Giuseppe Valletta (1636-1714), intellettuale napoletano, pur con malcelata ammirazione per l'ardimento del libero pensatore, così si esprimeva, alla fine del Seicento, nella sua "Historia Filosofica", sulla teoria Bruniana dell'infinità dell'universo:
Bruno...vuole, che ogni pianeta sia una Terra, e ciascuna Stella sia un altro Sole: e che detti pianeti non siano que' pochi, che noi osserviamo; nettampoco le Stelle: ma infiniti ed innumerabili e quelli, e queste, sparse nello spazio infinito dell'Universo, ch'essendo, com'ei dice, immagine dell'Onnipotenza infinita, non dee riconoscere termine alcuno. E non bastando questo alla vastità della sua immaginazione, s'avanza a dire, che tutti questi infiniti Mondi sono abitati da sostanze diverse, e forse migliori della nostra: e che l'interminata ampiezza dell'Universo sia assistita, e governata da un'anima universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare.

......... avesse piacciuto al Cielo, che fosse rimasa affatto incenerita nelle giustissime fiamme , in cui arse l'Autore; e non vivesse ancora nel suo abominevole libro, scritto della pluralità dei Mondi. Questi, con idea non più intesa, disotterrando le più gravi stravaganti opinioni, già sepolte de' Greci, de' Caldei, e degli Egizi, fece un nuovo ed inudito sistema, dove a pruova risplende l'umano ardimento, e la libertà non meno di pensar tutto ciò, ch'è possibile, che di scrivere tutto ciò, che può pensarsi.

Parole come queste ci fanno comprendere come, ogni tanto nel corso dei secoli, compaiano dei personaggi straordinari, in netto anticipo sui tempi, destinati ad una vita di incomprensione e di sofferenza.
Giordano Bruno fu uno di questi: e uno dei più grandi!



Andrea Ruggiero, in un recente libretto, edito a cura del Circolo Giordano Bruno di Nola, ripropone la lettera del 30 maggio 1889, nella quale Giosuè Carducci comunica al Comitato promotore per il monumento a Bruno in Campo de' Fiori, il suo rifiuto di  essere presente all'inaugurazione.
Possiamo solo essere contenti che il discorso celebrativo non sia stato tenuto dal poeta maremmano, critico  velenoso dell'opera del Nolano, che avrebbe preferito un monumento ad Arnaldo da Brescia piuttosto che a Giordano Bruno !!!
Sentiamolo:


"Miei Signori,
Una prima lettera m'imponeva il dovere di accorrere a Roma per le feste di G.Bruno. Una seconda si appella alla cortesia. Io me ne richiamo alla sincerità e alla libertà.
Diedi per il monumento una piccola offerta*. Aderii con telegramma ad altro invito. Ammiro l'opera artistica di Ettore Ferrari. Odio la tirannia del papato. Rispetto in Giordano Bruno l'uom che morì per le sue idee. Non ammiro, perchè nè lo intendo nè lo sento, il pensatore e lo scrittore. Che una parte in Italia, di mezzo tra politica e scolastica, pigli da Schelling e dai tedeschi il Bruno per il più gran metafisico ddel Rinascimento, si capisce. Ma il primo monumento dell'Italia in Roma doveva essere per Arnaldo da Brescia.
Per il che io, come non volli tenere un discorso su gli inizi della ricordazione monumentale, così non sarò a Roma per il compimento.
Saluto con rispetto.

Bologna, 30 maggio 1889 ".

 



* Lunedì, 29 Novembre 1999 i veri Giordanisti Napoletani hanno provveduto a rimborsare  la "piccola offerta", gettando simbolicamente una manciata di monete  ai piedi del busto di Giosuè Carducci, nella Villa Comunale di Napoli.
"Vate, riprenditi i tuoi trenta denari !!"


"Napolitano, nato sotto più benigno cielo". Così si definiva Giordano Bruno nella Cena delle Ceneri.
 E' mai possibile che la Villa Comunale di Napoli, tra quelli di tanti Uomini Illustri
 non  ospiti un monumento al grande filosofo Nolano ?
L'occasione del Giubileo Bruniano del 2000 capita a proposito per colmare anche questa lacuna.
Dalle pagine di questo sito intendo farmi promotore di una richiesta in tal senso da inoltrare alla giunta  comunale.  Attendo i Vostri pareri e adesioni all'iniziativa.

