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Stefano Ulliana Il concetto
creativo e dialettico dello spirito
nei Dialoghi Italiani di Giordano Bruno. Percorsi
della filosofia di Giordano Bruno Edizioni
Scientifiche Italiane Le argomentazioni presentate ne Il concetto creativo e dialettico dello Spirito
nei Dialoghi Italiani di Giordano Bruno (Il confronto con la
tradizione neoplatonico-aristotelica: il testo bruniano De l'Infinito,
Universo e mondi) costituiscono le conclusioni ultime e definitive di un lavoro
di ricerca che ha investito l'insieme dei Dialoghi Italiani, riuscendo a
reperire ed a far emergere quello che pare il nucleo più profondo ed importante
- il vero e proprio elevato fondamento - della speculazione bruniana: la
presenza attiva di un concetto triadico teologico-politico il Padre, il
Figlio e lo Spirito della tradizione trinitaria cristiana - però
riformulato attraverso il capovolgimento rivoluzionario di questa stessa
tradizione, attuato attraverso il concetto creativo e dialettico dell'infinito.
In questo modo la stessa tradizione platonica pare subire una trasformazione
essenziale, abbandonando qualunque forma di alienazione e negazione, per
riaprirsi invece verso soluzioni che paiono riprendere moniti ed osservazioni
suscitati dalle prime, grandi e maestose, speculazioni dei filosofi presocratici.
Parmenide, Eraclito ed Empedocle sembrano rivivere nei testi bruniani,
riproponendo una soluzione ben diversa a quei nodi e problemi teoretico-pratici
– fondamentale il rapporto Uno-molti e tutto ciò che da esso consegue, sia
sul piano naturale che politico - apparentemente risolti e codificati dal
pensiero postsocratico, prima platonico e poi aristotelico.
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Stefano
UlIiana ha conseguito la laurea in filosofia (1993) e il titolo di
Dottore di Ricerca in filosofia (2002) presso l'Università degli Studi
di Padova con due tesi successive sul pensiero di Giordano Bruno. La
prima - intitolata La metalogicità dell'Ars memoriae bruniano
- traduceva e commentava l'ars memoriae che è parte
integrante e preponderante del testo usualmente noto con il titolo De
umbris idearum; la seconda - che ha per titolo Il concetto
creativo e dialettico dello Spirito nei Dialoghi Italiani di
Giordano Bruno. Il confronto con la tradizione
neoplatonico-aristotelica: il testo bruniano De l'Infinito, Universo
e mondi - cercava di innovare la prospettiva degli studi bruniani
presentando in chiave teologico-politica e razionalenaturale il
fondamento della speculazione del filosofo di NoIa. Dalla tesi di
dottorato, dalle sue conclusioni ultime e definitive, sono state tratte
le argomentazioni presentate in questo testo, che rappresentano il
compimento di una più che decennale ricerca filosofica sui testi del
filosofo nolano, iniziata con i primi libri latini e poi proseguita con
l'analisi ed il commento scritto delle opere in volgare.
A fianco riportiamo la recensione pubblicata sul settimanale "Il Nuovo FVG" di sabato 11 ottobre 2003, |
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L'universo onnicentrico di Giordano Bruno Stefano Ulliana, Il
Concetto creativo e dialettico dello Spirito nei Dialoghi Italiani di
Giordano Bruno,Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2003, pp. 146, €
12.
