|
|
|
|
|
| Andrea Ruggiero,
in un recente libretto, edito a cura del Circolo Giordano Bruno di Nola,
ripropone la lettera del 30 maggio 1889, nella quale Giosuè Carducci
comunica al Comitato promotore per il monumento a Bruno in Campo de'
Fiori, il suo rifiuto di essere presente all'inaugurazione. Possiamo solo essere contenti che il discorso celebrativo non sia stato tenuto dal poeta maremmano, critico velenoso dell'opera del Nolano, che avrebbe preferito un monumento ad Arnaldo da Brescia piuttosto che a Giordano Bruno !!! Sentiamolo: "Miei Signori, Una prima lettera m'imponeva il dovere di accorrere a Roma per le feste di G.Bruno. Una seconda si appella alla cortesia. Io me ne richiamo alla sincerità e alla libertà. Diedi per il monumento una piccola offerta*. Aderii con telegramma ad altro invito. Ammiro l'opera artistica di Ettore Ferrari. Odio la tirannia del papato. Rispetto in Giordano Bruno l'uom che morì per le sue idee. Non ammiro, perchè nè lo intendo nè lo sento, il pensatore e lo scrittore. Che una parte in Italia, di mezzo tra politica e scolastica, pigli da Schelling e dai tedeschi il Bruno per il più gran metafisico ddel Rinascimento, si capisce. Ma il primo monumento dell'Italia in Roma doveva essere per Arnaldo da Brescia. Per il che io, come non volli tenere un discorso su gli inizi della ricordazione monumentale, così non sarò a Roma per il compimento. Saluto con rispetto. Bologna, 30 maggio 1889 ".
|
|
|
"Napolitano, nato sotto più benigno
cielo". Così si definiva Giordano Bruno nella Cena delle
Ceneri.
|
GIORDANO BRUNO ....non
devo nè voglio pentirmi, non ho di che
pentirmi né ho materia di cui pentirmi, e non so di che
cosa mi debba pentire. |
GALILEO GALILEI
...sono stato giudicato veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e si muova. Pertanto.....con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie.... |
|
"Non avrai,
Galileo mio, gelosia della lode che devesi a coloro che tanto tempo prima
di te |
|
| giovedi , 27 gennaio 2000 | |
| CULTURA |
|
|
| INQUISIZIONE Quattrocento anni fa
veniva bruciato il filosofo di Nola. Un saggio spiega perché non volle
sottomettersi all'intolleranza religiosa del suo tempo |
| GIORDANO BRUNO L'impenitenza sul rogo |
| «Fecero di tutto per salvarlo. Ma era troppo orgoglioso per abiurare» | |
| di ADRIANO PROSPERI |
Giovedì 17 febbraio 1600: questi giorni, quattro secoli fa. A Roma, in Campo de' Fiori, si brucia un uomo. È «piccolo, scarno, con un pocco di barba nera, di età de circa quaranta anni». Tutt'intorno, c'era, anche allora, un grande Giubileo. In una città splendidamente rinnovata, milioni di pellegrini visitavano chiese e monumenti: l'età della Chiesa primitiva riaffiorava dal mondo sotterraneo delle catacombe da poco scoperte, quella del rinnovamento tridentino risplendeva nei santi recenti, fondatori di grandi ordini e combattenti della fede. Era stato indetto un «anno di remissione e di perdono, di vera indulgenza e di spirituale allegrezza».
Ma non ci fu perdono per Giordano Bruno. Perché? Cerchiamo la risposta nel robustamente documentato e pur leggibilissimo volume che Saverio Ricci, eccellente conoscitore di Giordano Bruno, ha dato alle stampe in questi giorni, «Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento»: frutto maturo di una grande tradizione di studi, l'opera spicca al di sopra di un panorama librario affollato e disuguale perché non ha niente di occasionale o di frettoloso. Il classico ma invecchiato lavoro di Vincenzo Spampanato ha trovato finalmente chi lo può degnamente rimpiazzare. Quando la polvere dell'anno giubilare e delle sue polemiche si sarà posata, questo libro continuerà a conquistare i lettori. Attraverso le sue pagine, seguiamo la vicenda di Giordano Bruno su quello scenario europeo dove il nome del suo luogo d'origine - Nola - fu portato da lui con protagonistica fierezza, convinto assertore com'era delle virtù magiche dei nomi e dei luoghi. Lo straordinario e orgoglioso senso di sé dell'uomo emerge dal modo in cui, nelle sue avventure intellettuali, cercò il confronto con le più grandi corti e università di Marburgo e di Wittenberg, la magica Praga di Rodolfo II, Tubinga, Francoforte. Il ritorno in Italia avvenne per la porta di quella Venezia a cui tanti guardavano come unico Stato italiano libero dall'egemonia spagnola e papale e che fu, invece, per Giordano Bruno, la porta infida su di una lunga prigionia, conclusa tragicamente. Quel percorso europeo fu una serie ininterrotta di conflitti con i circoli intellettuali e religiosi dominanti. Arrivato a Ginevra non per diventarvi calvinista ma per «viver libero et essere sicuro», come dichiarò al napoletano Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, interpretò in modo aggressivo la sua libertà criticando per iscritto un professore dell'Accademia. Fu processato dal tribunale del concistoro e condannato. Dovette chiedere perdono.
