ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI
Roma - Palazzo Corsini - Via della Lungara, 10

        Giovedi 8 marzo 2001, alle ore 16.30, si terrà un incontro sul tema

            GIORDANO BRUNO: FILOSOFIA E MAGIA
        in occasione della pubblicazione delle Opere magiche di Giordano Bruno,
edizione diretta da Michele Ciliberto, a cura di Simonetta Bassi, Elisabetta Scapparone,
Nicoletta Tirinnanzi, - Adelphi, Milano 2000.
        Presiederà Edoardo Vesentini
        Interverranno Michele Ciliberto, Tullio Gregory, Giovanni Pugliese Carratelli,
Paolo Rossi, Cesare Vasoli
                                                               


         

Giordano Bruno
Opere Magiche

Edizione diretta da Michele Ciliberto
A cura di Simonetta Bassi, Elisabetta Scapparone,
Nicoletta Tirinnanzi

"Classici", pp. 1600, testo latino a fronte,

L. 200.000

La scoperta di Giordano Bruno come mago e sapiente ermetico.

Nel febbraio del 1600 Giordano Bruno venne mandato a l rogo come eretico a Roma, in Campo de’ Fiori. Oggi sulla piazza sorge un monumento che lo celebra come eroe del libero pensiero, quasi un antesignano dei fieri laici positivisti di fine Ottocento. Ma tutto questo è un immane equivoco. Giordano Bruno fu avversato dalla Chiesa per ragioni opposte, in quanto propugnatore di un ritorno alla sapienza egizia, iniziatica ed esoterica, che veniva allora collegata al corpus degli scritti ermetici: prisca Aegyptorum sapientia. Questa dottrina segreta di Bruno si articolò soprattutto nei trattati latini – magici e mnemotecnici – vero nucleo rovente della sua opera. Ma si trattava anche dei testi di più difficile accesso. Ciò aiuta a spiegare come mai solo ora, a distanza di quattrocento anni dalla terribile morte di Bruno, si sia giunti ad avere un’edizione filologicamente attendibile, accompagnata dalla traduzione italiana e da un esaustivo commento dei trattati magici. Trattati intorno ai quali si è acceso, soprattutto negli ultimi decenni, un dibattito che proprio da una rinnovata lettura ha tratto stimolo per offrire una interpretazione originale del contributo filosofico di Bruno. Nel corso del Novecento infatti, il giudizio critico pesantemente negativo degli editori ottocenteschi si è progressivamente rovesciato, e si è diffusa la tendenza a considerare la magia quale elemento decisivo per comprendere sia le posizioni filosofiche sia il progetto politico dell’ultimo Bruno, come attestano in particolare gli studi di Michele Ciliberto, direttore della presente edizione.

Questa nuova edizione offre per la prima volta la trascrizione integrale del De magia mathematica, dei numerosi marginalia che corredano e accompagnano tali scritti nonché dei notevoli abbozzi autografi del De vinculis e della Medicina Lulliana. Al testo latino si affianca inoltre la traduzione; nel caso della Lampas triginta statuarum, delle Theses de magia e della Medicina Lulliana, la prima in lingua italiana.

 

 

 

 

1548 Nasce a Nola col nome di Filippo Bruno
1572
Viene ordinato sacerdote nei Domenicani e prende il nome di Giordano
1575
Diviene dottore in teologia. Accusato di eresia, lascia Napoli

1582
Insegna alla Sorbona, a Parigi
1583-84
Va a Londra e qui pubblica le sue opere filosofiche più importanti: «La cena delle ceneri», «De la causa, principio et uno», «De l’infinito universo et mundi»
1584-85
Scrive lo «Spaccio della bestia trionfante» e «De gl’heroici furori»
1591
È a Francoforte, poi viene invitato a Venezia dal nobile Mocenigo
1592
Viene arrestato dalla Serenissima
1593
Su richiesta dell’Inquisizione romana è trasferito a Roma, dove rimane in carcere per sette anni, rifiutandosi di ritrattare le sue opinioni teologiche
1600
Viene bruciato sul rogo a Roma, in Campo dei Fiori

 

Corriere della Sera

Mercoledì 10 gennaio 2001

CULTURA     

LIBERO PENSIERO     Escono oggi le «Opere magiche» del filosofo finito al rogo: tre di esse sono tradotte per la prima volta in italiano. Anticipiamo un brano dalla «Lampada delle trenta statue»

