COLLANA: Arcobaleno

Giordano Bruno
Somma dei termini metafisici

    A cura e con il saggio introduttivo di Guido del Giudice:
    "Bruno in Svizzera, tra alchimisti e Rosacroce".

Pagine: 200 - Prezzo: € 14,00
ISBN: 9788883232503 - Anno di pubblicazione: 2010

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articolo di sabato 12 febbraio 2011

  "Ultime notizie su Giordano Bruno"
di Francesca Parlato
 


  "E ora vi racconto Bruno e i Rosacroce"
 
Intervista a Guido del Giudice su "Erasmo",
 prestigiosa rivista del Grande Oriente d'Italia

 





articolo di domenica 09 gennaio 2011

Se fosse stato Giordano Bruno a ispirare i Rosacroce?
di Gianluca Montinaro

Un filosofo, un mago, un alchimista. Ma anche un pericoloso eretico, un ciarlatano, un plagiatore. La
fama che ancora oggi circonda Giordano Bruno (1548-1600) oscilla fra luci e ombre, fra misteri e
congetture, fra il genio idealistico e la condanna da parte dell’Inquisizione.
Le sue opere, tanto complesse quanto di difficile interpretazione, non sempre giovano a
comprendere la figura di questo frate domenicano, nato da oscura famiglia nolana. Così come non
aiutano la vasta messe di testimonianze dei suoi contemporanei, equamente divise fra sostenitori e
detrattori.
Alcuni punti fermi però ci sono. La straordinaria cultura, la prodigiosa memoria, la smania (non
disgiunta da un po’ di timore) con cui era conteso dai più grandi regnanti d’Europa. Perennemente
in viaggio fra Italia e Inghilterra, Parigi e Praga, Giordano Bruno entra in contatto con buona parte
dei personaggi più influenti, a livello culturale e politico, del tempo. Nel frattempo misura il suo
pensiero con Aristotele e Platone, con la teologia tomistica e la cabbala, con le arti mnemotecniche
e la magia.Prende corpo, nelle tante pubblicazioni (in parte in italiano, in parte in latino), la sua concezione
filosofica, basata sull’infinitezza di Dio, sulla identità fra Dio e Natura, e sull’unità di pensiero e
materia. La filosofia del frate di Nola non è però una disciplina scolastica. Bruno ambisce a creare un
sistema di pensiero che sia vita e si realizzi nell’infinito del mondo immanente.
È ancora una volta l’occasione di un viaggio a dar vita a una delle opere più straordinarie del frate
nolano. Nel 1591 Bruno si reca nei pressi di Zurigo, ospite nel castello di Heinrich Hainzel e Raphael
Egli. Questi personaggi, noti per le loro passioni magico-alchemiche, lo ingaggiano per impartire loro
una serie di «lezioni private». Raphael Egli (che di lì ad alcuni anni sarebbe poi entrato nella
confraternita dei Rosacroce) con diligenza annota le parole di Bruno. Quattro anni dopo darà alle
stampe la Summa terminorum metaphysicorum. Breve compendio di terminologia teologica,
quest’operetta viene ora per la prima volta tradotta in italiano col titolo di Somma dei termini
metafisici (Di Renzo editore, pagg. 198, euro 14; a cura di Guido del Giudice). In essa Bruno, con
virtuosismo, seziona il vocabolario usato da Aristotele. Quindi smonta le vetuste teorie del
pensatore greco dall’interno, usando le sue stesse parole. Alla fine l’immagine del Dio di Bruno
appare molto distante da quella dello Stagirita: Egli è relazione, «sostanza universale, essenza fonte
di ogni essenza; è dappertutto in quanto dappertutto c’è qualcosa».
Il curatore, Guido del Giudice, nell’ampio saggio introduttivo, aggiunge poi un altro elemento.
Attraverso indizi deduttivi avanza l’affascinante proposta che l’inconsapevole ispiratore dei nascenti
Rosacroce sia stato lo stesso Giordano Bruno in occasione del suo soggiorno a Zurigo.
Di li a pochi anni il Nolano sarebbe giunto a Campo dei Fiori. Non uomo del dubbio, come vulgata ha
tramandato. Piuttosto individuo dalle certezze così salde da non aver paura di portare il confronto
alle estreme conseguenze, trasfigurando la filosofia in vita. E pagando con la morte il suo non avere
dubbi.
 




Giordano Bruno, Somma dei termini metafisici, a cura di G. Del Giudice, Di Renzo, Roma 2010
di Clementina Gily (Giornale Wolf N° 1/2011) 
 

 

