Giordano Bruno. Fu sua l'idea della relatività
In quale misura Giordano Bruno può essere considerato scienziato nella moderna accezione del termine? Attorno a questo tema si è concluso all'università La Sapienza di Roma un convegno internazionale: ascoltando le riletture, in chiave cosmologica, delle opere di Bruno, non si può che restare ammirati dall'attualità del pensiero del grande «novatore» mandato al rogo dall'Inquisizione nel 1600. Spodestare la Terra, e l'uomo, dalla sua posizione centrale, era solo il primo passo. Per Bruno bisognava andare oltre: rompere le sfere cristalline e riconoscere le stelle come altri soli, circondati da possibili terre. L'ammirazione cresce quando leggiamo alcuni brani della «Cena delle Ceneri» in cui Bruno, ricorrendo all'esperimento mentale dell'uomo chiuso in una nave in movimento, dimostra il principio della relatività dei moti, col proposito di confutare le errate concezioni aristoteliche. Ebbene, lo stesso tipo di esperimento, con le medesime frasi, sarà più tardi riproposto da Galilei nei suoi «Dialoghi».
F. Foresta Martin , Lunedì, 21 Febbraio 2000
Cultura
La reazione clericale é in piena attività
Lo dimostrano alcuni degli articoli che seguono, pubblicati su quotidiani nazionali.
La tattica é quella di riconoscere di aver sbagliato nei modi a bruciare Bruno, anche se "quell'eretico pertinace e obstinatissimo", bestemmiatore, pazzo, presuntuoso....e chi più ne ha più ne metta, in fondo se lo meritava !
La pensa così anche Montanelli nell'infame risposta, che riporto sotto, ad un lettore.
La loro speranza é che dopo aver versato quattro lacrime di coccodrillo, e dimostrato che in fondo quell'ometto piccolo e scarno non era poi un gran che, né come uomo né come filosofo, il mito di Bruno si possa ridimensionare.
Non lo permetteremo !
Caro Direttore,
in relazione al commento di Montanelli su Giordano Bruno nella stanza il 5 febbraio scorso, mi sia consentito di esprimerLe senza spirito polemico alcune considerazioni in quella verità che il Nolano sapeva essere figlia del tempo e del silenzio. E soprattutto dello studio. Impari innanzitutto Montanelli che al filosofo la morte è familiare. Bruno non ne aveva paura. Temeva solo di "essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia". Viene in mente, per il commento da mercato che ne fa Montanelli, un’espressione di M. Heidegger: "Ancora una volta un cammino della filosofia viene inghiottito dalle tenebre". In questo caso le tenebre sono il banalizzare una storia cruda di verità che neanche il rogo poté fermare. Non lo farà la penna, forse troppo acida di Montanelli. Bruno va letto in tono grave, quegli scritti sono destinati a pensieri austeri. Non è un autore da gita fuori porta. Il cristianesimo lo tormentò per tutta la vita e più di tutto nel suo cuore poté la filosofia, per dirla col verso di R. M. Rilke, "Ausgesetz auf den bergen des Herzens". La Vita e la Natura erano per Bruno il sacrario ed il pronao della Verità. Chi accompagna con la sua appassionata ricerca gli uomini al senso delle cose, troverà nell’Orto del Getsemani anche Bruno, insieme a Pascal, ad Alberto Caracciolo, e a tanti altri presi da febbre di conoscenza, caro Montanelli, solo da quella. Chi non ce l’ha, non se la può dare. In questa linea di displuvio, dove l’esistere vero e l’inesistere si incrociano soltanto, Bruno saluta chi non lo ha compreso con un solo aggettivo: pedanti, nani di ieri e di sempre, che vanno salvati, cioè compresi. Non però esaltati.Ci chiniamo profondamente dinanzi a Giordano Bruno pensatore, uomo e soprattutto amico della nostra percorrenza di senso. Giudicare qualcuno, caro Montanelli, è estremamente difficile. Lo lasciamo a Lei, ma dal suo giudizio consumiamo una siderale e tuttavia appassionata presa di distanza, consigliandoLe di leggere di più il Nolano. Ne riceverà solo bene. Grazie.