 



GIORDANO BRUNO

....non devo nè voglio pentirmi, non ho di che pentirmi né ho materia di cui pentirmi, e non so di che cosa mi debba pentire.

GALILEO GALILEI

...sono stato giudicato veementemente sospetto d'eresia, cioè d'aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la Terra non sia centro e si muova. Pertanto.....con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie....

"Non avrai, Galileo mio, gelosia della lode che devesi a coloro che tanto tempo prima di te
 predissero ciò che ora hai contemplato co' tuoi propri occhi ? La gloria tua é che emendi la 
dottrina che un nostro conoscente, Edmondo Bruce, tolse a prestito da Bruno".  

Giovanni Keplero           

Giovanni Keplero



giovedi , 27 gennaio 2000
CULTURA

 
INQUISIZIONE Quattrocento anni fa veniva bruciato il filosofo di Nola. Un saggio spiega perché non volle sottomettersi all'intolleranza religiosa del suo tempo
GIORDANO BRUNO L'impenitenza sul rogo

 
«Fecero di tutto per salvarlo. Ma era troppo orgoglioso per abiurare»
di ADRIANO PROSPERI

Giovedì 17 febbraio 1600: questi giorni, quattro secoli fa. A Roma, in Campo de' Fiori, si brucia un uomo. È «piccolo, scarno, con un pocco di barba nera, di età de circa quaranta anni». Tutt'intorno, c'era, anche allora, un grande Giubileo. In una città splendidamente rinnovata, milioni di pellegrini visitavano chiese e monumenti: l'età della Chiesa primitiva riaffiorava dal mondo sotterraneo delle catacombe da poco scoperte, quella del rinnovamento tridentino risplendeva nei santi recenti, fondatori di grandi ordini e combattenti della fede. Era stato indetto un «anno di remissione e di perdono, di vera indulgenza e di spirituale allegrezza».

Ma non ci fu perdono per Giordano Bruno. Perché? Cerchiamo la risposta nel robustamente documentato e pur leggibilissimo volume che Saverio Ricci, eccellente conoscitore di Giordano Bruno, ha dato alle stampe in questi giorni, «Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento»: frutto maturo di una grande tradizione di studi, l'opera spicca al di sopra di un panorama librario affollato e disuguale perché non ha niente di occasionale o di frettoloso. Il classico ma invecchiato lavoro di Vincenzo Spampanato ha trovato finalmente chi lo può degnamente rimpiazzare. Quando la polvere dell'anno giubilare e delle sue polemiche si sarà posata, questo libro continuerà a conquistare i lettori. Attraverso le sue pagine, seguiamo la vicenda di Giordano Bruno su quello scenario europeo dove il nome del suo luogo d'origine - Nola - fu portato da lui con protagonistica fierezza, convinto assertore com'era delle virtù magiche dei nomi e dei luoghi. Lo straordinario e orgoglioso senso di sé dell'uomo emerge dal modo in cui, nelle sue avventure intellettuali, cercò il confronto con le più grandi corti e università di Marburgo e di Wittenberg, la magica Praga di Rodolfo II, Tubinga, Francoforte. Il ritorno in Italia avvenne per la porta di quella Venezia a cui tanti guardavano come unico Stato italiano libero dall'egemonia spagnola e papale e che fu, invece, per Giordano Bruno, la porta infida su di una lunga prigionia, conclusa tragicamente. Quel percorso europeo fu una serie ininterrotta di conflitti con i circoli intellettuali e religiosi dominanti. Arrivato a Ginevra non per diventarvi calvinista ma per «viver libero et essere sicuro», come dichiarò al napoletano Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, interpretò in modo aggressivo la sua libertà criticando per iscritto un professore dell'Accademia. Fu processato dal tribunale del concistoro e condannato. Dovette chiedere perdono.

Alla corte di Elisabetta I non andò molto meglio. Anche qui, l'intolleranza filosofica e religiosa - in un contesto politico e culturale illuminato finemente da Ricci - si dettero la mano: la pretesa di Bruno di sostenere la tesi copernicana fin dalla prima lezione che tenne a Oxford suscitò reazioni violente, lazzi e derisioni. Un testimone riferì: «Tentava di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in verità, era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo».