Recensione di Maria Grazia Portera 17 febbraio 1600, Campo dei Fiori, Roma: ben pochi, è facile immaginarlo, avrebbero perplessità nell’indicare a quale evento, tanto significativo per la storia del pensiero filosofico, sia legata questa data. La mente corre all’affascinante e controversa figura di Giordano Bruno (Napoli 1548, Roma 1600). Filosofo dall’ingegno versatile e dall’immagine prodigiosa, uomo profondamente penetrato nella cultura del suo tempo e, insieme, anticipatore instancabile di idee e dottrine, Bruno fu destinato, per tanta lungimiranza, alla spietata incomprensione del suo stesso secolo, che non ebbe remore ad inviarlo al rogo.È ad un’analisi della filosofia bruniana, in particolar modo di uno dei dialoghi italiani del pensatore campano, ad argomento cosmologico-metafisico, il De l’Infinito, Universo e mondi, che è dedicato il volume di Stefano Ulliana, da noi preso in esame.L’intento dell’autore, secondo quanto egli stesso dichiara, è quello di avviare un generale processo di reinterpretazione della filosofia italiana del Bruno: si prospetta la possibilità – e Il concetto creativo e dialettico dello Spirito va inteso come il primo passo in questa direzione – del rinvenimento di un paradigma ermeneutico alternativo per il pensiero bruniano, che faccia da medio sintetico tra le due linee interpretative più solidamente affermatesi tra i critici, quella immanentistica, che fa capo ad Hegel, e quella trascendentistica, che vede in Schelling il suo iniziatore. Prendendo le distanze dalla tradizione critica d’orientamento immanentistico – propensa a sottolineare, della proposta filosofica bruniana, l’assunto fondamentale per il quale «Dio è in tutte le cose», e ad oscurare, dunque, la distinzione tra dimensione naturale e sovrannaturalità – l’Ulliana richiama con forza l’attenzione sul ruolo centrale svolto dallo Spirito nel cosmo bruniano: una volta intesa in tutta la sua profondità e rilevanza, l’azione dello Spirito, a livello cosmologico e metafisico, induce ad affermare la presenza di una dimensione schiettamente sovranaturale. D’altro canto, la prospettiva ermeneutica dell’autore è lontana dal sovrapporsi sic et simpliciter alle linee interpretative a sfondo trascendentistico. Nella fattispecie, porta a discostarsi dalla lettura trascendentistica l’accento sul carattere di «realità» della dimensione sovranaturale. Potremmo affermare che l’Ulliana tenti una verifica del modo in cui interagiscono nel pensiero del Bruno la tradizione «realista» aristotelica e quella «idealistica» platonica e neoplatonica: la «scommessa» lanciata a partire dal testo bruniano consiste nel cercare di mostrare come il filosofo di Nola, nella fiera opposizione che conduce al ripudio delle tesi aristoteliche, venga a maturare una posizione originale la quale, nel superamento di Aristotele, approda in realtà alla compenetrazione dell’aristotelismo con la tradizione neoplatonica rinascimentale.L’elemento certamente degno di nota, che fa della proposta interpretativa dell’Ulliana un contributo a nostro modo di vedere originale, è la struttura teologica triadica (Padre, Figlio, Spirito) che l’Autore riconosce operante nei testi filosofici del pensatore campano: il rinvenimento di tale struttura, nel corso dell’analisi dei dialoghi d’argomento morale, ha suggerito all’autore una verifica – potremmo dire quasi sperimentale – della convenienza di tale modello a vari testi del Bruno. Facendo interagire dinamicamente lo schema triadico Padre/Figlio/Spirito col dettato bruniano, l’autore ha avuto modo di cogliere, da angolature originali, caratteri e significati riposti dei testi in esame: i risultati di tale lavoro, a giudicare, dall’analisi del De l’Infinito, Universo e mondi, appaiono certo interessanti. Un unico neo ci pare si possa rilevare, stando ad una valutazione generale dello scritto dell’Ulliana: a motivo della natura stessa del testo – il quale ha l’intento di presentare le conclusioni ultime di un più vasto ed articolato lavoro di ricerca: la tesi di dottorato in filosofia – si è soggetti al rischio di una non perfetta limpidezza del discorso, a livello strutturale ed argomentativo. Lo sforzo di condensare entro spazi ridotti conclusioni critiche in origine ben più ampiamente sviluppate, esponendo, per forza di cose, solo in maniera sintetica le premesse da cui tali conclusioni derivano, finisce, in qualche caso, per macchiare di cripticità il discorso.Per meglio intendere le linee generali dell’analisi critica dell’Ulliana, conviene riprendere in breve i principali nodi concettuali De l’Infinito, Universo e mondi. Il dialogo si compone di cinque sotto-dialoghi: nel primo di essi, Filoteo, personaggio nel quale è facile riconoscere lo stesso Bruno, adduce una serie di argomenti utili ad affermare l’infinità dell’Universo e di Dio: «[…] io dico l’universo tutto infinito, perché non ha margine, termino, né superficie; dico l’universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna parte di quello che possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente […]» (G. Bruno, Dialoghi italiani, a cura di Gentile-Aquilecchia, Sansoni, Firenze 1958, pag. 382). Il secondo dialogo seguita la dimostrazione dell’infinità dell’universo e considera, inoltre, le tesi contrarie a questa posizione. Vengono pertanto riferite le sentenze di Aristotele (specie attinte dalla Fisica e dal De Coelo), e Filoteo le va esaminando. La demolizione delle ragioni aristoteliche è puntuale e spietata, la conclusione dell’argomentazione bruniana caustica: «È impossibile di trovare un altro che, sotto titolo di filosofo, fengesse più vane supposizioni e si fabbricasse sì stolte posizioni al contrario, per dar luogo a tanta levità, quanta si vede dalle ragioni di costui» (Op. cit., pag. 405). Col terzo dialogo il discorso bruniano piega sul versante cosmologico in senso più specifico, prendendo in esame alcune questioni particolari circa la configurazione dell’universo secondo la dottrina aristotelica: viene negata da Filoteo, tra le altre, la differenza tra sfere celesti e mondo sublunare (uno dei capisaldi della cosmologia peripatetica), nonché la disposizione ordinata, in base ai loro caratteri intrinseci, dei quattro elementi fondamentali nel cosmo. «Quello che voglio concludere è questo: che il famoso e volgare ordine de gli elementi e corpi mondani è un sogno, ed una vanissima fantasia, perché né per natura si verifica, né per raggione si prova ed argumenta» (Op. cit., pag. 462). Il quarto dialogo tratta di una serie di questioni inerenti al moto dei corpi nell’universo, mentre il quinto ed ultimo ripropone con forza l’opposizione tra cosmologia aristotelica e concezione bruniana. Un nuovo personaggio, inseritosi nel vivace dibattito, Albertino, propone dodici ulteriori ragioni a sostegno della filosofia peripatetica. Mostratagli da Filoteo la fragilità degli argomenti addotti, Albertino si dice persuaso della nuova dottrina circa l’infinitudine dell’universo: a conclusione del dialogo, dunque, Bruno mostra di nutrire la segreta speranza che i difensori della cosmologia aristotelica possano presto o tardi riconoscere il valore delle sue ragioni. «Benchè sin ora non mi sia dato di veder tutto il corpo del lucido pianeta, posso pur scorgere pe’ raggi che diffonde per gli stretti forami de chiuse finestre dell’intelletto mio, che questo non è splendor d’artificiosa e sofistica lucerna, non di luna o di altra stella minore. Però a maggior apprension per l’avvenire m’apparecchio» (Op. cit., pag. 537): con queste parole, Albertino chiude la scena De l’Infinito, Universo e mondi.Il dialogo, per l’ampiezza e la profondità delle tematiche affrontate, si presta ad una ricca serie di considerazioni: l’analisi dell’Ulliana mette opportunamente in luce alcuni dei nodi concettuali fondamentali che contribuiscono a definire la peculiare ed originalissima proposta cosmologico-metafisica del Bruno.Il principio-cardine attorno a cui si costituisce l’intera metafisica aristotelica è l’affermazione del primato dell’atto sulla potenza (della forma sulla materia): posta l’assoluta distinzione e distinguibilità tra atto e potenza, tra forma e materia, l’atto (la forma) viene a configurarsi come causalità estrinseca che – pur nell’unità del sinolo reale – giunge ad eterodeterminare una materia subordinata e in sé priva di vis intrinseca. La concezione del Bruno, in merito ai rapporti tra forma e materia, è dirompente: egli sostiene infatti, in pieno contrasto con la tradizione aristotelica, l’idea di una materia vivente, sorgente essa stessa di infinita molteplicità e diversificazione, la quale, ben lungi dal soggiacere ad una determinazione estrinseca, custodisce in sé medesima potenza creativa e generativa. Tale materia vivente, intrinsecamente pervasa da potenza generativa, esplica l’anelito alla diversificazione distendendosi nella molteplicità entitativa. Il groviglio di relazioni che si tesse tra gli enti e la ricchezza del molteplice così costituito sono, nel loro splendore, signa che rammentano alla materia – declinatasi nel molteplice – la viva sorgente di produttività da cui essa proviene. Attenendosi allo schema teologico triadico a cui l’Ulliana fa riferimento per l’interpretazione del dialogo, è possibile riconoscere nell’originaria fonte di produttività la potente ed amorevole figura del Padre. La vis intrinseca alla materia, che rammenta il molteplice a se stesso ed instilla in seno a ciascun ente il desiderio di ricongiungersi alla sorgente di generatività da cui proviene e di cui pure è parte, è lo Spirito del cosmo bruniano: anelito vivo e fecondo che riconduce al Padre l’opera del Figlio (il molteplice degli enti dispiegatosi).L’universo bruniano, nella configurazione che da queste premesse teoriche deriva, è allora auto- (non etero-) determinato, liberamente diversificato in un molteplice frutto dell’amorosa produttività originaria. Alcune conseguenze a livello più propriamente cosmologico: viene meno la distinzione tra