BRUNO Le magie scientifiche di un eretico

di CESARE MEDAIL

 
Può accadere che i testi di una figura chiave della storia delle idee (e divenuto un’icona del libero pensiero) come Giordano Bruno (1548-1600) vengano ignorati per tre secoli e pubblicati solo nel 1891? E che tre di essi siano tradotti dal latino solo nel 2001? È accaduto ai sette scritti magici del monaco nolano bruciato vivo a Campo dei Fiori dall’Inquisizione; e l’oblio è legato alla parola «magia», che l’Illuminismo aveva espulso dalla storia delle idee. Per chi considerava Bruno un padre della modernità e un antesignano di Cartesio, le Opere magiche erano banalità irrazionalista. «Ma nel ’900, il paradigma cambia e la magia ottiene un’apertura di credito», dice Michele Ciliberto, presidente dell’Istituto nazionale di Studi sul Rinascimento, che ha guidato un’équipe (Simonetta Bassi, Elisabetta Scaparrone, Nicoletta Tirinnanzi) nell’impresa editoriale che ha portato alla stampa delle Opere magiche e alla ciclopica ricostruzione delle ampie glosse, dei marginalia , che l’irrequieto Giordano Bruno apportava per correggere il fluire magmatico delle idee: una straordinaria avventura culturale che inaugura la pubblicazione delle opere latine di Bruno da parte di Adeplhi (seguiranno gli scritti mnemonici).
Nel secondo Novecento gli studiosi compresero che magia, astrologia, ermetismo erano parte organica dell’idea rinascimentale di ragione, natura, esperienza: così, le Opere magiche tornarono al centro, grazie, per esempio, a Francis A. Yates che esagerò in senso opposto riducendo il proteico pensiero di Bruno a un’appendice della magia ermetica. Ciliberto e la sua équipe, invece, affermano che Giordano Bruno aveva un’idea naturalistica, quasi fisica dell’operare magico, che liquidava ogni aspetto religioso, astrologico, misterico.
Il mago di Giordano Bruno, insomma, operava su basi «scientifiche», senza cercare l’unione con Dio come la magia naturale di Ficino. Capace di riconoscere le gamma infinita delle forme naturali e dei sentimenti umani, mirava ad agire «praticamente» nella dinamica degli affetti. Esemplare è l’introduzione del De vinculis , dove Bruno spiega che il mago è «capitano di popoli»: deve «vincolare gli uomini chiamati ad amministrare la cosa pubblica» nel quadro di una «riflessione sulla vita civile», in vista dell’universale «renovatio mundi» che vagheggiava. E in ciò, il Nolano non è troppo distante da Machiavelli.
Magia pratica, dunque, ma sorretta da una visione ontologica. Bruno ritiene l’universo un organismo vivente, dove la materia è in mutamento e sconvolge ogni ordine e gerarchia. Ma l’uomo può padroneggiare la natura con la magìa e determinare il proprio destino: attraverso un aspro e lungo processo di purificazione, il mago si sottrae alla condizione bestiale, diventa «sapiente» o «eroe», il più alto livello consentito all’individuo che può diventare «simile agli dei», ma non Dio. Insomma, il principio spirituale che si muove nell’intimo della materia è la forza vitale che può abbattere le gerarchie e mettere in comunicazione i diversi piani dell’essere.
Non è chiaro dove Giordano Bruno collochi questi piani dell’essere, se nella realtà empirica oppure oltre: fatto sta che l’uomo-mago non è un oggetto in balìa della natura mutante, ma può governarla per elevarsi. È noto che Giordano Bruno sosteneva la metempsicosi («la morte non è altro che una dissoluzione di legami, ma nessuno spirito o nessun corpo celeste perisce: c’è solo un continuo mutare di complessioni e combinazioni», De Magia Naturali ), ma si preoccupa anche di individuare un ordine etico - la «giustizia» al posto del «caso» - all’interno del ciclo che spinge «le anime individuali a comunicarsi a corpi sempre diversi»: e in ciò è affine al karma delle religioni orientali.
Come si può notare anche all’interno delle Opere magiche , il pensiero di Bruno non è lineare. Si muove in un’ottica naturalistica, ha una visione pratica della magia, ma è convinto che l’anima «possa istituire innumerevoli legami fra i piani dell’universo». Ma qual è il suo scopo di fondo, oltre a quello di «vincolare» il sentimento civico e magari amoroso? L’ultima «opera magica», Lampas triginta statuarum , testo d’eccezionale bellezza poetica e immaginativa, è percorsa da una fortissima tensione: da un lato vuol definire un quadro ontologico coerente, dall’altro una praxis che persegua un risultato fuori dalle leggi della natura. «Intrecciando il vigore dell’intelletto - commenta Ciliberto - all’infinita forza creatrice dell’immaginazione, la magia di Bruno individua un itinerario interiore in grado di riscattare la limitatezza umana, trasformando una vicenda naturalmente finita in un’esperienza dell’infinita verità divina». Ricerca interrotta dal rogo.


Il libro: «Opere magiche» di Giordano Bruno, Adelphi, pagg. 1.600, lire 200.000.
LO SPIRITO E LE COSE

Il primo motore è l’intelletto

 
Dalle «Opere magiche» di Giordano Bruno (Adelphi, da oggi in libreria) pubblichiamo un estratto da «Lampas triginta statuarum», la «Lampada delle trenta statue», tradotto per la prima volta in italiano .
XXII. Poiché la materia è causa di molteplicità e di divisione, mentre la forma è principio di unità, diciamo che il fulgore della divinità - lo spirito - di per se stesso è uno, e una è ugualmente la sua azione (dall’uno infatti, proprio perché uno, non deriva se non l’uno). Ma essendo un principio che opera nell’universo esteso e materiale (il quale si fa ricettacolo della molteplicità, poiché si schiude alla divisione e distribuisce la materia secondo il moltiplicarsi delle singole parti), quell’anima che prima appariva una nell’uno e tutta nel tutto è ormai molteplici anime in molti corpi. Via via che il corpo si scinde per così dire in frammenti e si moltiplica in configurazioni diverse e individuali, nascono infatti molte anime, così come molti sono i sostrati in grado di recepirle e si generano in tal modo altrettanti esseri animati, o almeno altrettanti corpi dotati di anima: infatti, poiché l’anima non mostra ovunque la totalità della sua natura e delle sue forze, alcuni hanno creduto che certi corpi ne fossero privi.
Se all’unico sole fosse contrapposto un unico specchio omogeneo, in tutto questo specchio sarebbe possibile contemplare l’unico sole; ma se per caso lo specchio si infrangesse moltiplicandosi in frammenti innumerevoli, potremmo vedere che ciascun frammento ancora riflette tutta intera l’immagine del sole. In alcuni di essi, però, sia per la loro piccolezza, sia per un qualche difetto insito nella loro superficie, apparirà solo un riflesso confuso, o addirittura non apparirà riflesso alcuno di quella forma universale, la quale è tuttavia presente in essi, pur senza esplicarsi nella sua totale essenza. Infrantosi l’unico specchio secondo la moltiplicazione delle parti si moltiplicano anche i soggetti delle anime e degli animali; non diversamente, se tutte le parti si fondessero nuovamente in un’unica massa, esisterebbe di nuovo uno specchio unico, una forma unica, un’anima unica. Allo stesso modo, se ogni fonte, fiume, mare confluisse in un solo oceano, esisterebbe una sola Anfitrite.
XXIII. Intendiamo che la sua azione si esplica in modo tale che, come l’intelletto comprende radicandosi nell’intimo di esse, così anche lo spirito opera dall’intimo di tutte le cose, ed è tale da conoscere scritte in sé le specie e gli ordini di tutte le cose, i moti delle sfere e i cicli della vicissitudine. E sebbene legga tutte queste cose in un medesimo istante, non le produce però in un medesimo istante, poiché la natura della materia non ammette un’azione svincolata dalla vicissitudine.
XXIV. Dobbiamo immaginare che esso sia il primo motore immobile: l’intelletto ha infatti il principio della ragione, la mente il principio della fecondità, lo spirito, a sua volta, il principio dell’operare. È lui che, rimanendo in sé immobile, dona movimento a tutte le cose, e dunque a buona ragione hanno posto quel verso del poeta pitagorico: «in principio il cielo e la terra».
XXV. Dobbiamo intenderlo come primo e universale formatore di tutte le cose, anzi, come forma stessa delle forme, e principio che distribuisce, ordina e porta a perfezione l’atto di ciascuna cosa.
XXVI. È lui che prepara, dispone e anima la materia: non solo, in quanto forma, si congiunge alla materia, ma in quanto bellezza, suscita in essa l’appetizione del bello.


