Titolo Opere italiane. 2 Voll.
Autore Giordano Bruno 
Prezzo € 140,00
Dati vol. I pp. 752 ,  vol. II pp. 904 ril.
Anno 2002
Editore UTET
Collana Classici italiani


Cultura

Sabato 16 Novembre 2002

Presentata a Londra l’edizione critica delle opere del pensatore condannato a morte. Ne parla Nuccio Ordine, suo grande studioso
Giordano Bruno, eretico più forte di ogni rogo

La sua lezione: tolleranza, gratuità della conoscenza e critica dei fondamentalismi

L’evento è di rilievo. Dopo l’edizione francese Belles Lettres, finalmente anche l’Italia ha l’edizione critica delle Opere italiane di Giordano Bruno, curata da Giovanni Aquilecchia per l’Utet. Filosofo molto amato o molto odiato, Bruno è purtroppo poco letto. Eppure le sue pagine appaiono geniali anche ai profani. Si tratta ora di farlo uscire dagli stereotipi e apprezzarlo per quello che è: un pensatore grandissimo che ha discusso con anticipo tanti temi della modernità. Ne parliamo con Nuccio Ordine, che di Giordano Bruno è studioso di fama internazionale (il suo libro, La cabala dell'asino , è stato già tradotto in cinque lingue), prefatore e coordinatore di questa edizione Utet.
Perché Bruno, oggi?

«Basta rileggere alcune sue pagine per capirlo. In un’epoca in cui le scuole e le università vengono trasformate in aziende e il sapere diventa uno strumento per adeguarsi alle logiche del mercato, le riflessioni di Bruno suonano come un monito: rivendicano la gratuità della conoscenza. Non si studia per accumulare ricchezze o potere. Si studia per capire se stessi e il mondo. Per imparare a pensare criticamente. Ma la conoscenza, al contrario di quanto oggi vogliono far credere certe pedagogie edonistiche, non è un dono, ma frutto di una faticosissima conquista».
È difficile trovare qualcuno che lo dica ai giovani d’oggi.
«Sempre più difficile, in un mondo dove tutto deve essere facile e veloce. Tutta l’esistenza, per Bruno, si concretizza invece in un’inesauribile ricerca del sapere. Solo gli dei, che sanno tutto, e gli ignoranti, che presumono di sapere tutto, non cercano».
A questa riflessione si lega anche un altro tema ancora oggi percepito come eversivo: il rifiuto di un punto di vista assoluto .
«Assolutismi e fondamentalismi sono i mali del presente. La cosmologia infinitistica di Bruno insiste sulla relatività dei punti di vista, distruggendo ogni gerarchia. Una pulce e un pianeta hanno lo stesso peso. Così come tutti gli esseri viventi hanno uguale dignità. Questioni ignorate dai fautori degli scontri religiosi e delle guerre mascherate da missioni di pace».
Senza pluralismo non c'è comprensione dell'Altro.
«La tolleranza è uno dei concetti cardine della filosofia di Bruno. Tollerare significa percepire i limiti del proprio punto di vista e concepire il pluralismo non come ostacolo ma come ricchezza. Per Bruno esistono le religioni, le filosofie, le lingue. Il rigurgito di nazionalismi e di razzismi si pone come una gravissima minaccia per l’Europa e per l’umanità».
Ciò accade soprattutto quando è viva la scissione tra sapere e vita, pensiero e prassi...
«Per Bruno, la vita non può essere separata dalla filosofia. Così come il pensiero non può essere separato da una serie di comportamenti che devono essere in sintonia con esso anche nei gesti più umili. Bruno scrive le sue opere ma nello stesso tempo le sue opere scrivono la sua vita. Non a caso l’ultima pagina della sua filosofia coincide con il rogo di Campo de' fiori».
Però quel tragico finale ha finito per costruire un mito che, paradossalmente, ha danneggiato le opere, occultandole.
«È per questo che dall'inizio degli anni 90 abbiamo lavorato per fornire un’edizione critica delle sue opere».
Che colma, in Italia, un enorme vuoto editoriale ...
«Per la prima volta tutte e sette le opere italiane vengono pubblicate assieme: il Candelaio e i sei Dialoghi ritrovano sul piano editoriale quell’unità che esprimono sul piano filosofico. È un evento frutto di un’alleanza tra due grandi editori di classici: Belles Lettres e Utet. Edoardo Pia concesse ad Alain Segonds l’autorizzazione a utilizzare alcuni testi di base che Aquilecchia aveva approntato per l’Utet. A partire da quei materiali, Aquilecchia ha messo a frutto, in Francia, cinquant’anni di filologia bruniana realizzando la sua preziosa edizione critica che oggi viene pubblicata dall’Utet. Questa edizione non avrebbe visto la luce senza il sostegno di Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, che ha promosso gli studi bruniani nel mondo».
Ma anche i commenti e le appendici sono di grande utilità...
«Alla loro stesura hanno collaborato importanti studiosi di diversi Paesi europei, come Badaloni e Barberi Squarotti, Granada e Seidengart. Si è trattato di un lavoro collettivo, durato dieci anni, con storici della filosofia, della letteratura, della scienza. Bruno richiede diverse competenze. Anche l’appendice è ricca di strumenti inediti: per la prima volta c’è un rimario, un incipitario e una tavola metrica di tutti i componimenti bruniani; un saggio sull’iconografia bruniana ricco di immagini e una documentazione iconografica sugli emblemi».
Come si appresta, l’Europa, a celebrare questo evento editoriale?
«Ieri, a Londra, con Conor Fahy, Lina Bolzoni e Jill Kraye. Martedì prossimo, a Parigi, con Ilya Prigogine, Marc Fumaroli e Michèle Gendreau-Massaloux. E poi a Berlino, a Barcellona, a Ginevra e a Bucarest. A partire da questa edizione di Aquilecchia sono in programma traduzioni in tutto il mondo: dalla Cina al Giappone, dalla Germania a diversi Paesi dell’Est europeo.

