"Rivive Clemente VIII Aldobrandini, il papa che sospinse sulla pira un grande filosofo, Giordano Bruno, con l'accusa di eresia. Questo avvincente saggio lo riporta tra noi in una nuova luce, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti e le sue colpe, attraverso una valida ricostruzione controcorrente dalla quale appare che un pontefice del XVII secolo non avrebbe mai potuto comportarsi diversamente. Se Giordano Bruno è bruciato in un rogo, in un rogo ideologico è stato gettato anche l'Aldobrandini. Ora Rita Pomponio gli ha restituito il trono pontificale".

Antonio Spinosa

 

Rita Pomponio
Il Papa che bruciò Giordano Bruno
Edizioni PIEMME
p
p. 304 - Euro 16,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta

All’alba del 17 febbraio del 1600, al termine di un estenuante processo, Clemente VIII accese il rogo su cui, sulla piazza di Campo de’ Fiori, fu condannato a bruciare Giordano Bruno. Il fumo di quella pira consacrò il filosofo a supremo difensore del libero pensiero, e sprofondò papa Aldobrandini nell’oblio della storia.
Ma fu "vera infamia"? Nient’affatto, perché Clemente VIII fu in realtà autentico protagonista di un’epoca turbolenta, insanguinata da lotte fratricide e di potere. E il suo pontificato fu costellato non solo da celebri e avvincenti processi, ma anche da clamorosi successi politici e religiosi: dalla conquista del ducato di Ferrara, all’abiura del re di Francia Enrico IV, alle riforme attuate sulla base del Concilio di Trento. Clemente istituì la prima scuola pubblica per i fanciulli del popolo. Vietò a magistrati e carcerieri di accettare regalie dai detenuti. Emanò nuove leggi per arginare la "criminale abitudine", che si stava diffondendo tra i rampolli della nobiltà, di uccidere i genitori per ereditarne il patrimonio. E impose severe pene nei confronti di quei romani che si dilettavano in un assurdo gioco: lanciare sassi contro le carrozze di passaggio, con gravi conseguenze per i passeggeri. Fu, insomma, un pontefice e un capo di stato "moderno" e "riformista", impegnato a contrastare crimini che, quattrocento anni dopo, non hanno cessato di tormentarci.

RITA POMPONIO è nata a Roma nel 1956. Giornalista, collabora con Rai International ed è direttore responsabile della rivista culturale Gabinus. Ha ottenuto diversi riconoscimenti letterari e pubblicato, tra l’altro, il romanzo Il prisma di cristallo.


Menzogna e verità       di Guido del Giudice

Che Bruno scateni passioni, le più opposte ed estreme, è risaputo e più volte anch'io ho sottolineato negativamente le numerose strumentalizzazioni che, da una parte e dall'altra dei due schieramenti, sono state fatte del suo pensiero e della sua vicenda umana. Si era comunque quasi sempre trattato di punti di vista diversi che venivano espressi sul terreno di un sostanziale riconoscimento, come dei difetti, anche dei grandi meriti come uomo e come pensatore del filosofo Nolano. Non mi era mai capitato di leggere invece, anche nei più partigiani attacchi clericali, una ricostruzione che si muovesse in un ambiente di così astiosa falsità storica e intellettuale come quella che conduce l'autrice di quest'opera. Per dipingere a tinte fosche la figura del Nolano costei, con uno zelo da carnefice superiore a quello dello stesso papa Aldobrandini, ha raccolto esclusivamente il peggio dei riscontri processuali, della critica e della letteratura scandalistica anti-bruniana da John Bossy ad Anna Foa.
Ciò che provoca particolarmente il risentimento della Pomponio sembra essere questa figura di eroe del libero pensiero, e lo sottolinea più volte:
[...]Si dichiarò disposto sì ad abiurare, ma a condizione che le proposizioni contestate venissero dichiarate eretiche "ex nunc". Il filosofo mirava cioè a non essere condannato come eretico, ma come persona che si è espressa erroneamente su una materia incerta e non ancora ben definita neppure dalla stessa Chiesa. Era questo un altro disperato tentativo del filosofo di salvare la propria vita anche a costo di rinnegare il proprio pensiero.
L'imputato, consapevole di incorrere in una terribile pena, asseriva infatti che egli nei suoi scritti non si era mai espresso come eretico, ma che le sue dottrine erano state male interpretate dai membri dell'Inquisizione. Tutto ciò era sì umanamente comprensibile di fronte alla minaccia del rogo, ma dimostrava come Bruno non avesse il minimo rispetto per le proprie convinzioni. [???] E come, ancor meno, fosse quell' impavido paladino del libero pensiero."