Cultura



26 Gennaio 2001

Il laboratorio alchemico di un materialista
La nuova edizione delle "Opere magiche" di Giordano Bruno. Un'affascinante elaborazione sulla "vita della materia" e sulla presenza della "materia nell'anima vitale". La "magia" di Bruno è quindi un impervio cammino la cui mèta finale è una "scienza della prassi" segnata dall'unione di ragione e passione ALBERTO BURGIO

Un ultimo dono ci viene ora offerto dall'anno bruniano appena concluso. Il quarto centenario del rogo di Campo dei Fiori è stato suggellato dalla pubblicazione, presso Adelphi, delle Opere magiche di Giordano Bruno (primo tomo di una nuova edizione delle opere latine) a cura di Simonetta Bassi, Elisabetta Scapparone, Nicoletta Tirinnanzi e sotto la direzione di Michele Ciliberto, tra i massimi brunisti viventi (pp. 1594, L. 200.000).
Un monumento editoriale, lo diciamo subito, in attesa di presentarne nel dettaglio la struttura: 1590 pagine, testo latino a fronte, note ai testi, apparati filologici, bibliografia delle fonti, loci paralleli, un'ampia trascrizione di abbozzi autografi e marginalia, 250 pagine di commento storico-esplicativo. Il volume contiene sette opere dell'ultima fase della vita di Bruno prima del carcere, tre delle quali (le Theses de magia, la Medicina Lulliana e la straordinaria Lampas triginta statuarum) non erano ancora state tradotte in italiano e una (il De magia mathematica) non aveva mai visto la luce nella sua integralità. Bastino questi scarni dati, intanto, a fornire il senso di un evento che non mancherà di imprimere una svolta nella storia degli studi.

Nella storia degli studi bruniani, in primo luogo; quindi in quella generale della filosofia e della cultura moderna (a cominciare dalle ricerche sul tardo Rinascimento italiano), investendo frontalmente la discussione su che cosa sia modernità e come si definiscano i suoi caratteri costitutivi, il suo profilo teorico, la sua stessa parabola epocale. Ci si è implicitamente riferiti, poche righe sopra, alla scarsa fortuna di questi scritti, in parte inediti, in parte mai tradotti. Ma la loro vicissitudine editoriale riserva ben altre sorprese, testimoni del tormentato rapporto tra la storiografia filosofica (e non solo) e l'idea del "moderno". Composte e rielaborate tra il 1587 e il '91, le opere magiche di Bruno dovettero attendere tre secoli prima di venire (in parte) pubblicate. E quando poi lo furono (nel 1891, con il terzo volume degli Opera latine conscripta curato da Felice Tocco e Girolamo Vitelli), capitò loro il singolare destino di essere sminuite, quasi nascoste dai loro stessi editori. Ancor prima di darli alle stampe, Tocco si premurò di avvisare che gli scritti magici "del Bruno" non contenevano nulla di "veramente nuovo" - nulla "che non si conosca di già nelle opere edite" - così bizzarramente mettendo in guardia il curioso lettore dal prendere in mano il nuovo libro. Che cosa impensieriva del Bruno magico? Che cosa avrebbe indotto, di lì a un trentennio, anche Gentile (che di Tocco era stato allievo ma se ne era ampiamente discostato) a ignorarlo pressoché del tutto, quasi si trattasse di un corpo estraneo da rimuovere o mettere a tacere?
Ciliberto scrive: è la "dinamite accumulata da Bruno nei suoi testi magici" ad allontanarne gli stessi più avvertiti studiosi. E a suscitare in loro, per una reazione difensiva, giudizi riduttivi e una disattenzione a dir poco sospetta. Qui torna in gioco il nesso tra Bruno e la modernità. Pare impossibile a Tocco e a Gentile (come a Spaventa e ad Antonio Labriola, per restare in Italia) tenere insieme l'immagine del "mago" Bruno con quella - per tutti irrinunciabile, benché diversamente concepita - del Bruno moderno, padre, con altri, della modernità italiana ed europea. Poco importa, qui, indugiare sulle molteplici ragioni che ispirano tale convincimento. E' piuttosto l'unanimità dei pareri a interessare. Si tratti della diffidenza del razionalista o dell'indifferenza di chi nello studio del Rinascimento è mosso dal problema della "crisi della coscienza" italiana (e della tardiva nascita dello Stato nazionale), a tutti appare ovvio che la modernità di Bruno sarebbe disturbata e messa a repentaglio dalle sue frequentazioni con la magia e l'"arte della memoria", con il lullismo, l'astrologia e la cabala, con motivi di matrice ermetica e misterica. Ragion per cui di tutto questo multiforme bagaglio, reso indistinto dallo sguardo dei critici, si provvede a fare poco più che un ingombro, l'imbarazzante cascame di un passato già conchiuso.