Ma le radici dello scontro non erano solo nel conservatorismo delle università inglesi. Il fatto è che Bruno rifiutava radicalmente la severa idea puritana della predestinazione. Rifiutava il principio d'autorità: «Lui non vedea per gli occhi di Copernico, né di Ptolomeo, ma per i proprii»; criticava l'evento che più inorgogliva la boria europea dell'epoca, cioè la scoperta dell'America, in cui vedeva solo una tragedia di sopraffazioni; vedeva nell'intera Riforma protestante il trionfo di una «poltronesca setta di pedanti». Il panorama europeo, visto attraverso l'esperienza che ne fece Giordano Bruno, appare dunque chiuso e intollerante. Eppure, di tutte le accuse, le vicende giudiziarie e le disavventure in cui questo scomodissimo, geniale e turbolento frate si andò a cacciare, l'unica a cui non sopravvisse la incontrò non in terra straniera e protestante ma proprio in quella Italia cattolica dalla quale era meno intellettualmente lontano.

D'altronde, va detto che il processo d'Inquisizione (e l'esecuzione capitale che ne seguì) non ebbero niente di eccezionale, niente di illegale, niente di gratuitamente crudele. Giordano Bruno ebbe un lungo, accuratissimo processo, nel rispetto più accurato di regole severe. Se ne occuparono teologi e giuristi preparati, di non banale spessore intellettuale. Basti citare il nome del gesuita Roberto Bellarmino, che era stato capace di sfidare l'irritazione del papa con la sua negazione del potere papale diretto sulle materie temporali. Lo avrebbero santificato, ben presto: e prima di morire, fece in tempo a porre le premesse del processo a Galileo. Tra i potenti personaggi che giudicarono il Nolano, c'era il cardinale Borghese, che doveva diventare papa Paolo V e costringere nei secoli i cattolici a venerare il nome della sua famiglia inciso nel bel mezzo della facciata della basilica vaticana.

Quel tribunale che governava dal vertice la vita della Chiesa non amava versare il sangue: preferiva salvare le anime. Chiedeva solo una cerimonia di abiura. Nei secoli, la stragrande maggioranza di chi passò davanti al tribunale trovò accettabile questa soluzione. Pochissimi la rifiutarono. Tra questi, Giordano Bruno. Il tribunale tentò fino alla fine di farlo recedere: furono concesse proroghe, tentate persuasioni. Niente da fare.

Pertinace e impenitente, il Nolano incarnò fino alla fine il tipo d'uomo contro il quale il tribunale dell'Inquisizione era sorto: quello dell'individuo che preferisce sbagliare da solo. Era un uomo litigioso, insopportabilmente pieno di sé. Diceva bestemmie, secondo il cristianesimo ufficiale. Marin Mersenne si meravigliava che ci fossero persone «così sciagurate e insensibili alla salvezza della loro anima, che cercano di riposare il loro spirito tra queste empietà». Un uomo come Alberico Gentili trovava le sue idee «false, e assurde e sciocche opinioni». Nessuno poteva immaginare che le idee di quel piccolo uomo presuntuoso avrebbero lasciato così lunga memoria di sé.

Ma il problema, in fondo, è tutto qui: nell'esito mortale del rapporto tra un tribunale ben regolato e ponderato e un piccolo uomo dalle idee stravaganti, che obbediva solo alle «divine leggi» di una moralità superiore, «inscolpite nel centro del nostro cuore». Oggi, forse, all'ombra di Giordano Bruno gli eredi di quel tribunale chiederanno perdono per quella morte. Un dialogo impossibile, tra sordi, tra assenti: sordo allora Giordano Bruno a chi lo spingeva a domandare perdono e ad abiurare le sue idee, assente oggi e insieme incombente, come possono esserlo solo i morti.

 


 
Per Cortesia dei servizi di traduzione di AltaVista




L'incomprensione e l'ostilità continuano ed anzi si intensificano, quanto più si avvicina la data del 4° Centenario del rogo. Jean Rocchi mi segnala l'ennesimo attacco pedantesco alla memoria e al pensiero di Giordano Bruno.
Il disegno è chiaro: avvalorare l'interpretazione Yatesiana di Bruno "mago ermetico", per sminuirne la portata di martire del libero pensiero e geniale anticipatore di verità scientifiche.
Ecco allora il testo dell'articolo di Roger-Pol Droite, pubblicato su Le Monde dell' 11/03/99 e la pronta ed incisiva replica di Jean Rocchi.

Roger-Pol Droit

Sous la science, la magie?

