Indice degli articoli:

  • Curiosando in rete... - il punto di Guido del Giudice
  • Giordano Bruno "martire della scienza"?
        di Cosimo Baldaro e Cosimo Galasso
  • Repliche all'intervista di Cosimo Baldaro e Cosimo Galasso
  • Chi era veramente Giordano Bruno?
        di Rino Camilleri
  • Giordano Bruno: Un campione del libero pensiero?
        di Dario Rezza















    Curiosando in Rete...
    Ho trovato questa intervista a cura di Cosimo Baldaro e Cosimo Galasso, pubblicata sul n° 299 dell'anno 2000 di Cristianità. Sentite un pò cosa dice questo sacerdote benedettino: quando difende le dottrine di Copernico, Bruno "come tutti i megalomani, si mette una benda davanti agli occhi. Questo non gli permette di vedere i contorni definiti delle cose e lo induce a credere che anche tutti gli altri uomini possano chiudere i loro occhi davanti alla chiara evidenza."
    Che faccia tosta! Era Bruno che aveva la benda davanti agli occhi, non loro!
    Non sono certo argomenti come questi, professor Jaki, che possono farci sentire "orgogliosi dell’eredità trasmessa dalla cultura cristiana"!!
    Ecco, di seguito, il testo completo dell'intervista. Inutile dire che aspetto, come sempre, i Vostri commenti.
    Guido del Giudice


    Giordano Bruno "martire della scienza"?
    Il 16 febbraio 2000, presso il Liceo Classico Antonio Calamo di Ostuni, in provincia di Brindisi, in collaborazione con il preside, professor Francesco Masciopinto, Alleanza Cattolica ha organizzato una conferenza — con annuncio e con eco sui mass media locali — sul tema Giordano Bruno e la scienza medioevale: continuità o frattura?, relatore il professor Stanley L. Jaki O.S.B., cosmologo e storico della scienza, insignito nel 1970 del premio Lecomte du Nouy e nel 1987 del premio Templeton per la Religione.

    Nato a Gyâr, in Ungheria, il 17 agosto del 1924, all’età di diciotto anni entra nell’ordine benedettino e nel giorno anniversario della prima apparizione della Madonna a Fatima, il 13 maggio 1944, fa la professione religiosa. Il 29 giugno 1948 viene ordinato sacerdote. Nel 1950 ottiene il dottorato in Teologia presso il Pontificio Istituto Sant’Anselmo di Roma. Trasferitosi negli Stati Uniti d’America — ne acquisterà la cittadinanza —, consegue la laurea in Scienze e nel 1957 il dottorato in Fisica con una tesi realizzata sotto la direzione del fisico austriaco professor Victor Franz Hess (1883-1964), lo scopritore dei raggi cosmici, premio Nobel per la Fisica nel 1936. Nel 1956 la prestigiosa casa editrice Herder pubblica un’ampia versione della sua tesi di laurea in Teologia, Les tendences nouvelles de l’ecclésiologie, ristampata nel 1963 grazie al rinnovato interesse per l’argomento dovuto al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) allora in pieno svolgimento. Fra i suoi numerosi titoli accademici sono da menzionare lauree honoris causa in Filosofia, in Matematica e in Lettere.

    Attualmente è professore emerito della Seton Hall University, nello Stato del South Orange, negli Stati Uniti d’America, membro onorario della Pontificia Accademia delle Scienze e di un’altra decina fra accademie e fondazioni culturali: fra esse la Olbers Gesellschaft di Brema, in Germania, e la società ellenica per gli studi umanistici di Atene. Ha pubblicato quarantasei volumi e centinaia di articoli su temi riguardanti prevalentemente la storia e la filosofia della scienza. Sono leggibili in traduzione italiana Le strade della scienza e le vie verso Dio (Jaca Book, Milano 1988), Dio e i cosmologi (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1991; su cui cfr. Luciano Benassi, Fede, scienza e falsi miti nella cosmologia contemporanea, in Cristianità, anno XXI, n. 224, dicembre 1993, pp. 17-25), Il Salvatore della scienza (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992), e Lo scopo di tutto. Scienza, filosofia & teologia si interrogano sulla finalità (Ares, Milano 1994).

    Nella sua consistente bibliografia si trova anche un buon numero di pubblicazioni teologiche, fra le quali meritano una speciale menzione uno scritto sul primato di Pietro, And on this rock: the Witness of One Land and Two Covenants, in terza edizione riveduta (Christendom Press, Front Royal [Virginia] 1997); un commento ai salmi, Praying the salms. A Commentary (Wm. B. Eerdmans, Grand Rapids [Michigan] 2000); e un’opera, in seconda edizione riveduta e ampliata, sulle implicazioni scientifiche, teologiche e storiche del primo capitolo della Genesi, Genesis 1 trough the ages (Thomas More Press, Londra 1992).

    In occasione della sua presenza in Italia, come già precedentemente — cfr. Fede e ragione fra scienza e scientismo, intervista a cura di L. Benassi e Maurizio Brunetti, in Cristianità, anno XXIII, n. 239, marzo 1995, pp. 15-20 —, abbiamo intervistato lo studioso benedettino su alcuni argomenti collegati alla conferenza.

    D. Padre Jaki, quest’anno ricorre il quarto centenario del rogo di Giordano Bruno, il filosofo e frate domenicano nato nel 1548 a Nola, nel Napoletano, e morto eretico impenitente a Roma, in Campo dei Fiori, il 17 febbraio 1600. Com’era prevedibile, i mass media hanno fatto un gran clamore, accusando la Chiesa di oscurantismo ed esaltando la figura del pensatore nolano, definito di volta in volta "martire della scienza", "apostolo della modernità", "precursore dell’illuminismo" e così via.

    Lei che, trent’anni fa, ha tradotto in inglese di questo autore La cena de le Ceneri. Descritta in cinque dialogi, per quattro interlocutori, con tre considerazioni, circa doi suggetti (The Ash Wednesday Supper, Mouton, L’Aia 1975), il primo scritto sull’opera del canonico e matematico polacco Mikolas Kopernik, italianizzato in Nicolò Copernico (1473-1543), può dirci qualcosa sul pensiero di Bruno?

    R. Per prima cosa voglio dire che Bruno non ha nulla a che vedere con la scienza. Trent’anni fa, quando decisi di tradurre il suo saggio La cena de le Ceneri, del 1584, dall’italiano-napoletano in inglese, avevo un’opinione diversa. A quel tempo pensavo che, siccome si trattava della prima opera pubblicata su Copernico, dovesse necessariamente contenere concezioni interessanti, sia su Copernico che sulla scienza copernicana. Fui completamente deluso, non solo perché in tale saggio non vi era alcuna traccia di scienza, ma addirittura il suo contenuto rappresentava un insulto a Copernico e alle sue concezioni. Purtroppo, perfino gente con un elevato grado di cultura crede ancora che Bruno abbia serie credenziali scientifiche. Altrimenti, per esempio, perché organizzare, presso l’università La Sapienza di Roma, un convegno internazionale dal titolo Giordano Bruno e la nuova scienza, al quale, il giorno 18 febbraio 2000, sono stato invitato come relatore?