Gerardo Picardo
«Egregio» dott. Montanelli
Leggo, purtroppo con colpevole ritardo, la risposta da Lei data in data 05.02 c.a. attraverso il Corriere della Sera, al signor Dirighetto di Roma che si rivolgeva a Lei per sapere cosa leggere delle opere del filosofo Nolano Giordano Bruno...
Premetto che il sottoscritto è sempre stato, almeno fino a ieri, un Suo estimatore, e le confesso, in questa epoca tecnologica traboccante di chip digitali e tuttologi computerizzati, che un brivido romantico attraversava il mio cuore ogni volta che La vedevo ritratta in quella vecchia foto in bianconero, seduto su un vecchio sgabello in legno ed intento a scrivere il Suo «pezzo» con la vecchia Olivetti...
Oggi, e magari la cosa non disturberà certo i Suoi sogni, rivedo tutte le mie convinzioni su di Lei.
Lei non ha mai letto, per Sua stessa ammissione, nulla di Bruno...però, facendosi depositario di verità assolute, consiglia al signor Dirighetto di non leggere nulla, se vuole mantenere un alta opinione del Nolano per antonomasia....
Lei si permette, con arroganza pari solo alla Sua superbia, di definire il Bruno uno «sciupafemmine», usando tale aggettivo nella sua forma più denigrante, ignorando che, se anche così fosse, è proprio dell'indole femminile l'ammirazione verso i ribelli, i dissacratori, i declamatori, e comunque non riesco a vederci nulla di male, in ogni caso.
Il Bruno non ha mai chiesto, e questo è provato storicamente, nessuna clemenza al ridicolo tribunale ecclesiastico chiamato a giudicarlo, né tanto meno rinnegò le sue convinzioni...ed è falso, storicamente, che solo sul rogo profuse terribili bestemmie contro la Chiesa...( Le consiglio, a tale proposito, il libro Storia di Nola di Ciro Rubino ).
Il rogo di Campo de' Fiori ha messo a tacere un libero pensatore, che aveva avuto l'ardire di attaccare la più grande associazione a delinquere di ogni tempo: la Sacra Chiesa Romana Cattolica e Apostolica...ma Lei dice che la cosa non l'indigna.
Lei, invece, mi indigna molto, proteso com'è verso un patetico tentativo di aggraziarsi il Giudice Unico, adesso che sente la fine della Sua vita...ma si risparmi la fatica, Dio non è sinonimo di Chiesa, non di questa che conosciamo noi, almeno...
Chiudo dicendole che mai, nella mia vita di uomo qualunque, sicuramente al di sotto di Lei come cultura ed esperienza di vita, mi sono permesso giudicare qualcuno o qualcosa senza approfondire quelli che erano le opere, i pensieri, le parole o qualunque altro atto di vita...
Se mai un giorno Le capitasse di venire nella provincia di Napoli, Le sarei grato se volesse evitare Nola, perché chi non ha capito Bruno non può capire la filosofia di vita dei Nolani... Salus
Vincenzo Guerriero di Nola
Caro Montanelli,
la veneranda canizie (o calvizie nel suo caso) non preserva dall'ignoranza
e devo purtroppo constatare che di ignoranza ne ha sfoggiata parecchia
nella sua stanza dedicata a Giordano Bruno. Capisco che la fama
giornalistica le conferisca una tribuna dalla quale pontificare su tutto e
tutti, ma abbia almeno il ritegno di non toccare le discipline che non
conosce. La "fatica del concetto" non le si addice e dunque lasci perdere
la filosofia e Giordano Bruno.
Continui invece a raccontarci le sue spassose barzellette...
Brunello Lotti
Rispondo punto per punto a quanto Indro Montanelli ha scritto su Giordano Bruno, nella Stanza del 5 febbraio 2000.