sfere celesti e mondo sublunare, nonché la posizione di centralità detenuta dal Primo Mobile nel cosmo aristotelico. L’universo bruniano non si configura né come geocentrico, né come eliocentrico (a differenza, dunque, non solo della concezione tolemaica, ma anche di quella copernicana, che, tra rotture e dissensi, stava affermandosi in età rinascimentale): si parla, piuttosto, a riguardo della cosmologia bruniana, di onnicentrismo. Nell’universo onnicentrico, in assenza di un corpo celeste che detenga una posizione di primato orientando a sé il moto degli altri pianeti, gli astri solari ed i pianeti terrestri si costituiscono e si influenzano vicendevolmente e reciprocamente ad un livello di piena paritarietà. La Terra, nella cosmologia bruniana, appare dotata essa stessa, intrinsecamente, di forza generativa-diversificativa, in virtù dell’azione dello Spirito, ossia del desiderio, che le è immanente: lo Spirito è forza viva che si esplica nella creatività e, insieme, anelito insopprimibile che ricorda alla materia il seno del Padre da cui essa proviene. Esso, nel suo movimento circolare e dialettico, manifesta l’amore creativo del principio e ad un tempo il desiderio di ogni essere di ricongiungersi all’unità: lo Spirito è la vis che tiene insieme l’universo, distendendosi e raccogliendosi dialetticamente, e permettendo, in tal modo, il distendersi ed il raccogliersi in uno del ricco molteplice degli enti. Una breve notazione in merito alla concezione dell’uno bruniano: come è facile dedurre dalle premesse a cui abbiamo fatto cenno, viene meno, in Bruno, il concetto monolitico dell’unum (unità necessaria e principio ordinatore). L’infinita potenza generativa dell’origine si esplica naturalmente nella infinita diversificazione degli enti, senza alcun riferimento ad un principio ordinatore fisso che, in maniera rigidamente teleologica, orienti a sé il cosmo intero.A conclusione di queste brevi note, le quali, per forza di cose, non hanno potuto che limitarsi alla superficie del denso discorso dell’Ulliana, è l’invito ad un più profondo intrattenimento col dettato bruniano, il quale certo molto ha ancora da dire nel nostro tempo. INDICE |
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Il volume propone una chiave di lettura unitaria dell’opera di Giordano Bruno che tiene conto del passaggio dall’ontologia e dalla cosmologia all’etica. ‘Dorso’ e ‘grembo’ dell’eterno indicano la superficie cangiante e il profondo abisso di una totalità che si manifesta in modi molteplici: modi di essere che sono a fondamento di valori diversi. Dalla sostanza unica e indivisibile all’universo infinito popolato di innumerabili mondi, che esplicano l’eccellenza divina incorporea «per modo corporeo». In maniera analoga, rispetto alla divinità come anima del mondo, l’uomo dovrebbe esplicare pienamente quella forza spirituale interiore, realizzando «l’eccellenza della propria umanitade» nella civiltà. Mai come nell’opera di Bruno la filosofia del Rinascimento si esprime nella sua radicalità e ricchezza di prospettive, con un progetto di riforma che si estende dalla filosofia della natura alla morale. Nel contempo, viene da Bruno riconosciuta l’autonomia del mondo simbolico dell’uomo, come mondo umbratile e immaginale. |
Eugenio Canone Il dorso e il grembo dell’eterno. Percorsi
della filosofia di Giordano Bruno Istituti
Editoriali e Poligrafici Internazionali INDICE Premessa Introduzione. Archetipo e specie PARTE PRIMA. La filosofia della natura e il suo
fondamento ontologico PARTE SECONDA. Lo specchio dell'anima |
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PREMESSA Dorso e grembo sono termini frequenti negli scritti di Giordano Bruno, riferiti sia alla materia, "genetrice e madre di cose naturali: anzi la natura tutta in sustanza", sia quindi alla natura nonché alla Terra, perpetua nutrice e madre: "questa nostra madre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo al qual di nuovo sempre ne raccoglie". Un dorso calpestato dai "più famosi eroi" - come ci ricordano gli Eroici Furori - e da "qualsivoglia bestia", come ci rammenta la Cabala del cavallo pegaseo. Anche nei testi latini di Bruno sono ricorrenti espressioni come materiae dorsum, materiae gremium, naturar gremium ("infinitum naturae gremium"), terrae gremium. Dorso indica ciò che è soggetto al tempo, rinviando a quello che è "nella superficie della materia" o "della cosa", e che pertanto è "circa la sustanza". Grembo esprime ciò che è eterno, seno della materia/natura come pure "seno dell'Oceano, dell' Amfitrite, della divinità". Se, come si legge nel Candelaio, "è un solo che non può mutarsi... e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo", è anche vero, come Bruno afferma nella Cena de le Ceneri, che "le sustanze che non possono perpetuarsi sotto il medesmo volto" non periscono ma si trasformano, "si vanno tutta via cangiando di faccia", in modo che la materia o sostanza delle cose "si fia tutto, sia tutto, se non in un medesmo tempo et instante d'eternità, al meno in diversi tempi, in varii instanti d'eternità, successiva e vicissitudinalmente". Dorso e grembo indicano rispettivamente il volto cangiante della natura e la realtà immobile dell'infinito, ente indistinto e uno, senza differenza di tutto e parte, principio e principiato; indicano l'infinità dei modi e l'identità della sostanza. 