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Rita
Pomponio Il Papa che bruciò Giordano Bruno Edizioni PIEMME pp. 304 - Euro 16,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta All’alba del 17 febbraio del 1600, al termine di un estenuante processo, Clemente VIII accese il rogo su cui, sulla piazza di Campo de’ Fiori, fu condannato a bruciare Giordano Bruno. Il fumo di quella pira consacrò il filosofo a supremo difensore del libero pensiero, e sprofondò papa Aldobrandini nell’oblio della storia. Ma fu "vera infamia"? Nient’affatto, perché Clemente VIII fu in realtà autentico protagonista di un’epoca turbolenta, insanguinata da lotte fratricide e di potere. E il suo pontificato fu costellato non solo da celebri e avvincenti processi, ma anche da clamorosi successi politici e religiosi: dalla conquista del ducato di Ferrara, all’abiura del re di Francia Enrico IV, alle riforme attuate sulla base del Concilio di Trento. Clemente istituì la prima scuola pubblica per i fanciulli del popolo. Vietò a magistrati e carcerieri di accettare regalie dai detenuti. Emanò nuove leggi per arginare la "criminale abitudine", che si stava diffondendo tra i rampolli della nobiltà, di uccidere i genitori per ereditarne il patrimonio. E impose severe pene nei confronti di quei romani che si dilettavano in un assurdo gioco: lanciare sassi contro le carrozze di passaggio, con gravi conseguenze per i passeggeri. Fu, insomma, un pontefice e un capo di stato "moderno" e "riformista", impegnato a contrastare crimini che, quattrocento anni dopo, non hanno cessato di tormentarci. RITA POMPONIO è nata a Roma nel 1956. Giornalista, collabora con Rai International ed è direttore responsabile della rivista culturale Gabinus. Ha ottenuto diversi riconoscimenti letterari e pubblicato, tra l’altro, il romanzo Il prisma di cristallo. |
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Menzogna e verità di Guido del Giudice Che Bruno scateni passioni, le più opposte ed estreme, è risaputo e più volte anch'io ho sottolineato negativamente le numerose strumentalizzazioni che, da una parte e dall'altra dei due schieramenti, sono state fatte del suo pensiero e della sua vicenda umana. Si era comunque quasi sempre trattato di punti di vista diversi che venivano espressi sul terreno di un sostanziale riconoscimento, come dei difetti, anche dei grandi meriti come uomo e come pensatore del filosofo Nolano. Non mi era mai capitato di leggere invece, anche nei più partigiani attacchi clericali, una ricostruzione che si muovesse in un ambiente di così astiosa falsità storica e intellettuale come quella che conduce l'autrice di quest'opera. Per dipingere a tinte fosche la figura del Nolano costei, con uno zelo da carnefice superiore a quello dello stesso papa Aldobrandini, ha raccolto esclusivamente il peggio dei riscontri processuali, della critica e della letteratura scandalistica anti-bruniana da John Bossy ad Anna Foa. Ciò che provoca particolarmente il risentimento della Pomponio sembra essere questa figura di eroe del libero pensiero, e lo sottolinea più volte: [...]Si dichiarò disposto sì ad abiurare, ma a condizione che le proposizioni contestate venissero dichiarate eretiche "ex nunc". Il filosofo mirava cioè a non essere condannato come eretico, ma come persona che si è espressa erroneamente su una materia incerta e non ancora ben definita neppure dalla stessa Chiesa. Era questo un altro disperato tentativo del filosofo di salvare la propria vita anche a costo di rinnegare il proprio pensiero. L'imputato, consapevole di incorrere in una terribile pena, asseriva infatti che egli nei suoi scritti non si era mai espresso come eretico, ma che le sue dottrine erano state male interpretate dai membri dell'Inquisizione. Tutto ciò era sì umanamente comprensibile di fronte alla minaccia del rogo, ma dimostrava come Bruno non avesse il minimo rispetto per le proprie convinzioni. [???] E come, ancor meno, fosse quell' impavido paladino del libero pensiero." Non so se il palese odio per Bruno