Enzo Marzo

 

LA STAMPA
tutto Libri
Sabato 15 Febbraio 2003

IL CANDELAIO E GLI EROICI FURORI CHE CASTIGARONO I PEDANTI
Le "Opere Italiane" Di Giordano Bruno nell'edizione di Aquilecchia: un pensiero potente, una prosa aspra che per essere letta da tutti si dovrebbe "tradurre"

C on due superbi volumi, la Utet ha fatto il più bel regalo alla cultura e alla filosofIa in particolare. 
Ora, finalmente, anche in Italia è possibile leggere le Opere italiane di Giordano Bruno nell'impeccabile edizione critica curata da Giovanni Aquilecchia. Si tratta dell' edizione che il grande filologo, nel frattempo scomparso. aveva stabilita per Les Belles Lettres di Parigi (1993-1999), nella collana delle Opere italiane di Bruno diretta da Yves Hersant e.Nuccio Ordine e pubblicata con il patrocinio dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli presieduto da Gerardo Marotta. Il lettore italiano potrà facilmente reperire le varianti di ogni singola voce e i preziosi apparati critici, perché la presente edizione contiene, ai margini, i rinvii alle pagine dell'edizione Les Belles Lettres.
Aquilecchia è stato indubbiamente il maggior filologo delle opere di Bruno, alle quali aveva dedicato la vita. Egli ha avuto anche il grande merito di scoprire testi di Bruno dati per persi e una doppia versione della Cena de le ceneri. Il testo critico da lui stabilito vale ormai come il testo di riferimento. Ma parliamo della presente edizione.
Per la prima volta il Candelaio viene pubblicato insieme con le altre opere italiane, mentre sia 1'edizione curata da Giovanni Gentile sia il Meridiano Mondadori curato dal professor Michele Ciliberto lo escludono. Ma non è giusto, perché il Candelaio, pur essendo una commedia, anzi la più grande commedia del Cinquecento, contiene spunti filosofici che vengono sviluppati nelle opere successive. Eccole nell' ordine: La cena de le ceneri. De la causa. principio et uno. De l'infinito. universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo. De gli eroici furori.
Le prime tre hanno un carattere più propriamente filosofico, tanto che vengono indicate anche come dialoghi rnetafisici; le altre vengono solitamente classificate tra gli scritti morali. Dal punto di vista filosofico, il capolavoro è indubbiamente il De la causa, principio et uno, così come tra gli scritti in latino lo è il De immenso; ma questo non significa che gli altri scritti siano meno importanti. Le opere contenute in questi due volumi vanno lette tutte, perché l'una getta luce sull' altra.
Un. applauso incondizionato va anche a Nuccio Ordine, che di Giordano Bruno è per così dire l'ambasciatore. Il compito gli si attaglia perfettamente, essendo egli facondo, poliglotta e anche di bella presenza, cosa che non guasta. Le edizioni di Bruno nelle lingue straniere, compresa quella cinese, sono state promosse soprattutto da lui. Sua è anche la lunga introduzione a questi due volumi, la quale è ben scritta e ben pensata. Di solito gli accademici hanno una prosa da aruspici o da seppia letteraria. Non così Ordine, che riesce accattivante anche nello scrivere. Per lui - e ha ragione - il Candelaio «è l'ouverture dell'opera italiana di Bruno». Egli sostiene che dalla commedia agli Eroici furori c'è un percorso organico.
Altro punto importante di quessto bel saggio introduttivo (che sta per uscire ampliato, come libro a se stante, presso Marsilio, con il titolo La soglia dell'ombra. Letteatura. filosofia e pittura in Giordano Bruno, pp. 258. € 23) e il risalto che l'autore dà allo stretto rapporto tra filosofia e biografia, tra pensiero e modo di vivere. Infatti Bruno visse ciò che pensò e pensò ciò che visse.
Il grande filosofo è veramente risorto, come la fenice, dalle ceneri di Campo dei Fiori a Roma. Questa monumentale edizione
ne è - la riprova. La cosa non fa forse piacere a Santa Madre Chiesa, che graziosamente lo bruciò vivo; ma i tempi sono cambiati. Un proverbio arabo dice che quando il Nilo è arrivato al Cairo non c'è più nulla che possa rimandarlo indietro. Esattamente la stessa cosa si potrebbe dire a proposito di Giordano Bruno, una specie di Nilo fIlosofico: anche lui è arrivato al suo Cairo, come dimostra l'immensa bibliografia. Quanto alla Chiesa, che prima ricorreva alle forche, ai roghi e alle mannaie, ora si è ammansita ed è diventata melliflua e sentimentale. adattandosi alle circostanze come la salamandra.
L'esplosiva attività letteraria di Bruno durò appena un decennio. Poi, quando egli aveva solo quaranta quattro anni, l'Inquisizione gli spezzò brutalmente la penna e la vita. Pur in così breve tempo, scrisse moltissimo. Se si contano tutti i suoi scritti, compresi quelli che non ci sono pervenuti, abbiamo una cinquantina di titoli. Ci sarebbe da rimanere sbalorditi, se non conoscessimo la sua potenza intellettuale.
Per parlare solo delle sue opere italiane, che costituiscono meno di un terzo della sua produzione, occorre dire che esse non sono sempre di facile lettura, sia per gli argomenti che trattano, sia per la prosa rupestre in cui sono scritte. Perseguitato e sempre in mezzo a un mare di difficoltà, il filosofo doveva fare un po' come la marmotta, che con un occhio guarda 1'erba da brucare e con l'altro i pericoli che la circondano. In tali condizioni, è facile a capirsi, egli era costretto a scrivere di getto e senza badare troppo alla forma. Non ebbe mai né il tempo né la tranquillità di rivedere e limare la pagina scritta. Così si spiegano certe asperità e certe prolissità. C'è anche da dire che egli era tanto moderno nelle genialissime intuizioni scientifiche e filosofiche quanto antiquato nella scrittura, sebbene ci siano delle pagine di grande bellezza.
Qui si pone un problema, di cui gli accademici e spesso anche gli editori non vogliono neanche sentir parlare. Bruno devo essere letto da tutti e non solo dagli specialisti. In questo gli stranieri sono avvantaggiati, perché lo leggono in traduzione. Io stesso, per chiarirmi certi passi particolarmente complicati, ricorro alla traduzione tedesca o francese.
Ma guai se uno, in Italia, si permettesse di aggiornare un po' la grafia di Bruno, cosa che in Germania fanno anche con autori del Settecento, come per esempio con Lichtenberg. I pedanti griderebbero allo scandalo. Vanno invece in estasi se riescono a stabilire che nelle prime stampe delle opere di Bruno c'è meglo e non meglio, meglore e non migliore, cqui e non qui; e riproducendo tale grafia fanno passare il flagellatore dei pedanti per pedante a sua volta. Già il Gentile aveva fustigato da par suo questa pedanteria maniacale.
Che fare? Visto che lo stesso Bruno diceva che tutto il sapere deriva dalle traduzioni, io, a costo di far inorridire i pedanti, lancio una proposta: trascrivere in italiano moderno le opere di Bruno e fare quello che si fa con i classici latini o greci. Da una parte il testo originale e dal!' altra la trascrizione in lingua moderna. E' così scandaloso? Non si dimentichi che qui abbiamo a che fare con un grande, un grandissimo fIlosofo, e che quello che conta è il suo pensiero e non la sua grafia. Dirò di più: Giordano Bruno, che Schopenhauer paragona a Platone, esce completamente dalla concezione cristiana del mondo e suona su un registro che non è quello dell'Occidente teologizzato e storicizzato. Facciamo dunque in modo che tutti possano leggerlo agevolmente.
Un'ultima cosa. E' un vero peccato che anche sulla copertina del primo di questi due splendidi volumi venga riprodotto il solito, brutto e falso ritratto di Giordano Bruno, dove egli sembra più un cero pasquale che il sovvertitore della filosofia occidentale.