    D. Nell’opera Giordano Bruno: A Martyr of science? (Real View Books, Royal Oak [Michigan] 2000) Lei scrive che "Bruno usò Copernico per promuovere fini non copernicani". Sembra un paradosso. Può precisare la sua argomentazione?

    R. Per Bruno, Copernico è solo un ariete, sicché un edificio ordinato come la visione del mondo aristotelico-tolemaica è distrutta in modo tale che la confusione, producendo rovine, diviene la regola suprema. Bruno non vuole sostituire queste rovine con la precisione dell’universo copernicano e del suo strumento, la geometria. Bruno distrugge, affinché la confusione e l’imprecisione possano regnare.

    D. Dunque, da parte di Bruno non si tratta di adesione alle teorie scientifiche di Copernico, ma semplicemente di un procedimento tattico?

    R. Sì, una tale tattica è chiaramente quella di un megalomane che, come tutti i megalomani, si mette una benda davanti agli occhi. Questo non gli permette di vedere i contorni definiti delle cose e lo induce a credere che anche tutti gli altri uomini possano chiudere i loro occhi davanti alla chiara evidenza. Perciò dovrebbe essere palese che, nell’usare Copernico, a Bruno sfugge il fatto che la sua tattica si rivelava immediatamente come qualcosa di chiaramente irrazionale. È sempre irrazionale usare la ragione contro la ragione. Una cosa era celebrare Copernico come il grande distruttore del mondo chiuso di Aristotele (384-322 a. C.), un’altra era affermare che, una volta distrutti i confini limitati di quel mondo, rimaneva solo un’enorme entità, un "animale" — secondo un’espressione dello stesso Bruno — comprendente tutto quanto non poteva essere descritto con gli strumenti della geometria nel suo futuro corso d’azione. Una tale entità non ha confini, nessun ordine specifico e nessuna coerenza razionale.

    D. Uno dei luoghi comuni della cultura contemporanea vuole che Bruno sia andato al rogo per le sue idee sulla scienza. Bruno può essere considerato un "martire della scienza e/o del libero pensiero"?

    R. Bruno non è certamente un martire della scienza e neppure del libero pensiero, a meno che per "libero pensiero" non s’intenda "pensiero a ruota libera". Infatti, La cena de le Ceneri è una denuncia diretta e indiretta delle caratteristiche fondamentali della geometria: la precisione e la chiarezza.

    Lo scopo di Bruno consisteva nel promuovere una visione del mondo impregnata di misticismo occultista e magico. Invece, dall’inizio alla fine l’opera di Copernico De revolutionibus orbium caelestium libri VI, del 1543, è caratterizzata da un cospicuo uso della geometria e da una fervente ammirazione per la sua efficacia. Bruno rifiutava quell’esattezza che la geometria rappresentava. Non si cura neppure di studiare la complessità della geometria. Gli studiosi dell’università di Oxford, proprio durante il primo dibattito sul sistema copernicano, nel 1584, si rendono perfettamente conto che, a questo riguardo, Bruno non aveva compreso i punti nodali del sistema copernicano. Alle loro argomentazioni egli non replica con controargomenti, ma con aspre ingiurie. Gli studiosi di Oxford affermavano semplicemente che Bruno non conosceva realmente Copernico. Il suo interesse per la teoria copernicana aveva soltanto lo scopo di promuovere la visione di un nuovo ordine del mondo basato sull’occultismo.

    D. Come fondare questa affermazione?

    R. L’asserzione di Teofilo — il personaggio che ne La cena de le Ceneri espone il pensiero di Bruno — secondo cui, fra tutti gli uomini, solo lui può interpretare Copernico, dovrebbe suonare molto strana sulle labbra di uno che molto probabilmente non ha mai letto tutte le pagine del De revolutionibus orbium caelestium, ma solo una parte esigua di esse. D’altronde Bruno non ama la geometria, che ovunque conferma gli argomenti di Copernico, e con ogni evidenza non ha nessuna preparazione relativa al tipo di geometria necessaria per capire e per assimilare i ragionamenti copernicani. Perfino nelle traduzioni moderne il De revolutionibus orbium caelestium rimane un testo ostico da seguire per chiunque non sia preparato in quella che più tardi verrà conosciuta come geometria differenziale.

    D. Vi sono altre ragioni che rendono discutibile la qualifica di Bruno quale "martire della scienza"?

    R. Bruno non può essere considerato un martire della scienza anche perché, esaminando gli elenchi dei suoi errori compilati dai tribunali dell’inquisizione di Venezia e di Roma, si può notare come, fra le accuse, l’eliocentrismo costituisca solo una piccola parte. In realtà, Bruno è un eretico a tutto tondo: non vi è dogma della fede cristiana che egli non abbia negato, almeno implicitamente. Certamente è deprecabile che sia stato messo al rogo, ma rimane il fatto che il distacco di Bruno dall’ortodossia cristiana era così ampio e profondo, che lo stesso destino gli sarebbe stato riservato sia nella "repubblica teocratica" costruita nell’elvetica Ginevra da Jean Cauvin — italianizzato in Giovanni Calvino (1509-1564) — che nell’Inghilterra di Elisabetta I Tudor (1533-1603), se fosse rimasto in entrambe per lo stesso lasso di tempo. A Ginevra viene scomunicato dal Concistoro calvinista, e sarebbe stato immediatamente arrestato, se non fosse sfuggito alla presa della teocrazia calvinista il più velocemente possibile.

    D. Normalmente Bruno è considerato il filosofo dell’infinito. Già il canonico e filologo inglese Richard Bentley (1662-1742), scrivendo al matematico e fisico, pure inglese, Isaac Newton (1642-1727), intravede, fra l’altro, che l’idea di un universo omogeneo e infinito avrebbe potuto servire da copertura per l’ateismo. Alla luce della teoria della relatività Bruno, con il suo infinito, precorre la scienza moderna?

    R. Nell’opera De l’infinito universo et mondi, del 1584, Bruno scrive: "Ci sono soli innumerevoli e un numero infinito di terre orbita attorno a quei soli, così come i sette che noi possiamo osservare orbitanti attorno al sole che è vicino a noi". Tali e simili affermazioni sono state invariabilmente addotte dagli ammiratori di Bruno, che lo considerano un profeta della moderna visione scientifica del mondo.