A cominciare dal titolo,
Il ribelle che si ribellava a tutto.
Fu ribelle come lo fu Dante, e analogamente provò come sa di sale lo pane altrui. Ma fu anche ricco di tenerezza e di nostalgia, talmente pronto a illudersi sul genere umano da cadere puntualmente nelle trappole che l’invidia tendeva alla sua speranza di comunicare. Suscitava rancori, con quella fantasia rutilante che alimentava una penna caustica e brillantissima, (e Montanelli dovrebbe capirlo!), di cui si possono leggere stralci nella biografia scorrevole e completa, L’errance et l’hérésie, di Jean Rocchi, giornalista francese, pubblicata in Italia dalla Liber Internazionale con il titolo Giordano Bruno, l’eretico errante.
le consiglio di non leggerne nulla.
Con tutta la stima, è chiaro che Indro Montanelli ha risposto con superficialità. E' vero che Giordano Bruno è troppo variegato per essere condensato, ma esistono le possibilità di averne un’idea, come una enciclopedia, che non si legge tutta. Comunque La cena delle ceneri, Degli eroici furori, Candelaio, sono alla portata di chiunque abbia un po’ di cultura. Ma è raro che a scuola si facciano leggere brani scelti come si fa con i Maggiori del Cinquecento, e quindi lo si trova ostico da adulti.
Dopo essermi più volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta.
Esuberante ed immaginifica, la ricchezza e complessità impediscono letture affrettate, ma una lettura ad alta voce e analitica è splendida, come quella fatta da Guido Davico Bonino alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Gli stranieri conoscono Bruno perché leggono in traduzione la sua lingua d'epoca. Giustamente Adele Faccio vorrebbe "tradurre" Bruno perché gli italiani possano conoscerlo almeno quanto gli altri.
I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l'aveva digerita, e che nel suo pensiero c'era un po' di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco.
Diceva Bruno che per guardare lontano si sale sulle spalle dei giganti. Faceva una operazione all’epoca incomprensibile: la rielaborazione creativa. Le sue letture divenute carne e sangue di una immensa cultura, gli suggerivano immediatamente altri orizzonti e perciò le scavalcava. Ma i dotti ragionano per generi e categorie, e un discorso nuovo li mette in crisi, vogliono solo dimostrarne le origini onde svalutarlo.
Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilò lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: "Amante di Dio, dottore della più alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell'ignoranza presuntuosa e persistente...", e via di questo passo.
Si disse anche "Accademico di nulla Accademia", e "Cittadino e domestico del mondo - figlio del padre Sole e della Terra madre".
Non ho mai capito perché si fece frate e scelse l'ordine più severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole,
La cultura era in mano al potere, civile o religioso, e lui scelse quello più affine al suo spirito di ricerca. Si fece frate per studiare e fu un ottimo frate, tanto che fu presentato al papa a cui dedicò la sua prima opera giovanile.
di uno "sciupafemmine" come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle.
Non fu uno sciupafemmine, ma anche se lo fosse stato, la vicenda di papa Borgia era recentissima. Scrisse d’amore in De gli eroici furori esaltando le gioie dello spirito e Shakespeare rispose con le Pene d’amor perdute proprio al suo concetto così alto. Bruno era a questo livello, nella cultura europea!
Infatti poco dopo gettò la tonaca alle ortiche,
E’ un luogo comune falso. Bruno discusse con un imbecille carrierista, Padre Montalcino, a proposito di Ario. Quello non capì, appunto perché era imbecille, e ne approfittò per farsi bello denunciandolo ai superiori. Essere denunciati significava l’inizio di un processo e di mortificazioni fisiche e intellettuali, tipo star seduto per terra nel refettorio a culo nudo e non poter più leggere gli autori amati. Dovette fuggire per mettersi in salvo.
e cominciò a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare.