Anacleto Verrecchia

 

 

ALIAS
N°30 26 Luglio 2003

Giordano Bruno, edizione doc di Nuccio Ordine
Le sue Opere Italiane, tra comicità e conoscenza


Qua1che mese fa, recensendo duramente sulle pagine di Alias i due volumi delle opere di Giovanni Pascoli diretti da Cesare Garboli nei Meridiani Mondadori, Andrea Cortellessa ha richiamato" l' attenzione su uno dei nodi cruciali delle odierne edizioni di classici: l'emergere prepotente dell"autorialità del curatore che sembra rimettere. in discussione persino le distinzioni tradizionali tra cura filologica e atto creativo. Un vero e proprio agone tra critico e scrittore che si presenta tuttavia in termini profondamente diversi da quelli dei grandi saggisti primonovecenteschi che duellavano sulla pagina in qualità della prosa e acutezza di vista secondo il modello dell'artifex additus artifici perché adesso il confronto non si svolge più soltanto attorno al testo ma giunge in qualche modo a innervarlo in profondità, tanto, che potremmo parlare di un  artifex dissimulatus in artifice che nei casi estremi arriva a “costruirsi” per via ecdotica l’opera di cui ha bisogno.
Ben oltre l’esempio abnorme (in ogni senso) del Pascoli di Garboli si tratta di una
questione cruciale che riguarda non soltanto gli specialisti ma tira in ballo gli usi sociali del passato da parte della nostra cultura ed è strettamente legata all’attuale rinascita della forma-commento. La più tipicamente medievale delle forme di pensiero ( secondo Benjamin) sta vivendo in questi anni  una nuova giovinezza proponendosi senza più alcun senso di inferiorità come uno dei tanti modi possibili di ragionare attorno alle opere scritte. Non è certo dovuto a un caso che qualche anno fa Lavagetto abbia inserito Il testo letterario il lemma “commentare” tra i verbi forti dell'attività ermeneutica. A oltre trent'anni di  distanza viene da pensare che i critici siano sempre più vittime di quella che, sulla scia della celebre lettura interlineare della Sarrazine di Balzac effettuata da Roland Barthes, potremmo chiamare la sindrome di S/Z.
S
e questo nuovo atteggiamento può provocare degli eccessi di confidenza con i classici non mancano tuttavia anche esempi altamente positivi. Assieme a opere come il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo curato da Ottavio Besomi e da Mario Helbing, o alle edizioni di Guazzo e di Castiglione approntate da Amedeo Quondam, i due illustratissimi volumi, delle Opere italiane di Giordano Bruno pubblicati sotto la direzione di Nuccio Ordine ci offrono oggi una lezione di come sia possibile coniugare il massimo dell'autorialità del curatore con il massimo del rispetto per i testi (i collaboratori ricordano per lunghezza i credits di un film hollywoodiano: nota filologica del rimpianto Giovanni Aquilecchia; commento dello stesso Giovanni Aqullecchia e di Nicola Badaloni, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Pia Ellero, Miguel Angel Granada e Jean Seidengart; appendici di Lars Bergren - sull'iconografia bruniana -, Zaira Sorrenti - incipitario, tavola metrica e rimario - e Donato Mansueto - sulle fonti emblematiche degli Eroici furori -; ampia bibliografia di Maria Cristina Figorilli; Utet, 2 volumi di pp. 752 e 904, di cui oltre quattrocento di apparati (note escluse), s.i.p.). Nel momento in cui presentano le pagine di Bruno nella loro versione più affidabile (riprendendo l'edizione approntata negli scorsi anni da Aquillecchia per Les Belles Lettres) , i due volumi di Nuccio Ordine si presentano anche come il frutto di una precisa interpretazione di Bruno a partire dall' identificazione di un corpus unitario - tutte le opere italiane -  che rigetta la consuetudine di separare il Candelaio dai sei dialoghi filosofici. Le precedenti edizioni novecentesche di Gentile e di Ciliberto separavano con nettezza la commedia dagli scritti filosofici, sottintendendo in qualche modo che essa fosse niente più che un divertissement- un esercizio letterario che, per quanto riuscito, non aveva sostanzialmente nulla da aggiungere al pensiero filosofico di Bruno. Nuccio Ordine muove invece dalla prospettiva completamente differente. Il legame tra il Candelaio e i dialoghi non sarebbe soltanto nella comune scelta linguistica di ricorrere al volgare, ma sottolineerebbe un percorso unitario diventando anzi uno dei tasselli essenziali per intendere la nolana filosofia.
Il lunghissimo saggio introdut
tivo del curatore (ora pubblicato anche separatamente in forma espansa con il titolo de La soglia dell'ombra Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, prefazione di Pierre Hadot, Marsilio, pp. 255, € 23,00) andrà considerata la giustificazione di una scelta editoriale o, viceversa. bisognerà ritenere che la decisione di riproporre tutta l'opera italiana ha aiutato il curatore a valorizzare dei nessi e delle corrispondenze sino a questo momento sfuggite agli studiosi? La stessa impossibilità di dare una risposta definitiva costituisce la prova migliore che in questo caso la funzione restaurativa e monumentale che è implicita in ogni edizione di classici (offrire un testo sicuro e fruibile ai lettori moderni) si è efficacemente fusa con una proposta critica originale. Muovendo dal nesso proposto nel Filebo platonico tra comicità e conoscenza e dalla scelta di Giordano Bruno di presentarsi nel Candelaio nelle vesti del pittore-filosofo Gioan Bernardo (un altro G.B.) e di filosofo-pittore negli Eroici furori, ossia nell'ultima delle opere italiane, Nuccio Ordine ricostruisce i fili che legano queste in un solo disegno unitario collocandole al tempo stesso in un reticolato di testi classici  e moderni. La filosofia, come la pittura, è strettamente legata alle ombre, dalle quali emerge e di cui non può fare a meno nei primi stadi della conoscenza (come insegnava il mito della caverna) anche se in un secondo momento deve allontanarsene, pena incorrere nella fine di Narciso che rimane prigioniero dell'immagine illusoria che gli restituisce uno specchio d'acqua cristallina. Schiavi dell'ombra sono dunque tanto i filosofi pedanti quanto coloro che interpretano l'arte come imitazione passiva delle regole sprovvista di ogni ingenium originale. A loro Bruno contrappone, mimeticamente e parodisticamente, una consapevole strategia di riuso dei linguaggi e di “frantumazione” dei generi che contaminando poesia e prosa, immagini e parole, dialogo e commedia sovverte gli stessi materiali dai quali attinge - dal petrarchismo alle imprese, dal neoplatonismo ai miti ovidiani. Così come accanto all'asinità negativa (segnata dall'ozio, dall'arroganza e dalla unidimensionalità) c'è sempre un'asinità positiva (caratterizzata dalla resistenza, dall'umiltà e dalla tolleranza), Ordine mostra come le tecniche e i linguaggi dei propri avversari vengano da Bruno dotati di sensi inaspettati al punto che lo stesso Narciso può divenire il simbolo di un approccio efficace al sapere che, giunto a percepire la differenza tra realtà e apparenza, alla fine conosce se stesso. Un modello speculare di confutazione delle opinioni degli avversari al quale lo stesso Nuccio Ordine sembra dovere molto dal momento che poche volte si sono visti i metodi della scuola di Warburg applicati in modo altrettanto sistematico per confutare le tesi di uno dei suoi più illustri esponenti: in questo caso di Frances Yates con la sua interpretazione (riduttiva) dell’autore dello Spaccio della bestia trionfante come tipico mago rinascimentale. L’eroe di Ordine è questo ma anche molto altro: comico e tragico, pittore e filosofo, fisico e metafisico, poeta e prosatore, uomo d’azione impegnato in un progetto di pacificazione religiosa e teorico dell’universo infinito. Appunto Giordano Bruno.