Non so se il palese odio per Bruno sia un fastidio precostituito, viscerale per questa figura di "eroe del libero pensiero" (che neanch'io, per motivi diversi, amo molto) o sia frutto di una eccessiva immedesimazione nella sua creatura, nel personaggio di Clemente VIII da lei creato.
Ignoro inoltre le convinzioni religiose e ideologiche che possano aver spinto costei a  descrivere così la figura e la condanna di Bruno:
[...]"Quel 17 di febbraio, un venerdì, a Roma soffiava un gelido vento di tramontana che avrebbe probabilmente alimentato le fiamme del rogo. La piazza di Campo de' Fiori era gremita di penitenti che si trovavano in città per l'Anno Santo. Alla vista del condannato tutti si fecero il segno della croce e gli gridarono: "Pentiti dei tuoi peccati o brucerai nel fuoco eterno!".
Il filosofo che non poteva rispondere a causa della "mordacchia" che gli teneva a freno la lingua, li guardava con disprezzo. in quel momento le uniche fiamme che lo preoccupavano veramente erano quelle del rogo. Anche Clemente VIII era preoccupato per la risonanza che quella condanna avrebbe avuto in tutta l'Europa. il papa si rendeva conto che molti nemici del cristianesimo avrebbero approfittato dell'esecuzione per screditare sia la Chiesa sia lo stesso pontefice. E qualcuno già esaltava "le gesta" di quell' ex frate che era stato un bestemmiatore, intollerante e razzista. Un razzismo che Giordano Bruno perpetrava soprattutto verso gli ebrei, che egli odiava profondamente. Un uomo vendicativo e permaloso, opportunista e con un carattere fortemente contraddittorio. egli, accanto al sapere più elevato, mostrava di possedere lati estremamente squallidi e volgari. Un individuo che non provava né stima né rispetto per alcuno, e aveva un'elevata considerazione soltanto per se stesso. Inoltre utilizzava uomini e situazioni soltanto per raggiungere i propri fini. tuttavia la sua non indifferente cultura e la spiccata intelligenza, nonché una rara perspicacia, gli permettevano di catturare gli animi, lasciando così un indelebile ricordo della sua esistenza. tanto che il suo martirio è riuscito ad oscurare quanto di buono il papa Clemente VIII aveva fatto per la Chiesa e per l'Europa. Forse in questo senso vanno interpretate le ultime parole attribuite al condannato, quelle che avrebbe detto non appena i giudici gli avevano letto la sua condanna a morte: "Voi pronunciate la sentenza con maggiore paura di quella con la quale io l'ascolto". Nello stesso momento in cui Giordano Bruno bruciava, il papa, in ginocchio, da penitente, saliva lungo la Scala Santa."
Se è lecito nutrire simpatia e antipatia per un personaggio, non è però ammissibile contrabbandare le proprie idee personali come ricostruzioni storiche.Si può, secondo Voi, descrivere così colui che, in ogni caso, anche il più astioso dei suoi detrattori ha sempre riconosciuto come uno dei massimi filosofi e uomini di cultura di quel tempo?  In tutto il libro Bruno viene una sola volta chiamato "grande filosofo", ed è nel commento di copertina di Antonio Spinosa, per il resto è uno stregone presuntuoso, traditore ed insolente.
E tutto per difendere un papa notoriamente simoniaco, rapace e ambiguo per antonomasia come Clemente VIII !
Invece per la ineffabile Pomponio, il pontefice distribuiva tutte le cariche importanti solo ai suoi familiari perché erano i più bravi e i più capaci, confiscava patrimoni a più non posso non per avidità ma per fare beneficenza, squartava e abbrustoliva presunti eretici e presunti parricidi (vedi Betrice Cenci) per carità cristiana. Però era un mecenate e commissionava a grandi artisti opere notevoli: poco importa che si trattasse di ristrutturazioni faraoniche di proprietà requisite ed acquisite al patrimonio degli Aldobrandini o realizzazioni di sfarzosi monumenti sepolcrali dedicati alla madre, al padre, al fratello, al fratellastro del pontefice!
I sospetti? Tutte maldicenze messe in giro dagli spagnoli o da cardinali invidiosi!  
E allora come osa questo indegno ex frate oscurare ancor oggi la figura e l'opera di questo integerrimo, luminoso esempio di altruismo e di carità cristiana?  Sentite il degno finale:
"Il 9 giugno 1889, in Campo de' Fiori, fu eretta una statua in onore di Giordano Bruno, per rendere omaggio "all'uomo dalle libere idee", che, in virtù di quel rogo , divenne la bandiera dell'anticlericalismo, strumento di quelle battaglie che nulla hanno a che fare con la reale ricostruzione della sua vita. [sarebbe quella fatta da lei??] Il bronzo lo raffigura in abito monacale, con il viso seminascosto da un cappuccio e lo sguardo rivolto verso terra. lo stesso atteggiamento oscuro e ambiguo che il filosofo ebbe nel corso della sua movimentata vita.
Bruno mirava a diventare un "capo", ma dovette interrompere la sua "ascesa" quando si trovò davanti un altro "capo" che non si lasciò soggiogare dalla sua "arte magica", quel Clemente VIII che, lasciandolo "abbruciare", lo fece assurgere a "simbolo del libero pensiero". Le ceneri di quel rogo hanno ingiustamente oscurato per ben quattrocento anni la figura di un grande pontefice."
 Non ho più parole! Suggeritemene qualcuna Voi, cari lettori, se le trovate.

 

Chi volesse ascoltare, dalla viva voce dell'autrice la webconference di presentazione del libro può collegarsi a: http://www.mclink.it/com/itnet/tv/stream.htm


  Il DOMENICALE                                                                                                                                                n° 36,   sabato 6 settembre 2003

QUELLO STREGONE DI GIORDANO

 