La ricerca di Guido del Giudice dei testi di Giordano Bruno, che pubblica in edizioni facilmente accessibili sia per il costo che per il taglio vivace e storico dell’introduzione, rientra in un interessante percorso che sta compiendo da anni il medico napoletano con l’editore Di Renzo di Roma, che diffonde l’interesse per la lettura di testi di Bruno poco noti. La fortuna di Bruno è già da due secoli soggetta ad un interesse più ampio del pubblico degli esperti, per la figura affascinante, seconda forse solo a quella di Socrate per carisma, che motiva letture spesso complesse come quelle offerte dalle sue opere. Del Giudice in questa attenzione versatile ha precedenti illustri, ma si distingue non solo per l’attenta ricerca delle fonti, ma anche perché non si ferma ai testi simbolici ed esoterici, ampliando la disponibilità dei testi così da restituire importanza alla lettura diretta dei testi filosofici.
Il recente Il Dio dei Geometri, del 2009, edita i dialoghi che Bruno dedicò a Francesco Mordente, l’elaboratore del geniale compasso di Galilei – che pur prendendone l’originale teoria si guardò dal citarne l’autore - la storia è raccontata  nell’introduzione. Questo testo ridà pieno valore al sincero interesse scientifico di Giordano Bruno, che si estese con generosità dall’astronomia alla geometria e ad ogni scienza capace di portare luce al mistero dell’Universo. L’altra precedente pubblicazione, nel 2008, riguardò il testo de La disputa di Cambrai, Camoeracensis Acrotismus, relativo ad un episodio cui tutti si riferiscono senza citare il testo, la sua fuga dalla Francia. Il ritorno di Bruno da Londra, dove aveva composto i Dialoghi Italiani, in una Parigi che la Notte di San Bartolomeo aveva reso violenta, diffidente, settaria, fu tumultuoso, gli eventi di Corte e di piazza non lasciarono indenne Bruno, che come altri illustri ingegni si preoccupava delle convulsioni delle contese di religione, preparando il giusnaturalismo. Bruno aveva sperato di ritrovare in Francia le condizioni in cui era partito, mentre dovette abbandonarla rapidamente per la Germania, donde infine partì per Venezia. La fuga fu occasionata appunto da questa disputa: il racconto di Del Giudice rende tutta la difficoltà del manifestare le proprie idee, cosa cui Bruno non rinunciò mai, mentre l’innovazione radicale della sua polemica con l’aristotelismo, fu apertamente contro gli ambienti accademici e religiosi, contestabile e contestata ad oltranza. Qui la storia è presa dal vivo, nel racconto di un Bruno strategicamente situatosi accosto alla porta, pronto al prevedibile risultato della polemica che va a suscitare. È proprio la  figura che spesso compare a chi legge di Giordano Bruno, del suo sfidare i relatori, spesso gli stessi potentissimi professori in carica nelle accademie in cui sperava di avere accesso. Ingenuo, difficile a credere; troppo coraggioso, temerario, forse – ma è lo stesso caso di Campanella: per loro è difficile pensare alle soluzioni di Machiavelli – che comunque non consigliò che a sé i panni curiali, il vivi nascosto epicureo rinnovato da Cartesio, vide sempre la politica come accorta regia dell’agire. E per il loro agire, ricco dell’ambizione alta di lambire i troni per giungere alla pace di una religione superiore ai dogmi, la regia non poteva evitare i rischi esiziali che corsero, nella ricerca di un papa o di un re che avesse volontà e forza di opporsi alle guerre per parlare a tutti: il sogno che in modo diverso perseguirono tanti illuminati del Rinascimento e dei secoli a venire.
Il lessico contenuto nel V libro della Metafisica di Aristotele suggerisce la metodologia della Summa di Giordano Bruno, una chiarificazione dei termini essenziali per procedere nel sistema completo, che elenca i molti sensi dei termini in uso, e quindi necessariamente dei concetti che sono approfonditi anche in altre sezioni. E sono termini come sostanza, causa, principio, categorie, un percorso tanto rilevante che Giovanni Reale, nell’introdurre il testo aristotelico, rileva come la centralità del libro sia stato per primo sottolineata da Brentano; benché, soggiunge, il lessico, concentrando in un sol punto solo una intera serie di questioni centrali, resta più ostico di altre parti della Metafisica, per la densità dovuta alla massima brevità. Giordano Bruno ne aveva trattato nella Summa terminorum metaphisicorum, dimostrando nel modo più evidente come il suo antiaristotelismo sia una definizione di differenza interna ad un attento ed approfondito discepolato. Bruno è lontano da Aristotele come da Epicuro, Platone, Plotino, l’ermetismo dell’arte della memoria, Lullo, Averroè e i tanti che cita con competenza ed acume – è lo stesso numero dei filosofi con cui si misura che crea la distanza con ognuno, in una visione non eclettica ma sincretica, una sintesi personale in cui il patrimonio della tradizione diventa la ricchezza della memoria che si proietta nel futuro grazie ad una attenta riflessione sulla storia. Aristotele – non nominato tra gli uomini preclari nelle Ombre delle idee - resta la stessa impalcatura del suo pensiero, la polemica di Bruno si costruisce nella cultura del tempo e ne rifà l’immagine nello specchio del suo pensiero. L’accesso alla docenza nelle Università Bruno sperava proprio da questa sua grande eccellenza di conoscenza della teoria scolastica, più che dalle lezioni su Copernico e la rivoluzione astronomica, che gli davano invece accesso nei circoli dotti aperti alle novità scientifiche. Proprio su Aristotele e sulla cultura accademica, dimostrava a tutti i pubblici la sua bravura, la sua capacità di  memoria, il suo sapere enciclopedico.
La Summa non è un’opera firmata da Bruno, è il testo delle sue lezioni in Germania, trascritte da Raffaele Egli, di cui Del Giudice ricostruisce il profilo, affermandone la sicura relazione con le sette religiose del tempo; si torna perciò sulla questione tante volte discussa dei rapporti che anche Bruno ebbe con questo mondo esoterico e segreto – l’alone di segretezza che circonda Bruno è tale che John Bossy ne ricostruì dottamente anni fa la figura facendone una spia del Re di Francia alla Corte d’Inghilterra. Raffaele Egli sarebbe dichiaratamente legato ai Rosacroce, e sicuramente dei giordanisti si parlò nei processi a Giordano Bruno – e si è avanzata la tesi, credibile, che l’atteggiamento di Bruno di fronte all’abiura, così tetragono nella negazione da giungere al rogo, diversamente da Campanella e Galilei, fosse motivato proprio dal voler lanciare un chiaro messaggio di fede ai suoi seguaci. Sicuramente furono molti gli allievi fedeli di Bruno, e vista la pericolosità dell’esser discepoli di un mago bruciato per eresia, è facile definirli una setta; ma resta difficile invece dire che tipo di organizzazione avessero, quali mire, collocarne le azioni, in un tempo che di sette, associazioni, conventicole di ogni specie, era affollato oltre misura, e che oggi tendiamo ad accomunare nel nome generico di protestantesimo, in cui riconosciamo comunemente solo i gruppi più consistenti. Ma è una questione che ha rilevanza storica ma non teorica, perché è chiara negli scritti di Bruno sia la sua teologia, metafisica e logica, che la sua tendenza al proselitismo. Molte notizie Del Giudice apporta su queste trame, che, insieme a quelle illustrate dalla Yates e da altri autori, delineano il quadro di vite così intensamente difficili.
Il filosofo Bruno di cui la filosofia celebra da un paio di secoli esplicitamente l’importanza, non è quello della Summa, ma piuttosto quello polemico con Aristotele, che avanza decisamente oltre il suo tempo, che anticipa il Romanticismo e in parte il 900, con la sua esaltazione del corpo e della mano. Ma non solo la Summa ci riporta all’ancoramento del pensiero bruniano nel suo tempo, ci dà il rilievo del suo essere esperto della cultura del tempo; ma dà molti spunti di lettura, nel paragone col testo aristotelico. Perché esso, pur procedendo per intero nello stile del lessico del libro V, affronta con piglio innovativo i temi che nel testo aristotelico sono trattati altrove e con altro sistema. Bruno riprende temi trattati nei Dialoghi italiani con la chiara indicazione della propria innovazione sulla tradizione: nella Summa invece, nelle lezioni rivolte a chi vuole apprendere il sistema aristotelico, si limita all’esposizione, anche quando si tratta di parole chiave dell’originalità di Bruno – come quando riprende l’immagine aristotelica della causa – timoniere della nave, il nocchiero della Cena delle Ceneri che fu al centro delle accuse di Bellarmino e del rifiuto di Bruno dell’abiura: essendo l’immagine in cui si discuteva di Dio principio e causa del mondo, quindi immanente o trascendente, trovando un punto intermedio, panenteista, proprio nell’immagine del nocchiero che non è la nave ma partecipa delle sue vicissitudini in modo totale. Nella Cena delle Ceneri Bruno aveva criticato a fondo la quadripartizione della causa, che moltiplicando a dismisura le argomentazioni, obnubila la retta intenzione del senso; afferma la concezione di Dio Principio e Causa, che avvalora l’opera dell’uomo nel cosmo senza togliergli la sua misura limitata. Nella Summa, al contrario, Bruno dettaglia le cause ribadendone la distinzione e complicandola: e ciò accade in molti altri punti, se si va al confronto col testo aristotelico. Ovviamente, ciò è anche perché Bruno non si rifà solo al testo di Aristotele, ma anche alla speculazione scolastica, che sintetizza, complicando vieppiù  la già complessa impostazione aristotelica.
Di alcuni termini si precisano, oltre ai diversi significati già indicati da Aristotele la possibile accezione di ogni voce in sensi duplici, triplici, quadruplici e via dicendo; ed ognuna di queste intenzioni può a sua volta essere completata secondo una duplice, triplice, quadruplice possibilità di comprensione. Se Reale commentava che dal libro V si usciva lievemente frastornati, dalla Summa di Bruno l’effetto si moltiplica del pari, lasciando piena ammirazione per l’ingegno di chi in un labirinto così fitto non si perde.
Giordano Bruno si lascia cogliere così nel suo agire sornione, che ama prendere in giro l’ascoltatore come affrontare con decisione  la lotta, tenendo a degno avversario solo chi non si lasci sormontare dalla pigrizia del pensiero e perseveri nel coraggio di pensare: perché l’effetto che persegue è proprio questo. Stupore ed ammirazione, come quando si orientava con certezza tra i 360 termini enciclopedici delle ruote della memoria con maestria, e pareva ritenere che un qualsiasi Mocenigo potesse tentare una simile impresa con successo. Nostitz, un suo allievo davvero capace ed intelligente, che più tardi confessò di aver praticato l’arte della memoria per tutta la vita per puro diletto, non ebbe dubbi a farsi allievo, invece, di Pietro Ramo, tanto era inutilmente complicata, per rinforzare la memoria, l’arte lulliana insegnata da Bruno, poco funzionale come catalogo mnemonico per il suo servirsi di immagini invece che di parole.
Il pensiero analitico persegue lo schema della funzionalità, e non è certo questo il pregio di Bruno; il suo pieno rigoglio è il pensare estetico, come giustamente intesero Schelling e Von Stein. Il pensiero estetico coglie la verità – ma la verità che è anche mistero, che è creazione, che resta ineffabile. Si affida alle immagini proprio per mantenere la certezza che rifiuta l’analisi, il vero che sarà di Vico, non quello di Cartesio. 
La perfetta esposizione aristotelica di Bruno, rivolta agli studiosi che cercano una silloge compiuta, compie quindi nella Summa un lavoro alquanto diverso da quel che appare. All’apparenza di fornire una piccola enciclopedia dei significati dell’aristotelismo, in realtà unisce lo sforzo per la selezione di una elìte tanto colta e raffinata da avvertire anche il fastidio di un’analisi scolastica che ha dato fondo, ormai, alla ricchezza di una impalcatura logica possente, ma inadatta a protendersi oltre, verso la logica dell’organico, della sintesi. In cui peraltro finiscono col giocare la loro parte gli stessi termini aristotelici, che Bruno infatti convenientemente tratta tra i termini del lessico: opposti, contrari, contraddittori, diversità, diversificazione, differenza – sono tutti termini essenziali alla logica dialettica che nascerà in un paio di secoli, cui lo stesso pensiero di Bruno darà alimento attraverso i tanti autori che si occuparono di lui – pur citandolo poco o nulla, per via della sua conclamata eresia.
Raffaele Egli ripete la sua lezione alla lettera, e precisa trattarsi di una sintesi di chiarezza eccezionale – e certo lo è - ma nell’esattezza che ne deriva applicando al lessico i significati nel loro giusto senso. Attenzione utilissima per gli studiosi accademici, quelli che Bruno irride di continuo nella figura del Pedante. Ma coloro che Bruno vuole invece selezionare capiranno che in questo aristotelismo più capzioso di Aristotele occorre trascegliere, agitare il vaglio di Epicuro, far emergere l’oro dalla polvere. Solo costoro saranno all’altezza della partita enorme che bisogna giocare per liberare il mondo dalle guerre di religione, per combattere per la soluzione irenica, che oggi è ancora attuale col nome di ecumenismo - una partita ancora aperta, che è il fine che si propongono sia Bruno che Campanella che Comenio e tanti altri – che giustifica il loro cammino impervio, il loro accettare  scommesse tanto azzardate.
Giordano tutto sacrifica per godere del sole: una gioia, dice, che non gli sarà mai tolta. Lo conferma in fondo la sua morte, il rogo della fenice che lo fa rinascere sempre dalla cenere configurandolo eroe del pensiero agli occhi del mondo. Per questo inventa il sapere estetico prima che la parola estetica acquisti il suo significato moderno – esalta l’uomo nella sua bellezza rifacendosi ai detti di Plotino e dell’Asclepio, che così descrivevano l’uomo che appare a Dio - lo vide, ed era bello. Inventa l’importanza della mano per la conoscenza del mondo, traendo questa idea così attuale dal tatto degli epicurei. Inventa l’attenzione di oggi al valore simbolico del conoscere - che è un agire – traducendo gli esoterismi della memoria in orizzonte logico. Bruno non inventa, rammenta e trasforma, prende dalle tradizioni e dimostra la memoria futura in tutto il suo pensiero. Con i mattoni della tradizione costruisce un pensiero attuale in una scorza greve, che va capito con lo stesso suo umorismo, con quello stesso riso che sempre si avverte nella sua figura tragica ma ilare. Così è anche per la lettura della Summa, cui certo converrà tornare nelle singole interpretazioni, tenendo presente sia la grande competenza che Bruno dimostra, sia la lettura che ne va fatta in relazione a quell’altro Bruno che guarda al futuro decostruendo la tradizione.
 