Giordano Bruno, brûlé en 1600, passait autrefois pour un martyr de la science. Grâce à l'historienne anglaise Frances Yates, disparue en 1981, on mesure l'importance de la magie et des doctrines dans sa pensée;

On irait trop vite, si l'on voulait faire de Giordano Bruno uniquement un martyr de la raison. Savant moderne victime de la bêtise triomphante? Esprit annonciateur des Lumières, immolé par les obscurantistes? Ce n'est pas si simple. S'il pourfend volontiers ce qu'il appelle les balourdises diplômées, Bruno demeure tributaire d'un outillage intellectuel ancien. Par tout un aspect de son oeuvre, il est à ranger du côté des mages, occultistes et alchimistes plutôt que des hommes de science, au sens d'après Galilée. Encore fallait-il, pour que l'on commençât à s'aviser de l'existence de cette face cachée un travail patient, subtil, informé. Frances Yates, disparue en 1981, en fut la pionnière et l'organisatrice.

Le livre traduit aujourd'hui en français rassemble des études préparatoires à ses travaux majeurs. C'est le dernier mis au point par l'historienne. Elle mourut peu après l'avoir revu, âgée de quatre-vingt -deux ans. une longue série d'ouvrages, devenus des références indispensables, ont révélé combien Dame Frances - en effet anoblie par la Reine fut une pionnière opiniâtre, dont l'acharnement et la perspicacité ont permis de modifier tout un pan de nos connaissances historiques. En étudiant notamment la relation entre Giordano Bruno et l'hermétisme, en scrutant ce que furent Les Arts et la mémoire, en retraçant le réseau des Académies françaises au XVIIème siècle, l'historienne de l'Institut Warburg a reconstitué, au fil des décennies, une face cachée de l'histoire des idées. Elle a fait comprendre, avec un luxe de détails et de preuves, combien les commencements de la science moderne étaient mêlés à des pratiques occultes. On doit à Frances Yates cette découverte: les grandes figures de la Renaissance avaient en tête de toutes autres idées que celles que nous leur attribuons.

Ainsi Bruno est-il un disciple de Lulle, auteur au XIIème siècle d'un Art, une technique censée résoudre toutes les questions dans tous les domaines. Cette doctrine, exerça une influence considérable jusqu'à l'Age classique, en particulier à Paris.(...)

Ici Roger-Pol Droit développe les Idées de Lulle, et poursuit:

Trois siècles plus tard Giordano Bruno constitue un missionnaire lulliste d'un genre nouveau. S'il transpose fidèlement les règles logiques du maître sur de nouveaux registres - dans le domaine de la mnémotechnique -, il s'en écarte par ses convictions non chrétiennes. Toutefois, ce ne sont pas le rationalisme ou le scepticisme qui conduisent Bruno à rompre avec le christianisme. Frances Yates montre au contraire qu'il doit être considéré comme un "mage de la Renaissance, adepte convaincu de la supériorité des vérités égyptiennes, défenseurs des doctrines transmises par les textes attribués à Hermès Trismégiste. Celui qui devait mourir brûlé sur le Campo dei Fiori ne se battait pas pour une connaissance mathématisée de la réalité physique. Il était surtout influencé par l'hermétisme que les néoplatoniciens de Padoue avaient remis à l'honneur.

Suit un hommage à Frances Yates, avec cette prudence de langage:

Il n'est pas absolument certain que les considérations ésotériques aient joué - dans la politique comme dans la science.- le rôle qu'elle leur attribue. La discussion est affaire de spécialistes. Quelle qu'en soit l'issue, cela ne changera rien d'essentiel au plaisir de sa lecture ni aux réflexions que ces travaux suscitent. (...)



Replica di Jean Rocchi





Jean Rocchi
à
Monsieur Roger-Pol Droit

Vos évidentes qualités d'ouverture d'esprit et le sérieux de vos chroniques, qui ont plus d'une fois guidé mes lectures, m'ont incité à vous faire part de ma réaction à votre article du Monde des livres de ce jour,"Sous la science, la magie".

Affaire de spécialiste, dites vous, que la véritable nature de Giordano Bruno. Certes. Mais la vision hermétiste du philosophe Nolain que vous rappelez inspire un énorme consensus doctorum érroné. Elle risque de peser lourdement sur le quatrième centenaire de sa mort, en février 2000 et d'éclipser ses mérites de découvreur et d'innovateur. Frances Yates n'étant plus, je suis bien contraint de polémiquer avec ce qui s'écrit d'elle et de son oeuvre. Non pour être publié dans vos pages (Un tel débat n'a sûrement pas sa place dans un quotidien), mais seulement pour répondre aux arguments yatistes dont vous faites état et qui me paraissent spécieux. Je n'en retiendrai que deux:

1/ Bruno demeure tributaire d'un outillage intellectuel ancien.