Tanto è vero che la prima ingenua tappa fu proprio il convento di Roma! Donde di nuovo scappò dopo lo scambio di informazioni Roma-Napoli, quando per processarlo tentarono addirittura di accusarlo di omicidio. La sua continua fuga fu un giocare a rimpiattino con la Chiesa che grazie alla rete di benpensanti e di spie lo scovava appena abbandonava la incultura corrente e cedeva alla voglia di un discorso un po’ illuminato. Veniva riconosciuto e si ricominciava da capo.
La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d'immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa.
Non ce l'ebbe con la Chiesa, almeno per molti anni, ma con i suoi esponenti di più basso livello. ("Oh, santa asinità, santa ignoranza! santa stultizia e pia divozione!"). Fu la Chiesa a non demordere da quella lontana denuncia dell’imbecille. Lui contro la Chiesa ci arrivò dopo anni di fuga, altrimenti sognò solo di essere ridotto allo stato laicale per studiare in pace. Contattò preti e cardinali per ottenerlo, inutilmente.
tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso.
Bruno si manteneva a Ginevra facendo il correttore di bozze e assisteva alle lezioni dell'intellettuale più importante della città, Anthoyne de La Faye. Rilevò venti errori in una sola lezione e li pubblicò in un volantino a sue spese perché non aveva la Stanza sul Corriere della Sera e dovette arrangiarsi.
Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse.
Aveva tanti amici quanti ne hanno le persone intelligenti e libere. Ad alto livello intellettuale era molto amato. Se rivestire o no il saio fu una scelta a seconda del pericolo di girare con o senza, un po’ come il chador per le donne in Afganistan. Non gli fu concesso mai di rivestirlo o toglierlo in pace.
Lui la ripagò
A parte quanto sopra, cioè che non gli fu concesso niente, "la ripagò" come Lei, dottor Montanelli, "ha ripagato" Berlusconi!
facendosi propagandista del pensiero copernicano - rielaborato a modo suo - che la Chiesa condannava come eretico.
Bruno aveva superato Copernico, che vedeva la terra girare, ma in un universo limitato. Bruno aveva intuito, con anticipo di secoli, l'universo in espansione. Da lui prese l’avvio anche Keplero, l’unico che glielo riconobbe quando dopo il rogo tutti tacquero, Galileo compreso. Non so se Montanelli si piegherebbe a dire, per rispetto di chicchessia, una bestialità scientifica.
Stavolta
Quando? Ormai sulla Chiesa Bruno taceva.
il Sant'Uffizio perse la pazienza,
La "pazienza" del Sant’Uffizio era stata un puntiglioso inseguimento per sedici anni, non sopportando che un frate ventottenne gli si sottraesse. Un po’ come la mafia con chi sgarra.
se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia,
Non fu così semplice. La repubblica di Venezia fu ricattata e blandita a lungo, con un andirivieni diplomatico che approfittò di tutto, perfino del viaggio di Paolo Sarpi, pur di avere l'estradizione di Bruno. E alla fine la concesse, dopo averlo assolto, "quale filiale ossequio nostro verso Sua Beatitudine".
dove si era ultimamente rifugiato,
Non vi si era rifugiato, vi era stato invitato espressamente da Mocenigo che quando vide il suo ospite e maestro acclamato si sentì messo in ombra e offesa la sua vanità. Per cui lo tradì, facendolo imprigionare nella propria casa.
e lo sottopose a processo. Nell'interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnegò come false, confessò tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa.
Il processo a Roma durò sette anni. Nei quali la Chiesa volle onestamente reperire tutti i libri di Bruno, tutte le testimonianze a carico e a difesa e ottenere l’abiura anche torturandolo. Il dubbio lacerante di Bruno fu quello di ogni essere umano di un certo livello intellettuale e morale: vivere per affermare il proprio diritto alla vita, o morire per confermare la fedeltà a se stessi.