Giordano Bruno: Somma dei termini metafisici.
di Gianmario Ricchezza

Dalla testimonianza del libraio Ciotti del 23 giugno 1592 sappiamo che il Bruno, nel mese di maggio, stava scrivendo l’opera Delle sette arti (liberali) quando il Mocenigo lo consegnò all’Inquisizione veneta, e l’opera fu sottratta insieme al filosofo dal mondo libero. Perché il Bruno avrebbe dovuto occuparsi di quello che inizialmente non era che un percorso educativo, oggi diremmo scolastico, così definito già nel 819 dal benedettino Rabano Mauro, abate di Fulda, il più famoso luogo di studi dell’epoca di Carlo Magno? Sorprendentemente, la risposta si materializza, suggestiva, dalla lettura di questo nuovo studio di Guido del Giudice su un testo fondamentale e poco noto del Bruno: la raccolta di lezioni tenute in Svizzera dal grande filosofo fatta e pubblicata nel 1595 da Raphael Egli (1559-1622) “talentuoso allievo ed eclettico braccio destro del nobile Heinrich Heinzel”, fresco proprietario del castello di Elgg, vicino a Winterthur, dove il Bruno trovò ospitalità. E qui “si riunì una vera e propria assise di alchimisti paracelsiani e proto-rosacrociani svizzeri”. Notiamo subito che del Giudice ci fornisce una notevole quantità di dati e dobbiamo elogiare, oltre la attenta ricerca fatta su un periodo poco noto del Bruno, il modo in cui questi dati ci vengono forniti: non viene imbastita nessuna storia, ricostruendola magari con collegamenti gratuiti, di quelli che tanto hanno affascinato i superficiali negli ultimi decenni; itinerari pseudo-culturali presenti solo nella mente di chi li ha inventati, che hanno fatto ripiombare nelle tenebre un faro di luce come il Bruno. Tante visioni intellettuali che sarebbero brillanti esercizi di fantasia se non fossero purtroppo prese per buone e tramandate come verità. del Giudice, studioso attento e onesto, pur parlandoci di una materia scarsamente documentata come i rosacroce e il loro apporto etico culturale, non cade nella facile tentazione di fare del Bruno uno di loro, ma ci presenta un interessante ritratto di un nuovo ambiente di cui il Bruno coglie il desiderio di sapienza, che soddisfa da grande maestro. del Giudice ci accompagna con discrezione su questa nuova strada che ha individuato; il risultato è che sorgono nel lettore riflessioni che sono le stesse che lui ha fatto e notiamo tante cose senza essere pedantemente guidati e men che meno condizionati. Scopriamo così che Bruno, sempre alla ricerca di nuovi ambienti che fossero terreno fertile per le sue semine, dopo aver calcato volta a volta le strade più ricercate dell’epoca, influenzandole con le sue opere, come quelle delle mnemotecniche, della simbologia astrologica, del calcolo geometrico, della astronomia, intende fornire anche a questo effervescente ambiente svizzero, che lo richiede, una raccolta complessiva che serva a stabilire punti fermi per arrivare a una nuova filosofia, scevra di imprecisioni; getta così i mattoni di un edificio che possa riparare nel futuro le menti dalle tempeste dell’ignoranza. E’ un Bruno maturo che ha compreso che la rivoluzione non può arrivare da chi comanda, che ormai crede di sapere ma sa in modo sbagliato, ma da chi ancora deve apprendere, dalle scuole. Il Bruno che ora si dedica ad analisi precise e didascaliche, come il trattato Sulla magia, e queste lezioni che l’insegnante Egli fortunatamente ha raccolto. Non sono però complete: dopo una prima parte in cui “vediamo veramente all’opera il Bruno maestro” che spiega e interpreta mirabilmente Aristotele, segue una seconda in cui si riallaccia al pensiero neoplatonico e dalla quale Bruno avrebbe definitivamente spiccato il volo; ma l’opera figura incompiuta, monca di una terza parte. Forse è stata temporaneamente sospesa, come si intuisce dalla Praxis descenso dove il Bruno (par. XXVIII Nome) parlando di Dio, dice “Egli è tutto in tutto, perché a tutto dà l’essere; e non è nessuna delle cose”: il concetto risale a Ermete e poi Cusano, ma lui lo aveva già superato con il suo paradosso logico “tutto in tutto e tutto in ogni singola cosa”, forse troppo moderno per essere raccolto dall’Egli o forse rimandato a un insegnamento in Italia, ultimo tentativo del filosofo tragicamente stroncato. Ora sappiamo. Grazie al prezioso lavoro di del Giudice si è aperto un nuovo spiraglio e possiamo ipotizzare una risposta alla domanda iniziale.


Linguaggio, verità e natura nella traduzione italiana dell’opera bruniana “Summa terminorum metaphysicorum” di Guido del Giudice
di Luigi Simonetti

Guido del Giudice ha affrontato ancora una volta un’ opera latina di Giordano Bruno con linearità linguistica e acume filologico, evidenziando con grande lucidità l’organica compattezza delle intuizioni folgoranti e originali del filosofo nolano sui rapporti tra “praxis” e “somma dei termini metafisici”, in maniera tale da consentire al lettore moderno una comprensione critica dell’essere in sé della verità e l’essere per noi del linguaggio come sintesi dei simboli concettuali e dei contenuti materiali di una natura che muta incessantemente e si dispiega nella mente umana in forme sempre nuove e mai identiche a se stesse. È la prima traduzione completa e aggiornata di uno degli scritti latini più importanti di Giordano Bruno con una rigorosa fedeltà al testo e una puntuale ricostruzione del contesto storico e ambientale in cui l’opera nasce e diffonde la sua luce nell’ermeneutica e nella metafisica del linguaggio nell’epoca moderna, aprendo la strada al Saggio sull’intelletto umano di John Locke e alla “mathesis universalis” di Cartesio, ponendo però dialetticamente spirito, intelletto e Dio in un circuito in cui la natura non obbedisce a schemi logici precostituiti o a innatismi di tipo astratto, ma circola nella mente e si esprime nel pensiero e nella praxis, sì che la vita della realtà è nello stesso tempo realtà della vita e contenuto dinamico di una infinita mutazione che è divina in quanto avvicina l’uomo a Dio, che è luce infinita, mentre l’uomo si aggira nell’ombra in cerca della luce. Il principio della scienza si fonda sui rapporti che intercorrono tra gli oggetti e la concordante testimonianza delle umane facoltà, perché non c’è realtà che non possa non essere pensiero. La traduzione di del Giudice consente al lettore di penetrare nel cuore della filosofia bruniana e di capirne l’intimo messaggio, al di là dei rapporti tra Bruno e i Rosacroce e indipendentemente da ogni autorità umana e da ogni deduzionismo acritico e infondato. Zurigo è stata, perciò, solo una tappa delle dolorose peregrinazioni di un pensatore che trova un po’ di pace soltanto nella sua genialità e affronta la tortura e la morte col coraggio della verità e l’equilibrio di un sapiente che vola verso l’infinito e fa vibrare l’anima degli uomini intelligenti dopo più di quattro secoli, perché la sua morte è il sigillo di una vita e la sintesi della sua filosofia.
Nola, 24 novembre 2010.