sia un fastidio precostituito, viscerale per questa figura di "eroe del libero pensiero" (che neanch'io, per motivi diversi, amo molto) o sia frutto di una eccessiva immedesimazione nella sua creatura, nel personaggio di Clemente VIII da lei creato. Ignoro inoltre le convinzioni religiose e ideologiche che possano aver spinto costei a descrivere così la figura e la condanna di Bruno: [...]"Quel 17 di febbraio, un venerdì, a Roma soffiava un gelido vento di tramontana che avrebbe probabilmente alimentato le fiamme del rogo. La piazza di Campo de' Fiori era gremita di penitenti che si trovavano in città per l'Anno Santo. Alla vista del condannato tutti si fecero il segno della croce e gli gridarono: "Pentiti dei tuoi peccati o brucerai nel fuoco eterno!". Il filosofo che non poteva rispondere a causa della "mordacchia" che gli teneva a freno la lingua, li guardava con disprezzo. in quel momento le uniche fiamme che lo preoccupavano veramente erano quelle del rogo. Anche Clemente VIII era preoccupato per la risonanza che quella condanna avrebbe avuto in tutta l'Europa. il papa si rendeva conto che molti nemici del cristianesimo avrebbero approfittato dell'esecuzione per screditare sia la Chiesa sia lo stesso pontefice. E qualcuno già esaltava "le gesta" di quell' ex frate che era stato un bestemmiatore, intollerante e razzista. Un razzismo che Giordano Bruno perpetrava soprattutto verso gli ebrei, che egli odiava profondamente. Un uomo vendicativo e permaloso, opportunista e con un carattere fortemente contraddittorio. egli, accanto al sapere più elevato, mostrava di possedere lati estremamente squallidi e volgari. Un individuo che non provava né stima né rispetto per alcuno, e aveva un'elevata considerazione soltanto per se stesso. Inoltre utilizzava uomini e situazioni soltanto per raggiungere i propri fini. tuttavia la sua non indifferente cultura e la spiccata intelligenza, nonché una rara perspicacia, gli permettevano di catturare gli animi, lasciando così un indelebile ricordo della sua esistenza. tanto che il suo martirio è riuscito ad oscurare quanto di buono il papa Clemente VIII aveva fatto per la Chiesa e per l'Europa. Forse in questo senso vanno interpretate le ultime parole attribuite al condannato, quelle che avrebbe detto non appena i giudici gli avevano letto la sua condanna a morte: "Voi pronunciate la sentenza con maggiore paura di quella con la quale io l'ascolto". Nello stesso momento in cui Giordano Bruno bruciava, il papa, in ginocchio, da penitente, saliva lungo la Scala Santa." Se è lecito nutrire simpatia e antipatia per un personaggio, non è però ammissibile contrabbandare le proprie idee personali come ricostruzioni storiche.Si può, secondo Voi, descrivere così colui che, in ogni caso, anche il più astioso dei suoi detrattori ha sempre riconosciuto come uno dei massimi filosofi e uomini di cultura di quel tempo? In tutto il libro Bruno viene una sola volta chiamato "grande filosofo", ed è nel commento di copertina di Antonio Spinosa, per il resto è uno stregone presuntuoso, traditore ed insolente. E tutto per difendere un papa notoriamente simoniaco, rapace e ambiguo per antonomasia come Clemente VIII ! Invece per la ineffabile Pomponio, il pontefice distribuiva tutte le cariche importanti solo ai suoi familiari perché erano i più bravi e i più capaci, confiscava patrimoni a più non posso non per avidità ma per fare beneficenza, squartava e abbrustoliva presunti eretici e presunti parricidi (vedi Betrice Cenci) per carità cristiana. Però era un mecenate e commissionava a grandi artisti opere notevoli: poco importa che si trattasse di ristrutturazioni faraoniche di proprietà requisite ed acquisite al patrimonio degli Aldobrandini o realizzazioni di sfarzosi monumenti sepolcrali dedicati alla madre, al padre, al fratello, al fratellastro del pontefice! I sospetti? Tutte maldicenze messe in giro dagli spagnoli o da cardinali invidiosi! E allora come osa questo indegno ex frate oscurare ancor oggi la figura e l'opera di questo integerrimo, luminoso