Fu quando si trovò issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando ormai non aveva più nulla da perdere, che Bruno si pentì di essersi pentito
In realtà, intorno al 21 dicembre, un corteo capeggiato dal cardinale Bellarmino era andato nella cella per farlo pentire. Bruno rispose che "Non deve e non vuole pentirsi, e non ha di che pentirsi, né ha materia di pentimento, non sa di che deve pentirsi". Provocatoriamente dettagliato, ma non all’ultimo momento, anzi, proprio quando aveva ancora tutto da perdere.
e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie.
E' risaputo che per paura di ciò che Bruno avrebbe potuto dire gli fu messa "la lingua in giova", con uno strumento di tortura chiamato mordacchia. Dunque morì in silenzio. Dopo aver detto, sembra, mentre lo vestivano della tunica di infamia per portarlo al rogo: "Più si è intelligenti e più si è coglionati".
No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l'altezza morale e intellettuale.
Commuovono ancora le sue parole : "Niente può essere prima della verità. La verità è avanti a tutte le cose, è con tutte le cose, è doppo tutte le cose, è sopra tutto, con tutto; anzi, la divinità e la sincerità, bontà e bellezza delle cose è la verità.La quale né per violenza si toglie, né per ambiguità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per comunicazione si disperde. Poiché senso non la confonde, tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non l’interrompe, tenebra non la vela."
Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo.
Per sua stessa ammissione Montanelli giudica Giordano Bruno "per sentito dire" e gli spara a morte proprio lui, che subì qualcosa di analogo. Mi spiace che Montanelli cada in una semplificazione così arbitraria.
Con questo - intendiamoci - non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione. Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno è fra quelli che m'indignano di meno.
Non si tratta di "non giustificare": uccidere per impedire di professare idee è un abominio e la Chiesa lo compì in un numero enorme di casi. Fu un’Olocausto frazionato che dovrebbe ancora sconvolgere, senza distinzioni tra Bruno e l’ultimo eretico anonimo. Vorrei vedere se si parlasse così tra qualche secolo di Hitler o lo si storicizzasse! Ciò premesso, che ogni rogo è un delitto, in questo caso il delitto ha impedito per sempre di vedere dove sarebbe approdato il genio di Bruno. Diciamo che tutti i morti di Spagna mi indignano, ma l'aver spento la voce di Lorca mi ha anche privato della sua poesia.
Esso illumina della luce più cupa, e quindi più pertinente, lo squallido paesaggio dell'Italia della Controriforma:
Squallidissimo, in questo caso, perché fu una lotta personale del cardinale Bellarmino che ne aveva fatto lo scopo della sua vita, al punto che fece scrivere sulla sua tomba "Ho piegato il cervello del superbo". Mentre Bruno aveva detto "Ma qual vita pareggia al morir mio?"
un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio.
Non poteva avere una causa, come non l'ebbe mai alcun profeta. Cercò di esprimere il futuribile e fu oscuro, il nuovo e fu incompreso. Soprattutto disse "Me ne sbatto!" a ogni lusinga e non si mise in coda per ottenere favori. Il che aggiunse a quella della Chiesa la rabbia di quanti si erano venduti l'anima pur di raggiungere quel che lui disprezzava. Ma aveva detto:"Quel ch’altri lunge vede, lascio al tergo".
Giordano si rammarica per la propria lutulenza, e per non essere stato in grado di rendersi piacevole alle sue orecchie, ma non si può piacere a tutti?
Ma chiunque abbia letto le sue righe, sopra riportate, facilmente si porrà la seguente domanda: Come potrà mai giudicare, l'illustrissimo Indro, l'opera del Nolano, se non ne conosce neanche una minima parte? Se non ha mai letto, lui dottissimo e saccentissimo, neppure dieci pagine dell'immensa opera del precursore del pensiero moderno?
E già, ha letto proprio benissimo caro Montanelli, e non sono solo parole mie, o di qualunque altro Giordanista, ma parole stampate sullo stesso giornale dove lei stesso, eminentissimo, scrive. Non ci crede? Le riporto il tutto, caro gioiello del giornalismo nazionale. Ma faccia attenzione e legga tutte le righe, non vorrei che si fermasse alle prime, perdendosi il meglio...