    Quella dell’infinità era una pretesa curiosa già nel contesto dei suoi tempi, ed è un’assurdità dal punto di vista della scienza moderna. Infatti l’universo di Copernico è rigorosamente finito. L’astronomo e matematico tedesco Johannes Kepler, italianizzato in Giovanni Keplero (1571-1630), sostiene con forza che le stelle sono contenute in un ristretto guscio sferico di 2000 leghe tedesche, un’antica unità di misura, variabile a seconda delle nazioni fra i 4 e i 5,5 chilometri, in Germania pari a circa 10 mila chilometri. In verità, egli fa questa affermazione avendo presente, per oppositionem, la convinzione di Bruno che le stelle siano omogeneamente distribuite in un universo infinito. Inoltre, il fisico e matematico italiano Galileo Galilei (1564-1642) sostiene la finitezza dell’universo, senza tuttavia specificare l’ampiezza del guscio nel quale le stelle sono collocate. Newton non sostiene mai l’idea di un universo infinito e mai rigetta un suo saggio giovanile nel quale esplicitamente sosteneva la finitezza dell’universo.

    L’idea di un universo newtoniano infinito, che appare sporadicamente durante il secolo XVIII, diviene largamente diffusa soltanto nel secolo XIX, sebbene non tanto fra gli scienziati, quanto fra alcuni filosofi e scrittori di scienza. Gli scienziati sapevano bene che un universo infinito, nel quale le stelle siano omogeneamente distribuite, sarebbe colpito da due paradossi: quello ottico e quello gravitazionale. Com’è ben noto, la soluzione del medico e astronomo tedesco Whilelm Olbers (1758-1842) al paradosso ottico era sbagliata: infatti si basava sull’asserto che una parte della luce delle stelle fosse assorbita dall’etere interstellare e conseguentemente il cielo apparisse scuro di notte; ma la soluzione sarebbe stata valida solo se l’etere, o qualsiasi altro mezzo interstellare, non si fosse a sua volta surriscaldato assorbendo luce e riemettendola all’esterno, come di fatto avviene per effetto delle leggi della termodinamica. Durante gli ultimi decenni del secolo XIX, e per la maggior parte dei primi tre decenni del secolo XX, gli astronomi credevano che l’universo visibile o investigabile fosse rigorosamente finito, e che la parte infinita fosse situata al di là di quella finita, e pertanto non avesse alcuna influenza fisica, sia gravitazionale che ottica, su quest’ultima. Nello stesso periodo l’astrofisico tedesco Johann Carl Friedrich Zöllner (1834-1882) e altri asserivano che, per evitare il paradosso gravitazionale, bisognava postulare che la massa totale dell’universo fosse finita e che tale massa doveva essere contenuta entro una sfera quadridimensionale non euclidea. Comunque, dopo la pubblicazione, nel 1917, della quinta memoria del fisico tedesco, naturalizzato svizzero, Albert Einstein (1879-1955) sulla relatività generale, che tratta delle sue conseguenze cosmologiche, la finitezza della massa totale dell’universo è divenuta una pietra angolare delle maggiori cosmologie scientifiche. Alla luce delle implicazioni cosmologiche della teoria generale della relatività anche il filosofo e fisico tedesco Moritz Schlick (1882-1936), fondatore del positivismo logico, ammette che "l’infinità spaziale del cosmo deve essere rifiutata".

    D. Se le asserzioni di Bruno devono essere considerate anti-scientifiche nei confronti della scienza moderna, che cosa dire di esse in relazione alla scienza medioevale?

    R. Bruno rifiutava qualsiasi sistema definito, sosteneva una visione del mondo per la quale ogni cosa si trasformava perpetuamente in ogni altra: agli occhi di Bruno nulla ha un carattere permanente, ogni oggetto può divenire qualsiasi altro. Nella sua visione delle cose non vi è differenza alcuna fra le stelle e i pianeti: è come se la nostra Terra si trasformasse in una stella simile al sole e viceversa. Diversamente, durante il Medioevo, uno dei versetti biblici citati più spesso era quello tratto dal Libro della Sapienza (11, 20): "Dio ha disposto ogni cosa secondo misura, calcolo e peso".

    Questa citazione sapienziale esprime chiaramente il clima intellettuale che si è venuto a creare in epoca medioevale per la grande considerazione in cui era tenuta la geometria. In tutte le civiltà antiche il mito dell’eterno ritorno è causa di morte prematura della scienza: nell’antico Egitto, in Cina, in India e nella Grecia classica. Solo nel Medioevo cristiano la scienza sfugge alla sindrome della sua inevitabile morte. Allora l’ipotesi dell’eternità dell’universo, presente nella cosmologia greca, viene abbandonata in considerazione del dogma cristiano della creazione ex nihilo et in tempore. Questo mutamento comporta, in particolare, una sostituzione delle leggi aristoteliche del moto con la legge del moto inerziale formulata dai filosofi e teologi scolastici francesi Jean Buridan, italianizzato in Giovanni Buridano (1300 ca.-1360 ca.), e Nicole d’Oresme (1323-1382), fatto di grande aiuto per Copernico e per i suoi primi seguaci. Un altro grande contributo dei medioevali alla scienza newtoniana è l’invenzione dell’ars latitudinis, ovvero dell’uso delle dimensioni geometriche per rappresentare le grandezze fisiche. Essa è basilare per lo sviluppo successivo della geometria analitica da parte del filosofo e matematico francese René Descartes, italianizzato in Renato Cartesio, (1596-1650) e aiuta Galileo nel calcolare che le distanze coperte dai corpi in caduta libera sono proporzionali al quadrato del tempo. Pertanto, se il mondo moderno ha una scienza, lo deve alla cultura della Cristianità medioevale.

    D. Ritiene che questa sua affermazione possa essere pacificamente accettata dalla cultura dominante e diffusa nell’Occidentale contemporaneo?

    R. Precisamente al contrario, questa verità ai nostri tempi viene misconosciuta in modo sistematico. La società moderna non potrebbe vivere un solo secondo senza l’aiuto della scienza: Internet, computer superveloci, fibre ottiche...

    Vi sarà sempre più sviluppo scientifico nella nostra vita. Tuttavia, questa cultura moderna vuole la totale confusione, il totale soggettivismo a livello filosofico. Il liberalismo moderno vuole distruggere tutti i princìpi, tutte le norme accettate e non vuole sostituirle con altre regole specifiche. I princìpi fondamentali del liberalismo moderno possono essere condensati in un unico concetto: l’assoluto permissivismo. In questo modo le politiche e le legislazioni moderne, profondamente ancorate a una sempre maggiore permissività, stanno portando la società occidentale al decadimento. Da questo punto di vista, Bruno deve essere considerato solamente come il perfetto precursore di quei filosofi e sociologi moderni che vogliono abbattere ogni regola e specificità. Siate assolutamente orgogliosi dell’eredità trasmessa dalla cultura cristiana.

    a cura di
    Cosimo Baldaro e Cosimo Galasso

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    Repliche all'intervista di Cosimo Baldaro e Cosimo Galasso:

    Peppe Bruno

    Non ho parole!!!
    sono a dir poco sconce le critiche che questo personaggio muove intorno alla figura del Bruno.
    Ma una scienza che non indaga che scienza è?
    E IL NOLANO, NON ha per caso, attraverso la sua intuizione della presenza nel cosmo di innumerevoli mondi, offerto alla scienza NUOVE POSSIBILITA'?
    In altre parole questa specie di critico è un nostalgico che vuole a tutti i costi far resuscitare i tribunali della santa inquisizione. Oh! come vorrei che esistessero ancora i tribunali del popolo! già però simili a quelli afgani ma solo per il signor Stanley che io ritengo un autentico masturbatore come i tanti che ruotano intorno al clero, gente indegna che da secoli continuano ad alimentare la fiamma dell'ignoranza.
    Signor Stanley, le auguro la stessa fine alla quale fu destinato (dalla gentaglia come lei) il Nolano, con la differenza che personalmente la farei "abrugiare" lentamente come uno spiedino.