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COLLANA: Arcobaleno


 

Giordano Bruno

Il Dio dei Geometri

Quattro dialoghi

- Mordente
- Il compasso di Mordente con Il sogno
- L’idiota trionfante
- L’interpretazione del sogno


Introduzione e traduzione di Guido del Giudice

Pagine: 128 - Prezzo: € 12.50
ISBN: 8883232275 - Anno di pubblicazione: 2009
 
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L’incontro di Giordano Bruno con il matematico salernitano Fabrizio Mordente avvenne nel 1585, durante il secondo soggiorno parigino del filosofo reduce dall’esperienza inglese, una vicenda interessante e finora inspiegabilmente trascurata.
Infatti, nonostante la recente scoperta dei nuovi dialoghi e di nuovi documenti abbia contribuito a delucidarla, non era mai stata messa a disposizione del pubblico una traduzione completa dei quattro dialoghi composti da Bruno sull’argomento.
Una lettura che ci offre lo spunto per affrontare la questione epistemologica dell’approccio bruniano alla conoscenza.

Guido del Giudice, medico e filosofo napoletano, si è imposto negli ultimi anni come uno dei più profondi conoscitori della vita e dell’opera di Giordano Bruno, sul quale conduce da anni una ricerca approfondita. Nel 1998 ha creato il sito internet www.giordanobruno.info, diventato un punto di riferimento per appassionati e studiosi di tutto il mondo.


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LIBRI: ESCE 'IL DIO DEI GEOMETRI', COSI' GIORDANO BRUNO LITIGO' CON IL COMPASSO DI MORDENTE.
NUOVO SAGGIO DI GUIDO DEL GIUDICE SUGLI INQUIETI PERCORSI DEL FILOSOFO NOLANO.
 



Roma, 6 set. - (Adnkronos) - Un altro tratto umano di Giordano Bruno, il filosofo di Nola imprevedibile come il suo pensiero ribelle, ucciso nel rogo di campo dei Fiori il 17 febbraio 1600. E' la chiave di lettura che ci offre il saggio appena edito Giordano Bruno 'Il Dio dei Geometri. Quattro dialoghi', con introduzione e traduzione del medico e filosofo napoletano Guido del Giudice (Di Renzo Editore, pp. 128, euro 12,50, www.direnzo.it). L'incontro di Bruno con il matematico salernitano Fabrizio Mordente avvenne nel 1585, durante il secondo soggiorno parigino del filosofo reduce dall'esperienza inglese, una vicenda interessante e finora inspiegabilmente trascurata. Infatti, nonostante la recente scoperta dei nuovi dialoghi e documenti abbia contribuito a delucidarla, finora non era stata messa a disposizione del pubblico una traduzione completa dei quattro dialoghi composti dal Nolano sull'argomento.

Il Dio dei Geometri, per Bruno, e' Fabrizio Mordente, un matematico di Salerno conosciuto a Parigi nel 1585 alla corte di Caterina de' Medici, al seguito di Jacopo Corbinelli, esule fiorentino nelle grazie della Regina Madre che proteggeva gli italiani a corte. Ma, spiega Guido Del Giudice all'ADNKRONOS, ''come spesso succede agli esuli, anziché' aiutarsi a vicenda, non trovano niente di meglio da fare che azzuffarsi, come i capponi di Renzo, sprecando le proprie energie in una lotta tra poveri. Per la verità' le colpe di questo dissidio sono prevalentemente del Salernitano, in quanto Bruno, come suo solito, si rivela si avventato, ma animato esclusivamente dalla brama di conoscere e sviluppare la sua filosofia''.

''Egli vede in questo divino strumento inventato dal Mordente -aggiunge l'autore- che nel 1998 ha creato il sito internet www.giordanobruno.info, diventato ormai un punto di riferimento per appassionati e studiosi- un compasso di proporzione a otto punte, il deus ex machina in grado di confermare e sviluppare le sue teorie atomistiche e, in particolare, la presenza di un minimo assoluto assimilabile all'atomo, che Aristotele negava con decisione. Mordente era un personaggio di cultura piuttosto limitata e, in particolare, si doleva della sua ignoranza del latino. Al Nolano non sembrò vero di offrirsi di realizzare una presentazione della scoperta del conterraneo nella lingua dei dotti''.


LA RABBIA DEL MATEMATICO SALERNITANO E L'APPROCCIO BRUNIANO ALLA CONOSCENZA
Naturalmente Bruno non era certo tipo da realizzare una semplice traduzione, ''ma ci mise del suo - annota del Giudice, già autore di diversi contributi sulla filosofia di Bruno - presentando la sua visione dello strumento, cercando di dimostrare le operazioni e le prospettive consentite dallo stesso. Egli allargò' il panorama dal semplice aspetto meccanico, che era quello che interessava al Mordente, desideroso di trarre profitto dalla sua invenzione al piano più elevato e fecondo della speculazione filosofica. In compenso, nei primi due dialoghi, conferisce alla figura di Mordente un'areola di divinità, in quanto non potendo esaltarne le doti culturali e' costretto a presentarlo come una sorta di sileno ispirato o di asina di Balaam. Apriti cielo! Mordente - sottolinea Guido del Giudice - che aveva un carattere sospettoso e diffidente si ritenne sminuito e defraudato della sua scoperta e montò in una rabbia bestiale, come la definisce Corbinelli, al punto da comprare e bruciare quasi tutte le copie dei dialoghi''.

''Ciò' dovette sembrare al Nolano una vera e propria dichiarazione di guerra e, ovviamente, reagì - annota l'autore - con due nuovi dialoghi in cui questa volta senza mezzi termini esprimendo la scarsa considerazione che tutti più o meno nutrivano nei confronti del compaesano. Ne nacque un odio eterno, soprattutto da parte di Fabrizio, che in tutte le sue opere successive serberà astio nei confronti del filosofo di Nola, il quale invece, anche perché aveva ben altro da fare, tornerà sullo strumento e sulle teorie ad esso associate in opere successive, sempre citando con riconoscenza i meriti del geometra salernitano''.

Il libro, in cui Guido del Giudice presenta la ricostruzione della vicenda, unitamente alla prima traduzione completa dei quattro dialoghi scritti da Bruno sull'argomento, ''penso possa essere di grande interesse per gli studiosi bruniani, in quanto illumina, da un lato, il carattere del Nolano, paradigmatico rispetto ad altre vicende e momenti della sua tormentata esistenza, e dall'altro, il suo metodo di approccio alla conoscenza. Comportamenti irruenti e precipitosi sono usuali in Bruno, e ricorrono più volte nel corso della sua tormentata esistenza, sempre interpretati in modo malevolo e interessato''. Ad esempio, ricorda l'autore, ''l'eccessivo entusiasmo da cui il filosofo si fa prendere in questa occasione, come nel caso di Tycho Brahe e dell'Acrotismus, da me raccontati nella mia precedente traduzione, viene ricompensato ancora una volta con l'incomprensione e il disprezzo''.


SUL WEB LA BATTAGLIA PER UN PENSIERO DI RICERCA CHE APPARTIENE A TUTTI
Mentre ''il secondo importante argomento di riflessione si inserisce nella polemica mai sopita tra i sostenitori, sulla scia di Frances Yates, di una visione magica ed irrazionale della filosofia e del personaggio Bruno, e quelli più moderni e credibili, che rivalutano l'impostazione sperimentale, ''prescientifica'' del filosofo, identificando in lui un fondamentale punto di passaggio: il rappresentante emblematico di un rinascimento che dalle sue basi tradizionali, proietta l'uomo verso un mondo nuovo. Egli, in un periodo in cui non esistevano strumenti e contributi atti a dare dei fondamenti scientifici alle sue teorie, ciononostante ricercava, spesso ingenuamente, tutto ciò che potesse aiutarlo in questa direzione''.