'Superficie' ed essenza in un universo infinito, ente moltimodo e moltifigurato, che per l'uomo rimane un 'oggetto' infinitamente desiderato, 'inseguito' e mai raggiunto; "atteso - come si sottolinea nei Furori - che non è cosa naturale né conveniente che !'infinito sia compreso, né esso può donarsi finito: percioché non sarrebe infinito; ma è conveniente e naturale che l'infinito per essere infinito sia infinitamente perseguitato". Bruno precisa che il nostro intelletto finito sarebbe capace di così alta venazione in quanto possiede una potenza infinita, rimarcando inoltre che si tratta di un moto metafisico che "va circuendo per gli gradi della perfezzione, per giongere a quel centro infinito il quale non è formato né forma)). Alla domanda di Cicada, nei Furori, di come sia possibile che' circuendo' si possa arrivare al centro, Tansillo risponde: "Non posso saperlo". Ma noi sappiamo dal De la causa che per Bruno quel centro in realtà coincide con l'universo infinito, perché questo "comprende tutto lo essere totalmente, perché estra et oltre lo infinito essere, non è cosa che sia: non avendo estra né oltra". Infatti, nell'infinito il punto non è differente dal corpo, così come il centro dalla circonferenza. Universo infinito che non ha un centro assoluto, in quanto esso è tutto centro e tutto circonferenza: "sicuramente possiamo affirmare che l'universo è tutto centro, o che il centro de l'universo è per tutto; e che la circunferenza non è in parte alcuna, per quanto è differente dal centro; o pur che la circonferenza è per tutto, ma il centro non si trova in quanto che è differente da quella". Sarebbe l'universo quella 'sfera infinita' cui si fa riferimento nella celebre metafora del Liber XXIV philosophorum. Più che ai teologi, nel De la causa come nel De immenso, Bruno intende tuttavia richiamarsi ai pensatori presocratici, in particolare agli eleati. L'idea che il centro sia in tutto ed in ogni parte, con il liberarsi dell'ansia di cercare un centro assoluto dell'infinito, comporta che "noi siamo cielo per coloro che sono cielo per nob>. Nell'epistola proemiale del De l'infinito Bruno sottolinea che "non è altro volare da qua al cielo, che dal cielo qua; non altro ascendere da là qua, che da qua là: né è altro descendere da l'uno e l'altro termine. Noi non siamo più circonferenziali a essi, che essi a noi; loro non sono più centro a noi, che noi a loro: non altrimente calcamo la stella, e siamo compresi noi dal cielo, che essi loro". Il divino oggetto, oggetto infinito, rimane allora una cosa pensata, intuita e non certo esperibile tramite i sensi: "Non è senso che vegga l'infinito... e... chi dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse veder con gli occhi la sustanza e l'essenza". Universo infinito che Bruno ritiene padre e madre di ogni mondo e luce metaforici, di ogni infinito della mente e dell'immaginazione; e va rimarcato che per il filosofo nolano, nemico delle idee platoniche, ad esistere sono gli enti e non le essenze: "Deum esse infinitum in infinito - recita il titolo dell'ultimo capitolo del De immenso -, ubique in omnibus, non supra, non extra, sed praesentissimum, sicut entitas non est extra et supra entia, non est natura extra naturalia, bonitas extra bonum nulla est. Distinguitur autem essentia ab esse tantum logice, et sicut ratio, ab eo cuius est ratio". Quindi grembo dell' eterno come mente divina in cui vivimus, vegetamur et sumus: "tutte le cose sono ne l'universo e l'universo è in tutte le cose, noi in quello, quello in noi: e cossì tutto concorre in una perfetta unità". Grembo dell' eterno come materia che, come si legge sempre nel finale del De immenso, sarebbe dotata di mente: "Atqui materies proprio e gremio omnia fundit: / interior siquidem natura ipsa est fabrefactor, / ars vivens, virtus mira quae praedita mente est, / materiaeque suae dans actum non alienae, / non haerens, non discurrens meditatur, at ex se / cuncta facit facile". Uno dei volti o modi di tale materia-mente è l'uomo, che con la sua ars e il suo ingenium aspira a una conservazione della propria specie come mondo spirituale; pertanto non in quanto seme di un' essenza indistinta, ma come c specchio vivente' di una storia di innumerabili individui, tenendo anche conto che la "istoria de la natura... è scritta in noi medesimi). Esplicare tutte le possibili differenze nell'unità di una sostanza, pure se metaforica quale quella del mundus rationalis e umbratilis, sarebbe questo il fine di quel "magnum miraculum)) - come si legge nell' Asclepius - che è l'uomo, la cui essenza più che data metafisicamente è qualcosa da edificare. E.C.