O "mago" o moderno: non c'è via d'uscita. Con il risultato - questo sì imbarazzante - di ritrovarsi tra le mani e dovere accantonare non già esercitazioni giovanili, bensì opere della piena maturità, composte mentre prendeva forma il grande ordito dei poemi francofortesi. E di dovere dunque scindere un Bruno maggiore da uno minore, ancora prigioniero delle tenebre, senza che la scissione - imposta da criteri esterni, da una concezione della modernità presupposta e assunta come dogma - potesse giustificarsi nella lettura dei testi. Si può dire che questa è ancor oggi la tendenza prevalente degli studi.
Non che si sia fermi a Gentile, beninteso. Vi è stato il notevole contributo di Antonio Corsano, al quale Ciliberto riconosce, a ragione, il grande merito di avere per la prima volta utilizzato in modo organico le opere magiche, ponendone in risalto le connessioni con l'aspirazione pratica e riformatrice della "nova filosofia" di Bruno. Vi è stata, soprattutto, a porre le premesse di una nuova concezione della modernità, liberata dagli schemi "classici" - e dalle convergenti interdizioni - del razionalismo scientista e del neo-idealismo, la straordinaria stagione di studi sul Rinascimento legata ai nomi (per citare appena i maggiori) di Warburg, Kristeller e Garin. Ma, a testimonianza della vischiosità dei quadri culturali, sinora il Bruno "magico" è rimasto dietro le quinte, e non è stato adeguatamente valorizzato nemmeno da chi - come la Yates nel volume del '64 - ha proposto di collocare tutta la filosofia bruniana nell'ambito dell'ermetismo. Di qui l'enorme rilevanza del libro che oggi vede la luce e che, nel fornire uno strumento storico e filologico di straordinario pregio, offre la base testuale per superare definitivamente questa sconcertante impasse.

Il volume contiene (come si è detto, in latino e in traduzione italiana) tutte le opere pubblicate da Tocco e Vitelli nel 1891, ad eccezione dei Libri Physicorum (non immediatamente riconducibili alla riflessione di carattere magico), con l'aggiunta del De magia mathematica, sinora in gran parte inedito perché da tutti i precedenti editori ritenuto un semplice zibaldone di estratti dalle fonti bruniane (a cominciare da Ficino, Agrippa e Alberto Magno). Il lettore trova dunque, oltre a quest'ultimo testo, altre tre opere di argomento strettamente magico, il De magia naturali, le Theses de magia, il De vinculis in genere; quindi due testi nei quali alla riflessione magica si intrecciano altre tematiche, di ordine fisico, astronomico, astrologico e medico (il De rerum principiis et elementis et causis e la Medicina Lulliana); infine la Lampas triginta statuarum, nell'ultima sua redazione (1591) e non in quella originaria (1587) èdita nell'Ottocento. Così reso disponibile, in una veste ecdoticamente impeccabile e corredato da un prezioso commento storico e critico, un corpus organico, sinora poco accessibile al vasto pubblico dei non specialisti. Ciò che la lettura di questi scritti provoca non è soltanto l'intensa emozione che tante pagine bruniane suscitano, ma anche scoperte destinate - se non ci inganniamo - a modificare l'immagine recepita del loro autore e forse anche, per questa via, l'idea corrente della modernità, del nostro stesso mondo.
Una scoperta, in particolare. Lungi dal costituire eredità residuali, gli scritti di Bruno sull'"arte magica" si rivelano fondamentali per mettere pienamente a fuoco lo snodo cruciale della "nova filosofia": il nesso tra ontologia e prassi "riformatrice" o, se si preferisce, tra il De la causa e lo Spaccio. Ma attenzione: questa affermazione comporta una conseguenza di grande rilievo, che dichiara la notevole portata storiografica dell'operazione compiuta da Ciliberto e dalle sue agguerrite collaboratrici. Ne discende infatti che nella "magia" di Bruno è consegnata una cifra essenziale della sua modernità. A sua volta - giusta la circolarità del discorso ermeneutico - ciò implica che passo inaugurale dell'impresa (nel quale è messo a valore quel nuovo patrimonio di studi sul Rinascimento di cui si è appena detto) è stata proprio l'elaborazione di una nozione del moderno duttile, complessa, capace di intrattenere un fertile dialogo anche con forme dell'esperienza e del sapere tradizionalmente espunte dalla galleria delle virtù e degli eroi della modernità. In altri termini, avere letto bene questi scritti ha certo permesso ai loro editori di restituire Bruno all'unità del suo pensiero; ma ciò è stato possibile perché si era conquistata un'idea non riduttiva e astorica della modernità, la consapevolezza, insieme, della tortuosità del suo sviluppo e della funzione costitutiva in esso svolta da saperi ibridi, a mezzo tra arte e scienza, immaginazione e intelletto, esperimento e fede.

Le pagine della Lampada ("un autentico capolavoro", una sorta di "enciclopedia delle scienze filosofiche", un "testo veramente capitale", osserva Ciliberto) aiutano a chiarire il punto. Un'opera magica, nella quale tuttavia Bruno si scaglia contro la cieca credulitas di chi si lascia irretire dai maghi (un'eco, forse, della dura polemica dello Spaccio verso la "santa asinità") e contro le tecniche di fascinazione che conducono alla perdita di sé (a furori "asinini" o "bestiali", per dirla con il Bruno italiano). "Dunque nostro proposito aprire una via di indagine tale da farci procedere nel modo più semplice e appropriato da premesse il più possibile prossime, proprie e niente affatto remote, che non richiedono molta concentrazione ed elaborazione, solerzia e argomentazione". Chi può, intenda. Si apre qui la strada verso una nuova specie di "magia", franca da presupposti misterici e da ipoteche religiose (con buona pace di chi riduce Bruno alla fonte ficiniana), intesa invece come pratica sperimentale, radicata nell'"organismo universale" della sostanza infinita ("è magia - leggiamo nel De magia naturali - quella che deriva dalla capacità di antipatia e di simpatia degli enti"), e destinata a intrecciare un dialogo di intelligenza e passione con le incessanti metamorfosi della "natura-vita": una "magia", cioè, naturalizzata.