Per del Giudice ''Bruno si rendeva conto che gli mancavano i mezzi di osservazione e perciò si paragonava a Tiresia, interprete cieco ma divino. Per cui nei confronti di Copernico e degli altri astronomi, sosteneva che ''Doviamo aprir gli occhi a quello ch'hanno osservato e visto e non porgere il consentimento a quel ch'hanno conceputo, inteso e determinato''. E a chi gli chiede a quale pubblico si rivolga il libro, del Giudice replica deciso: ''La mia passione per Bruno e' stata sempre anche lo strumento di una battaglia contro la pedanteria accademica che, particolarmente nel caso del pensatore Nolano, ha mostrato tutta la sua protervia. I visitatori, in esponenziale incremento del mio sito internet dedicato al Nolano (www.giordanobruno.info), manifestano non soltanto l'interesse per il filosofo, ma anche l'insofferenza per una classe erudita che pretende di gestire a proprio piacimento lo studio e la diffusione di testi fondamentali della nostra cultura. Lo stesso tipo di riscontro ho avuto dal successo dei miei libri''.

E le ''sorprese -assicura del Giudice- non sono ancora finite''. Come dire: spostare i propri confini e' ancora una volta il segreto per capire la filosofia di Bruno: ''Per le talpe - tagliava corto l'orgoglioso Nolano ricusando i 'pedanti'- queste ragioni avranno lo stesso effetto della luce del giorno. Vi saluto''.

(Adnkronos)


 


 

 
  domenica, 20 settembre 2009


NEL LIBRO DI GUIDO DEL GIUDICE NUOVA LUCE SULLA RICERCA DEL NOLANO
L’universo di Giordano Bruno in una pluralità di interessi
di Giovanni Alloggio

La filosofia di Giordano Bruno, il pensiero del Nolano, un’ulteriore inquadratura su questa figura eccezionale, martire della ragione, emergono dal saggio appena edito Giordano Bruno “Il Dio dei Geometri. Quattro Dialoghi” con introduzione e traduzione del medico e filosofo napoletano Guido del Giudice (Di Renzo Editore). La vicenda, inspiegabilmente rimasta trascurata fino ad ora, si rifà all’incontro di Bruno con il matematico salernitano Fabrizio Mordente avvenuto nel 1585 durante il secondo soggiorno parigino del filosofo.
L’incontro evidenzia l’enorme interesse del Nolano verso l’ultima invenzione del Mordente, un compasso di proporzione a otto punte. Ma mentre il filosofo aveva intravisto in quest’invenzione “la dimostrazione del limite fisico e matematico della divisibilità che Aristotele invece confutava”, al contrario Mordente si muoveva ad un livello più basso: mancando di una sovrastruttura filosofica non accettava di limitare il suo metodo ad una determinazione che non fosse formale. I due percorrono strade diverse, parlano lingue diverse “si muovono su livelli culturali diversi” e ciò dovette far temere al salernitano che Bruno, che si era offerto di diffondere in latino fra i dotti le idee del Mordente, volesse in realtà appropriarsi della sua invenzione. La vicenda permette di affrontare la questione circa l’effettivo valore scientifico della concezione bruniana dell’universo e fa luce su alcune delle speculazioni più brillanti del filosofo campano mettendo in scena tutta la violenza di un conflitto fra due pensatori irriducibili, “nonché le immense qualità morali e intellettuali che caratterizzarono il comportamento del filosofo in tutte le più importanti vicende della sua tormentata esistenza”. Bruno compone quattro dialoghi sotto l’”influsso” delle teorie di Fabrizio Mordente, denominato dal Nolano “il Dio dei Geometri”: Mordente, il Compasso di Mordente con il Sogno, l’Idiota trionfante e l’interpretazione del Sogno che mettono in luce tra l’altro i punti chiave della sua concezione filosofica, che fondeva neoplatonismo e arti mnemoniche con influssi ebraici e cabalistici, la pluralità dei mondi e l’infinità dell’universo. Un altro tratto umano di Giordano Bruno ucciso nel rogo di campo dei Fiori il 17 febbraio 1600 emerge da quest’opera inaspettata e sorprendente.

 

 

 

Guido Del Giudice, Giordano Bruno. Il dio dei Geometri.

Il gusto del dettaglio.
di Emiliano Ventura

Sono ormai parecchi anni, credo una decina, che Guido del Giudice ha intrapreso l’opera di raccontarci e definirci meglio l’opera di Giordano Bruno. Il suo lavoro di difesa e diffusione della nolana filosofia è iniziato con un sito internet, divenuto vero centro di approdo e raccordo per studiosi e appassionati.
Da quelle pagine elettroniche sono venuti i libri, e sono testi che hanno il pregio di mostrare aspetti e prospettive diverse del Nolano, come La coincidenza degli opposti, dove la filosofia del nostro viene vista e ‘comparata’ con la filosofia orientale.
Del Giudice non è studioso sedentario né brunianamente ‘pedante’, è invece ricercatore mobile, nei suoi libri non mancano apparati iconografici con stampe e autografi che, oltre ad impreziosire il testo, ci rendono un’idea più prossima dei tempi in cui Bruno se ne andava errante, come un Bia’, per l’Europa.
Nel testo Due Orazioni ci ha presentato il profilo del filosofo nel soggiorno in Germania, e tra quelle pagine si chiarisce l’intento che spinge Bruno a scrivere le orationes nel periodo più tranquillo di quell’esilio; abbiamo visto aggiungere una porzione di quel pellegrinaggio filosofico, quell’incedere e scappare che è intimamente legato all’opera del Nolano.
Questo perché la filosofia di Bruno è imprescindibile, per una corretta e olistica comprensione, dal tempo e dal luogo in cui il testo viene scritto; le epistole dedicatorie dei dialoghi ne sono un chiarissimo esempio.
È evidente come Del Giudice abbia ben chiaro in mente un progetto molto più ampio, l’affresco totale o il mosaico che dovrà coprire l’intera volta, anche se non si tratta di un soffitto ma della vita e del pensiero di uno dei più originali pensatori della fine del Rinascimento.
Ultima fatica è la pubblicazione de Il dio dei geometri, saggio che contiene i dialoghi bruniani sul compasso di Fabrizio Mordente, un’altra preziosa porzione che mancava alla comprensione del Nolano. Veniamo introdotti nel secondo soggiorno parigino, cioè quando, lasciata l’Inghilterra, Bruno rientra in Francia al seguito dell’ambasciatore; aveva intanto pubblicato i dialoghi in volgare e meglio definito la sua posizione eliocentrica e infinitistica dell’universo.
Lo ritroviamo in compagnia del Corbinelli che è il tramite da cui nascerà l’incontro con il matematico Fabrizio Mordente; questo è uno dei punti che mi preme sottolineare, il rilievo dato a questi due personaggi. Con Corbinelli e Mordente l’autore entra direttamente nel mondo che ha visto accarnarsi la parola e la vita del Nolano: ecco il gusto del dettaglio, la lente che ingrandisce il particolare per meglio comprende l’universale.
In Del Giudice il dettaglio non è ornamento o arabesco da sfondo, ma è assolutamente inscindibile dall’oggetto principale del dire, ovvero la vita e la filosofia di Giordano Bruno. Con la definizione del carattere del Mordente, tra semplicità e cialtroneria, viene messo in risalto e chiarito definitivamente il perchè e il tono dei dialoghi che Bruno stampa contro lo stesso matematico.
Bella l’immagine del filosofo che si accende appena comprende le possibilità di questo nuovo compasso perfezionato dal matematico, che lui definisce dio dei geometri, questo perchè sostiene in modo empirico la sua ultima speculazione filosofica, ovvero la possibilità di definire e misurare il minimo. Da qui l’idea di tradurre in latino il rozzo scritto mordentiano, per una diffusione maggiore e più dettagliata, da qui il risentimento del matematico che non comprende l’opera del filosofo-traduttore, rivolta essenzialmente a suffragare la sua filosofia antiaristotelica.
Come aveva già fatto con la visione eliocentrica copernicana, Bruno usa le nuove scoperte o le nuove idee come supporti per la sua originalissima riforma, la filosofia nolana. Tutto questo il povero Mordente non è in grado di comprenderlo, e rimane con il suo bilioso rancore, in compagnia del suo essere ‘idiota trionfante’.
L’autore di questo saggio ci ha donato ancora una tesserina di quel mosaico a cui accennavo sopra, una stazione della vita di quel piccolo uomo di Nola, con un poco di barba nera; ha arricchito la nostra conoscenza del mondo che lo circondava.
Forse Del Giudice ha bene in mente quel detto nietzschiano: “… ogni cosa è talmente legata con tutto che voler escludere una qualsiasi cosa vuol dire escludere tutto”, da qui il suo prodigarsi nella ricerca del particolare.
È proprio questa la caratteristica più bruniana del testo, la certezza che le minime cose, le minuzzarie, partecipano al Tutto, e che l’infinito si rappresenta nel finito; siamo noi a dover capire ‘certe ombre dell’idee’. In questo modo e con questa tecnica Il dio dei geometri ha assunto i contorni di un’opera nolana, non solo nel contenuto ma anche nella forma.
Non posso fare a meno di pensare a certi manufatti in bilico e con la luce di taglio nei quadri di Caravaggio, o agli oggetti che si vedono negli affreschi del Carpaccio a Venezia; non credo che sia da sottovalutare questo gusto ‘pittorico’ nella prosa dell’autore. Nella totalità di un soggetto figurativo o di un sistema filosofico le minime cose partecipano vivamente alla comprensione del tutto. Non resta che appagare il nostro desiderio di conoscenza con la lettura di questo ‘piccolo e gradevole scritto’ sul pensiero di Bruno e restare in attesa del dono del prossimo, la nuova tessera del mosaico, il nuovo frutto del ‘gusto del particolare di Guido del Giudice’.
Probabilmente il suo narrare arriverà fino alla fine dei giorni del Nolano, fino al momento in cui la strada quotidiana di un assassino si incontrerà con l’incedere di un filosofo, e quell’incrocio sarà la piazza romana di Campo de’ Fiori, un fatto che credo abbia segnato a fondo la storia dell’umanità in generale e, in particolare, dell’uomo Del Giudice.