AIl' alba del17 febbraio del 1600, al termine di un folle processo, Clemente VIII accese sulla piazza di Campo de' Fiori il rogo su cui fu condannato a bruciare il filosofo Giordano Bruno da Nola. Per quelle ceneri, la Chiesa non avrebbe mai chiesto perdono. Il fumo di quella disumana pira fu l'ultimo, coerente atto di pensiero dell' ex frate domenicano, facendo cadere il papa Aldobrandini nella vergogna della storia. L'autrice di questo discutibile saggio si chiede se quella di Clemente VIII fu «vera infamia». Non ha dubbi la Pomponio nel sostenere il contrario: il suo pontificato fu costellato non solo dal dominio dell' Inquisizione e della mordacchia, ma anche da successi «politici e religiosi», indicati nella conquista del ducato di Ferrara e nell' abiura del re di Francia Enrico IV. Nel giudizio dell' autrice, Clemente fu dunque un pontefice e un capo di stato "moderno" e "riformista", forse perché impose severe pene nei confronti di quei romani che si dilettavano nel gioco di lanciare sassi contro le carrozze di passaggio. La base storica e documentale su cui si poggia la ricostruzione della Pomponio, proprio non regge. L'autrice ha raccolto il peggio dei riscontri processuali e della letteratura scandalistica anti-bruniana. Per la Pomponio, il «filosofo mirava a non essere condannato come eretico, un altro disperato tentativo del filosofo di salvare la propria vita anche a costo di rinnegare il proprio pensiero». Non basta: «Tutto ciò era sì umanamente comprensibile di fronte alla minaccia del rogo, ma dimostrava come Bruno non avesse il minimo rispetto per le proprie convinzioni. E come, ancor meno, fosse quell' impavido paladino del libero pensiero». È esattamente vero tutto il contrario. Come è stato dimostrato in diversi contributi, Bruno temeva solo di «esser spogliato dall' umana perfezione e giustizia». Difese il suo Denken fino alla consumazione di quell'infame catasta di legna accannata da troppo zelanti tunicati. Considerare il Nolano come un uomo che «utilizzava uomini e situazioni soltanto per raggiungere i propri fini», appartiene a una storia delle interpretazioni che ha decisamente fatto il suo tempo. Ma, nel testo della Pomponio, citazioni del genere abbondano. Di più: «il suo martirio è riuscito ad oscurare quanto di buono il papa Clemente VIII aveva fatto per la Chiesa e per l'Europa». Dovremmo ricordare umilmente alla Pomponio che Bruno non fu uno stregone e non scelse di salire su quel rogo. Ci sarebbe da scrivere un trattato, qualcuno lo ha già fatto (dr. Oltre il tempio. Sul cristianesimo in Giordano Bruno, Ed. Sassoscritto Firenze) per confutare "il finale" del libro: «Le ceneri di quel rogo hanno ingiustamente oscurato per ben quattrocento anni la figura di un grande pontefice». Così è se vi pare. Ogni commento è davvero superfluo e rientra nella sfera di quel" pedantismo" che Bruno ha combattuto per tutta la sua esistenza.       

 Gerardo Picardo

 


                                                                                                mercoledì 28 gennaio 2004

L’altro volto di Papa Clemente VIII

Rita Pomponio tenta di riabilitare il Pontefice che mandò al rogo il frate “ribelle” Giordano Bruno

 

Rivive Clemente VIII Aldobrandini, il papa che sospinse sulla pira un grande filosofo, Giordano Bruno, con l’accusa di eresia. Questo avvincente saggio lo riporta tra noi in una nuova luce, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti e le sue colpe, attraverso una valida ricostruzione controcorrente dalla quale appare che un pontefice del XVII secolo non avrebbe mai potuto comportarsi diversamente. “Se Giordano Bruno è bruciato in un rogo, in un rogo ideologico è stato gettato anche l’Aldobrandini. Ora Rita Pomponio gli ha restituito il trono pontificale”. Questo il commento di Antonio Spinosa impresso sulla copertina dell’ultimo libro di Rita Pomponio “Il Papa che bruciò Giordano Bruno”  (Edizioni Piemme, pagine 299, Euro 16,90).
Una biografia che rivaluta la figura di Clemente VIII, uno dei pontefici più criticati della storia della Chiesa, un racconto semplice ma dettagliato, che conduce il lettore negli intrighi e nelle trame di un’epoca turbolenta, insanguinata da lotte fratricide e di potere.
La fama di Clemente VIII, oscurata e schiacciata dal peso enorme della condanna a morte dell’ex frate domenicano e della nobile famiglia Cenci, viene riabilitata, dalla Pomponio, attraverso un’analisi complessiva del suo pontificato.
Durante il suo governo, molti furono i successi politici: dalla conquista del ducato di Ferrara all’abiura del re di Francia Enrico IV, sino alle riforme attuate sulla base del Concilio di Trento. Inoltre il Papa si adoperò attivamente per contrastare dilaganti malcostumi come l’assurdo gioco di alcuni romani che lanciavano sassi contro le carrozze in transito nelle vie della città. Emise leggi severissime contro coloro che praticavano l’usura  e che spesso conducevano le proprie vittime alla disperazione e al suicidio.
Questo romanzo che ha scatenato numerose polemiche tra i “seguaci” del libero pensiero di Giordano Bruno, non appare affatto come un desiderio di esaltazione (papale) né come un insano spirito detrattore dell’autrice nei confronti del filosofo nolano, ma si presenta come una rilettura delle gesta dell’Aldobrandini inserite esclusivamente in quel contesto storico, e che non è possibile giudicare dopo quattrocento anni.
La figura di Giordano Bruno emerge pian piano, nel corso della lettura, e si delinea come quella di un pensatore solo in parte “libero”, capace di abiurare rinnegando più volte quanto aveva con forza asserito, nel tentativo di evitare la condanna al rogo.
Il giudizio dell’autrice su Giordano non è, perciò, un giudizio arbitrario, ma il naturale convincimento di chi ha letto gli atti del processo a carico del nolano, e quindi, le sue edificanti “gesta” in giro per le Corti europee, e il suo “gioco” perverso di abiurare per poi rinnegare tutto. “Quell’ex  frate era stato un bestemmiatore, intollerante e razzista. Un razzismo che Giordano Bruno perpetrava soprattutto verso gli ebrei, che egli odiava profondamente. Un uomo vendicativo e permaloso (…) che aveva una elevata considerazione soltanto per se stesso. Tuttavia la sua non indifferente cultura e la spiccata intelligenza, nonché una rara perspicacia, gli permettevano di catturare gli animi, lasciando così un indelebile ricordo della sua esistenza”.
Lo stesso indelebile ricordo che ancora oggi alimenta l’ammirazione di molti, i quali vedono in lui un vessillo del “libero pensiero”, Un pensiero, però, che egli stesso aveva spesso rinnegato. Un filosofo grande per certi versi, ma che forse deve la sua gloria proprio al fatto che, il 17 febbraio del 1600, fu arso in una pubblica piazza. E proprio il fumo di quella pira gli ha consegnato una fama che, leggendo l’opera della Pomponio, appare del tutto esagerata.