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tutti
a Piazza Campo dei Fiori alle
ore 16.30 per
la libertà, la giustizia, la democrazia Programma
della Manifestazione
· deposizione
di una corona di alloro da parte del Sindaco di Roma o Suo delegato e
Suo discorso; · deposizione
di una corona di alloro da parte dell'Associazione Nazionale del Libero
Pensiero Giordano Bruno e discorso commemorativo del Presidente
nazionale avv. Bruno Segre; ·
interventi
di rappresentanti della nostra Associazione, di personaggi del mondo
della cultura e della politica; ·
Maria
Graziella Cavalli
leggerà
documenti storici sulla persecuzione e soppressione della “diversità”;
·
Arianna Zapelloni
Pavia, Camilla Flores d’Arcais, Flavia Fabris
leggeranno passi di opere filosofiche di Giordano Bruno e di passi degli
atti del processo; ·
l’attore
Roberto
Galvano
reciterà
passi da Sicario senza paga di Eugene Ionesco; ·
la
poetessa Mara
de Mercurio
dedicherà sue composizioni alla libertà di pensiero; Laura
Salerno, Fabio Cavalli, Valentina Esposito, Antonio Mastellone
del
Centro Studi Enrico Maria Salerno
interpreteranno passi del
Candelaio
a dei Roghi dei libri Ennio
Coltorti ed Aldo Massasso reciteranno passi del Processo
a Giordano Bruno
di Mario Moretti Agostino
De Angelis reciterà passi da Roghi Fatui di Adriano Petta e
da l’Angelo della Luce di Donato Di Poce il
cantautore Matteo Sacco interpreterà brani dedicati a Giordano Bruno intermezzi
di musica rinascimentale del “Musicum Convivium”: Tommaso
Caporuscio, Adamo Massimo Lancia, Pasquale Sculco
direttore
Augusto Mastrantoni ASSOCIAZIONE
NAZIONALE DEL LIBERO PENSIERO
“GIORDANO
BRUNO” (aderente
all'Union Mondiale des Libres
Penseurs) Presidenza
romana:
prof.ssa Maria Mantello- Via Aldo
Manuzio, 91 - 00153 Roma tel:
3297481111 - e.mail: hume_53@hotmail.com Presidenza
nazionale:
avv. Bruno Segre, Via della Consolata,11 -10122 Torino Telefax:
0115212000 -
e.mail: linc@marte.aerre.it
con
il patrocinio del Comune di Roma - Assessorato alle politiche culturali
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ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI
Napoli - Palazzo Serra di Cassano
Eugenio Canone
(Istituto del Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee - CNR)
L'ERMETISMO E L'IDEA DI MAGIA NELL'OPERA DI GIORDANO BRUNO
E NELLA FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO
2 - 6 febbraio 2004
- Ermetismo, magia e scienza nel Rinascimento: il dibattito storiografico novecentesco.
- Giordano Bruno: dal De umbris idearum agli scritti sulla magia.
- La sapienza degli antichi e la saggezza dei moderni.
- Così parlarono Ermete, Zoroastro, Pitagora e altri antichi sapienti.
- Mosè l'egizio.
ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI
Napoli - Palazzo Serra di Cassano
Miguel Angel Granada
(Università di Barcellona)
ARISTOTELE, COPERNICO, KEPLERO, BRUNO:
CENTRALITA' PRINCIPIO DEL MOVIMENTO ED ESTENSIONE DELL'UNIVERSO.
24 - 28 maggio 2004
- Da Aristotele a Copernico: antichità
- Da Aristotele a Copernico: i commentatori medievali
- Copernico e Retico
- Keplero
- Giordano Bruno.
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Mercoledì 4 febbraio, ore 17. Nuccio Ordine, La soglia dell'ombra. Letteratura, filosofia e
pittura in Giordano Bruno, Giordano Bruno, Opere italiane, testi critici di Giovanni
Aquilecchia, PARTECIPANO: Andrea Battistini
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Umberto Eco e George Steiner presentano oggi a Bologna il libro di Nuccio Ordine La soglia dell' ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno (Marsilio) e l' edizione critica a cura di Giovanni Aquilecchia delle Opere italiane del filosofo di Nola (Utet). Alla tavola rotonda - alle ore 17 nella sala conferenze della Scuola superiore di studi umanistici in via Marsala 26 - intervengono anche Andrea Battistini, Alain de Libera, Victor Stoichita e Walter Tega.