Da un lato si diparte da queste premesse ontologiche, pienamente coerenti con i risultati conseguiti nel De la causa, un tema classico della cosmologia bruniana, presente già nella Cena delle ceneri, nel De infinito e nella Cabala. L'universo non è strutturato gerarchicamente, non ha un centro, è invece una totalità dinamica costituita dall'infinita molteplicità delle manifestazioni della sostanza, in ciascuna delle quali - fosse anche l'ultimo degli enti - àlita il soffio vitale dell'"anima del mondo". Ne consegue la negazione del tradizionale primato dell'anima umana, il ripudio "anti-umanistico" della dignitas hominis classicamente intesa. Ma ciò non conduce la Lampas alla negazione deterministica della libertà. Al contrario, la "magia" deve esaltare l'eccellenza e l'operosità dell'uomo. Il quadro ontologico è posto in tensione con la ricerca di principi pratici in grado di consentire all'uomo di eccedere il "limite" della natura: di forzarne i dettami sottraendosi alla passività propria dei bruti, di interferire nell'opera inesauribile della "materia universale" giungendo a padroneggiare il proprio destino, di assumere, finalmente, la funzione quasi divina (tornano qui temi centrali nella polemica anticristiana dello Spaccio) di artefice della realtà.
La "magia" di Bruno si rivela così (e questo pare a noi il risultato più cospicuo della fervida stagione di studi bruniani dispiegatasi in Italia a partire dagli anni Settanta) scienza della prassi, approdo di un cammino di apprendimento e purificazione che, solo, concede - a chi abbia la forza di percorrerlo - libertà e conoscenza. Vero "mago" è il "sapiente" o il "furioso" acceso dal fuoco d'amore per la verità, colui che in sé realizza, di là dalla scissione di anima e corpo, l'unione di intelletto e volontà, di ragione e passione. Non c'è spazio per la magia nera né per l'invocazione dei favori celesti. Si tratta, invece, di "progredire nelle opere dell'intelligenza", sorretti da una razionalità capace a un tempo di indagare sperimentalmente la realtà e di abbracciare il sistema delle passioni e degli affetti. "Si potrebbe dire - osserva Simonetta Bassi nel commento al De magia naturali - che, da un certo punto di vista, il trattato sulla magia di Bruno è un trattato sulle passioni che gonfiano le vele della ragione per permetterle una comprensione profonda della realtà".

In questo razionalismo dell'affettività Bruno ci appare più moderno di molti zelanti guardiani della modernità. Basti un ultimo accenno a un tema che attraversa l'intera sua ricerca. Come nello Spaccio la celebrazione machiavelliana dell'operosità fa leva sull'endiadi di mano e intelletto e negli Eroici furori il furore "eroico" risulta dalla fusione di anima e corpo, così nelle opere magiche la sapienza pratica è frutto di un incontro tra ragione e passione che la "magia" appunto media e nel quale la ragione si trasforma, dimette formalismo e astrattezza, diviene strumento pratico per la "riforma" del mondo e viatico alla sua "nuova giovinezza".
Materialismo? Monismo naturalistico? Certo è la scoperta della vita della materia e, reciprocamente, della presenza della materia nell'anima vitale. Come un fiume carsico questa intuizione correrà per secoli, erodendo passo dopo passo il divario che ogni sacra teologia istituisce tra la terra e il cielo. Se questo è vero, il rogo di Campo dei Fiori non poteva non ardere. Con troppo anticipo un "angelo della luce" era apparso tra gli uomini per indicare loro la strada della libertà. Occorreva bruciarlo insieme ai suoi libri. Conveniva per questo dichiararlo eretico e mago. E difendere poi con cura intransigente gli steccati che eroicamente egli aveva tentato di travolgere.

 

 

                                                        Domenica 28 Gennaio 2001

 

La magia di Giordano Bruno

di Paolo Rossi

A Dame Frances Yates, che dedicò alle opere magiche di Bruno tanti anni della sua vita, non era sfuggito un punto centrale: la mente di Bruno opera secondo linee che per un uomo moderno è estremamente difficile recuperare. Quando alcuni stili di ragionamento, basati sulle dottrine della somiglianza e della similitudine (che furono propri della magia, dell'alchimia e dell'astrologia rinascimentali), sono stati decisamente sostituiti si è chiesto Ian Hacking - è ancora possibile riconoscere i loro oggetti? Confrontarsi con i testi è il solo modo legittimo di rispondere a questo genere di domande. La parola magia - avverte Bruno - ha molti significati differenti. Quando viene usata da filosofi e tra filosofi il termine mago,come già in Aristotele, indica un sapiente dotato della capacità di agire.Ma quando viene interpretata secondo il significato comune del termine, significa cose diverse per questo o quell'ordine di preti che "filosofano molto su un cacodémone che essi chiamano Diavolo" e per la credulità che invece si esprime negli usi e nei costumi. Come nell'astrologia convivono calcoli sofisticati e vitalismo antropomorfico, così, nella magia convivono misticismo e sperimentalismo. I libri della magia del Rinascimento ci si presentano come il frutto di una strana mescolanza. Troviamo, in uno stesso manuale, pagine che si riferiscono a "cose" che non stanno più assieme: ottica, meccanica, chimica, ricette di medicina, costruzione di macchine, scritture segrete, ricette di cucina, veleni, consigli per i pescatori e cacciatori, suggerimenti attinenti al l'igiene, alle sostanze afrodisiache, al sesso e alla vita sessuale, riflessioni teologiche, richiami alla tradizione sapienziale dell’Egitto e dei profeti biblici, riferimenti alle filosofie classiche e ai maestri medievali. Ma la posizione di Bruno è molto diversa e non va confusa con quelle di Giambattista della Porta o di Cornelio Agrippa. Come sottolinea Michele Ciliberto nella sua limpida prefazione, nei testi di Bruno si verifica infatti un inconsueto e strettissimo intreccio tra magia e filosofia e tra magia e ontologia. La casa editrice Adelphi dà avvio, con questa edizione, alla davvero meritoria impresa della pubblicazione delle opere latine di Bruno. In questo volume che reca i testi latini in edizione critica e la traduzione italiana a fronte, tutti i testi sono minutamente commentati. Viene per la prima volta pubblicato integralmente il testo della Magia mathematica, altri testi compaiono per la prima volta tradotti. Sono inoltre qui trascritti i molti marginalia che corredano gli scritti magici nonché gli abbozzi autografi del De vinculis e della Medicina lulliana.
L'anno bruniano (il quattrocentesimo dalla morte) è stato caratterizzato da roventi polemiche. L'impiego di mezzi del tutto impropri (i grandi quotidiani), l'intervento (anche diretto) di personaggi estranei alla comunità degli studiosi hanno contribuito a sollevare un polverone notevole. Depositatosi il quale, resteranno, di questo anno centenario, non moltissime cose. Fra le quali, senza alcun dubbio, principalmente due: lo straordinario, inatteso interesse dei lettori italiani per le opere di Bruno; le milleseicento pagine, che hanno richiesto un lungo e paziente lavoro, di questo prezioso e molto atteso volume.