 Antonella Polidori

 



 




ANIELLO MONTANO ha insegnato Storia della filosofia nell' Università di Genova dal 1988 al 1991. Attualmente insegna Storia della filosofia nell'Università di Salerno.
Ha tradotto, introdotto e commentato opere di Hobbes (Logica Antropologia Politica, Napoli 1988) e di Spinoza (Trattato politico, Napoli 1992). Ha curato la ristampa del saggio su Spinoza di Giuseppe Rensi (Milano 1993). Ha pubblicato su Sartre tre volumi, Sartre. Le tensioni inquiete della coscienza (Napoli 1984), Note sartriane per una morale (Napoli 1984), Il disincanto della modernità. Saggi su Sartre (Napoli 1994) e alcuni saggi.
Gli ultimi suoi volumi sono Storia e convenzione. Vico contra Hobbes (Napoli 1996); La proposta di Nicola Valletta nel dibattito settecentesco sulla riforma dell'Università di Napoli (Napoli 1999); La mente e la mano. Aspetti della storicità del sapere e del primato del fare in Giordano Bruno (Napoli 2000) e Il prisma a specchio della realtà. Percorsi di filosofia italiana tra Ottocento e Novecento (Napoli 2002).

Aniello Montano
La fiamma e la farfalla
saggi su Giordano Bruno
Edizioni MARTE
p
p.164 - Euro 8,00

I saggi di Aniello Montano, raccolti nel presente volume, si collocano benissimo nella nuova prospettiva di studi bruniani e vanno visti come un importante contributo. Montano è già ben conosciuto nel campo di questi studi, soprattutto per il bel saggio su La mente e la mano. Aspetti della storicità del sapere e del primato del fare in Giordano Bruno (Napoli 2000). Qui, va apprezzata anzitutto la straordinaria concentrazione degli Appunti sul rapporto religione-filosofia, un rapido profilo di Bruno alla luce del tema che dà unità a tutta la sua riflessione, misurata con cenni sapienti sul rapporto Erasmo- Bruno (unità e lontananza!), e sulla potenza di una cosmologia - quella bruniana - che si porta assai oltre Copernico, e piuttosto verso Galilei e perfino Newton, in una visione che fa unità della materia e della vita, che rinnova l'idea di spazio, che guarda Dio e la Provvidenza ab intra, che abbandona tutti gli schemi di una filosofia cristiana senza lasciarsi sedurre dalla pur consapevole finitezza dell'uomo, che rompe con ogni universo centrato per dar vita a mondi infiniti dentro i quali l'intelligenza può comunque penetrare allontanandosi da ogni antropocentrismo, da ogni visione comunque addolcita del rapporto fra l'uomo e il mondo, i mondi. Un difficilissimo equilibrio che si vede - e Montano ricostruisce - in pagine tormentate  e difficili del grande filosofo, il quale risponde alla crisi del tempo dall'interno di quella visione cosmologica, e ricostruendo un terreno di unità fra filosofia, religione, politica, idea insomma di una "riforma" del mondo".

( Dalla Prefazione di Biagio de Giovanni)



Se, dopo aver letto il libro della Pomponio, recensito sopra, volete riconciliarvi con la verità  e il rigore critico, questa raccolta di saggi di Aniello Montano è l'ideale. Negli Appunti sul rapporto religione-filosofia, dall'analisi approfondita dell'assoluto anticristianesimo di Bruno, emerge evidente, ad ogni passo, la inoppugnabile, tenace difesa del Nolano, se necessario fino alle estreme conseguenze, dei concetti di parresia e di libertas philosophandi.
Nel saggio che accompagna la riproposizione della famosa lettera di Gaspare Schopp a Corrado Rittershausen, che Montano fu il primo a presentare in traduzione italiana, ho trovato di particolare interesse l'analisi, attraverso il carteggio intercorso tra Galileo Galilei e il suo allievo polacco Martino Hasdale, dei continui, motivati rimproveri che il grande astronomo Giovanni Keplero mosse allo scienziato pisano, per aver ripreso e amalgamato all'interno delle sue teorie temi dottrinari e ipotesi scientifiche di Bruno, senza mai neppure nominarlo.