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    Roberto Renzetti

    Sono 35 anni che faccio lo storico della scienza e non mi sono mai imbattuto in questo personaggio. Se qualcuno sa dirmi di più lo faccia scrivendo al sito. Leggendo dove ha pubblicato si trovano case editrice vaticane che non fanno testo in questioni scientifiche e case editrici di Comunione e Liberazione che, dal punto di vista della credibilità scientifica valgono come quelle vaticane. Insegna in una università cattolica più piccola di un liceo italiano ed ha titoli spendibili in ambito ecclesiastico.
    Dico questo dopo aver letto ciò che scrive che dimostra la sua completa ignoranza delle cose che racconta sia su Bruno, sia su Copernico, sia su Galileo, sia su Newton, sia su Halley. E' più semplice dire: su tutti coloro che ha citato. Provo a fare qualche correzioncina:
    - i nomi di scienziati-filosofi citati non sono "italianizzati" come atto tipico degli statunitensi o degli ispanici, quasi una forzatura di una volontà di imporre la propria lingua. In realtà erano gli stessi personaggi citati che si "latinizzavano" firmando le loro opere. Così Descartes si firmava Cartesius, Kepler si firmava Keplerus e così via. Il fatto è che l'Italia, all'epoca era il centro mondiale della ricerca scientifica finché non intervenne la mannaia della Chiesa che, nell'arco di qualche anno riuscì a spostare il baricentro della ricerca nel Nord Europa. Da allora (condanna di Galileo) in Italia vi sono stati 300 anni di buio (fino ad Enrico Fermi ed alla sua scuola).
    - il mondo per Galileo non era finito ma interminato.
    - il mondo di Copernico era una grandissima confusione di mescolanze tra concezioni aristoteliche e vere novità. Tale mondo non poteva esistere. Iniziò a farlo con Galileo.
    - così, secondo lo storico, una persona che non sa sostituire tutto un impianto nuovo al vecchio che pur ordinato crolla, non ha diritto di parola? Caspita ! E che visione viene proposta ? quella di Bellarmino che era certamente ordinata? Certo è deprecabile, come dice carognescamente Jaki, che Bruno sia finito al rogo, ma l'astio profondo, l'odio nei suoi riguardi non cessa se tutto è incentrato su quella sola "piccola parte" (la parte scientifica) di contributo di Bruno che pur viene ammessa dallo stesso "storico". L'astio è ancora legato a quella montagna di eresia, grandissima parte del suo pensiero, che gli viene di nuovo rinfacciata e per quella si mescola indegnamente nella parte scientifica. Così Jaki può concludere che comunque qualcuno lo avrebbe ammazzato per giustificazione non benedettina ma gesuita.
    - gli studiosi di Oxford sono passati alla storia per le loro controversie di tipo aristotelico, controversie dalle quali Bruno è sempre rifuggito inorridito. Esempi di controversia aristotelica (si badi bene: aristotelica, non di Aristotele): il cioccolato è un cibo liquido o un cibo solido ? Che utilità potrebbe avere per l'uomo avere un dito in più o un dito in meno ? Visto che occorre tagliarsi le unghie è conveniente iniziare dalla mano destra o dalla sinistra ? Ma poi, nonostante estenuanti ricerche, nulla risulta del contributo di sì raffinati critici alla nascita della scienza moderna. Ingiurie? Molto poco in un'accolita di aristotelici!
    - Bruno distrugge perché il mondo di Aristotele i cui rappresentanti sono Papa, Cardinali e gerarchie ecclesiastiche era ed è marcio era finito e chiuso su ogni novità prorompente da tutte le parti. La stessa accusa di magia a Bruno, mostra completa ignoranza dello svolgersi degli avvenimenti e particolarmente della Chiesa. Fu la Chiesa che si innamorò della magia e fu il Papa Borgia che ne divenne sostenitore con una apposita Bolla, Bolla che Pico della Mirandola pubblicò nei frontespizi delle sue opere "magiche". Quella Chiesa che oggi ha Milingo ed esorcisti vari, quella Chiesa che negli USA ha pedofili in quantità industriale (è fuori tema come sono fuori tema molte osservazioni dello "storico" su Bruno). La magia all'epoca si suddivideva in due rami principali che erano: quella naturale e quella nera. La seconda è quella che ancora oggi conosciamo come magia. La prima era invece lo studio della natura ed in nuce aveva in sé le caratteristiche di quelli che quasi contemporaneamente saranno conosciuti come filosofi naturali.
    - Perché organizzare un convegno su "Giordano Bruno e la nuova scienza"? Quando si organizzano convegni, Jaki, le tesi finali non sono date a priori come accade nelle riunioni dogmatiche ecclesiastiche. Alla fine di un tale convegno, si potrebbe anche concludere che Bruno con la nuova scienza non c'entra nulla. Non risulta a tale storico questo modo di procedere? Ma qui si misura anche il grado di ignoranza di Jaki. Nonsa neppure cosa vuol dire "nuova scienza" o "scienza nuova". Non conosce neppure Vico il nostro storico, non conosce il valore epistemologico di Scienza Nuova nel '500 italiano, che non è come dire nel '500 russo.
    - Bruno non conosceva la geometria che utilizzava Copernico? Possibilissimo ma ciò cosa vuol dire? Chi non conosce tale geometria non può discutere delle conclusioni copernicane? Chi lo avrebbe potuto fare ? il noto geometra Bellarmino ? o il noto forcaiolo Papa Barberini ? Ha provato lo storico Jaki a leggersi i "Principia Mathematica" di Newton con il metodo delle flussioni, una sorta di analisi matematica costruita come una geometria ? Lo faccia e si accorgerà che non ci riesce! Mi scriva e gli darò una mano. A proposito, che ne dice Jaki dei metodi "geometrici" di Tolomeo? Quelli li conosce?

    - Che c'entra la massa totale dell'universo con la sua finitezza o infinità? Che confusione Jaki! La massa può essere finita in un mondo finito o infinito! Ma poi si rilegga (se lo ha mai fatto) Einstein e si accorge che lei continua ad errare gravemente. La fisica non è né fede né dogma. Non è vero che, una volta stabilito che la massa è finita è indifferente che lo spazio sia finito o infinito. Non ha mai sentito parlare del continuo spazio temporale ? Che lo spazio assoluto ed indifferente alla Newton non c'è più, pur avendo assolto un ruolo importantissimo?