 


 


 


Dalla prefazione di Carlo D’Urso: “Coloro i quali avranno la compiacenza di frenare la loro curiosità al testo capiranno che non si tratta affatto dell'ennesimo lavoro accademico, che spinge in modo rapace la propria indagine chiudendosi ostinatamente nella semantica filosofica, bensì uno scritto che sa coniugare diligentemente due aspetti centrali della vita di Bruno: il coraggio delle idee e la sofferenza di viverle sino in fondo.” “L’autore distilla senza fretta la materia pensante del Nolano, consentendo alla figura di Bruno di affiorare con un’insolita chiave di lettura, arguta a mio avviso: la solitaria e straziante voglia di emergere... dettata dal proprio inestinguibile fuoco interiore! La sutura tra il Bruno che lotta con i mediocri (intoccabili) pensatori e il Bruno che sfida la morale più potente del suo tempo, costituisce l’anticamera alla delirante consapevolezza che l’astuzia di David non sarà sufficiente ad abbattere il gigante Golia.” “Cercate, se potete, di assumere in piccole dosi e gradatamente la bellezza di questo saggio, poiché oso paragonarlo ad un potente oppiaceo che tenta in tutti i modi di spalancare gli occhi dell’uomo da una terribile rilassatezza che in ogni epoca ha imperversato sulle vite di tutti con il nome di dio”.

INDICE:

Premessa di Carlo D’Urso
Capitolo I.
“La stupidità non è affar mio
I. 1. Da eretico a simbolo del libero pensiero
. I. 2. Lo spaccio del bestione trionfante di A. Tilgher
. Capitolo II.
“Dio è il solo essere che, per regnare, non abbia nemmeno bisogno d’esistere”
II.1. Magie, astrologie e alchimie ermetiche
II.2. Arte della memoria e logica fantastica
Capitolo III.
“Hai detto la verità?sella il cavallo!”
III.1. Tolemaici antichi e nuovi copernicani
III.2. L’infinito e la sua ontologia
Capitolo IV.
“Io sono il discepolo del filosofo Dioniso, preferirei essere un satiro piuttosto che un santo!
IV.1. Asini riformatori e furiosi eroici
IV.2. Follia e saggezza
IV.3. Atteone e Bruno, tra cacciatori e prede
Capitolo IV.
“D’ogni legge nemico e d’ogni fede”!”
. V.1. Commedie filosofiche e giullari
V.2. Bruno e le influenze sul teatro di Shakespeare
Appendice.
Giordano Bruno, La cabala del cavallo pegaseo
Nota al testo Giordano Bruno trascorre poco più di due anni in Inghilterra, dal 1582 al 1585. In questo breve periodo scrive e stampa i sei dialoghi filosofici in volgare che sono: La cena delle ceneri, De la causa, principio et uno, De l’infinito universo, e mondi, Lo spaccio della bestia trionfante, La cabala del cavallo pegaseo (questo dialogo viene presentato interamente in appendice), De gli eroici furori; di poco precedente è la commedia Il candelaio. Il presente volume vuole mettere in risalto la complessità del pensiero di Bruno attraverso le interpretazioni che si sono susseguite dalla morte, partendo dall’immagine di “mago rinascimentale” dato dalla studiosa inglese F.A.Yates, e arrivando alla riforma scientifica e morale che rispecchiano una visione più complessa e soddisfacente che ne ha dato sia Michele Ciliberto che Hilary Gatti. Ermetismo, filosofia della scienza, etica e morale, arte della memoria si inseguono nei testi del Nolano, si è tentato di rappresentare il tutto. Un capitolo è dedicato al teatro, e trattando essenzialmente dei dialoghi stampati nel periodo londinese, non poteva mancare un accenno a quella meravigliosa stagione del pensiero che è il teatro elisabettiano. Gli intermezzi che introducono la struttura critica del testo hanno la funzione di alleggerire lo scritto e di presentare un profilo del filosofo più agile e discorsivo, di divagare su autori e temi che siano “intonati” al filosofo di Nola. Affiora dallo scritto, come un fiume carsico, la lotta e lo scontro di un uomo contro le varie forme di potere del suo tempo.
 



Giordano Bruno. La divina eresia

di Emiliano Ventura

Il 2009 è l’anno dell’astronomia, ricorre infatti il quarto centenario (1609) della scoperta delle lune di Giove fatta dall’osservazione di Galilei. Quei satelliti vennero battezzati medicei in onore dei signori di Firenze. La scienza nascente stava, con grande lentezza e difficoltà, sostituendo il sistema tolemaico-aristotelico con il sistema eliocentrico, gli alfieri di questa rivoluzione si chiamano Copernico, Galilei e Keplero.
Giordano Bruno con la sua visione dell’universo popolato da innumerevoli mondi in uno spazio infinito, era approdato più lontano, aveva scavalcato anche il confine della nostra galassia. Galilei e Keplero non riuscivano o non erano pronti ad accettare l’infinito, Saturno era il limite della nostra galassia (e del loro mondo) ma anche dell’immaginazione della maggior parte dell’uomo tra il Rinascimento e la Modernità (ancora oggi una delle definizioni dell’universo è che sia finito ma illimitato). Bruno, mescolando ragione e immaginazione, aveva ‘intravisto’ un universo infinito, con innumerabili stelle e pianeti, aveva scavalcato le barriere della finitezza, quella siepe leopardiana che ci eravamo imposti da soli; il tutto senza l’ausilio della tecnica. Dispiace che in un anno così carico di significati astronomici e cosmologici il nome di Bruno venga taciuto. La Chiesa che processò Bruno e più tardi Galilei, ha dedicato in Vaticano una messa solenne a Galileo Galilei e più volte proferito parole di scuse verso quel processo, nessuna parola mai verso il rogo che uccise quel filosofo ancora scomodo.
La pubblicazione del Libro Giordano Bruno La divina eresia, in questo anno dell’astronomia, vuole anche essere un piccolo tentativo per far risuonare ancora la voce del filosofo di Nola.
Sia alla fine dell’Ottocento che del secolo scorso, la fisica ha più volte gioito per la prossimità della definitiva scoperta di una ipotesi ultima e definitiva sulla legge che regola l’universo. Sembrava prossima la risposta sul perché esiste e come ha avuto inizio; la continua ricerca e le nuove scoperte (tipo la ‘relatività’ di Einstein, o il ‘principio di indeterminazione’) hanno frustrato queste ottimistiche previsioni; stiamo ancora cercando una teoria unica.
Giordano Bruno parlando di agglomerati di mondi, regolati dalla termodinamica appresa da Telesio, è andato vicino alla formulazione del concetto moderno di Galassia. Dovremo attendere il 1929 con le osservazioni di Hubble per capire che l’universo è ancora in espansione, l’osservazione della luce proveniente da altre galassie ha lasciato intuire che queste si stiano allontanando, si è parlato di ‘respiro cosmico’.
Le intuizioni di Bruno sull’universo non raggiungono questa complessità con i concetti di ‘singolarità’, ‘principio di indeterminazione’, ‘relatività’, si dovrebbe tuttavia riconoscere il primo impulso a quei pensieri sull’infinito raccolti in dialoghi dal Nolano, come questi siano stati il cartone preparatorio dell’affresco a cui parteciperanno più avanti Newton, J.L. de Cheseaux, Einstein, Hubble e Hawking.
Se Keplero e Galilei avevano le loro riserve sull’infinito e su Bruno si può anche comprendere dall’epoca, dai sistemi di comunicazione, dai preconcetti e da fattori personali; ma che ancora oggi non si voglia riconoscere l’importanza di un pensatore, e di un concetto così importante, è qualcosa che desta quantomeno dispiacere se non sospetto, che a un antico potere si sia sostituito uno nuovo?
È come se questo silenzio e indifferenza alimentassero ancora le fascine di un rogo quadrisecolare, è un fuoco ancora acceso.

e.v.