esempio di altruismo e di carità cristiana? Sentite il degno finale: "Il 9 giugno 1889, in Campo de' Fiori, fu eretta una statua in onore di Giordano Bruno, per rendere omaggio "all'uomo dalle libere idee", che, in virtù di quel rogo , divenne la bandiera dell'anticlericalismo, strumento di quelle battaglie che nulla hanno a che fare con la reale ricostruzione della sua vita. [sarebbe quella fatta da lei??] Il bronzo lo raffigura in abito monacale, con il viso seminascosto da un cappuccio e lo sguardo rivolto verso terra. lo stesso atteggiamento oscuro e ambiguo che il filosofo ebbe nel corso della sua movimentata vita. Bruno mirava a diventare un "capo", ma dovette interrompere la sua "ascesa" quando si trovò davanti un altro "capo" che non si lasciò soggiogare dalla sua "arte magica", quel Clemente VIII che, lasciandolo "abbruciare", lo fece assurgere a "simbolo del libero pensiero". Le ceneri di quel rogo hanno ingiustamente oscurato per ben quattrocento anni la figura di un grande pontefice." Non ho più parole! Suggeritemene qualcuna Voi, cari lettori, se le trovate.
Chi volesse ascoltare, dalla viva voce
dell'autrice la webconference
di presentazione del libro può collegarsi a: http://www.mclink.it/com/itnet/tv/stream.htm Il DOMENICALE
n° 36, sabato 6 settembre 2003 QUELLO STREGONE DI GIORDANO AIl' alba del17 febbraio del 1600, al termine di un folle processo, Clemente VIII accese sulla piazza di Campo de' Fiori il rogo su cui fu condannato a bruciare il filosofo Giordano Bruno da Nola. Per quelle ceneri, la Chiesa non avrebbe mai chiesto perdono. Il fumo di quella disumana pira fu l'ultimo, coerente atto di pensiero dell' ex frate domenicano, facendo cadere il papa Aldobrandini nella vergogna della storia. L'autrice di questo discutibile saggio si chiede se quella di Clemente VIII fu «vera infamia». Non ha dubbi la Pomponio nel sostenere il contrario: il suo pontificato fu costellato non solo dal dominio dell' Inquisizione e della mordacchia, ma anche da successi «politici e religiosi», indicati nella conquista del ducato di Ferrara e nell' abiura del re di Francia Enrico IV. Nel giudizio dell' autrice, Clemente fu dunque un pontefice e un capo di stato "moderno" e "riformista", forse perché impose severe pene nei confronti di quei romani che si dilettavano nel gioco di lanciare sassi contro le carrozze di passaggio. La base storica e documentale su cui si poggia la ricostruzione della Pomponio, proprio non regge. L'autrice ha raccolto il peggio dei riscontri processuali e della letteratura scandalistica anti-bruniana. Per la Pomponio, il «filosofo mirava a non essere condannato come eretico, un altro disperato tentativo del filosofo di salvare la propria vita anche a costo di rinnegare il proprio pensiero». Non basta: «Tutto ciò era sì umanamente comprensibile di fronte alla minaccia del rogo, ma dimostrava come Bruno non avesse il minimo rispetto per le proprie convinzioni. E come, ancor meno, fosse quell' impavido paladino del libero pensiero». È esattamente vero tutto il contrario. Come è stato dimostrato in diversi contributi, Bruno temeva solo di «esser spogliato dall' umana perfezione e giustizia». Difese il suo Denken fino alla consumazione di quell'infame catasta di legna accannata da troppo zelanti tunicati. Considerare il Nolano come un uomo che «utilizzava uomini e situazioni soltanto per raggiungere i propri fini», appartiene a una storia delle interpretazioni che ha decisamente fatto il suo tempo. Ma, nel testo della Pomponio, citazioni del genere abbondano. Di più: «il suo martirio è riuscito ad oscurare quanto di buono il papa Clemente VIII aveva fatto per la Chiesa e per l'Europa». Dovremmo ricordare umilmente alla Pomponio che Bruno non fu uno stregone e non scelse di salire su quel rogo. Ci sarebbe da scrivere un trattato, qualcuno lo ha già fatto (dr. Oltre il tempio. Sul cristianesimo in Giordano Bruno, Ed. Sassoscritto Firenze) per confutare "il finale" del libro: «Le ceneri di quel rogo hanno ingiustamente oscurato per ben quattrocento anni la figura di un grande pontefice». Così è se vi pare. Ogni commento è davvero superfluo e rientra nella sfera di quel" pedantismo" che Bruno ha combattuto per tutta la sua esistenza. Gerardo Picardo