    - "la legge del moto inerziale formulata dai filosofi e teologi scolastici francesi Jean Buridan, italianizzato in Giovanni Buridano (1300 ca.-1360 ca.), e Nicole d’Oresme (1323-1382), fatto di grande aiuto per Copernico" Questo passo che riporto è esemplificativo dell'ignoranza di Jaki. Il moto inerziale formulato dagli scolastici ? Certo qui non vi sono alternative alle seguenti: o Jaki è un imbroglione o è un ignorantone. Insisto le scuole di Oxford e di Parigi, generalmente di francescani, hanno avuto un qualche rilievo da pochi anni quando storici seri si sono accaniti a ricercare i loro contributi. Ma qualunque studioso serio, non solo della scienza, sa che tutti i contributi che non sono stati riconosciuti e non hanno avuto ricadute sono uguali a zero, dal punto di vista dell'influenza sull'evoluzione del pensiero. L'esempio italiano che si può fare è quello di Leonardo. Non ha avuto scuole, scriveva in modo che si capiva da solo, inutile ricercarne una scuola, una influenza se non in ambiti pubblici come la pittura, pur infelice dal punto di vista della tecnica, almeno degli affreschi.

    - facciamo analogo esame di competenze, chessò, ... a Zichichi?
    - Beh, leggetevi questo pezzo di ignoranza e capirete certamente da soli.
    - Dopo di questo, tratto da Cristianità (che caspita vuol dire?), ne proporrò un altro, addirittura più becero, tratto da Studi Cattolici. In comune hanno il profondo astio verso una delle più grandi menti del '500 che la Chiesa ha ammazzato (insieme ad altre migliaia) senza spargimento di sangue, così come recita la loro formula ipocrita e crudele.

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    Da Studi Cattolici n° 404 dell'ottobre 1994

    Chi era veramente Giordano Bruno?
    Rino Cammilleri
    (personaggio del sottobosco curiale, che può essere conosciuto dal suo sito web: http://www.rinocammilleri.cjb.net/ n.d.r.)

    Il recente volume dello scomparso Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno (Salerno Editrice, Roma 1993, pp. XXVI - 390, L. 44.000), ha meritato le pagine dei maggiori quotidiani, ai quali non è parso vero - «esperti» alla mano - di riesumare il «grande» pensatore del XVI secolo. Tra gli inserti culturali dedicati all'avvenimento spiccava, per risalto e dimensioni, quello di Repubblica, il cui recensore, Lucio Villari, si poneva l'amletico dilemma: «E, allora, il tribunale dell'Inquisizione chi ha condannato veramente, il filosofo o l'eretico? È qui il nodo storico». C'è da dire che se i nodi storici fossero tutti così, la corda della storia sarebbe inesorabilmente liscia. Fortunatamente Firpo, storico laico ma di grande onestà intellettuale, ha assemblato nel suo volume i documenti raccolti in quarant'anni di ricerche e non vi ha trovato nodi. Infatti in un frate domenicano quale era il Bruno, sarebbe ancor og gi questione di lana caprina il voler distinguere il filosofo dall'eretico. Giordano Bruno, nolano, ebbe la malaugurata idea di mettersi a fare il mago-filosofo-eretico-spia-truffatore in un'epoca in cui ci voleva davvero tutta la pazienza di Santa Madre Chiesa (che di pazienza con lui - e non solo con lui - ne ebbe realmente tanta) per sopportare i guasti arrecati dall'ennesimo eterodosso di turno. Infatti si era in piena Controriforma e le idee eterodosse, a quel tempo, avevano il non trascurabile difetto di far scorrere fiumi di sangue. Dopo anni di peregrinazioni in tutta l'Europa protestante, dopo essersi fatto cacciare da tutti i luoghi dov'era stato, dopo aver causato la morte di parecchi cattolici inglesi con le sue delazioni alla corte di Elisabetta I (come ha dimostrato lo storico inglese John Bossy nel libro Giordano Bruno e il mistero dell' ambasciata, Garzanti), finì consegnato all ' Inquisizione proprio da quella Repubblica di Venezia che gli eretici invece proteggeva. Il Bruno era ospite di un nobile veneziano veneziano cui aveva promesso di insegnare la sua millantata «arte della memoria» e a cui non insegnò proprio niente. Anzi, prendendo continuamente tempo, spillava al suo mentore non solo molti denari ma anche le grazie della di lui moglie. Fu così che il becco e bastonato decise di denunciarlo. E Venezia se ne liberò volentieri, come volentieri si erano liberati di Giordano Bruno e delle sommosse che suscitava quasi tutti gli Stati d'Europa.

    Panteismo cosmico
    Personaggio ambiguo e sfuggente, proprio come la statua del Ferrari lo raffigura, aveva anche uno stile che sembrava fatto apposta per fargli sguinzagliare dietro i cani da parte dell'uditorio. A Parigi nel 1582 pubblicò De umbris idearum, dove così si esprimeva: «Siamo un'ombra profonda; non chiedetemi perché, o incolti. Una impresa così ardua vuole gente sapiente, non voi». A Oxford, subito dopo, si presentò come il «risvegliatore delle anime dormienti, domatore dell'ignoranza presuntuosa e recalcitrante», per la felicità (si fa per dire, - naturalmente) degli «illusori dottori e celebri maestri» di quell'ateneo. E poi le idee: secondo lui Mosè e Cristo erano dei maghi, la verginità di Maria una sciocchezza (invece la teoria si Sant'Agostino, dottore della Chiesa sulla verginità di Maria sarebbe una cosa seria. Gesù sarebbe nato da una orecchia della Madonna, n.d.r.), la transustanziazione una cosa senza senso, la croce solo un simbolo egiziano. E il panteismo cosmico? Sostenere l'infinità dell'universo (cosa non vera, come la fisica astronomica ci insegna [a chi? gnurant! n.d.r.]) non era altro che una scusa per fare a meno di Dio trascendente. E non si tratta di un'idea da poco, visto che apre la strada all'idealismo di Hegel, al postulato idealistico dell'inconoscibilità del reale e a Kant che si spinge fino a ipotizzare un numero infinito di universi (certo che è un fatto gravissimo! n.d.r.). Le affermazioni del Bruno, proprio quando a Trento si concludeva il Concilio, non potevano certo essere tollerate dalla Chiesa, e in un monaco per giunta. Non solo, ma perfino i protestanti le rigettarono come blasfeme o, come minimo, strampalate. In fondo - ed è il caso di dirlo - Giordano Bruno è passato alla storia non per l'importanza del suo pensiero (che di importanza non ne ebbe nemmeno per i contemporanei), ma come feticcio antipapista tirato di volta in volta in ballo da protestanti, illuministi, massoni [ehi, Cammilleri, ma lei non scrive per Il Giornale, il quotidiano del piduista tessera n° 1816 ], liberali [ehi, Cammilleri, ma lei non scrive per Liberal, il periodico che dice di essere liberale ], eccetera ad esclusivo uso di polemica nei confronti della Chiesa cattolica . E' noto infatti che il monumento che lo riproduce corrucciato in Campo dei Fiori a Roma, fu voluto da un Crispi indispettito per il rifiuto pontificio di concedere al governo liberal-massonico l'appoggio dei cattolici contro il nascente socialismo. Per quanto riguarda il processo - che culminò nella condanna del 17 febbraio 1600 - di questo «libero pensatore» [certamente non al servizio del padrone come un tal Cammilleri! n.d.r] che non si limitava a «pensare» ma che, al contrario, impensierì tutti i governi dell'epoca a causa delle agitazioni che provocava nel popolo [questo è sempre il peccato più grave! n.d.r], è lo stesso Villari ad ammettere che fu legittimo e persino doveroso. Citando uno studio di Frances Yates del 1964, riconosce che «la Chiesa agì perfettamente secondo i propri diritti includendo gli aspetti filosofici nella sua condanna delle eresie bruniane. Questi ultimi erano infatti del tutto inseparabili dalle eresie». E l'imparziale Firpo: «Nessuno vorrà negare alla Chiesa cattolica che il processo fu condotto secondo il rispetto della più stretta legalità, senza acredine preconcetta, semmai con accenti di tollerante comprensione». E Giordano Bruno, ricordiamolo ancora una volta, era un religioso domenicano, uno che la Chiesa aveva tutto il diritto di richiamare all'ordine. Infatti, conclude Firpo, «i dogmi della Trinità, dell'Incarnazione, dello Spirito Santo, della creazione dell'anima umana, della vita ultraterrena venivano più o meno direttamente invalidati dalla filosofia bruniana».