Giordano Bruno, "Opere magiche", edizione diretta da Michele Ciliberto, a cura di Simonetta Bassi, Elisabetta Scapparone, Nicoletta Tirinnanzi, Adelphi, Milano 2000, pagg. 1.598, L. 200.000.


                                                                         Domenica, 11 febbraio 2001

 

giordano bruno la divina follia contrapposta alla scienza

UMBERTO GALIMBERTI


Giordano Bruno: un'occasione per pensare profondamente, dove la "profondità" non va cercata nell'"approfondimento" del pensiero tecnico-scientifico che da tre secoli condiziona l'Occidente limitando le sue possibilità espressive e conoscitive, ma va cercata nell'inconscio della scienza che è a un tempo ciò da cui la scienza scaturisce e ciò che la scienza rimuove. Immagino che questo discorso infastidisca gli scienziati e i filosofi della scienza, il cui sapere è accreditato dai successi del loro metodo che sono sotto gli occhi di tutti. In Occidente infatti la società è progredita per effetto della scienza e non della magia, le possibilità dell'uomo si sono ampliate per effetto delle scoperte scientifiche, la vita stessa dell'uomo è più sana e più lunga grazie alla medicina scientifica. Ma in ordine alla felicità dell'uomo, in ordine alla sua pace interiore, in ordine alla sua armonia con la natura e più ampiamente col Tutto, non pare si siano fatti passi innanzi. Anzi, sembra proprio che il progresso scientifico dell'Occidente abbia dislocato l'uomo dal suo habitat naturale, per cui ci si trova più a proprio agio di fronte a un computer che di fronte a una distesa verde, a un mare trasognato, a un cielo propizio. Immagino che questo discorso infastidisca anche gli uomini di religione che, per quanto antiscientifici possano apparire, dal processo di Galileo all'opposizione alla biologia darwiniana, su su fino alle recenti scoperte della biologia molecolare e della genetica, in realtà hanno sempre marciato nella direzione di un accordo con la ragione, prima con la ragione platonico-aristotelica, poi con la ragione cartesiana, perdendo della dimensione sacrale, di cui dovrebbero essere i "sacer-doti", non solo l'origine, ma anche la traccia. Per questo non obiettarono nulla alla fisica cartesiana, si limitarono a processare Galileo per difendere la "letteralità" biblica, ma non esitarono a bruciare Giordano Bruno perché propugnatore di una "nova filosofia" che non era scientifica, perché si appoggiava alla magia naturale, alla "prisca Aegiptorum sapientia". Oggi Adelphi pubblica di Giordano Bruno le Opere magiche (pagg. 1.590, lire 200.000). Un'edizione lussuosa con il testo latino a fronte, diretta da Michele Ciliberto che oggi in Italia è senz'altro uno dei maggiori conoscitori di Giordano Bruno. Queste opere furono pubblicate per la prima volta a fine Ottocento da F. Tocco ed E. Vitelli che però invitarono a trattarle con "cautela e prudenza", quasi fossero un "errore", lungo il tragitto che il pensiero della modernità si accingeva a percorrere. Nel nostro secolo Giovanni Gentile giudicò queste opere "non filosofiche perché ebbero in odio la logica", ribadendo in tal modo il pregiudizio della modernità, secondo cui il pensiero o è logica o non è nulla. Ma allora che dire di Socrate che filosofava a partire dal demone che dentro gli dettava in condizione di "atopia" che non è epilessia, già nota ai tempi di Ippocrate, ma propriamente "dis-locazione (a-topia)" rispetto al modo abituale di pensare? Che dire di Platone che alla fine della sua vita sconfessa tutte le sue opere scritte, perché la vera sapienza non si può trasmettere se non per comunicazione orale, come aveva appreso in Egitto dal suo maestro di iniziazione Sechenuf? Platone fonda la ragione d'Occidente: il principio di non contraddizione, di identità, di causalità. Ordina il linguaggio secondo una grammatica e una logica che garantiscono l'univocità dei significati, sottraendoli una volta per tutte a quell'ambivalenza simbolica che li lasciava in una perenne oscillazione. Ma poi parla anche di una "divina follia" di gran lunga "superiore alla ragione logico-matematica (uperballein ta mathemata olka)" che Platone e non altri aveva ideato e consegnato all'Occidente come forma del suo pensiero e del suo linguaggio. Questa "divina follia" trova il suo spazio scenico nella Gnosi e nel Neoplatonismo, per quanto conflittuali siano state queste due forme di pensiero, e poi venne sepolta da Agostino, logico e retore, che saldò il cristianesimo alla "logica" greca. La divina follia, questo pensiero che procede per immagini e non per concetti, che dell'immagine sono l'impoverimento e la riduzione, prosegue sotterranea nel pensiero medioevale. La ritroviamo alla base delle tecniche mnemoniche di Raimondo Lullo, e poi in modo esplosivo nel Rinascimento con Cusano, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e appunto Giordano Bruno. Ma nel Rinascimento nasce anche la scienza moderna con Bacone, Galileo, Cartesio. L'impianto logico-matematico che Platone aveva inaugurato viene rigorizzato, e l'altro modo di pensare, il pensiero per immagini, viene di nuovo sepolto, senza però sparire, se è vero che è possibile scoprirlo nascosto dietro le riflessioni di Leibniz sulla lingua e sulla scrittura, errabondo nella fenomenologia di Hegel, pervasivo nella filosofia di Schopenhauer, esplosivo in quella di