Alla corte di Elisabetta I non andò molto meglio. Anche qui, l'intolleranza filosofica e religiosa - in un contesto politico e culturale illuminato finemente da Ricci - si dettero la mano: la pretesa di Bruno di sostenere la tesi copernicana fin dalla prima lezione che tenne a Oxford suscitò reazioni violente, lazzi e derisioni. Un testimone riferì: «Tentava di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in verità, era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo».
Ma le radici dello scontro non erano solo nel conservatorismo delle università inglesi. Il fatto è che Bruno rifiutava radicalmente la severa idea puritana della predestinazione. Rifiutava il principio d'autorità: «Lui non vedea per gli occhi di Copernico, né di Ptolomeo, ma per i proprii»; criticava l'evento che più inorgogliva la boria europea dell'epoca, cioè la scoperta dell'America, in cui vedeva solo una tragedia di sopraffazioni; vedeva nell'intera Riforma protestante il trionfo di una «poltronesca setta di pedanti». Il panorama europeo, visto attraverso l'esperienza che ne fece Giordano Bruno, appare dunque chiuso e intollerante. Eppure, di tutte le accuse, le vicende giudiziarie e le disavventure in cui questo scomodissimo, geniale e turbolento frate si andò a cacciare, l'unica a cui non sopravvisse la incontrò non in terra straniera e protestante ma proprio in quella Italia cattolica dalla quale era meno intellettualmente lontano.
D'altronde, va detto che il processo d'Inquisizione (e l'esecuzione capitale che ne seguì) non ebbero niente di eccezionale, niente di illegale, niente di gratuitamente crudele. Giordano Bruno ebbe un lungo, accuratissimo processo, nel rispetto più accurato di regole severe. Se ne occuparono teologi e giuristi preparati, di non banale spessore intellettuale. Basti citare il nome del gesuita Roberto Bellarmino, che era stato capace di sfidare l'irritazione del papa con la sua negazione del potere papale diretto sulle materie temporali. Lo avrebbero santificato, ben presto: e prima di morire, fece in tempo a porre le premesse del processo a Galileo. Tra i potenti personaggi che giudicarono il Nolano, c'era il cardinale Borghese, che doveva diventare papa Paolo V e costringere nei secoli i cattolici a venerare il nome della sua famiglia inciso nel bel mezzo della facciata della basilica vaticana.
Quel tribunale che governava dal vertice la vita della Chiesa non amava versare il sangue: preferiva salvare le anime. Chiedeva solo una cerimonia di abiura. Nei secoli, la stragrande maggioranza di chi passò davanti al tribunale trovò accettabile questa soluzione. Pochissimi la rifiutarono. Tra questi, Giordano Bruno. Il tribunale tentò fino alla fine di farlo recedere: furono concesse proroghe, tentate persuasioni. Niente da fare.
Pertinace e impenitente, il Nolano incarnò fino alla fine il tipo d'uomo contro il quale il tribunale dell'Inquisizione era sorto: quello dell'individuo che preferisce sbagliare da solo. Era un uomo litigioso, insopportabilmente pieno di sé. Diceva bestemmie, secondo il cristianesimo ufficiale. Marin Mersenne si meravigliava che ci fossero persone «così sciagurate e insensibili alla salvezza della loro anima, che cercano di riposare il loro spirito tra queste empietà». Un uomo come Alberico Gentili trovava le sue idee «false, e assurde e sciocche opinioni». Nessuno poteva immaginare che le idee di quel piccolo uomo presuntuoso avrebbero lasciato così lunga memoria di sé.
Ma il problema, in fondo, è tutto qui: nell'esito mortale del rapporto tra un tribunale ben regolato e ponderato e un piccolo uomo dalle idee stravaganti, che obbediva solo alle «divine leggi» di una moralità superiore, «inscolpite nel centro del nostro cuore». Oggi, forse, all'ombra di Giordano Bruno gli eredi di quel tribunale chiederanno perdono per quella morte. Un dialogo impossibile, tra sordi, tra assenti: sordo allora Giordano Bruno a chi lo spingeva a domandare perdono e ad abiurare le sue idee, assente oggi e insieme incombente, come possono esserlo solo i morti.
| L'incomprensione e
l'ostilità continuano ed anzi si intensificano, quanto
più si avvicina la data del 4° Centenario del rogo.
Jean Rocchi mi segnala l'ennesimo attacco pedantesco alla
memoria e al pensiero di Giordano Bruno. Il disegno è chiaro: avvalorare l'interpretazione Yatesiana di Bruno "mago ermetico", per sminuirne la portata di martire del libero pensiero e geniale anticipatore di verità scientifiche. Ecco allora il testo dell'articolo di Roger-Pol Droite, pubblicato su Le Monde dell' 11/03/99 e la pronta ed incisiva replica di Jean Rocchi. |
||
|