Indice degli articoli:

  • Sull'etimologia di Acrotismus
      
     di G. del Giudice e G. Ricchezza


     



     

    Sull’etimologia di “Acrotismus”

     

    Dalla recensione di Filippo Mignini : "Su di una 'Originale traduzione' dell Acrotismus di Bruno", pag. 225 del volume 2008/1, Anno XIV della Rivista “Bruniana & Campanelliana”:

     

    "Da qualche settimana è in libreria: G. Bruno, La disputa di Cambrai. Camoeracensis acrotismus, a cura e con un saggio introduttivo di Guido Del Giudice, Roma, Di Renzo editore, 2008. Il titolo non è privo di ambiguità: poiché è citato sotto Giordano Bruno, sembrerebbe riferirsi a un'opera del Nolano, il quale ha scritto, sì, il Camoeracensis acrotismus (pubblicato a Wittenberg nel 1588, e non, come si legge nella quarta di copertina, nel 1587), ma non La disputa di Cambrai, che del titolo latino non è certo traduzione. Chi apre il libro può costatare tuttavia che La disputa di Cambrai è il titolo dell'introduzione redatta dal curatore, il quale, senza guardare per il sottile e compiere le opportune distinzioni tra sé e Bruno, attribuisce il titolo direttamente a quest'ultimo.".

     


     

    Il famigerato articolo di Filippo Mignini su Bruniana & Campanelliana esordisce con un brillante saggio della “dotta ignoranza” del suo autore: “La disputa di Cambrai” non sarebbe, secondo lui, la traduzione del titolo latino. Egli mi accusa, in sostanza, di aver assegnato ad un’opera del Nolano un titolo che mi sarei inventato io. L’illustre professore non ha evidentemente mai letto la monografia di Felice Tocco Le opere latine di Giordano Bruno esposte e commentate con le italiane, la cui conoscenza è fondamentale per ogni interprete bruniano che si rispetti. In essa il grande filologo afferma testualmente: “La parola acrotismus è oscura, e indarno si cerca nello Stefano o nel Ducange. Non so se il Bruno l’abbia ricavata a modo suo dalla stessa parola àkròasis, che serve di titolo alla fisica di Aristotele, intendendovi adunanza, conferenza o che altro simile; ovvero, il che mi sembra meno probabile, dalla parola àkrotes sommità, vetta, per indicare i punti più culminanti, su cui dovea aggirarsi la discussione.” Appare chiaro che, riferendosi all’etimologia suggerita da Tocco la traduzione di acrotismus con disputa è tutt’altro che peregrina, come vuol far credere l’esimio professore. Non è certo più fantasiosa, ad esempio, del titolo incomprensibile di “ Sentinella” dato all’Excubitor, l’orazione introduttiva, laddove eminenti interpreti come il Bartholmess, di cui ho accolto il suggerimento, propendono per “Risvegliatore”, appellativo usato da Bruno in più di un’occasione. Insomma, dove manca il genio, la pedanteria filologica non esclude necessariamente l’ignoranza.

     

    Guido del Giudice

     


     

    Il termine acrotismus è costruzione linguistica del Bruno. Come altre, nasce dalla necessità di compendiare più di un concetto in un unico vocabolo, suggerendo al lettore, in modo intuitivo, l’intenzionalità dello scrittore ed evitando inutili giri esplicativi.

    Le opere di Aristotele a noi pervenute non sono i dialoghi, che scrisse a imitazione di Platone, ma le lezioni dette acroamatiche, cioè destinate agli ascoltatori; (acroaomai in greco significa ascoltare e acroama è ciò che si sente con piacere, anche una discussione, una lettura). Nel contempo, come già rilevato dal Tocco, esiste in greco il termine acrotes che indica il punto più alto, il vertice: dalla fusione di questi concetti nasce la denominazione del Bruno, dal suffisso latino perché l’opera è in latino.

    Già Aristotele, aprendo la sua trattazione sull’Anima (testo, come si sa, studiato e insegnato a lungo dal Bruno) aveva usato il termine particolare eidesis ad indicare che la discussione si originava in ambito platonico; analogamente fa il Bruno con acrotismus segnalando l’ambito aristotelico .

    Acrotismus indica quindi, nella sua immediatezza, che si tratta di una discussione che si svolge in ambito aristotelico e che si svolge ad alto livello. Quanto poi questa discussione sia stata  combattuta è storia nota.

    Da quanto sopra, è evidente che Del Giudice, traducendo acrotismus con disputa, ha operato nel modo più corretto e che le critiche rivolte a questa scelta sono ingiustificate e rivelano scarsa comprensione del Bruno.

     

    Gianmario Ricchezza.