Oui, de l'outillage de son temps. Autant, mais pas plus que Galilée, Kepler ou Newton, pour ne citer que ces trois grandes figures du XVIIème. Bruno est de son siècle. Il fait effectivement référence aux écrits du passé. Il évoque leurs fonds et leurs formes. Ce retour en arrière est-il vraiment à charge contre le chercheur ? L'immobilisme de l'esprit n'est-il pas alors dans le comportement le plus commun des réciteurs, ces gens qui ne remettent en doute aucune idée reçue ? Le discours officiel dogmatique, posé sur le socle sacré de la sainte Bible séculaire ne fourmille-t-il pas, lui-même, autant que certaines lectures de Bruno, d'allégories et d'affirmations invérifiables ? N'est-il pas encombré de récits de miracles, de prophéties et d'invraisemblances indiscutables ? Les écrits de Bruno ne sont-ils pas inspirés souvent par une volonté d'aller vérifier cet invérifiable ânonné depuis des siècles ? Ce voyage aux temps anciens n'est-il pas une voie obligée pour relancer une pensée endormie ?

Tous les chercheurs, même René Descartes, furetaient dans les antiquités. Bien plus tard, Isaac Newton, le premier des physiciens incontestés charriait encore dans sa tête un océan d'exégèses de textes alchimiques, hermétiques ou magiques. Mais il fut le premier à exposer le fonctionnement de l'univers sans action divine. On découvre aujourd'hui que, dans le même temps où il déchiffrait, par le langage mathématique, des secrets majeurs du Livre de la Nature, Newton cherchait tenacement à décrypter le langage des prophètes et les secrets divins. Loup Verlet, dans La malle de Newton, parle d'un travail herculéen, durant un demi-siècle, sur l'ensemble des textes bibliques et de multiples sources annexes. Newton avait enfermé ses travaux d'interprétation biblique et d'alchimie dans une malle. Il s'exclamera triomphalement, plusieurs jours de suite : Intellexi, j'ai compris, non pour signaler l'observation d'un phénomène nouveau ou l'explication d'une énigme de la nature, mais pour s'émerveiller d'avoir découvert des morceaux du code secret des alchimistes en faisant correspondre certaines de leurs expressions imagées à des phénomènes.

Hélène Védrine, dans sa thèse de doctorat, La conception de la nature chez Giordano Bruno, examine précisément la présence de la magie dans l'œuvre brunienne :

Nous nous refusons personnellement à centrer la réflexion du Nolain sur ce problème. Dans une psychologie qui ignore la distinction cartésienne entre l'âme et le corps, l'unité du vivant s'impose. Le spiritus, sorte de force subtile, anime et peut être maîtrisé par les parties supérieures de l'âme. Il devient alors capacité d'action sur autrui et le monde. L'étonnement du vulgaire devant l'extraordinaire traduit seulement son ignorance. Pour Bruno, comme pour ses contemporains, le sage est thaumaturge. Cela dit, la magie ne nous paraît pas une des clés du système : elle renvoie à un socle archaïque. Le Nolain d'ailleurs n'a jamais réclamé la moindre originalité sur ce point, alors qu'il affirme avec orgueil l'importance de ses inventions cosmologiques :

Intrépide, je fends l'espace de mes ailes et la renommée ne me fait pas cogner contre les orbes qu'une véritable erreur a tirés de faux principes, de telle sorte que nous serions enfermés dans une prison imaginaire, comme si la totalité était close de murailles de fer (De Immenso).

Tradition et anticipation sont les deux catégories banales sur lesquelles vit l'histoire de la philosophie.

C'est Hélène Védrine qui a raison. Mais son travail reste introuvable, inaccessible.

2/ Bruno ne se battait pas pour une connaissance mathématisée de la réalité physique:

Bruno ne pratiquait certes pas les nombres, mais admirait Pythagore. Il reconnaissait également le rôle important des mathématiques dans l'étude de la Nature. Le sentiment mathématique de l'infini est une chose qu'on ne peut lui dénier.

