lingua di
Finnegans Wake e che suggerisce
l’infinita apertura (fisica e mentale) dello
spazio dell’universo e del testo letterario.
L’influenza di Bruno viene presa in esame
sia in relazione a Joyce sia in relazione a
Beckett e fornisce una salda chiave di
interpretazione comparatistica. La stessa è
messa in atto in un saggio del 2008, “Immarginable
Langscape: Re-creation and
De-creation in Joyce e Beckett,
pubblicato presso la rivista internazionale
The Anachronist, A Journal of English and
American Studies.
Successivamente, Bruno ha
acquisito un ruolo più centrale nella
ricerca di Sabatini, il quale si è occupato
dell’opera del filosofo in comparazione con
Joyce non solo da un punto di vista tematico
(circa le concezioni di spazio, universo
infinito, tempo e metamorfosi) ma anche, e
soprattutto, linguistico e stilistico,
suggerendo come anche la lingua di Bruno, e
il suo concetto di varietas, avessero
operato una forte influenza nell’inventivo
linguaggio di Finnegans Wake. La
ricerca, presentata a varie conferenze e
simposi internazionali, è risultata nella
pubblicazione di due saggi: “James Joyce
and Giordano Bruno: An “Immarginable” and
Interdisciplinary Dialogue” (in Renascent
Joyce, a cura di Sam Slote, Daniel
Ferrer e André Topia, University of Florida
Press, 2010) e “The Immermemorial Instant:
Finnegans Wake and Giordano Bruno’s
Philosophy of Time” (in Joyce,
Metamorphosis and Rewriting, a cura di
Franca Ruggieri, Bulzoni, Roma, 2010).
Attualmente, Federico
Sabatini si occupa delle relazioni
intertestuali nelle opere di autori
modernisti a partire da una prospettiva
filosofico-scientifica (basata sulla
commistione di scienze e pseudo-scienze) che
deriva dalla opera filosofica e letteraria
di Giordano Bruno. Tra le sue prossime
pubblicazioni, un volume curato (insieme
alla Dott.ssa Teresa Prudente) per Cambria
Press (New York, 2010) intitolato
Cinematic Strategies in Twentieth Century
Narratives and Beyond.