    Un oblio di secoli
    Giordano Bruno fu giudicato da nove cardinali, tra cui san Roberto Bellarmino, Dottore della Chiesa; e, come «eretico impenitente, pertinace et ostinato», venne abbandonato al braccio secolare. Il Bruno era perfettamente consapevole della situazione interiore di quei prelati che fecero di tutto, per molto tempo, per cercare di riaccoglierlo, se solo avesse voluto, nell'ovile romano. Infatti gettò loro in faccia un ultimo «forse con maggior timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla» [tanto è vero che ancora oggi, ad oltre 400 anni dal barbaro rogo, comunque in linea con l'agire della Chiesa così come ci dice implicitamente il dotto cronista, n.d.r]. Eppure ci sarebbe stato, malgrado tutto, ancora spazio per il perdono per questo inquieto personaggio che aveva cominciato la sua carriera di eretico ben presto, quando nel 1576 aveva gettato nel Tevere colui che lo aveva accusato d'eresia ed era fuggito [fatto mai provato, ma la cosa si può rimediare con l'apertura degli Archivi vaticani ancora rigorosamente inaccessibili, n.d.r.). Dopo aver errato nei principati italiani, in Francia, in Inghilterra, in Germania, scomunicato dai calvinisti di Ginevra [ a suo sommo onore, n.d.r], dai luterani di Helmstadt [ a suo sommo onore, n.d.r], cacciato da Londra, da Parigi, da Strasburgo [il cronista dimentica che Bruno era ricercato dalle varie corti e che insegnava nelle più prestigiose università d'Europa, n.d.r], pervenne a Venezia. E qui, come sappiamo, fu consegnato all'Inquisizione romana. Nessuno si occupò più di lui, dopo la sua morte, per secoli. Solo in tempi relativamente recenti lo si è esaltato per le sue conoscenze matematiche e astronomiche (in realtà ermetiche e astrologiche), facendone un martire. Ma, paradossalmente, proprio la polemica attorno alla sua figura ha costretto gli studiosi a prendere visione del suo pensiero: ne esce che dall'esame critico delle sue dottrine Bruno non ha proprio niente da guadagnare. In filosofia era confusamente panteista ; ipotesi, quella panteista, non solo conosciuta da gran tempo ma addirittura da gran tempo demolita e non più presa sul serio. Non solo,. ma il Bruno non ha nemmeno il merito di averla esposta con metodo e chiarezza. Bertrando Spaventa, che pur era (per motivi polemici) suo ammiratore, era costretto a confessare che le sue opere esalavano una noia insopportabile, e che erano così oscure e contorte da far sospettare che in certi passi addirittura lo stesso autore non sapesse nemmeno lui bene che cosa stesse dicendo. Gior dano Bruno era praticamente ateo, negava il libero arbitrio e l'immortalità dell'anima. Oggi, dopo la ghigliottina, i Lager, e i Gulag, sappiamo che cosa succede quando a «filosofi» del genere è permesso divulgare nelle piazze (come faceva Bruno) le proprie idee. I nostri padri avevano il buonsenso (che noi abbiamo perduto) di punire i pessimi teorici, più che i criminali comuni, i quali operano un male che è necessariamente circoscritto e limitato.

    Rino Cammilleri
    Solo due parole intorno a questo cialtrone.
    Cosa dire a proposito di questo articolo forcaiolo ? E' scritto da persona certamente in malafede, è un opuscolo di propaganda clerico-fascista fatto da un papalino alla Pio IX. Mostra che i perdoni richiesti da Gianpaolo sono delle emerite buffonate, che la Chiesa è stata fermata abbastanza dalla Rivoluzione Francese ma non ha perso il suo spirito profondamente reazionario e collaterale ai peggiori padroni. Che occorre tagliarle le unghie e rigettarla nel mondo del puro spirito senza alcuna possibilità di fare danni alle persone in buona fede.

    Ciò che più dispiace è il silenzio con cui i supposti cattolici per bene (e ve ne sono!) accettano queste vergogne senza nemmeno degnarsi di sputare in faccia ai Cammilleri di turno.
    In qualche dettaglio:
    - Bruno ha parlato di infinità di mondi e, anche nell'ipotesi che ciò non fosse, qual è la colpa?
    - Bruno era cacciato? No! Bruno non accettava di essere servile e: o era cacciato perché si opponeva o se ne andava!
    Capisco perfettamente che questa banalità è incomprensibile a Cammilleri.
    - Bruno era un mago, un animista, un panteista ? Ed allora ? Il panteismo ha fallito ? E la Chiesa no?
    - Mocenigo sarebbe stato un nobile ? Mocenigo era un commerciante che aveva comprato un titolo nobiliare perché arricchitosi. Era Mocenigo che era andato a cercare Bruno alla Fiera del libro di Francoforte per offrirgli un lavoro a Venezia. Bruno più volte si lamentò del fatto che purtroppo alle capre non è possibile insegnare nulla. L'arte della memoria era solo una tecnica per mantenere cose a memoria. Il fondatore noto è un santo della Chiesa, Raimond Lull, originario delle isole Baleari, ed un cultore di questa arte era il Cardinale Cusano.
    - Roberto Bellarmino era santo ? Non serviva riaffermarlo: la Chiesa sa premiare le sue carogne, anche oggi con l'Opus Dei, Escrivà de Balaguer, tutti i boia fascisti della guerra civile spagnola, Pavelic, Stepinac, i Legionari di Cristo noti pedofili...
    - John Bossy è un noto storico ? Possibile che gli storici noti sono solo gli sconosciuti che citate voi chierichetti ? La storiella delle corna di Mocenigo, sarà pure vera ma reclamarla non fa altro che ricordare le origine sicule del Cammilleri (insomma: delitto d'onore fu!)
    - Ed alla fine, carognescamente come in tutto questo vergognoso pezzo, il Cammilleri rimpiange i bei tempi dell'Inquisizione quando gli oppositori erano messi a tacere con il rogo. Esaltante e vero esempio di cristianità. Dal mio punto di vista di ateo auspico molti di questi articoli che sono didatticamente utilissimi. Forza Cammilleri! R.R.