Nietzsche, e via via nei "grafi" della semiotica di Peirce, nell'ardua meditazione di Wittgenstein sulla logica della raffigurazione, e nella categorica distinzione heideggeriana tra "pensiero calcolante" e "pensiero pensante". Del pensiero per immagini s'è impadronita la psicoanalisi: Jung più di Freud, e oggi James Hillman che denuncia di "insufficienza immaginale" la psicoanalisi, la quale, nel tentativo di accreditarsi come scienza, ha perso l'anima. La magia di Bruno si colloca in questa sotterranea corrente di pensiero, il "pensiero per immagini", che, anche se è risultato perdente in Occidente, continua ad essere la fonte segreta del pensare. Ad essa si accede, come voleva Platone, non con architetture logiche, ma con pratiche erotiche. Si legga a questo proposito il Simposio e il Fedro dove si parla d'amore e di divina follia. Lì si dice che amore è una forma di follia a cui gli amanti ricorrono "per dire quel che altrimenti non riuscirebbero a dire, e perciò parlano in modo enigmatico e buio". Lo stesso Socrate, noto per la sua "dotta ignoranza", dice che di una sola cosa ha "episteme", cioè un sapere certo: delle cose d'amore (ta aphrodisia). Le ha apprese da una donna, Diotima, che gli ha insegnato come Amore sia interprete tra gli "umani" e i "divini", i cui linguaggi non sono compatibili e perciò vanno interpretati (ermeneuein) e tradotti (diaporthmeuein). "E chi ha frequentazione con Amore che colma lo spazio vuoto che separa questi due mondi è un uomo demonico (daimonios) a differenza di chi, non avendo frequentazione, è uomo comune (banausos)". Amore sa "comprendere" quel che la ragione non sa "spiegare". E su questa distinzione Jaspers nel secolo scorso imprimerà una svolta radicale alla psicopatologia, segnalando che la psichiatria "può tutto spiegare, senza nulla comprendere". L'impresa jaspersiana, in linea con l'erotica bruniana che ha le sue radici in quella platonica, sarà sconfitta dal discorso egemone della biochimica e oggi della genetica, per cui, come diceva Jaspers finiremo col sapere che cos'è la schizofrenia e non riusciremo a parlare con uno schizofrenico. La recente discussione sull'Illuminismo, opportunamente inaugurata da Scalfari sulle pagine di Repubblica, ha messo in luce la grandezza della ragione scientifica su cui l'Occidente ha costruito se stesso, ma insieme il suo limite, a cui l'immaginazione romantica cercherà di porre rimedio portando l'attenzione sull'intima connessione del Tutto rispetto all'analitica scansione delle parti, in cui il pensiero logico-razionale, per le esigenze del suo metodo, trattiene se stesso, smarrendo i "vincoli" che legano fra loro tutte le cose. Questo è il programma della magia di Giordano Bruno per il quale "non essendoci nell'universo parte più importante dell'altra" non è concesso all'uomo quel primato, prima biblico e poi cartesiano, che lo prevede "possessore e dominatore del mondo", ma semplice "cooperatore dell'operante natura (operanti naturae homines cooperatores esse possint)". Questa differenza è decisiva perché smaschera quella sotterranea parentela che, al di là delle dispute, lega la tradizione cristiana all'agnosticismo scientifico. L'una e l'altro infatti condividono la persuasione che l'uomo, disponendo dell'anima come vuole la religione o della facoltà razionale come vuole la scienza, è , tra gli enti di natura, l'ente privilegiato che può sottomettere a sé tutte le cose. A questa enfatizzazione cartesiana del soggetto (Ego cogito) preparata dalla tradizione giudaico-cristiana (per la quale l'uomo è immagine di Dio e quindi nel diritto di dominare su tutte le cose), Giordano Bruno contrappone un percorso radicalmente diverso da quello che caratterizzerà per secoli il pensiero europeo. Non il primato dell'uomo, ma il primato degli equilibri sempre instabili e sempre da ricostruire tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura. La magia, che non è potere sulla natura, ma scoperta dai vincoli con cui tutte le cose si incatenano, secondo il modello eracliteo dell'"invisibile armonia", è la proposta filosofica di Bruno, antitetica sia alla scienza matematica che si alimenta della progettualità umana, sia alla religione che, se da un lato subordina l'uomo a Dio, non esita a considerarlo, fin dal giorno della sua cacciata dal paradiso terrestre, dominatore di tutte le cose. Giordano Bruno fu trascurato dagli scienziati del suo tempo che stavano inaugurando il sentiero che sarà poi percorso dal pensiero occidentale, e bruciato vivo a Roma, in Campo de' Fiori, dalla Chiesa che allora, per dire la sua, disponeva di metodi più spicci. Ma oggi che il potere dell'uomo sulla natura inquieta l'uomo stesso, perché il suo potere di "fare" è enormemente superiore al suo potere di "prevedere" e di "governare" la propria storia, forse è opportuno un ritorno al pensiero di Bruno, per scorgervi non l'anticipatore degli "infiniti mondi" contro il geocentrismo del suo tempo, ma colui che, proprio in forza degli "infiniti mondi" dubita che l'uomo possa essere pensato come il centro dell'universo e quindi in diritto di disporne, questa volta sì ingenuamente, secondo i modesti e al tempo stesso terribili schemi della sua acritica progettualità, perché alla legge del Tutto, a cui si volgeva la magia bruniana, impone la legge dell'uomo (occidentale) sul Tutto.