«Giordano Bruno è in parte uomo del Medio Evo: l' allegoria del passaggio fra due epoche, anche se poi è stato presa a simbolo da illuministi e marxisti. Certo, se Pascal aveva paura di guardare nell' infinito, Bruno provava invece esaltazione per l' universo e la molteplicità dei mondi». Sono parole di George Steiner, il grande critico e comparatista di Cambridge, nato 75 anni fa a Praga da famiglia ebrea, che domani presenta un' opera su Giordano Bruno curata da Nuccio Ordine a Bologna. Se il Nolano, però, si esaltava nel volgere lo sguardo agli spazi infiniti, Steiner guarda con altrettanta passione intellettuale agli smarrimenti e alle convulsioni di questo pianeta, toccando spesso i nervi scoperti di un Occidente percorso da crisi e mutazioni epocali. Il suo ultimo saggio, per esempio, La grammatica della creazione (Garzanti, 2003), è stato un vero e proprio bestseller: ne parliamo durante una sua breve sosta a Milano e gli domandiamo se per caso non abbia toccato proprio uno di quei nervi, per esempio «la stanchezza» della nostra civiltà. «Se la pedofilia e la droga sono le industrie che producono maggior ricchezza in Occidente, significa che siamo di fronte a qualcosa di più grave e drammatico della fine dell' impero romano; aggiungiamo l' orrore di una sessualità divenuta genere di pubblico consumo, il sadismo verso i bambini e infine l' abrogazione di un' educazione seria, con la scuola ridotta ad "amnesia organizzata": conseguenza del livellamento dei valori, di un nichilismo estetico ed etico, della decostruzione, del post strutturalismo». Ma se questa è stata la tendenza, perché il suo saggio ha incontrato tanto favore presso il pubblico? «Forse, per reazione, sta affiorando una vera sete di ritrovare la dignità e il mistero dell' uomo, di scoprire che tutto non è lo stesso; una ribellione davanti al Nulla di Heidegger. Per ciò che mi riguarda, fin dal mio primo libro Tolstoj e Dostoevskij, 45 anni fa, ho tentato di reagire alla deriva nichilista riaffermando la possibilità di una presenza trascendentale. Provo rispetto profondo per il credente così come per l' ateo conseguentemente; ma quando la questione dell' esistenza di Dio viene abrogata, quando diviene una battuta triviale, derisoria o puro arcaismo, credo non sia possibile una creazione estetica di primo ordine. Dante, Bach, Goethe, Dostoesvkij sono inconcepibili senza che la questione trascendentale sia presente nella nostra vita. E poi, mentre le scienze fisico-matematiche danno solo risposte, la filosofia e l' arte pongono domande; una grande opera d' arte è sempre una questione. E io preferisco porre domande che dare risposte». E' un modo molto laico e poco dogmatico di porsi, in un pianeta pervaso da fanatismi che non riguardano soltanto il Terzo Mondo... «Nei Paesi sviluppati è in atto una fuga verso l' astrologia, l' occultismo, i talismani antiraggi cosmici, come la collana della signora Blair. Anche Bush consulta l' astrologo per le decisioni politiche, come Hitler e come fa il settanta per cento dei broker di Wall Street. E' storia vecchia: ma perché il fondamentalismo? A inizio secolo Winston Churchill combatteva nel Sudan con la spada e un cavallo; alla fine della sua vita disponeva di una bomba H. Divorato dal panico provocato da una tale accelerazione della storia, dalla follia del cambiamento perenne, l' uomo si è rifugiato nel fondamentalismo per ritrovare un' ancora di fronte a una vita incomprensibile. L' ancora può essere crudele, primitiva, ma rassicura più dell' incomprensibile. Non per caso Malraux disse che le guerre del XXI secolo saranno religiose». Il fanatismo religioso, dunque, investe con forza anche l' Occidente? «Otto Stati americani vietano ancora di insegnare Darwin; e siamo nel 2004. Il fondamentalismo del Sud Est americano scatena forze, quasi selvagge come quello di Al Qaeda. Anche dalla nostra parte c' è oscurantismo, che poggia sulla semplificazione bene-male, nero-bianco e porta allo scontro di civiltà e alla parola "crociata", che era sulla bocca di Bush all' inizio della guerra contro l' Iraq. E' in atto un rifiuto di quella cultura dei Lumi, dalla quale l' America stessa è nata, e insieme della speranza socialista. E' infantilismo di ritorno». Allarghiamo lo sguardo a Oriente e in particolare all' Islam, dove l' integralismo è più evidente che altrove: le pare una deriva irreversibile? «Nel ' 500, il grande ingegno scientifico arabo si è sgretolato sotto il peso dell' Impero ottomano. Così, il rifiuto della scienza ha lasciato spazio all' isteria dell' umiliazione, un' isteria feroce e a un irrazionalismo alimentato dell' occupazione straniera, drammatica e tragica. Con il