 Gabriele Pedullà

 


Seconda edizione
Con un nuovo saggio su Caravaggio e Bruno

Premi per la saggistica 2003: "Cesare de Lollis" e "Orient Express"

  Autore Ordine Nuccio
  La soglia dell'ombra.
  Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, prefazione di P. Hadot
  Ordina da iBS Italia
   Editore Marsilio
   
isbn: 8149-9
 
 

Da questa brillante monografia emerge il ritratto di un Giordano Bruno innovatore che riutilizza immagini e miti per piegarli a nuovi significati

Dal Candelaio (1582) ai Furori (1585), l’intreccio tra filosofia, letteratura e pittura costituisce uno dei nuclei teorici più importanti del pensiero di Giordano Bruno (1548-1600). La serie delle sette opere italiane si apre con una commedia il cui protagonista è un pittore-filosofo e si chiude con un dialogo in cui un filosofo-pittore dipinge e commenta immagini. Filosofare (mito della caverna in Platone e nei neoplatonici) e dipingere (mito delle origini della pittura in Plinio, Quintiliano, Alberti, Vasari) significa soprattutto partire dall’ombra nel disperato tentativo di superarne la soglia. Alla luce di questo tema, documentato in un prezioso dossier iconografico, Nuccio Ordine analizza con chiarezza e rigore la genesi e lo sviluppo dell’opera italiana di Bruno mostrando la profonda unità che lega la pièce parigina ai sei dialoghi londinesi. Si tratta di opere concepite all’interno di un programma preciso e organico: nel Candelaio, come in una vera ouverture, si configurano già una serie di temi che saranno poi sviluppati nei sei movimenti successivi della "nova filosofia". Bruno "riscrive", insomma, in nome dell’infinito i rapporti dell’uomo con la natura e con il sapere, con la lingua e con la letteratura. Fonde cielo e terra, forma e materia, religione e vita civile, dialogo e commedia, serio e comico. Trasgredire significa compiere una metamorfosi, avere una nuova coscienza di se stessi e del mondo che ci circonda: non a caso il filosofo innamorato della sapienza testimonierà con la sua stessa vita l’intreccio profondo tra esistenza e conoscenza, parola e pensiero, biografia e filosofia.

Nuccio Ordine (Diamante, 1958) è professore di teoria della letteratura nell’Università della Calabria. A Bruno ha già dedicato due saggi: La cabala dell’asino. Asinità e conoscenza in G. Bruno (Napoli 1987 e 1996; tradotto in francese, inglese, tedesco, giapponese e rumeno) e l’Introduzione allo Spaccio de la bestia trionfante (Paris 1999). Fellow della Harvard University Center for Italian Renaissance Studies e della Alexander von Humboldt Stiftung, è stato invitato in qualità di Visiting Professor in diversi istituti di ricerca e università negli Stati Uniti (Yale, NYU) e in Europa (EHESS, Paris-IV Sorbonne, CESR di Tours, Institut Universitaire de France, Paris VIII, Warburg Institute). In Francia, in collaborazione con Yves Hersant, dirige tre collane di classici presso Les Belles Lettres ("Les Œuvres complètes de Giordano Bruno", "Le corps éloquent" e "Bibliothèque italienne") e, con Alain Segonds, la collana "Theatrum sapientiae" (Les Belles Lettres — Nino Aragno Editore). In Italia, dirige le collane "Sileni" (Liguori) e "Classici del pensiero europeo" (Nino Aragno Editore).

 


    Vendredi 18 juillet 2003

Idéès  Nuccio Ordine consacre un essai - "Le Seuil de l'ombre" - au philosophe italien du XVI siècle

«Pour Bruno, toute facilité est une erreur, la difficulté rend seule les choses vraies»

Au rang des meilleurs connaisseurs de Giordano Bruno - il codirigea avec Yves Hersant l'édition bilingue de ses (Œuvres complètes (1993-1999) -, Nuccio Ordine consacre, avec Le Seuil de l'ombre. Littérature, philosophie et peinture chez Giordano Bruno (traduction de Luc Hersant, Les Belles Lettres, «L'Ane d'or », 432 p., 28 €), un ultime essai au philosophe, dix ans après Le Mystère de l'âne (1993).Concevant les jalons de son œuvre italienne, du Chandelier (1582) aux Fureurs héroïques (1585) comme un opus musical, avec une ouverture et les six mouvements que représentent les dialogues londoniens, Ordine rend lisible une pensée souvent enfermée dans une vision hermétique qui ne rend pas justice à la clarté de son engagement pour affranchir l'esprit de la tutelle théologique. Champion de « l'expérience philosophique par excellence » (Pierre Hadot), c'est-à-dire l'abandon du point de vue du mai individuel, pour se hausser, partie consciente et agissante du Tout, à un niveau transcendant d'universalité, Bruno dénonce la philosophie « mercenaire » qui étaie les dérives de son temps en justifiant à coups de théorie les vrais appétits de l'homme moderne, étrangers à cet amour de la sagesse et de la vérité dont se prévalent le conquistador et ses commanditaires.
   Dans le premier texte, le protagoniste est un peintre philosophe; le second met en scène un philosophe qui peint des images. Ces deux activités sont-elles liées ?