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    Giordano Bruno: Un campione del libero pensiero?
    Appunti per l’anniversario a quattro secoli dalla morte
    di Dario Rezza, canonico vaticano

    A quattro secoli di distanza dal rogo che in Campo de' Fiori a Roma pose fine alla vita di Giordano Bruno, è legittimo formulare una domanda: fu veramente il Bruno l'eroe del libero pensiero, ingiustamente "abbruciato" da una autorità retriva e oppressiva? Che valore ha questo mito storiografico che ha segnato la formazione dell'identità italiana dell'Ottocento in cerca di emblemi di libertà? Anche a non voler condividere il giudizio negativo, anch'esso di vecchia data, dello storico Zabreghin che «nessuno al mondo fu meno libero pensatore di quest'uomo», una revisione demitizzante oggi si impone. La critica storica ci ha insegnato a non ridurre a moduli elementari situazioni e comportamenti complessi e a sfatare le favole belle degli eroi.
    Nel triennio 1998-2000, oltre le letture e i seminari bruniani in diverse città d'Italia, hanno avuto luogo o sono in via di attuazione a Londra, Chicago, Tokyo, Barcellona convegni di studio su Giordano Bruno e a Pechino recentemente (settembre 1999) è stata presentata la traduzione cinese del Candelaio, quella commedia bruniana che il nostro Carducci stimmatizzò come «volgarmente sconcia e noiosa». Ben vengano manifestazioni e studi filosofici e letterari su un personaggio estroso e geniale che merita una rivisitazione storica. Ma è opportuno anche non confondere i reali meriti del letterato e del pensatore con la mitizzazione che ne è stata fatta e la venerazione che oggi gli adepti del New Age gli riservano quale loro antico precursore e maestro.
    A coloro che vorrebbero comunque ancora oggi definirlo un eroe, si potrebbe provocatoriamente suggerire di applicarvi almeno un aggettivo: un eroe fallito. I suoi propositi furono certo grandiosi, come è proprio di certi ingegni particolarmente dotati, ma rimasero nell'ambiguità e nell'equivoco tipici delle menti distratte da molteplici interessi. Giramondo e opportunista; a Ginevra divenne calvinista, a Wittenberg ammiratore di Lutero, salvo poi affermare che la Riforma protestante ha esasperato le componenti «asinine» del giudeo-cristianesimo, ha lacerato l'unità spirituale europea, ha suscitato conflitti, ha provocato decadenza nella cultura, ha dissolto i valori di patria e di solidarietà, ha rovinato il costume pubblico e privato, ha introdotto «pazzi riti».
    Frequentava il mondo dei re e dei gentiluomini: al seguito del principe polacco Alberto Laski nel suo primo viaggio a Oxford, protetto (e poi perseguitato) da Enrico III (cui dedicò nel 1582 il suo De umbris idearum) a Parigi, ospite dell'ambasciatore francese Michel Castelnau de Mauvissière (cui dedicò la Cena delle ceneri), a Londra, dove esaltò Elisabetta d'Inghilterra quale «dea sulla terra», accolto in Germania dal granduca di Brunswick. Auspicò la vittoria dei sovrani illuminati e assoluti, Enrico ed Elisabetta, minacciati dal fanatismo religioso: l'assolutismo monarchico, superiore a divisioni confessionali e settarismi nonché ai valori mercantili e plebei e alle fortune ereditarie di stampo feudale, era, a suo giudizio, il solo in grado di sconfiggere, politicamente e militarmente, gli «asini del mondo» e ridurre al silenzio sia la «poltronesca setta dei pedanti» aristotelici che disprezzavano la nuova filosofia copernicana sia i protestanti che disprezzavano le buone opere, pur vivendo di rendita su quelle dei loro predecessori. Aveva una concezione aristocratica della cultura per cui la verità non va comunicata a qualsiasi persona. Fu corifeo della cultura alto-borghese: per questa nuova società dominante, aristocratico-monarchica, cercava di fondare una cultura diversa opposta all'antica e una nuova interpretazione della storia, ma non si avvide che la nuova classe al potere chiedeva una scienza ben diversa da quella magica ed ermetica da lui professata, da porre al proprio servizio. Esaltò Copernico e da lui prese le mosse, ma elaborò una visione fantastica del mondo, fondata su una matematica simbolica di matrice neoplatonica ed animistica. Per lui Copernico era, come leggiamo nella Cena delle ceneri, un «semplice matematico» che non aveva colto il vero significato della propria scoperta, la quale non faceva altro che confermare la filosofia «egiziana» dell'animazione universale.
    Elaborò, ispirandosi a Raimondo Lullo, l'arte mnemonica, ma gli sfuggì che considerandola una sintesi del pensiero, essa non può ridursi a un aggregato meccanico artificioso. L'educazione della memoria era comunque intesa come una tecnica per conquistare la personalità di mago.
    Formulò un principio, che se fosse stato ben valutato avrebbe tagliato sul nascere le gambe alle elucubrazioni del razionalismo di stampo cartesiano, secondo cui «altro è giocare con la geometria, altro è verificare con la natura», ma il suo nominalismo, che lo portava a fare di ogni determinazione della realtà un'essenza, gli impedì una ricerca realistica del mondo.
    Proclamò il rifiuto elitario della ragione ad accettare il mistero religioso, ma poi cadde in braccio alla magia. Polemizzò col cristianesimo respingendolo come «bella fabella», una favola cioè utile «per li rozzi popoli che devono essere governati», e ironizzò su Cristo, la sua natura divina, i suoi miracoli, ma ritenne la dottrina cristiana migliore delle altre «finché storia non provveda diversamente». Si era proposto infatti di essere il riformatore della religione, ma appare ben consapevole che la sua riforma è un'utopia: solo dopo la lunga eclissi dei tempi biblico-cristiani, la verità, egli afferma, tornerà a dominare sulla terra, ma per ora è esclusivamente celeste, astratta, filosofica. E tale verità proposta dal Bruno, a ben guardare, era una traduzione mistico-filosofica pagana di dogmi cristiani. Anche il testo sacro viene piegato dal nolano ai propri fini con una sottile riscrittura di passi ampiamente discussi nella esegesi tradizionale. Con uno sguardo ironico alla nuova cultura biblica della Riforma protestante.