 

Pietro Balan
Il vero volto di Giordano Bruno
 
Centro librario Sodalitium, Verrua Savoia 2009 (¤ 8,00)

ISBN 978-88-89596-18-0

Anno: 2009


€ 8,00


Dalla prefazione di don Ugo Carandino: “Nella seconda metà dell’800 e nei primi decenni del ’900 una schiera di battaglieri giornalisti e scrittori cattolici difese i diritti della Chiesa e le figure dei Sommi Pontefici dagli attacchi del laicismo massonico.
Tra questi combattenti per la causa papale spicca certamente la figura di monsignor Pietro Balan (Este 1840 - Pragatto di Crespellano 1893), “di spirito indomito, d’ingegno acuto e di vasta e nutrita cultura storica” (Enciclopedia Cattolica).
Dall’abilità della sua penna sono usciti numerosissimi scritti per rispondere alle sempre più numerose mistificazioni storiche con le quali i nemici della Chiesa stavano riscrivendo la storia. Mons. Balan, in particolare, mise in rilievo il legame indissolubile che lega l’Italia alla Fede predicata da san Pietro e dai suoi successori, rivendicando le ­glorie del passato cattolico della Penisola.
La sua erudizione sfociò nella stesura dei tre volumi della “Storia della Chiesa in continuazione a quella di Rohrbacher” (1879-1886). Nella prefazione all’opera, mons. Balan scriveva: “Io nulla devo ai potenti, ai grandi della terra; ma devo a Dio, alla Chiesa, alla patria, alla coscienza mia la verità; se ad altri qualche cosa dovessi, e senza offendere la gratitudine non potessi parlare liberamente, deporrei la penna, non mentirei”. L’opuscolo su Giordano Bruno fu la risposta dei cattolici intransigenti, raccolti nell’Opera dei Congressi, alla strumentalizzazione che gli anticlericali stavano facendo dell’apostata di Nola.
Per sfidare la Santa Sede, i settari vollero erigere un monumento a Giordano Bruno a Campo dei Fiori. Leone XIII protestò con fermezza alla provocazione e minacciò persino di lasciare l’Urbe; il Comitato permanente dell’Opera dei Congressi diffuse in modo capillare il testo di mons. Balan, dato alle stampe nel 1886.
Per ironia della sorte, monsignor Pietro Balan morì il 13 febbraio 1893, nello stesso giorno in cui nel 1600 terminava la vicenda umana di Giordano Bruno.
Le pagine che seguono permetteranno di conoscere l’autentico profilo di un personaggio (definito da Leone XIII “doppiamente ­apostata, convinto eretico”), che la Massoneria ha riesumato dall’oblio della storia per elevarlo a martire del libero pensiero. Infatti a Giordano Bruno, frate apostata, mago, spia, scomunicato da luterani e calvinisti, sono dedicate un gran numero di logge e di onorificenze massoniche.
In appendice al libro il lettore troverà due rari documenti di Leone XIII su Giordano Bruno, scritti in occasione dell’inaugurazione della statua in Campo de’ Fiori (l’unica piazza storica di Roma dove non è presente una chiesa): l'allocuzione Amplissimum collegium del 24 maggio 1889 e l’enciclica Quod nuper del 30 giugno 1889."
 



Il vero volto.....di chi?!

di Guido del Giudice

Se il "vero volto" rivelato da Balan è quello di un personaggio battezzato col nome di Giovanni (e non Filippo), che ha insegnato a Novi Ligure (e non a Noli), di cui i francesi non si curavano (!!), protetto da Riccardo (?) di Castelneau, che ha scritto la Cabala del cavallo Perseo (?) e che, per finire, non fu mai bruciato a Campo de' fiori, non sappiamo davvero di chi si parli in questo libro!  Perfino nella prefazione si sbaglia il giorno della fine di Bruno per farlo coincidere con quello della morte dello stesso Balan!
Cosa ci si può attendere di diverso, quando dalla vita si passa  al pensiero, se la personalità e i principi del filosofo vengono assimilati, in sostanza, a quelli dei personaggi del suo Candelaio?!
Al di là delle numerose e davvero grossolane inesattezze, lo scritto ci aiuta, comunque, a rivivere il clima infuocato in cui si svolse lo scontro di fine ottocento, per l'erezione del monumento di Campo de' fiori.
Bisogna peraltro ammettere che anche dall'altra parte, quella dei sostenitori del Nolano, la salda convinzione dei meriti e del valore di Bruno erano accompagnate da parecchia disinformazione e parzialità di giudizio.
Un piccolo merito di questa pubblicazione è, insomma, quello di rappresentarci, attraverso l'astiosa e sdegnata predica di monsignor Balan e le dolenti parole del sommo pontefice Leone XIII, lo sgomento clericale di fronte alla commemorazione, ad imperitura memoria, di uno dei principali misfatti commessi nella sua storia dalla Chiesa cattolica.

 




 

L'Opera Omnia di Giordano Bruno e Tommaso Campanella in mostra a Milano in Via Senato

 

 
In occasione del 75° congresso mondiale dell’ IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions, la principale associazione internazionale bibliotecaria) che inaugurato domenica 23 agosto a Milano (si chiuderà il 27), la Fondazione Biblioteca di via Senato presenta la mostra bibliografica Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia.
La mostra, curata dal Prof. Eugenio Canone e dalla Dott.ssa Annette Popel Pozzo, è allestita nella Sala Tommaso Campanella della Fondazione Biblioteca di via Senato 12 a Milano e sarà aperta dal 24 agosto al 2 ottobre 2009.
Vengono esposti i testi a stampa dei due filosofi italiani più emblematici tra Cinquecento e Seicento per il comune destino di ribellione, fuga, persecuzione e censura.
Il percorso della mostra prende spunto dall’Editto del Maestro del Sacro Palazzo (1603), nel quale erano notificati e proibiti una sessantina di autori e tra questi, appunto, i due filosofi con la loro opera omnia.
Sono riuniti un numero notevole delle rarissime prime edizioni dei libri di Giordano Bruno con l’opera in prima edizione pressoché completa di Tommaso Campanella, il tutto proveniente dal prestigioso Fondo antico della Biblioteca di via Senato.
 
Un ulteriore fattore d’interesse deriva dalle provenienze illustri, talune di amici dei due filosofi, che fanno rivivere l’atmosfera dell’epoca.
Il prezioso volume che rilega assieme De la causa, principio, et uno (1584) e De l’infinito universo et mondi (1584) di Bruno porta la nota manoscritta “ex dono Joannis Florio”. Giovanni Florio (1553-1625) fu amico caro di Bruno e fine letterato dell’Inghilterra elisabettiana.
L’idea guida consiste nel presentare vedute di libri e di luoghi di entrambi gli autori.
Per la prima volta in assoluto sarà in visione fuori Roma la sentenza di condanna di Giordano Bruno dell’8 febbraio 1600, un documento unico e di valore inestimabile, oggi custodito nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (Città del Vaticano).