Abbia pazienza: sarà l'età?...
Faccia una cosa: prenda esempio dalla sua amata santa chiesa, e chieda pubblicamente perdono per le enormi fesserie che ha detto sul Nolano. Ne guadagnerà di certo.
Bacini bacini,
Giuseppe Crea
Egregio signor Montanelli,
ho letto quanto Lei ha scritto su Giordano Bruno, "turandomi il naso" come Lei ha suggerito in altre occasioni. Lei sostiene che "...quando Bruno fu issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando non aveva nulla da perdere, si pentì di essersi pentito e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie..."
Ebbene signor Montanelli, Bruno sul patibolo non pronunciò proprio niente perché gli era stata messa la mordacchia e se c'è uno che bestemmia, di certo è Lei. Quando si sanno quattro stupidaggini su di un personaggio, lette su un libro di qualche autore impretagliato, sarebbe bene tacere per non meritare, appunto, la "mordacchia".
Fausto Moretti
Caro Guido,
la mia scarsa familiarità con Internet e la fretta con cui finora ho scorso il tuo bel sito mi hanno impedito di notare la tua gustosa polemica con Montanelli e sinceramente ho provato un pò di compassione per quel vecchiaccio sempre sotto esame a dimostrare 24 ore al giorno di essere informato alla perfezione su tutto. In fin dei conti nessuno si è sognato di stuzzicare qualche professore di storia o di filosofia per avere lo stato dei lavori su Bruno, e invece siete andati a sfrucugliare un giornalista dalla penna arguta e brillante, ma certo con opinioni che non fanno testo in una materia tanto specialistica. Bruno, dopo tutto, per i nostri contemporanei ha scritto solo le opere italiane - quelle latine è come se fossera state scritte in sanscrito, lette da pochi, decifrate da nessuno. Per tornare alla risposta di Montanelli, dunque, secondo me si è trattato del punto di vista di uno che non se l'è sentita di accodarsi alla processione dei piagnoni e sinceramente ha espresso un'opinione al vetriolo, ma sincera! se la grandezza del Nolano sta nell'aver preferito il rogo all'abiura delle proprie idee, allora è fin troppo facile fare gli eroi sulla pelle degli altri e acclamarlo, sapendo che non si rischia niente. Simm'è Napule Paisà, l'ormai dimenticato Pella ebbe a dire che l'Italia ha bisogno di galline che fanno l'uovo tutti i giorni, non di aquile imperiali. No, non siamo il popolo di eroi che si usava dire, e lo dico con dispiacere, ma è la verità. Le opere italiane poi non mettono in luce un pensatore originale, ma eclettico, e tutti sappiamo che questa parola è il massimo insulto che si possa rivolgere in italiano ad un filosofo. Le opere latine dove si cela il pensiero autentico, l'arte di pensare, non sono note, come abbiamo detto, e allora, come indignarsi della risposta di Montanelli? con quelle parole raccoglieva l'approvazione unanime e compatta dei cattocomunisti e di tutti i semiacculturati, e per un giornalista tanto basta, alla faccia della verità.
Claudio D'Antonio
Su Bruno celebrare e distinguere
(V.Ch.)Pagando un debito contratto quattro secoli fa col rogo, mentre si svolgono in varie parti d'Italia giornate commemorative sulla figura di Giordano Bruno, anche la Chiesa di Nola, la città che gli diede i natali, lo ricorda per voce del vescovo monsignor Beniamino Depalma. La sua statura intellettuale è degna d'ammirazione, ha detto il presule, ma «è altrettanto naturale che non possiamo sottoscrivere alcuni nuclei della sua "nolana filosofia" che stridono apertamente con le verità della nostra fede come la divinità di Cristo e la Trinità». Rammarico per la condanna che gli fu inflitta, e per saldare in qualche modo l'antico debito la Chiesa di Nola gli dedicherà nel prossimo 18 marzo un convegno cui parteciperà anche il cardinale Poupard.