   Métaphoriquement, pour Bruno, le peintre et le philosophe font le même métier, qui part de l'ombre. Pas plus que l'observation de l'ombre dans la caverne de Platon, le contour délimité par l'artiste ne suffit pas à atteindre la vérité. Il faut dépasser le seuil, oser ne pas se satisfaire de la reproduction du modèle, s'aventurer au-delà des limites admises. Donner l'élan supplémentaire indispensable ne .promet pas le savoir, que nous n'atteindrons jamais. Mais à la façon de Socrate-Silène, dont il partage le goût du dialogue comme du comique, Bruno décape la surface, récuse les apparences, conteste les erreurs que le langage entérine quand bien même le savant les corrige.
   
En quoi celle « mise en lumière » est-elle éthique ?
   
Il suffit de lire les pages que Bruno a consacré à la mainmise sur le Nouveau Monde. La préscience du Nolain est inouïe et sa leçon implacable: comme en Irak en 2003, on a voulu croire que les aventuriers étaient mus par un idéal généreux avant de déplorer la logique de rapines et de spoliations déguisées en actes de justice. Pour les jeunes générations, le message de Bruno est des plus édifiants : ne pas' séparer son comportement de sa pensée. Notre façon d'être dans le monde doit être cohérente avec notre éthique - ce que Bruno paya au prix fort, errant longtemps en quête d'un espace de liberté, avant de sacrifier sa vie à ses convictions philosophiques.
 
En quoi Bruno est-il moderne? 
  
Par sa capacité à reprendre la culture classique en en repensant le message, débarrassé du carcan de la théologie. Lui n'a pas besoin de la foi, mais du doute. Modèle de' comportement moral, la religion doit selon lui elle au service de l'Etat. Ce ne doit être, à ses yeux, qu'une sorte d'éthique, que tout radicalisme dénature en force de destruction. Et aujourd'hui, où le fanatisme n'est pas une spécialité de l'islam (qu'on songe au drame irlandais, à la politique coloniale d'Israël, aux préceptes du pape en matière de sexualité), le message de Bruno est plus que jamais d'actualité. Dans la même optique qui entend éviter les divisions, il a prôné, contre la séparation en disciplines, l'unité des savoirs, annonçant celle «nouvelle alliance» chère à Ilya Prigogine. Mais c'est un chemin fondamentalement exigeant. La fable contemporaine qui veut que la connaissance puisse s'acquérir sans effort, ni sacrifice, est étrangère à Bruno, qui sait que toute facilité est une erreur, la difficulté rendant seule les choses vraies. 
 
En appendice, votre étude de cas, Caravage et Bruno à l'ombre de Narcisse, illustre par l'exemple la leçon qui précède.
 
On a beaucoup spéculé sur le lien entre Bruno et Caravage et j’ai  tenté de retrouver la piste d'une possible connexion entre les deux hommes. Car sur le fond, le parallèle existe : le peintre fait littéralement sortir son personnage de l'ombre; l'ombre, c’est la nature, la mobilité, quand l'idée n'est que ce qu'il en reste.

               Propos recueillis par Philippe- Jean Catinchi

Traduzione italiana



 
Il Corriere della Sera-13 FEBBRAIO 2003
  • Il prezzo da pagare per il diritto di parola
  • PIERRE HADOT

     

    In occasione dell'anniversario della morte di Giordano Bruno (1600) in Campo de' Fiori a Roma, oggi la Marsilio manda in libreria una monografia di Nuccio Ordine dal titolo La soglia dell'ombra. Letteratura,filosofia e pittura in Giordano Bruno. Anticipiamo parte dell'introduzione di Pierre Hadot, professore emerito del Collège de France.

    Ritrovo in Bruno tutto ciò che considero come l’esperienza filosofica per eccellenza: eliminare il punto di vista parziale e partigiano dell’io individuale, scoprirsi come parte cosciente e agente del Tutto, elevandosi in tal modo ad un livello trascendente di universalità e di oggettività (...). L’Infinito divino è inaccessibile, ma la sua presenza può essere percepita nell’infinità della Natura, che è come l’ombra o il riflesso dell’Infinito divino. Non si possono guardare negli occhi Apollo o il Sole, ma Diana sì (...). Anche Faust di Goethe, all’inizio del Secondo Faust , rinuncerà a cercare di guardare fisso il sole, ma lascerà riposare il suo sguardo sull’arcobaleno che risplende nella cascata: «Soltanto nei colori del suo riflesso ci è dato possedere la vita». A tale proposito, si dovrebbero evocare le profonde analisi in cui Ordine dipana tutte le implicazioni (...) dei miti di Narciso e di Atteone, il cacciatore dell’infinito che in qualche modo diventa preda di ciò che sta cercando. Contemplare l’infinità della natura invita ad una ricerca che è essa stessa a sua volta infinita. Come dice Bruno nel De immenso «l’indagine e la ricerca non si appagheranno nel conseguimento di una verità limitata e di un bene definito». È a giusto titolo che Ordine colloca all’inizio del suo libro un testo di Lessing che, due secoli dopo Bruno, sembra fargli eco: «Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla» (...).
    È molto significativo il fatto che, nelle prime pagine de La cena de le Ceneri , l’autore (...) denunci il cinismo della «conquista» mascherata da «scoperta» dei moderni Tifi, dei moderni Argonauti, che hanno conquistato l’America, mossi non dal desiderio di conoscenza ma dall’avidità del guadagno. Essi hanno turbato la pace altrui, confiscato ad altri uomini le loro terre e le loro ricchezze, distrutto le loro religioni e i loro costumi (...). Un grandissimo merito di Bruno è proprio quello di essere stato uno dei rari testimoni della sua epoca che abbia osato denunciare la pirateria dei conquistatori.
    Questa critica avanzata dal Nolano è mossa dall’ideale di conoscenza disinteressata che lo ispira. O, più precisamente ancora, da un modello che regola tutta la sua esistenza: quello di una vita davvero «filosofica», vale a dire guidata esclusivamente dall’amore per la verità e per la sapienza (..): «La sapienza e la giustizia - scrive Bruno - cominciarono ad abbandonare la Terra allorquando i dotti, organizzati in sette, cominciarono ad usare la loro dottrina a scopo di lucro». Qui, di nuovo, ritroviamo lo spirito dei filosofi che si erano espressi, ad esempio, come Seneca: «Del resto, a mio parere, nessuno rende un peggior servizio a tutti gli uomini di coloro che hanno appreso la filosofia come un mestiere per fare quattrini e vivono in un modo del tutto diverso da quello che vanno predicando nelle loro regole di vita». In questo brano, Seneca esprime perfettamente ciò che implica la sua critica della filosofia mercenaria: il filosofo vende le sue parole, senza che ciò che dice corrisponda al suo pensiero e alla sua vita.
    Il pericolo mortale per la filosofia stessa, e anche per l’umanità, è che il discorso filosofico - che riveste un’importanza fondamentale per dare un senso alla vita umana - divenga una merce e cessi di esprimere il pensiero oggettivo e la vita disinteressata del filosofo, per sottomettersi a scopi politici o ad imperativi commerciali, siano essi collettivi o individuali. Ordine evoca a ragione queste penose tendenze della nostra epoca in cui «il sapere scientifico ed umanistico rischiano sempre più di essere al servizio del profitto e del mercato o al servizio di un vano esercizio di potere accademico». Ma questo pericolo era già percepito sin dall’Antichità. Sarebbe necessario scrivere una storia della rivendicazione di una filosofia «libera» contro una filosofia «mercenaria», rivendicazione che si può osservare ad esempio alla fine del Medio Evo, ma anche e a pari titolo tra l’altro in Kant, in Schopenhauer e infine in Wittgenstein, di cui Jacques Bouveresse riassume mirabilmente il pensiero, quando dice che ciò che conta agli occhi di Wittgenstein non è tanto il «cumulo di conoscenze teoriche» di cui dispone il filosofo ma il «prezzo personale che ha dovuto pagare per ciò che egli crede di poter pensare e dire». È soltanto questo prezzo che gli dà il diritto di parola.
    Questo prezzo, Bruno era cosciente di averlo pagato. Nell’ Oratio valedictoria , egli infatti dichiara: «Faticando profittai, soffrendo feci esperienza, vivendo esule imparai». E mentre scriveva queste righe ancora non sapeva che, come Socrate, anch’egli avrebbe pagato con il prezzo supremo il suo crimine di essere un filosofo libero. E Nuccio Ordine ha ragione ad insistere fortemente sull’unità filosofica che si può osservare in Bruno tra il discorso, il pensiero, la vita e la morte: «Non a caso il filosofo infiammato dall’amore per la conoscenza conclude la sua esistenza, come la farfalla dei Furori , nella luce di un rogo».