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L’altro volto di Papa Clemente VIII Rita Pomponio tenta di riabilitare il Pontefice che mandò al rogo il frate “ribelle” Giordano Bruno Rivive Clemente VIII Aldobrandini, il papa che
sospinse sulla pira un grande filosofo, Giordano Bruno, con l’accusa
di eresia. Questo avvincente saggio lo riporta tra noi in una nuova
luce, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti e le sue colpe, attraverso
una valida ricostruzione controcorrente dalla quale appare che un
pontefice del XVII secolo non avrebbe mai potuto comportarsi
diversamente. “Se Giordano Bruno è bruciato in un rogo, in un rogo
ideologico è stato gettato anche l’Aldobrandini. Ora Rita Pomponio
gli ha restituito il trono pontificale”. Questo il commento di Antonio
Spinosa impresso sulla copertina dell’ultimo libro di Rita Pomponio
“Il Papa che bruciò Giordano Bruno”
(Edizioni Piemme, pagine 299, Euro 16,90). Antonella Polidori
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Aniello
Montano La fiamma e la farfalla saggi su Giordano Bruno Edizioni MARTE pp.164 - Euro 8,00 I saggi di Aniello Montano, raccolti nel presente volume, si collocano benissimo nella nuova prospettiva di studi bruniani e vanno visti come un importante contributo. Montano è già ben conosciuto nel campo di questi studi, soprattutto per il bel saggio su La mente e la mano. Aspetti della storicità del sapere e del primato del fare in Giordano Bruno (Napoli 2000). Qui, va apprezzata anzitutto la straordinaria concentrazione degli Appunti sul rapporto religione-filosofia, un rapido profilo di Bruno alla luce del tema che dà unità a tutta la sua riflessione, misurata con cenni sapienti sul rapporto Erasmo- Bruno (unità e lontananza!), e sulla potenza di una cosmologia - quella bruniana - che si porta assai oltre Copernico, e piuttosto verso Galilei e perfino Newton, in una visione che fa unità della materia e della vita, che rinnova l'idea di spazio, che guarda Dio e la Provvidenza ab intra, che abbandona tutti gli schemi di una filosofia cristiana senza lasciarsi sedurre dalla pur consapevole finitezza dell'uomo, che rompe con ogni universo centrato per dar vita a mondi infiniti dentro i quali l'intelligenza può comunque penetrare allontanandosi da ogni antropocentrismo, da ogni visione comunque addolcita del rapporto fra l'uomo e il mondo, i mondi. Un difficilissimo equilibrio che si vede - e Montano ricostruisce - in pagine tormentate e difficili del grande filosofo, il quale risponde alla crisi del tempo dall'interno di quella visione cosmologica, e ricostruendo un terreno di unità fra filosofia, religione, politica, idea insomma di una "riforma" del mondo". ( Dalla Prefazione di Biagio de Giovanni) |
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Se, dopo aver letto il libro della Pomponio, recensito sopra, volete riconciliarvi con la verità e il rigore critico, questa raccolta di saggi di Aniello Montano è l'ideale. Negli Appunti sul rapporto religione-filosofia, dall'analisi approfondita dell'assoluto anticristianesimo di Bruno, emerge evidente, ad ogni passo, la inoppugnabile, tenace difesa del Nolano, se necessario fino alle estreme conseguenze, dei concetti di parresia e di libertas philosophandi. Nel saggio che accompagna la riproposizione della famosa lettera di Gaspare Schopp a Corrado Rittershausen, che Montano fu il primo a presentare in traduzione italiana, ho trovato di particolare interesse l'analisi, attraverso il carteggio intercorso tra Galileo Galilei e il suo allievo polacco Martino Hasdale, dei continui, motivati rimproveri che il grande astronomo Giovanni Keplero mosse allo scienziato pisano, per aver ripreso e amalgamato all'interno delle sue teorie temi dottrinari e ipotesi scientifiche di Bruno, senza mai neppure nominarlo.