 

 

 


 

Titolo La memoria emotiva. Un grande mnemonista ci spiega il metodo più semplice e rapido per ricordare
Autore Golfera Gianni
Prezzo
 € 15,00
Dati 176 p., ill., ril.
Anno 2003
Editore Sperling & Kupfer
Collana Le grandi guide
 

 



Prefazione del Prof. Piergiorgio Odifreddi

UN LIBRO MEMORABILE

Quando si dice memoria, si pensa a Pico della Mirandola. E si crede alla fortuna, che gli aveva regalato un cervello speciale. E si sbaglia, perché Pico sarà anche stato particolarmente dotato, ma usava comunque una precisa tecnica per ricordare. Una tecnica dalle origini antiche, che nel Rinascimento conobbe il periodo del suo massimo splendore. Una tecnica di cui oggi, ironicamente, si è quasi completamente persa memoria. Quasi, perché esiste almeno una persona che l’ha riesumata e rivitalizzata. Questa persona si chiama Gianni Golfera, ed è poco più che un ragazzo. Si esibisce in pubblico, e vederlo in azione è impressionante. Gli spettatori gli propongono una lista interminabile di numeri, scelti a caso. Dopo averli uditi una sola volta lo mnemonista è in grado di ripeterli dal primo all'ultimo. E, per buona misura, dall'ultimo al primo. Può farlo con diecimila cifre o con diecimila colori, letteralmente. E ha già memorizzato centinaia di libri e migliaia di poesie. Ma il suo scopo non è “épater les bourgeois”. Vuole piuttosto far conoscere la sua tecnica, insegnarla, e renderla praticabile a chiunque. Per questo ha scritto “Arte della memoria”.
Nè Pico ne Golfera sono come il personaggio di quel memorabile racconto di Borges che si intitolava “Funes, o della memoria”. Funes era un malato: non sapeva dimenticare, era condannato a ricordare tutto. Casi del genere esistono veramente, e il neuropsicologo russo Alexander Luria ne ha raccontato uno nel classico “Un piccolo libro, una grande memoria” (Editori Riuniti, 1991). Ma non poter cancellare i ricordi è una tragedia: senza oblio non si superano dolori e perdite, non si eliminano i rifiuti, non si fa ordine in testa, non si può neppure pensare. Borges lo dice chiaramente: nel mondo di Funes, sovraccarico di dettagli particolari, non ci sono idee universali. Naturalmente, tutti noi abbiamo semmai il problema contrario: non ricordare abbastanza, e trattenere troppo poco di ciò che viviamo. Proprio per ovviare a questo problema è nata l'arte della memoria, basata su un intero arsenale di tecniche. Da un certo punto di vista, la stessa scrittura è una tecnica di memoria: lo sapeva bene Platone, che nel “Fedro” temeva che lo scrivere avrebbe atrofizzato il ricordare. E aveva ragione, perché oggi noi scarichiamo quasi completamente sulla scrittura ogni forma di ricordo non rudimentale: facciamo anche i conti più semplici con carta e penna (o, peggio, a macchina), prepariamo liste per la spesa, prendiamo appunti alle lezioni, registriamo gli appuntamenti sull'agenda, ...
Ovviamente, la memoria scritta contenuta nei libri e nelle enciclopedie ha anche enormi vantaggi: è praticamente illimitata nello spazio, e può essere tramandata nel tempo. Ma i libri non sono sempre esistiti. E quando non c'erano, o non erano abbastanza diffusi, la memoria aveva bisogno di altri aiuti. Sostanzialmente, li trovò in due direzioni complementari: nelle immagini visive, e nelle forme simboliche. Entrambe le tecniche sono presenti, ad esempio, nella tradizione religiosa mediorientale. Il metodo delle immagini è caratteristico del cristianesimo, che ha tradotto il messaggio evangelico in una concreta iconografia mnemonica. Il metodo delle forme è invece tipico dell'ebraismo e dell'islam, che hanno preferito usare astratti intrecci e arabeschi. La contrapposizione è evidente nell'architettura religiosa, e rende conto delle differenze tra la chiese cristiane da un lato, e le sinagoghe e le moschee dall'altro. La stessa dicotomia si trova all'interno del buddismo tibetano, che oggi va tanto di moda. Da un lato, i “mandala” costituiscono una vera e propria mappa sensoriale destinata a ricordare all'iniziato il percorso da seguire nella meditazione, per arrivare all'illuminazione. Dall'altro lato, gli “yantra” svolgono la stessa funzione in maniera più cerebrale, sostituendo i variopinti idoli dei mandala con complicate figure geometriche. Il richiamo alla matematica non è casuale, perché anche in essa ritroviamo le due tecniche di memoria alle quali abbiamo accennato. Che corrispondono, rispettivamente, alle due branche della matematica classica: la “geometria” e l' “aritmetica”. Nella prima le dimostrazioni vengono sostenute da un'intuizione visiva che si appoggia alle figure. Nella seconda si procede invece con sole deduzioni logiche, schematicamente codificate nel principio di induzione. Ancor meno casuale è il fatto che la mnemotecnica classica si sia basata pure essa sulle due tecniche, dando luogo a due scuole contrapposte. La prima, alla quale si ispira Golfera, è la più antica. Le sue origini si perdono nella mitologia egizia, poi confluita nel già citato “Fedro” platonico. La sua prima testimonianza storica risale a Simonide di Ceo, nel quinto secolo a.C. Dopo il crollo del tetto, durante un banchetto dal quale si era assentato per un momento, il poeta ricordò perfettamente i posti ai quali erano seduti tutti i commensali. E capì che la memoria poteva essere aiutata da associazioni visive, quale appunto la disposizione delle persone a tavola.
Su questo principio, di ricordare mediante immagini, si basarono le tecniche mnemoniche adottate nella dialettica greca dai sofisti, nella retorica romana da Cicerone e Agostino, nella scolastica domenicana da Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, nell'ermetismo rinascimentale da Giulio Camillo e Giordano Bruno. E, ancora oggi, nella pubblicità: da cui la profusione di “tette e culi” per vendere prodotti di qualunque genere, e non solo latte o carta igienica.
L'altra scuola mnemonica è più recente: si ispira alla cabala ebraica e ai diagrammi di Raimondo Lullo. Dopo essere stata adottata dagli scolastici francescani e da Pietro Ramo, essa confluì nella logica moderna attraverso Leibniz. La cosa non deve stupire: l'idea di Lullo era infatti che per ricordare si dovessero fare non associazioni sensoriali e intuitive, ma classificazioni razionali e simboliche. Le due scuole, come si può immaginare, sono più complementari che contrapposte. Dove le classificazioni sono possibili, cioè in matematica e nella scienza, il formalismo è lo strumento essenziale. Dove non sono possibili, è inutile. In Giordano Bruno, tanto per fare un esempio, le due tecniche convissero tranquillamente: basta sfogliare le “Ombre delle idee”, per trovarvi sia immagini che diagrammi. E la moderna multimedialità non è altro, appunto, che una confluenza tra le immagini sensoriali del video e la logica simbolica del calcolatore. Oggi, volendo definire l'arte della memoria, potremmo dire semplicemente che è la “scienza della comunicazione”: come associare immagini a cose e parole, affinché queste rimangano impresse. Come tale, ovviamente, una forma rudimentale di arte della memoria la usano molti: soprattutto coloro (politici, preti, pubblicitari) che mirano più a convincere che a persuadere.
Golfera ne pratica e insegna, invece, una forma non solo più elevata, ma anche più utile alla gente comune. Il fine è di ampliare e fortificare la memoria, affinché essa sia in grado di sfruttare a pieno le sue potenzialità. Il mezzo è l'uso dei classici luoghi della memoria (stanze, teatri, palazzi) nei quali disporre in maniera indimenticabile le cose che si vogliono ricordare. Non è necessario diventare dei Giordano Bruno o dei Matteo Ricci, e riuscire a stupire gli inglesi o i cinesi. Basterebbe già riuscire a stupire noi stessi, oltre che amici e parenti, ricordando nomi, numeri di telefono, appuntamenti, fatti, nozioni, e non ricordo più quant'altro volevo aggiungere. Il che significa, evidentemente, che anch'io ho un gran bisogno dei consigli di questo memorabile libro.