     

      martedì 25 marzo 2003

    " La soglia dell'ombra", l'anima di Giordano Bruno  
    La letteratura, il pensiero e l'arte del celebre filosofo napoletano nell'ultima opera di Nuccio Ordine

    di Elio Bruno

    In Giordano Bruno l'opera racconta la sua vita tormentata e avventurosa, erratica e drammatica: fin da quando, nel 1565, diventa novizio del convento di San Domenico Maggiore in Napoli, mutando il nome di battesimo Filippo in quello di Giordano. Era nato nel 1548 in un sobborgo agricolo di NoIa, nel vicereame di Napoli. La sua vicenda terrena si concluse il 17 febbraio 1600: fu arso vivo in Campo dei Fiori a Roma, dopo di essere stato consegnato al braccio secolare, perché ritenuto eretico "impenitente, pertinace e ostinato". Erano gli anni del papato di Clemente VIII. Percorso da tensioni moderne, agguerrito da una grande vitalità intellettuale, il filosofo e letterato non pronunciò che parziali, irrilevanti abiure, né recitò mai palinodie nell'Italia rinascimentale cattòlica ed ecumenica, quanto meno salmodie riabilitanti. Alcuni giorni prima fu costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza di condanna al rogo emessa dal Santo Uffizio, alla presenza di testimoni, in casa del cardinale Madruzzi, ma trovò la forza di alzarsi in piedi, e gridò: "Forse tremate più voi nell'infliggermi questa sentenza che non io nel riceverla". Il 17 febbraio, aggravando la tortura, gli fu imposta la mordacchia per evitare che pronunziasse imprecazioni o bestemmie e quando le fiamme si sprigionarono non emise gemiti e lamenti. Quel rogo brucia, se le idee ed il pensiero di Bruno sono sottoposti a penetranti analisi e rivisitazioni con strumenti razionali e critiche metodologiche, come è il caso del recentissimo libro "La sog1ia dell'ombra", sottotitolo: "Letteratura, fIlosofia e pittura in Giordano Bruno", edito da Marsilio. Ne è autore Nuccio Ordine, profondo conoscitore dell'opera del grande Nolano e professore nell'Università della Calabria. Suoi, infatti, sono altri due saggi sulla "Cabala del cavallo pegaseo" e su "Spaccio de la bestia trionfante". La prefazione è del filosofo francese Pierre Hadot (tradotta da Laura Bocci), il quale, pur dichiarandosi un dilettante, un neofita negli studi riguardanti Giordano Bruno, si aggancia tuttavia ad un concetto basilare della sistematica bruniana, cioè la teoria dell"'antiqua vera philosophia", che pur non definita I né approfondita dal curatore, indica il modello per comprendere tanto il "De rerum natura" di Lucrezio quanto la dottrina di Epicuro con la relativa "prospettiva di un'infinità di mondi". Hadot accenna alle scoperte scientifiche di Copernico e non a Galileo, convinto com'è, e lo scrive, che "neanche la Visione copernicana del cosmo basta a spiegare l'atteggiamento spirituale di Bruno; essa permette soltanto di concepire che un'infinità di mondi sia possibile". Per giuste che siano, queste affermazioni non chiariscono il centro focale della filosofia bruniana ed il suo rapporto con la natura e la scienza. Ordine, che dedica il volume a Gerardo Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (e non si può non condividere l'iniziativa), concentra la sua attenzione sul quadriennio 1581-1585, che vide lo studioso nolano spostarsi fra Parigi e Londra, pubblicando in volgare sette testi, ossia una commedia e sei dialoghi. Esattamente, a Parigi il "Candelaio" (l582}, i. sei dialoghi a Londra, nel biennio 1584-1585. Annota l'autore: "Nel giro di pochi anni si concretizza un itinerario filosofico straordinario che testimonia in maniera esemplare gli interessi enciclopedici del Nolano... Si tratta di una scelta ben precisa, visto che negli stessi anni, nelle due capitali, continua parallelamente a dare alle stampe anche trattati in latino". Sorge il problema dell'assegnazione delle date di concepimento delle opere. L'anno di pubblicazione non coincide sempre con il periodo di elaborazione ed è pertanto probabile che il canovaccio dei dialoghi sia stato ideato a Parigi, prima tappa del vagabondaggio, nel quadriennio fatidico, e del percorso che lo conduce dal disegno della filosofia della natura ("De la causa, principio et uno") al progetto della filosofia morale ("Spaccio" e "Cabala") ed agli approdi della filosofia contemplativa ("Degli eroici furori"). Bruno si era agevolmente introdotto nel "milieu" delle corti di Enrico III, che amava circondarsi di poeti e di filosofi, e di Elisabetta, probabilmente con una lettera di raccomandazione di Enrico III al suo ambasciatore oltre la Manica. Sta di fatto che, sostiene Ordine, sia a Parigi che a Londra Bruno fu accolto con simpatia; inoltre i circoli di corte si erano posti antagonisticamente "rispetto al conformismo delle università" ed il Nolano, in presenza di tale frattura, "non esitò, al di qua e al di là della Manica, a operare una scelta di campo, vicina agli schieramenti fedeli al Re in Francia e alla Regina in Inghilterra" . Era il terreno adatto per diffondere la "nova filosofia" sia in Francia che in Inghilterra e per passare al varo della "nolana filosofia", inscrivendo "la filosofia nella commedia e la commedia nella filosofia". Il primo passo fu compiuto con "La cena de le Ceneri", ma poi (seguiamo ancora il filo del discorso di Ordine) "ripropone qua e là, in maniera più o meno evidente, alcuni scherni della commistione tra i due generi anche negli altri testi successivi". Ricordiamo che nella "Poetica" Aristotele aveva teorizzato la differenziazione netta fra commedia e tragedia per quanto attiene al linguaggio ed ai personaggi. Ma Bruno non osservò quei canoni estetici, poco ligio com'era ai dettami scolastici e accademici. In conclusione, plaudiamo ad iniziative di riesami e di rivisitazioni come questa di Ordine. Ben vengano altre, anche per Vico, perché due grandi pensatori come Vico e Bruno non cadano fra le rughe della dimenticanza, non diventino, cioè, stranieri in patria.