    Si propose di costruire un'etica normativa che, in quanto tale, non può che essere un'etica della continenza, ma contemporaneamente diede luogo a un'etica della legittimità degli istinti naturali. Ammirò perciò l'Aretino che andava sciorinando tutti i risvolti dell'istinto sessuale irridendo al sublime o alla sublimazione dell'amore per immergersi nella comicità dell'esperienza istintuale. E per il Bruno la poesia d'amore non è che la decorazione del brutale istinto della procreazione: basta leggere la grandiosa invettiva, proprio all'inizio dell'Argomento del Nolano, preposto agli Eroici furori, dove il lessico amoroso discende progressivamente al quotidiano e al volgare, per capire come per lui l'amore umano si riduca all'istinto. Il quale, come già evidente nella conclusione della sua prima opera, Il Candelaio, ben s'inserisce nel caos dei comportamenti umani.
    Ciò che voleva dire non riuscì a dirlo nel suo linguaggio barocco: la proliferazione di immagini e di tutti gli strumenti retorici e letterari, di tutte le forme della parodia, del comico, dell'ironia blasfema hanno funzione irrisoria ma non costruttiva di valori. Quell'ingente impiego di forme letterarie per esprimere nel trionfo della letteratura quasi un'allegoria delle sue conquiste filosofiche appesantisce e non sempre chiarisce il significato della sua scrittura, mutandosi a volte in un gioco logorroico. Del resto il Bruno stesso, nell'Argomento del Nolano, ha affermato la fondamentale arbitrarietà di ogni discorso allegorico e la necessità che sia l'autore stesso a darne l'interpretazione. Anche se quel suo linguaggio, trasgressivo e audace quanto la sua filosofia, conserva un suo innegabile fascino, come tutto ciò che in maniera letterariamente irregolare, tra il blasfemo e l'osceno, tende alla parodia delle istituzioni.
    Lo stesso suo ideale di eroe, quello degli eroici furori - anima tormentata che non gode del presente ma del futuro e dell'assente, pervaso da un impeto intellettuale verso il bello e il buono, che tende infinitamente verso l'infinito, e, così invasato, appare inadatto alle cose di questo mondo -, non incarna il momento più importante delle sue vicende che fu senza dubbio politico, cioè di ricerca di una nuova scienza e di una nuova cultura che fossero espressione della nuova classe dirigente, ma per le quali egli non aveva ancora gli strumenti adeguati. In sostanza il Bruno non è quello venerato da una certa cultura laica antiecclesiale dell'Ottocento: è singolare tra l'altro che ad inneggiare all'erezione del monumento a Bruno in Roma nel 1889, insieme a frammassoni e così detti liberi pensatori, ci fossero molti ebrei, ignari di quanta polemica antigiudaica confluisca negli scritti del nolano dall'umanesimo italiano del Quattrocento attraverso Erasmo suo "maestro".
    Fu uomo del suo tempo, che non si prefisse tanto di affermare il diritto dell'uomo a credere ciò che pensa e ad abbattere l'autorità ottusa che lo impedisce, quanto piuttosto di proporre una sua visione del mondo, in parte magica ed ermetica, in parte coacervo di influssi diversi non ben amalgamati in una costruzione barocca, con la pretesa che essa potesse proporsi anche come la religione del futuro. Fu cioè un sincretista di vastissime letture e cercò di inserire e far convivere, nell'alveo della sua visione ermetica, Platone e gli scolastici, i manuali di magia e i dogmi cristiani. A quattro secoli dalla sua morte demitizzare la sua figura e riumanizzarla nelle sue intemperanze e intuizioni, errori e grandezza, debolezze e slanci, ci dà la possibilità di rileggere alcune delle sue opere con spirito sgombro da pregiudizi e di goderle per ciò che le rende ancora fruibili. C'è una pluralità di registri nel pensiero del nolano che alimenta oggi gli studi bruniani più seri e che merita di essere messa in luce, abbandonando la "Bruno-mania" di stampo ottocentesco, fatta di superficialità e di retorica.
    Sul rogo acceso a Campo de' Fiori, sui tormenti, che giudichiamo oggi scarsamente cristiani, inflitti al Bruno nei sette anni della prigionia romana, sul lungo processo che lo vide impenitente e in aperto atteggiamento di sfida, credo che ormai sia sufficiente una veloce puntualizzazione. Il processo fu condotto in stretta legalità, senza acredine, ma nei modi rispondenti agli usi dei tempi. Il Bruno da parte sua fu, pur tra arrendevolezze e rifiuti, dogmatico e intransigente quanto i suoi accusatori, estroso e a volte sprezzante, litigioso e volgare. Usatissima poi era ai suoi tempi la pena di morte (anche per piccoli furti), esecratissima era ritenuta l'eresia, non solo dal punto di vista religioso ma anche sociale e giuridico. I temi del contendere furono teologici, quali la Trinità, l'Incarnazione, la vita ultraterrena, salvo qualche teoria pseudoteologica (il moto terrestre): ciò rendeva la Chiesa abilitata a giudicare l'apostata.
    E che di eresia e apostasia si trattasse appare evidente non soltanto seguendo gli atti del processo, le censure degli inquisitori e le risposte ambigue del Bruno, ma anche leggendo le sue opere: negata l'immortalità individuale dell'anima umana, ridotta la "fides" a "credulitas", dissolto il dogma trinitario, negata la divinità di Cristo, la verginità di Maria, il sacramento dell'Eucaristia. Non si trattava di colpire la scienza, ma di perseguire eterodossie formali e gravi infrazioni disciplinari. Non fu un confronto tra il mondo dell'autorità intollerante e quello della libertà conculcata - che porterebbe a una concezione astratta delle vicende umane -, ma, anche a volerlo giudicare con spirito laico, solo un episodio doloroso di quel conflitto di idee che, con diverse modalità, si ripete inesauribile nella storia dell'uomo e continua a fare le sue vittime.
    Ma la Chiesa cattolica non dovrebbe sentire di avere comunque un debito nei riguardi del Bruno? Se con questa domanda si intende sollecitare, a quattro secoli di distanza, un mea culpa che sottintenda una riabilitazione del pensatore nolano, ciò non sembra possibile. La filosofia del Bruno, come sarà quella di Spinoza e di Hegel, ma con in più qualche puntata sarcastica e sprezzante, non è conciliabile col pensiero cristiano. Auspicabile invece è la comprensione del caso umano e l'affermazione di una coscienza nuova nei rapporti tra gli uomini. Le posizioni odierne della Chiesa, che la vedono in prima linea nella difesa dei diritti dell'uomo, sono molto lontane da quelle tenute in passato. Questa nuova coscienza deve tradursi non tanto in rammarico, pur doveroso, per il numero di eretici dovunque processati in altri secoli e con altre mentalità, quanto nell'impegno a ribadire oggi che inquisizioni e condanne offendono la dignità dell'uomo, non sono in armonia col Vangelo e non favoriscono l'avvento del Regno di Dio.