Prefazione del Prof. Franco Cardini

Scire est meminisse: sapere è ricordare

Vecchia massima socratico-platonica, che per molte generazioni è stata insegnata e ripetuta fino nei primi banchi di scuola. Poi, in gran parte per colpa di pedagogisti, insegnanti e genitori “progressisti”, si è andata perdendo – insieme con il latino – anche la coscienza e (è il caso di dirlo) la memoria di questo aureo detto. E il suo oblio, anzi la lotta contro la memoria, magari nel nome – udite udite – della ragione, dell’intelligenza e della libertà, è stato forse l’inizio della fine della nostra cultura. Una fine che non è ancora arrivata, certo: ma che avanza a gran passi, sulle ali nere dell’oblio. Dimentichiamo tutto: le raccomandazioni dei familiari, le parole ed i gesti della nostra infanzia (quel che dovrebbe essere il bagaglio su cui si fonda l’intera esistenza), i nostri sogni, gli insegnamenti ricevuti in famiglia o a scuola o in parrocchia o dove altro volete; e quindi poi dimentichiamo gli oggetti fondamentali che ci aiutano a vivere (i documenti, le chiavi di casa e della macchina, l’agenda: il massimo dei paradossi, dimentichiamo quel che ci serve per ricordare….), e poi gli appuntamenti, e quindi le scadenze. Per non parlare degli indirizzi e dei numeri di telefono: lì, anzi, vige il diffuso e riconosciuto diritto all’oblio.
Al riguardo, la scuola “laica, democratica e progressista” affermatasi a partire dagli Anni Sessanta ha responsabilità immense. I non più giovanissimi ricorderanno con angoscia, magari con fastidio e perfino con rabbia, le solite polemiche – eppure, a sentirle allora, parevano così intelligenti, così “avanzate” – contro “l’apprendimento mnemonico” e quindi il “nozionismo”. Oh, l’odio affermato contro “l’imparar a memoria”, non importa a che cosa si applicasse, dal “Cantami o diva” all’”Oh Valentino vestito di nuovo”! Che orrore, si diceva, costringere i bambini a quell’inutile e sciocca tortura!
Eppure, crescendo e più tardi invecchiando, ci si accorgeva di quanto importante fosse lo strumento della memoria. E tutti noi, dagli esami di maturità a quelli successivi, con tutti i test attitudinali del caso, ci esercitavamo ad architettare sistemi per meglio ricordare le cose, o per dimenticare il meno possibile. Costruivamo strane associazioni visivo-mentali, inventavamo goffe rime e ridicoli ritornelli, ci esercitavamo in improbabili ed improvvisate artes combinatoriae “fai-da-te”, in magari zoppicanti concatenazioni, in apparentemente assurdi e comunque rigorosamente personali codici mnemonici. E quante volte molti di noi, all’ennesima agenda perduta, ci siamo chiesti per quale malvagia forma di perversione logica dovevamo affidarci ad un libretto piene di parole scritte in fretta e furia o ad un coso elettronico dal dubbio, misterioso funzionamento, mentre avevamo buttato in un’immaginaria pattumiera proprio la prima e la più prodigiosa fra le agende naturali di cui la Provvidenza ci aveva fornito, la memoria. Non sarebbe stato come farsi strappare i denti per sostituirli poi con una costosa, scomoda e malsicura dentiera?
Tutti noi ricordiamo ed escogitiamo mezzi e sistemi atti a meglio fissare i nostri ricordi. E’ una cosa naturale: e credo che quasi tutti noi siamo, al riguardo, molto più abili di quanto noi crediamo. Certo, non c’è organo che non sia sviluppato dall’uso. Non so se la memoria umana sia limitata: certo è come quella di un computer, ce ne vuole prima di riempirla tutta: anzi, vi sono funzioni che paiono dilatarla all’infinito. Si perdono o si cancellano (magari per ritrovarle mesi, anni più tardi) intere aree della nostra memoria; ma in cambio essa si rinnova di continuo, e rinnovandosi si arricchisce. Pare che con gli anni la memoria, legata com’è a delicati meccanismi fisico-chimici, si usuri: ma il crescere dell’esperienza e della cultura consente di supplire in termini metodologico-culturali parte almeno di quello che si perde per motivi fisiologici.
Il primo amore non si scorda mai, si dice. Una finestra aperta sulla campagna d’estate, uno scorcio di mare sereno e luccicante, una finestra che brilla di notte in un bosco, i miei occhiali da solo, sono luce: mi rinviano sempre e comunque a Lucia. “Solo per te Lucia” è una delle canzoni che è andata più di moda in Italia, fra gli Anni Trenta e gli Anni Cinquanta. Lucia è la Santa che protegge gli occhi e la vista, la Santa della luce; Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia – anche se non è più vero – è il 13 Dicembre o giù di li, in effetti coincide con il periodo solstiziale (ci coincideva di più prima della riforma calendariale gregoriana) e da allora il sole d’inverno vince la notte e le giornate cominciano ad allungarsi; traje de luz si chiama l’abito ricamato del torero, che risplende nel solo pomeridiano dell’arena; si chiamava Lucia il mio primo amore, e “il primo amore non si scorda mai” è un’altra canzone che andava molto di moda verso la metà del secolo scorso, quando qualcuno e/o qualcosa m’iniziò alla vita. Per me la luce e il ricordo di Lucia saranno legati per sempre. Un caso, un’esperienza vitale: se Lucia si fosse chiamata Nicoletta, o Paola, o Sara, o Daniela, forse la mia vita sarebbe stata diversa: perché diverse sarebbero state le mie associazioni mentali, differente il mio atteggiarmi di fronte ai casi della vita, specie a quelli inattesi.