    Bruno, filosofo pittore
    REMO BODEI

    NUCCIO ORDINE, La soglia dell'ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno, Venezia, Marsilio, pp. 255, €23,00

    Nell'arco di appena tre anni, dal 1582 al 1585, Giordano Bruno scrive una commedia, Il candelaio, e sei dialoghi, i più noti dei quali sono La cena delle ceneri, Lo spaccio della bestia trionfante e De gli eroici furori. Li scrive in italiano, quando la nostra lingua era ancora in Europa un riconosciuto veicolo di cultura, ma pubblica la prima a Parigi e gli altri a Londra.

    Nuccio Ordine ha su Bruno e, più in generale, sui temi trattati in questo libro una competenza internazionalmente riconosciuta. Oltre a dirigere, assieme a Yves Hersant, l'edizione bilingue delle Œuvres complètes di Giordano Bruno presso Les Belles Lettres, è infatti autore di apprezzati studi sul pensiero del nolano e sul comico. Ricorderò soltanto La cabala dell'asino. Asinità e conoscenza in Giordano Bruno (1987) e Teoria della novella e teoria del riso nel Cinquecento (1996).

    Nel dimostrare l'esistenza di un disegno unitario in queste sette opere, secondo un percorso che conduce dalla filosofia della natura alla filosofia morale e alla filosofia contemplativa, Ordine ricostruisce con acume critico ed estremo rigore filologico, frutto di decennali ricerche, il contesto storico e la trama intellettuale in cui si situano. Spicca, in particolare, il quadro del milieu di scrittori, artisti e cultori di scienze naturali, di cui faceva parte Ronsard, che si radunava alla corte di Enrico III. Contro gli estremisti cattolici della Ligue, così come contro i più fanatici tra gli ugonotti, essi consideravano la religione come fattore di coesione sociale e non come strumento di guerra civile.

    Trasferitosi a Londra attorno all'aprile del 1583, ospite onorato di Michel de Castelnau, ambasciatore francese presso Elisabetta, il nolano si accorge che proprio su questo terreno è possibile avvicinare politicamente la regina inglese al sovrano francese. Elisabetta e il suo entourage, anch'esso individuato con cura dall'autore, cercava allora di acquisire una piena sovranità nei confronti del papa e dei puritani britannici, di sommare cioè, in quanto capo della chiesa anglicana, la corona e la tiara: una meta necessaria per evitare la scissione delle coscienze dei sudditi, dilaniate da contrastanti lealtà, quella politica e quella religiosa, e per inibire lo scoppio della guerra civile. Al pari della regina, Bruno non intende abolire la religione. Secondo un'illustre tradizione filosofica — che ha i suoi maggiori esponenti in Averroè, Maimonide, Machiavelli e Bodin —, egli ne riconosce anzi l'indispensabilità per il popolo, purché i suoi insegnamenti siano rivolti alla promozione del bene comune. La religione non deve legare l'uomo a Dio, ma gli uomini tra loro, preoccupandosi di garantire la pace e la conservazione della società. Occorre invece che la filosofia rivendichi la sua superiorità sulla teologia, così da consentire a quei pochi in grado di seguire virtute e conoscenza di dedicarsi alla vita contemplativa.

    A Parigi, rimescolando i generi letterari, Bruno intreccia la commedia al dialogo. Rappresenta nel Candelaio una commedia filosofica, e mostra nei dialoghi una filosofia in azione, quasi sul palcoscenico. In tale prospettiva, il comico non è fine a se stesso, ma assume una spiccata funzione conoscitiva. Assomiglia a quelle statuette di sileni, alle quali Alcibiade paragona Socrate nel Simposio platonico: brutte all'esterno, ma che, dentro, nascondono una divinità. Allo stesso modo, le vicende rappresentate e gli argomenti addotti da Bruno, sembrerebbero talvolta rozzi o ridicoli, se non fossero, per così dire, aperti e smontati, se non si andasse oltre la loro scorza, talvolta intenzionalmente indurita da una scrittura reticente per proteggerli da una più che probabile censura.

     

    Nuccio Ordine ha il merito di collegare la teoria bruniana del ridicolo a un passo del Flebo di Platone, che lo fa derivare da un principio opposto al precetto delfico. Ridicolo è, infatti, chi non conosce se stesso: chi si crede più ricco, più bello o più virtuoso di quanto in effetti sia, un atteggiamento che corrisponde perfettamente alla condotta dei tre principali personaggi del Candelaio: Bartolomeo, "sordido avaro"; Bonifacio, "insipido amante"; Manfurio, "goffo pedante". Mediante la sottolineatura dello scarto tra apparenza e realtà, e un ingegnoso "gioco di specchi" che moltiplica in maniera labirintica gli inganni reciproci, "la scena invade il mondo e il mondo si trasforma in scena". Ma tale variato spettacolo non mostra altro se non l'unica causa di tutte le trame: l'ignoranza di sé, lo scambio delle apparenze con la realtà. Di fronte alle pretese di Bonifacio di essere raffigurato in forme migliori di quanto sia, un pittore — indicato con le significative iniziali G.B. — dichiara però apertamente, proprio per mezzo delle immagini, la differenza tra apparenza e realtà: "Se desiderate che io vi faccia bello, è una; se volete ch'io vi ritragga, un'altra".

    Per tutta la vita Bruno ha lottato contro le ipocrisie, la boria di quanti pretendono di essere sapienti, virtuosi o pii e non lo sono. Li attacca spesso con colorita veemenza, come quando nella Cena accenna alla sua disputa con uno dei pedanti teologi di Oxford: "Fatevi dire con quanta inciviltà e scortesia procedeva quel porco, e con quanta pazienza et umanità quell'altro che in fatto mostrava essere napoletano nato et allevato sotto più benigno cielo".