 
Ingresso libero
dal 24 agosto al 2 ottobre 2009
Orario di apertura
lunedì – venerdì: 9.30–13.00 / 14.30-18.00

Fondazione Biblioteca di via Senato
Sala Tommaso Campanella
via Senato 12
20121 Milano

 


Leggi l'articolo sul sito di ADNKRONOS

Di Gerardo Picardo

MOSTRE: A MILANO I LIBRI DI BRUNO E CAMPANELLA SCAMPATI AL ROGO
ALLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO ESPOSTA PER LA PRIMA VOLTA FUORI ROMA LA SENTENZA DI CONDANNA DEL NOLANO. IN BACHECA LE RARISSIME OPERE DEI DUE FILOSOFI ACCOMUNATI DA CARTE, ESILIO E DESTINO L'EVENTO E' CURATO DA EUGENIO CANONE E ANNETTE POPEL POZZO - NELLA SALA L'AURA MAGICA DEI LIBRI PROIBITI

Roma, 24 ago. - (Adnkronos) - "Sono libri sottratti al rogo. Il fascino di questa Mostra e' far 'vedere' le opere preziose di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, pensando al destino di esilio e persecuzione che i due filosofi hanno avuto. Ai visitatori offriamo la bellezza semplice e misteriosa di una passeggiata tra i libri scampati alle fiamme e ora finalmente riuniti insieme". Così Annette Popel Pozzo, responsabile Fondo Antico della Fondazione Biblioteca di Via Senato, a Milano, parla all'ADNKRONOS della mostra bibliografica 'Giordano Bruno e Tommaso Campanella, Opera Omnia', curata dal Prof. Eugenio Canone e dalla stessa Popel Pozzo, aperta da oggi al 2 ottobre alla Fondazione Biblioteca di via Senato 12, nella Sala Tommaso Campanella (da lunedì a venerdì, 9.30-13.00/14.30-18.00. Ingresso libero. Per informazioni Tel. 02 76215329, www.bibliotecadiviasenato.it). Un'immersione nel pensiero di straordinari 'eretici', le cui opere sono scampate ai roghi dell'Inquisizione.

"E' la prima volta -aggiunge la studiosa, spiegando l'aura che si sprigiona dall'evento- che l'opera pressocchè completa di Campanella e un numero notevole delle prime edizioni delle opere di Bruno vengono esposte. I due filosofi emblematici del Cinquecento e Seicento vengono mostrati, attraverso le loro opere, nel loro comune tragico destino, con opere a stampa che raccontano l'esilio e le persecuzioni cui furono soggetti i due pensatori. In tutto ci sono quaranta opere di Campanella e venti del Nolano. Nessuna biblioteca del mondo ha un fondo simile".

"La Sala che ospita la mostra e' quella Tommaso Campanella, dove campeggia anche un quadro dipinto da un anonimo pittore poco prima della morte del filosofo, il 21 maggio 1639. Il percorso espositivo si sviluppa in maniera cronologica, per cui al termine delle opere di Bruno in bacheca trasparente, con il 'recto' di una carta manoscritta che contiene i nomi del cardinale Roberto Bellarmino e degli altri inquisitori, per la prima volta in assoluto e' in visione fuori Roma la sentenza di condanna di Giordano Bruno, datata '8 febbraio 1600. Un documento unico e di valore inestimabile, oggi custodito nell'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede nella Città del Vaticano".

Pochi giorni dopo l'inchiostro di quella sentenza, il 17 febbraio 1600, Bruno, 'eretico pertinace e con la lingua in giova', verrà' arso vivo in Campo dei Fiori, a Roma, martire del libero pensiero. La particolarità sta proprio nel fatto che "per la prima volta questa sentenza lascia Roma". La tradizione bruniana racconta che il filosofo dopo averla sentita pronunciare, abbia risposto ai suoi accusatori: 'Avete più paura voi nel pronunciarla, che io nel raccoglierla'. Nel periodo degli omaggi ai maestri dell'Utopia, la mostra vuole anche essere "un ulteriore stimolo alle ricerche filosofiche sull'epoca dei due pensatori. Un'occasione straordinaria non solo per gli studiosi, considerando che di alcune edizioni di Bruno sono censite appena trenta copie in tutto il mondo".

E' il 7 agosto 1603, a Roma. Quella mattina -spiega il depliant della Mostra, curato dalla Biblioteca di via Senato- alle porte della Cancelleria Apostolica, il cursore Laerzio Cecchetti affigge un editto del Maestro del Sacro Palazzo, Giovanni Maria Guanzelli da Brisighella, che notifica la proibizione di una sessantina di libri. Per alcuni di questi, si stabiliva una necessaria 'emendatio ed expurgatio', come previsto dalla 'Instructio' dell'edizione dello 'Index librorum prohibitorum', promulgata da Clemente VIII nel 1596. Per una decina di autori, la condanna è senza appello. Come indica la forma: 'Opera omnia omnino prohibentur'. Accanto ai nomi degli eretici e degli eresiarchi nell'edizione dell'Index nel 1559, figurano i due più grandi filosofi italiani tra Cinquecento e Seicento: Giordano Bruno (1548-1600) e Tommaso Campanella (1568-1639), i più emblematici per il comune destino di ribellione, fuga, persecuzione e censura.

Il percorso della Mostra 'Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia' prende spunto dalla perentoria condanna dei due filosofi nell'Editto del Maestro del Sacro Palazzo, ''Iordani Bruni Nolani libri & scripta omnino prohibentur''; ''Thomae Campanellae opera omnia omnino tolluntur''. Nell'Editto si intimava ''di provedere con diligenza, e sollecitudine, che in quest'Alma Città di Roma non si stampi, vendi o in qualsivoglia modo tratti, e maneggi libro alcuno prohibito o sospeso''. L'importanza della Mostra consiste proprio nel riunire un numero notevole delle rarissime prime edizioni delle opere del Nolano con l'opera in prima edizione pressochè completa di Campanella, affiancata in molti casi dalle non meno rare seconde e terze edizioni o contraffazioni.

Tutti i volumi esposti di Bruno e Campanella fanno parte oggi del Fondo antico della Biblioteca di via Senato. Un patrimonio storico-filosofico di enorme interesse, un ulteriore fattore d'interesse deriva dalle provenienze illustri, talune di amici dei due filosofi, che fanno rivivere l'atmosfera dell'epoca. Il prezioso volume in cui sono uniti 'De la causa, principio, et uno' (1584) e 'De l'infinito universo et mondi' (1584) di Bruno porta la nota manoscritta ''ex dono Joannis Florio''. Giovanni Florio (1553-1625) fu amico caro di Bruno e fine letterato dell'Inghilterra elisabettiana. Il 'De monade numero et figura' (1591) del pensatore ex frate domenicano rivela invece la provenienza del filosofo tedesco Luderus Kulenkamp (1724-1794) che possedeva anche manoscritti del Nolano. L'esemplare di 'Prodromus philosophiae instaurandae' (1617) di Campanella mostra una dedica autografa del curatore dell'edizione Tobias Adami (1581-1643).

Divisa in due parti ordinate cronologicamente e dedicate rispettivamente al Nolano e allo Stilese, la mostra presenta soprattutto le splendide e molto rare prime edizioni, ma anche stampe di vedute e il ritratto a olio di Campanella eseguito a Parigi nel 1639. L'idea guida della Mostra consiste nel presentare ''vedute'' di libri e di luoghi di entrambi gli autori: Giordano Bruno che viaggia per tutta l'Europa da Nola a Napoli, Roma, Ginevra, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Francoforte, Zurigo, Padova, Venezia fino al ritorno, non più come uomo libero, a Roma. Tommaso Campanella, pur rimanendo in Italia fino al 1634, quando e' costretto a fuggire in Francia dove potrà finalmente curare la pubblicazione delle proprie opere, ha tra il 1617 e il 1630 un notevole numero di scritti editi a Francoforte sul Meno, grazie all'interessamento e alle cure dell'amico tedesco Tobias Adami.

Affidati a Eugenio Canone per la parte filosofica e Annette Popel Pozzo per la parte catalografica, i pezzi esposti si pongono l'obiettivo di fornire non solo un'esposizione ragionata del rilievo che hanno avuto i singoli testi ma anche informazioni sull'epoca. Il tempo passato sui libri secondo Bruno procura amabilità e stimola tolleranza. Nello 'Spaccio de la bestia Trionfante', il personaggio principale, Sofia, fa un'appassionata difesa dei libri e di una biblioteca pubblica libera e senza censure: ''non è lezzione, non è libro -afferma Sofia- che non sia essaminato da dei, e che se non è tutto balordesco non sia approvato, e messo con le catene nella biblioteca commune: perché pigliano piacere nella moltiforme representazione di tutte cose, e frutti moltiformi de tutti ingegni'' (ed. ''Biblioteca dell'Utopia'', vol. 10, Milano 2000, p. 139). L'importante mostra della biblioteca di via Senato, in occasione anche del 75° congresso mondiale dell' IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions) che si tiene a Milano dal 23 al 27 agosto 2009, e' un altro tassello importante lo sviluppo di strumenti di carattere bibliografico e iconografico relativi al Rinascimento.

(Gkd/Adnkronos)