Ma anche le esperienze e le forme di conoscenza intellettuale contano molto. La lettera F si può descrivere come una bandiera, suggerimento giusto degli “Alfabeti Visivi” del sistema Gigotec. Ma la memoria dipende moltissimo dalle esperienze che abbiamo fatto e dalle lingue straniere che conosciamo. A me, l’associazione tra F e bandiera risulta particolarmente ovvia e facile perché conosco l’inglese (Flag) ed il tedesco (Fahne) e perché fin da ragazzo ho passato molto tempo in Spagna, a partire da lunghi mesi durante il periodo franchista: e quando pronunziano la parola bandiera la prima che mi viene in mente è quella terribile e festosa della Falange Spagnola, con i colori rosso-nero della vecchia tradizione anarcosindacalista iberica e il ricamo del giogo e delle frecce, gli ambienti dei Re cattolici Fernando d’Aragona (Flechas) e Isabella di Castiglia (Yugo). Faccio lo storico, e che la lettera C sia “un arco romano caduto su un fianco” provoca un fiume d’idee: l’ “Italia mia vedo le mura e gli archi” del Leopardi, che rinvia con l’immagine dell’antichità finita e rovinata alle invettive di Dante e del Tetrarca, e quindi alla Decadenza e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon: la Caduta (con l’iniziale C maiuscola) dell’impero romano, che tanto bene si simbolizza appunto con l’idea dell’arco romano adagiato su un fianco, immagine perfetta della lettera C. E non dimentichiamo le associazioni tra lettere e secoli, quindi tra suoni e colori, che sono tanta parte della cultura artistica ma anche della psicanalisi del XX secolo. Gigotec costruisce il suo sapere mnemonico alla luce d’immagini di verse ma analoghe. A me, la parola Gigotec ricorda l’arrosto d’agnello del giorno di Pasqua, quand’ero ragazzo: la nonna lo toglieva dal forno e lo poneva in un tavolo poco prima dell’inizio del pranzo, coperto da un candido tovagliolo: era quasi una liturgia, la profumata carne arrostita era l’Agnus Dei, il Corpus Christi, si doveva consumare con rispetto e devozione. Ma se io non sapessi il francese, il greco e il latino, se Gigotec non mi rinviasse al gigot d’agneau, se il tec non mi rinviasse al greco tèghnymi e al latino tego, “corpo”, l’immagine dell’agnello coperto, cara immagine d’infanzia, non mi sarebbe mai venuta alla mente. Magari il tec mi avrebbe rinviato a un tipo di legno, quindi a un mobile di casa. Le vie della memoria sono infinite: e sono tutte paradossalmente rapide e labirintiche. La strada della memoria è quella più tortuosa e più spedita per unire due punti fra loro: la memoria è un paradosso. E il sistema Gigotec è l’ars che ci aiuta a dominarlo. Non conosco Gianni Golfera, e ignoro quindi se il suo dono straordinario, un dono unico al mondo – che poi fisiologicamente sia un dote ovvia, che in linea teorica e potenziale hanno tutti, è un altro discorso…- sia in realtà un tesoro prezioso o una condanna. Del resto, i tesori preziosi, per i loro proprietari, sono sovente anche una condanna. Quel ch’è certo è che a mio avviso l’attività di Golfera, per diretta che sia in termini promozionali, aziendali, quindi pratici, economico e – me lo auguro per lui – plutogenetici, corrisponde a un bisogno sacrosanto di oggi, della nostra cultura così detta “occidentale”. Conoscere e sapere è ricordare. L’Occidente, seguendo l’impronta dell’America way of life, si trova oggi in una paradossale situazione: da una parte produce anzitutto e soprattutto software, il che vuol dire che fabbrica e vende memoria artificiale; dall’altra è una civiltà di smemorati, quindi di diradicati: si comincia col negare le tradizioni e col dimenticare la storia, si prosegue col recidere le basi della propria identità, si finisce nel morbo di Alzheimer e nella demenza. E’ del tutto logico e consequenziale.
Golfera propone una via di scampo, una strada alternativa: non lo farà per far soldi e per aiutare gli altri a farlo ma lo fa perché fin da piccolo qualche Dio lo ha toccato anche soltanto per farlo essere quello che siamo potenzialmente tutti e consentirgli così d’indicare la strada agli altri. Non è un mistero che noi usiamo solo un settimo delle nostre capacità polmonari e che il cuore è fisiologicamente un muscolo volontario: e pure, usare appieno le capacità polmonari e poter controllare il ritmo cardiaco è roba da Yogi. Golfera ci richiama al fatto che siamo tutti Yogi, a patto di volerlo e d’imparare le tecniche relative. Che, poi, è arte antichissima. Concludo queste poche note facendo il professore: è più forte di me, perdonatemi, ma riservo la mia noiosa e pedante professione solo un angolino. Per rinviarvi alla lettura di due splendidi libri: Clavis Universalis di Paolo Rossi e La misura della realtà di Alfred W. Crosby. Il Rossi ripercorre in sintesi l’avventura del pensiero occidentale come ars memoriae, da Raimondo Lullo a Pico della Mirandola alla logica combinatoria rinascimentale alla memoria artificiale in rapporto con la nova scientia (Ramo Bacone, Cartesio), fino alla costruzione di una lingua universale e al Leibniz: una serie di temi che hanno di recente affascinato di nuovo anche maestri del nostro tempo come Umberto Eco. Il Crosby indugia nel ricostruire il passaggio, avvenuto in Europa tra Medioevo e Rinascimento, dal pensiero qualitativo al pensiero qualitativo: gli orologi meccanici, le mappe, la partita doppia, la notazione algebrica e musicale, la prospettiva pittorica come fondamenti della Modernità basati sul diverso modo di percepire, di valutare e di rappresentare la realtà. La memoria viene da lontano; i metodi per rafforzarla, per mantenerla e per valorizzarla vengono anch’essi da lontano. In un certo senso, l’era informatico-telematica, rispetto alla precedente, la meccanica, ci riconduce alla nostra realtà fisiologica: usare un computer è per molti versi qualcosa di molto più simile al pensare e allo scrivere a mano che non ad usare la stampa o scrivere a macchina. La nostra è aetas mnemonica per eccellenza. Golfera sembra uscito da un sogno di Raimondo Lullo, da un manoscritto di Pico della Mirandola, da una pagina delle Umbrae di Giordano Bruno: ma in realtà è un solido e concreto giovane romagnolo che forse ormai non può più esimersi dal giocare a sua volta con i simboli esoterici e i computer (tanto simili tra loro, del resto, a capirli bene…), che resta un enfant-prodige, ma che al tempo stesso amministra un capitale e lavora in un ambito essenziali entrambi al terzo millennio. Buona fortuna quindi alla Gigotec, che un mio amico goliardico e libertino ha tradotto immediatamente in termini di “arte del rimorchiar le donne”: tecnica del gigolò; mentre una bambina, interrogata ad hoc, non ha esitato a descrivere il termine come “giocattoloteca” sinonimo del leggermente più colto “ludoteca”. Un immaginario marginale e sessuale versus un altro sacrale e gastronomico e un altro ancora ludico e infantile. Ognuno ha la memoria e l’ars memoriae che si merita