    Contro i tardi peripatetici, in De l'infinito, universo e mondi, la "nolana filosofia" presenta un universo omogeneo, un mondo formato da infiniti mondi. Senza appoggiarsi ad alcuna autorità esterna e rivendicando anzi una piena autonomia di giudizio, Bruno accetta l'eliocentrismo da Copernico, ma non ne condivide l'idea di un cosmo chiuso, limitato da "fantastiche muraglia" e serrato entro la sfera cristallina delle stelle fisse. Contro Aristotele riconosce poi l'esistenza del vuoto, concepito non come mera assenza, ma come luogo tridimensionale entro cui i corpi si muovono. Ma tali corpi, tutti i corpi, compresa la materia vivente, sono plasmati — sostiene in Della causa, principio et uno — da un "artefice interno" che, dando loro le forme, procede secondo una logica propria. In tal modo, alla materia viene attribuita una dignità e una attività che Aristotele le aveva negato. Nello stesso tempo, Dio e mondo diventano la manifestazione unitaria della medesima forza vitale, di una causa infinita che, permeando il Tutto, produce effetti infiniti: "Cossì si magnifica l'eccellenza di Dio, si manifesta la grandezza de l'imperio suo: non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili; non in una terra, un mondo, ma in duecento mila, dico infiniti".

     

    Se Lo spaccio della bestia trionfante trae, sul piano etico, le conseguenze dalle premesse cosmologiche appena enunciate, per cui bisogna "spacciare", ossia espellere e cacciare, i simboli e i culti negativi, praticati da una religione che fomenta la guerra civile e che sconfina con la superstizione, con De gli eroici furori Bruno conclude il ciclo delle sue opere italiane mediante l'appassionata trattazione del rapporto che l'uomo deve intrattenere con la conoscenza. Dinanzi alla tradizionale figura del sapiente — che crede di possedere la verità ed è "continente dell'inclinazione e temperato nelle voluptadi" —, il "furioso" vive nelle "contrarietadi". E come in Agostino l'unico modo di Amare Dio è quello di amarlo sine modo, senza misura, così in Bruno la verità si vive nell'eccesso dell'amore eroico, che implica la rinuncia a sé, al punto di vista individuale. Questa scelta, però, dilata paradossalmente l'essere di ciascuno in direzione dell'infinito, rendendolo partecipe, pur nella consapevolezza della propria finitudine, alla vita del Tutto.

    I furiosi, carichi di "impeto razionale", spinti "da uno interno stimolo e fervor naturale suscitato da l'amor della divinitate, della giustizia, della veritade, della gloria, dal fuoco del desio e soffio dell'intenzione acuiscono gli sensi, e nel solfro della cogitativa facultade accendono il lume razionale con cui veggono più che ordinariamente e questi non vengono al fine a parlar et operar come vasi et in strumenti, ma come principali artefici et efficienti". Sempre insoddisfatto, sempre in cammino verso la verità, il furioso tende spasmodicamente alla conoscenza di "cose ignote e mai viste". "Come farfalla", chiosa Ordine, "egli è attratto dalla luce, dalla fiamma che può togliergli in ogni momento l'esistenza". Non si può certo giungere alla visione del Tutto, di Dio, giacché l'intelletto e la volontà umana colgono solo "le ombre" della natura, "perché veggiamo non gli effetti veramente, e le vere specie de le cose, o la sustanza de le idee, ma le ombre, i vestigi e i simulacri de quelle". Diceva La Rochefoucault nelle Massime che due cose non si possono guardare in faccia: il sole e la morte. Ma, almeno la seconda Bruno ha voluto guardarla negli occhi.

    Nei Furori il nolano si raffigura quale filosofo-pittore, perché sa che — in un mondo di ombre e di chiaroscuro — la conoscenza non può avanzare senza l'ausilio delle immagini (verbali e visive), mediatrici tra il visibile e l'invisibile: "Non è possibile considerare un fatto casuale che Bruno apra a Parigi la serie delle opere italiane nelle vesti di pittore-filosofo, come testimonia Gioan Bernardo nel Candelaio, e successivamente la chiuda a Londra, con i Furori, nel ruolo di filosofo-pittore". In comune il pittore e il filosofo hanno il compito di contornare con linee l'ombra di un corpo umano. Come ha notato Victor Stoichita, il mito della nascita della pittura, raccontato in questi termini da Plinio, così come il mito platonico della caverna, hanno appunto in comune la nozione dell'ombra. Il filosofo e il pittore "lavorano con le ombre, fabbricano immagini a partire da proiezioni, si misurano continuamente con una realtà costruita sul complesso rapporto tra sostanza e apparenza".

    Era convinzione diffusa — lo mostra Vasari nella doppia rappresentazione dell'Origine della pittura nelle sue case di Arezzo e di Firenze — che nelle sue opere ogni pittore rappresentasse se stesso. A differenza di Narciso, tuttavia, il pittore-filosofo non deve per Bruno confondere la sua immagine riflessa, l'apparenza, con il suo vero io, che si slancia invece, con eroico furore, verso la fusione con il Tutto. Pittore e filosofo devono, quindi, sforzarsi di superare il livello delle ombre per andare oltre, nello sforzo, sempre incompiuto, di "lasciar l'ombre ed abbracciare il vero". Già Quintiliano ricordava, per altro, che il pittore non deve contentarsi di circoscrivere l'ombra, di riprodurre passivamente il modello, altrimenti, in altri campi, come a esempio quello della navigazione, l'umanità si sarebbe arrestata alla costruzione di zattere. Non basta seguire le regole, perché queste, osserva Bruno nei Furori, "servono a coloro che sono più atti ad imitare che ad inventare".

    Riprendendo modelli classici — in cui la filosofia non ha solo il compito di aumentare le conoscenze, ma di cambiare la vita — il nolano non intende perciò separare la filosofia dalla vita stessa, riducendo la prima ad attività mercenaria e la seconda a mera, irriflessa routine. Conclude Ordine, rivelando la personale inclinazione che guida questo libro e il suo impegno di studioso: "Non ci può essere conoscenza senza l'amore per la conoscenza, senza la consapevolezza che l'acquisizione del sapere non è un dono, ma il frutto di una faticosa conquista".


    REMO BODEI insegna Storia della filosofia all'Università di Pisa ed è recurrent visiting professor all'UCLA. Tra i suoi libri più recenti: Geometria delle passioni (ultima edizione 2002) e Destini personali (2002), entrambi editi da Feltrinelli.

     da la Rivista dei Libri Via de' Lamberti 1 - 50123 Firenze tel. 055/219624, fax 055/295427 info@larivistadeilibri.it 




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