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Prefazione del Prof. Piergiorgio Odifreddi Quando si dice memoria, si pensa a Pico della Mirandola. E si crede
alla fortuna, che gli aveva regalato un cervello speciale. E si sbaglia,
perché Pico sarà anche stato particolarmente dotato, ma usava comunque
una precisa tecnica per ricordare. Una tecnica dalle origini antiche, che
nel Rinascimento conobbe il periodo del suo massimo splendore. Una tecnica
di cui oggi, ironicamente, si è quasi completamente persa memoria. Quasi,
perché esiste almeno una persona che l’ha riesumata e rivitalizzata.
Questa persona si chiama Gianni Golfera, ed è poco più che un ragazzo.
Si esibisce in pubblico, e vederlo in azione è impressionante. Gli
spettatori gli propongono una lista interminabile di numeri, scelti a
caso. Dopo averli uditi una sola volta lo mnemonista è in grado di
ripeterli dal primo all'ultimo. E, per buona misura, dall'ultimo al primo.
Può farlo con diecimila cifre o con diecimila colori, letteralmente. E ha
già memorizzato centinaia di libri e migliaia di poesie. Ma il suo scopo
non è “épater les bourgeois”. Vuole piuttosto far conoscere la sua
tecnica, insegnarla, e renderla praticabile a chiunque. Per questo ha
scritto “Arte della memoria”.
Prefazione del Prof. Franco Cardini Scire est meminisse: sapere è ricordare Vecchia massima socratico-platonica, che per molte generazioni è stata
insegnata e ripetuta fino nei primi banchi di scuola. Poi, in gran parte
per colpa di pedagogisti, insegnanti e genitori “progressisti”, si è
andata perdendo – insieme con il latino – anche la coscienza e (è il
caso di dirlo) la memoria di questo aureo detto. E il suo oblio, anzi la
lotta contro la memoria, magari nel nome – udite udite – della
ragione, dell’intelligenza e della libertà, è stato forse l’inizio
della fine della nostra cultura. Una fine che non è ancora arrivata,
certo: ma che avanza a gran passi, sulle ali nere dell’oblio.
Dimentichiamo tutto: le raccomandazioni dei familiari, le parole ed i
gesti della nostra infanzia (quel che dovrebbe essere il bagaglio su cui
si fonda l’intera esistenza), i nostri sogni, gli insegnamenti ricevuti
in famiglia o a scuola o in parrocchia o dove altro volete; e quindi poi
dimentichiamo gli oggetti fondamentali che ci aiutano a vivere (i
documenti, le chiavi di casa e della macchina, l’agenda: il massimo dei
paradossi, dimentichiamo quel che ci serve per ricordare….), e poi gli
appuntamenti, e quindi le scadenze. Per non parlare degli indirizzi e dei
numeri di telefono: lì, anzi, vige il diffuso e riconosciuto diritto
all’oblio.
CERVELLO: MEMORIA PERFETTA, BASTA PENSARE PER IMMAGINI TRUCCHI SVELATI DA 'RE' DELLA MEMORIA, GIANNI GOLFERA, IN LIBRO (ANSA) - ROMA, 13 MAG - Il trucco per avere una memoria perfetta e'
pensare per immagini, associando cioe' una formula, una frase, le pagine
di un libro a una serie di foto mentali concatenate tra di loro in una
sequenza logica. Non e' una delle solite ricette di potenziamento della
memoria che promettono l'impossibile, ma un metodo testato in prima
persona dal piu' grande mnemonista oggi noto in tutto il mondo, Gianni
Golfera, che ne e' testimone vivente e lo racconta nel suo libro 'La
memoria emotiva'.
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