rifiuto della logica, sparirono la fede nella ragione umana, la fede nel dibattito: non credo che oggi l' Islam sia tanto disposto a discutere, al dialogo. In ogni caso, senza la soluzione della questione israeliana, il pericolo è destinato a crescere. E l' America, condizionata dai suoi fondamentalismi, non cerca soluzioni». L' Europa, per ora, sembra immune dal virus dell' integralismo. Eppure, dai suoi saggi, appare come una civiltà declinante... «L' Europa vive in un declino più che drammatico. Il budget annuale di Harvard supera il budget totale di tutte le università europee. Ogni giorno di più aumenta il baratro fra Europa e Usa, economico, umano, culturale. Dopo il Kosovo, il disprezzo degli americani verso gli europei è totale: un' Europa incapace di risolvere il problema balcanico senza gli Usa è un' Europa senile. La "senilità" di Svevo assume valore profetico. Soltanto due Paesi europei sono pieni di speranza, Spagna e Irlanda, dove i giovani sono animati da progetti e sogni per il futuro. Francia, Germania, Inghilterra sono attraversati da una stanchezza profonda. Ma, mi chiedo, dopo Auschwitz perché mai l' Europa dovrebbe rinascere? Le stelle degli internati sono divenute gialle nel cielo d' Europa. Anche in Russia, dopo che lo stalinismo ha massacrato milioni di persone, è tornata a una sorta di rozzo zarismo; e nei Balcani l' odio razziale può riaccendere guerre ogni mattina. Per di più maestri di tolleranza e di ragione, come Raymond Arond e Norberto Bobbio, se ne sono andati». Lei ha citato due maestri. Maestri e allievi è anche il titolo del suo nuovo saggio, in uscita da Garzanti a settembre. L' insegnamento dà segni di crisi proprio perché si tendono a trasmettere nozioni specialistiche, anziché saperi. Dalle recensioni americane, tuttavia, pare che il libro offra qualche spunto per guardare al futuro con più serenità. «Ne riparleremo quando lo avrete letto. Per ora mi limito a ricordare che, fra le due categorie, vi sono tre legami possibili. Il maestro che distrugge l' allievo; il discepolo che tradisce e uccide il maestro; e infine l' eros, l' amore nella trasmissione del sapere, di cui Eloisa e Abelardo sono il simbolo sublime. A fronte di rapporti all' insegna della volgarità, del dispetto, del denaro, io credo in una nuova sensibilità fondata sull' amore della conoscenza. E' una delle poche speranze, fondate, che rimane». Cesare Medail
L' interesse per le opere di Giordano Bruno cresce sempre più non solo in Italia, ma anche in Europa e in Asia. A partire dall' edizione critica delle opere italiane curata da Giovanni Aquilecchia - e pubblicata con il patrocinio dell' Istituto italiano per gli studi filosofici presso Les Belles Lettres in Francia e l' Utet in Italia - si sono moltiplicate le traduzioni in diversi Paesi. In Giappone, dopo il De la causa, lo studioso Morimichi Kato ha recentemente dato alle stampe il Candelaio, mentre in Cina Lea He Liang fa seguire alla traduzione della commedia anche quella della Cabala del cavallo pegaseo. Si tratta di eventi straordinari: per la prima volta, infatti, in Asia le opere di Bruno vengono traslate a partire dalla conoscenza diretta della lingua e non da altre traduzioni. Nei prossimi mesi si annunciano lo Spaccio de la bestia trionfante in Romania a cura di Smaranda Bratu Elian (che ha già tradotto La cena de le ceneri, il Candelaio e il De la causa) e i primi due volumi della collana delle opere bruniane in Germania (traduzione e testo originale) presso l' editore Felix Meiner, coordinata da un agguerrito gruppo di filosofi tedeschi. Altri progetti ancora sono in corso di realizzazione in Brasile, Inghilterra, Svezia e Spagna. Il discorso non cambia anche sul fronte della saggistica. Basta scorrere la recente bibliografia bruniana, a cura di Maria Cristina Figorilli (Les Belles Lettres), per rendersi conto dello straordinario moltiplicarsi di saggi e volumi nelle lingue più diverse. A distanza di qualche anno, ormai, dal quarto centenario della morte del filosofo (1600-2000) l' entusiasmo per il suo pensiero non sembra arrestarsi. Le ragioni di questo successo sono molteplici e sarebbe difficile, in poche righe, riuscire a darne conto. Ma credo che alcuni temi presenti nell' opera di Bruno si prestino a un dibattito sempre più attuale. Le pagine dedicate all' uso civile della religione, alla tolleranza, alla separazione tra teologia e scienza, alla necessaria unità dei saperi scientifici e umanistici, alla coerenza tra vita e filosofia, alla libertà del pensiero, al rispetto delle diverse culture possano stimolare una riflessione di notevole spessore. Nuccio Ordine
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