CERVELLO: MEMORIA PERFETTA, BASTA PENSARE PER IMMAGINI
TRUCCHI SVELATI DA 'RE' DELLA MEMORIA, GIANNI GOLFERA, IN LIBRO

(ANSA) - ROMA, 13 MAG - Il trucco per avere una memoria perfetta e' pensare per immagini, associando cioe' una formula, una frase, le pagine di un libro a una serie di foto mentali concatenate tra di loro in una sequenza logica. Non e' una delle solite ricette di potenziamento della memoria che promettono l'impossibile, ma un metodo testato in prima persona dal piu' grande mnemonista oggi noto in tutto il mondo, Gianni Golfera, che ne e' testimone vivente e lo racconta nel suo libro 'La memoria emotiva'.
L'autore, che ad appena 25 anni conosce gia' a memoria 261 libri ed e' in grado di apprenderne qualunque altro dopo una sola lettura, o dopo averlo udito leggere da altri, spiega il metodo piu' semplice e rapido per ricordare qualunque cosa.
Le immagini, racconta Golfera, sono emozioni e come tali le possiamo ricordare molto piu' facilmente che non i concetti astratti. ''Chi lo studia e lo applica con serieta' e costanza, ottiene risultati davvero notevoli'', assicura Golfera rilevando che il semplice metodo si chiama 'Gigotec', che sta per 'Gianni
Golfera Tecniques'.
I segreti della sua arte, come riferito in conclusione, sono svelati nel libro sotto la supervisione attenta di esperti che hanno contribuito alla sua stesura, come Edoardo Rosati, giornalista specializzato nella divulgazione medico-scientifica, Pierangelo Garzia, saggista medico-scientifico specializzato in neuroscienze e da anni interessato al mistero Golfera, Stefano Cappa, dell'Universita'Vita Salute del San Raffaele di Milano, il neuropsicologo che in Italia sta studiando la mente del giovane.(ANSA).



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