 


Sabato 3 Marzo 2001

Nel Rinascimento di Giordano Bruno la magia è scienza della meditazione
E LA PAROLA MAGO INDICA IL SAPIENTE CAPACE DI AGIRE: LE OPERE EDITE DA ADELPHI CONFERMANO LA SUA ESTRANEITA’ AL CRISTIANESIMO, LA SINTONIA CON LA CULTURA INDIANA

RECENSIONE
Anacleto Verrecchia

QUANDO il Nilo è arrivato al Cairo, dice un proverbio arabo, non c’è più nulla che possa rimandarlo indietro. La stessa cosa si potrebbe dire di Giordano Bruno, una specie di Nilo in chiave filosofica: anche lui è arrivato al suo Cairo, come dimostra l’immensa bibliografia. Il cammino è stato lungo e pieno di ostacoli, perché la Chiesa, non contenta di aver bruciato vivo il filosofo, ha poi sempre cercato, per ben quattrocento anni, di insegretirlo e di cancellarne la memoria. Ma ora essa non può fare più niente contro il corso delle cose. La verità è una pianta molto tenace: si può tagliare, ma prima o poi rispunta come gli ulivi distrutti dall’incendio. E questo dovrebbero ormai saperlo anche i chierici. Quel Nilo filosofico, però, bisogna anche renderlo navigabile per tutti, non solo per i «bruniani» di professione. E’ ciò che hanno fatto le traduttrici delle Opere magiche , a cominciare da Nicoletta Tirinnanzi, che fa onore al suo nome e lavora con lena indefessa. La maggior parte del merito va a lei. Le altre sono Simonetta Bassi ed Elisabetta Scapparone. L’edizione è diretta dal professor Michele Ciliberto, che ha scritto le venti pagine di introduzione.
Il lettore non si lasci trarre in inganno dal titolo del volume e non creda di trovarvi delle formule per fare gli scongiuri o il malocchio. Bruno non è uno stregone, ma un filosofo, anzi un grande filosofo. Ciò che volgarmente s’intende per magia egli non solo lo condanna, ma lo mette anche in ridicolo. No, la magia di cui si parla in questi scritti è un’altra cosa. Cito: «Quando viene usato dai filosofi e tra i filosofi, il termine mago indica il sapiente dotato della capacità di agire». E’ un ramo della filosofia o, se si vuole, una scienza della meditazione.
I testi qui tradotti furono pubblicati per la prima volta nel 1891, nel terzo volume dell’edizione nazionale degli scritti latini di Bruno. Si tratta per lo più di lavori incompiuti o anche di materiali che servivano al filosofo per le sue lezioni; e questo può spiegare perché egli non li abbia pubblicati. Anche se non finiti, però, alcuni testi hanno tutta la consistenza di veri e propri trattati. Ciò vale soprattutto per la mirabile Lampada delle trenta statue , magnificamente tradotta e commentata da Nicoletta Tirinnanzi. Non si capisce, però, perché questo capolavoro sia stato incluso tra le opere magiche. E’ invece un trattato di filosofia bell’e buono, anzi di gnoseologia. Un’altra pecca del volume è che manca di indice analitico e perfino di indice dei nomi. Lichtenberg non ha tutti i torti, quando dice che bisognerebbe vietare la pubblicazione di libri senza indice.
Chi legge queste pagine capisce facilmente perché Bruno suscitasse tanto entusiasmo in chi lo ascoltava. Abbiamo diverse testimonianze al riguardo, ma mi limito a riportare la poesia latina che nel 1589 gli dedicò a Helmstedt il suo allievo o seguace Valens Acidalius. S’intitola A Giordano Bruno Nolano Italiano , ed eccone la traduzione: «Tu, così insigne, così grande che in te si son riversati,/ Tutti insieme, i doni di tutti gli Dei./ Tu che possiedi tutti i doni del ricco tesoro della natura,/ Uno solo dei quali è dato di possedere a ciascun altro./ O essere sublime, oggetto di meraviglia per tutti,/ Dinanzi a cui stupisce la stessa natura, superata dall’opera sua:/ O fiore d’Ausonia, Titano della tua splendida Nola,/ Decoro e delizia dell’uno e dell’altro cielo:/ Posso forse tentar di parlar di te con un mio carme,/ Di te, di cui nessuno, in un carme, può parlare degnamente?/ Non io: tu vinci la bocca e la lira dello stesso Apollo,/ Né alle Muse è concesso saper cantare di te./ Che cosa posso dunque io dir di te, a meno che non dica/ Solo questo: che di te non posso dir nulla?/ Che debbo fare? Ma ti basti, o grandissimo uomo,/ Questa lode: da nessun carme puoi venir lodato abbastanza».
Ci sono ancora due libri da raccomandare caldamente. Uno è la nuova edizione della classica Vita di Giordano Bruno scritta da Vincenzo Spampanato (con prefazione e nota sull’autore di Nuccio Ordine, Les Belles Lettres/Nino Aragno Editore, pp. XXX-865, L. 90.000). Nessun vero studioso di Bruno potrebbe fare a meno di quest’opera, che resta un punto di riferimento obbligato. La sua massicciata è così robusta che ricorda quella delle antiche strade romane. L’unico difetto è lo stile accademico, ma questo è tipico degli eruditi italiani: non sanno scrivere. E se si trovano dinanzi alla pagina ariosa e brillante, gli sciagurati parlano di «giornalismo». Per la stessa ragione le donne racchie accusano di leggerezza quelle carine.
L’altro libro è una superba edizione dello Spaccio de la bestia trionfante , una delle opere più importanti di Giordano Bruno («Biblioteca dell’Utopia», Silvio Berlsuconi Editore, pp. LII-421 s.i.p.). L’ha curata Eugenio Canone, che nella filosofia di Bruno ci sta per così dire di casa. A rendere più prezioso il volume c’è anche un ritratto ideale del filosofo disegnato dalla mano maestra di Ottavio Mazzonis. Se lo sarebbe mai immaginato, lo squattrinato Giordano Bruno, che un giorno le sue opere sarebbero state pubblicate in edizioni di lusso? E’ la vendetta della storia!
Bruno, come si può vedere anche nello Spaccio , esce completamente dalla cultura cristiana. Per lui l’universo è eterno e infinito; e la causa del mondo va cercata nel mondo stesso e non fuori di esso. In altre parole il mondo «trae da se stesso la ragione della propria esistenza e non dipende da altro, sia come materia sia come principio efficiente». Cade così il pilastro principale dell’impalcatura teologica cristiana, ossia il teismo, secondo il quale il mondo sarebbe stato creato dal nulla ad opera di un dio personale diverso e staccato dal mondo. Né l’uomo, per Bruno, è qualche cosa di speciale rispetto agli altri esseri viventi, perché uno è lo spirito che vivifica tutto, dalla formica ai primati. Si tratta di fenomeni diversi di un’unica sostanza universale. Che c’è di cristiano, in tutto questo? Nulla! Bruno suona su un registro che ricorda molto da vicino l’alta sapienza indiana. Egli visse nel Rinascimento, ma il suo spirito era altrove. Questo lo hanno capito benissimo certi studiosi tedeschi, mentre quelli italiani, che generalmente mancano di slancio, continuano a fare glosse. Tra le disgrazie postume toccate a Bruno in Italia c’è soprattutto quella di essere finito nelle mani dei pedanti, da lui tanto detestati in vita.
Giordano Bruno Opere magiche introduzione di Michele Ciliberto, Adelphi, pp. CXLII-1594, L. 200.000
CLASSICO