Considérez que l'intellect, affirmait-il, qui veut se libérer et se détacher de l'imagination à laquelle il est lié, a recours aux mathématiques et aux figures symboliques, pour comprendre, par leur moyen ou par l'analogie qu'elles offrent, l'être et la substance des choses et la diversité des espèces à une seule et même racine. C'est ce qu'avait fait Pythagore, en prenant les nombres comme principes spécifiques des choses, Platon et d'autres, qui avaient placé les espèces vivantes dans des figures dont l'ensemble constituait la substance et la racine commune.

Bruno explicitait ainsi sa nette intelligence du principe mathématique. Mais il se distanciait aussitôt de Platon :

Meilleure et plus pure que celle de Platon est la position de Pythagore; parce que l'unité est la cause et l'essence de l'indivisible et du point, et elle est un principe plus absolu (que le point) et plus adéquat à l'être universel [ ..] Platon qui est venu après lui, n'a pas fait autant ni mieux que lui, parce qu'il a préféré parler moins bien, d'une façon moins exacte et moins appropriée, et avoir la renommée de maître, que parler mieux, plus proprement et se donner une réputation de disciple [ ...] . La fin de sa philosophie était plus sa propre gloire que la vérité [ ...] alors que Pythagore ne convenait et ne s'adaptait pas moins aux choses corporelles qu'à toutes celles de la raison, de l'imagination, de l'intelligence; pas moins à la nature sensible qu'à la nature intelligible

L'essence des mesures ne se comprend pas sans celle des nombres. C'est pourquoi le symbolisme et les rapports arithmétiques sont plus aptes que ceux de la géométrie à nous guider, à travers la multiplicité, vers la contemplation et l'appréhension du principe indivisible.

Cette pensée n'est pas équivoque : Bruno reconnaît le rôle privilégié de l'expression mathématique pour la lecture du Livre de la Nature, pour cette spiritualisation obligée dont parlera Bachelard (La formation de l'esprit scientifique). Pour lui, les mathématiques sont nécessaires à la connaissance. Les critiques qui lui reprochent de les mépriser se méprennent. Bruno nous donne quelques précisions sur sa conception :

Les signes tu les trouveras dans les mathématiques, les vérifications, dans les autres facultés morales et spéculatives, écrit-il dans De la causa, (p.335). Si les grammairiens portent leur attention sur les mots et les mathématiciens sur les signes, c'est aux philosophes d'aller au-delà des mots et des signes pour pénétrer à l'intérieur des sentiments et des vérifications.

Ce que Bruno exprime avec les mots de son temps concerne très directement le statut de la science à naître et la méthode de travail. Il entend s'appuyer sur les signes, sur les mathématiques, (et même sur le doute méthodique!) mais ne s'en tient pas à leur lecture. Nuccio Ordine, dans son livre Le mystère de l'âne, précise que pour Bruno,

le mathématicien, comme le traducteur de mots, se contente d'agir à la surface des choses ; il accomplit une opération qui, restant une fin en soi, ne peut traduire la complexité de l'objet de son travail : autre chose est de jouer avec la géométrie, autre chose est de démontrer avec des preuves physiques (Le Souper des Cendres). Bruno voit dans les mathématiques une préparation à un savoir plus profond et non pas une connaissance de type définitif. La philosophie du Nolain va au-delà des signes identifiés de façon géniale par Copernic : le système solaire de Copernic peut occuper n'importe quel point de l'univers infini, car aucune nécessité ne justifie la position centrale du Soleil dans une cosmologie où le centre n'a plus de sens...

Bruno avance une opinion aux développements considérables - reconnaissance de la mathématique doublée de distanciation - à une époque où la science mathématique n'est pas franchement reconnue. Il ne confond pas mathématique et nature et perçoit bien leur rapport au critère de réalité. Mesurer, établir des chiffres n'est pas vérifier, tester, expérimenter (pénétrer à l'intérieur des sentiments). Ici, Giordano Bruno ouvre un débat aux conséquences considérables qui ne semble pas avoir nettement abouti quatre siècles plus tard: celui de la place des mathématiques dans la recherche scientifique, place importante, auxiliaire et non majeure. Il exprime un point de vue qui ne peut être plus moderne. Ne doit-on pas le placer aux côtés de ceux qui refusent le tout mathématique dans la recherche, ce qui n'a rien à voir avec un mépris des mathématiques? Certes, là, je tords peut-être le bâton dans l'autre sens, moi aussi. Mais cette démarche devrait permettre, face à un consensus que je pense imprégné d'idéologie, de le remettre droit et de rendre enfin à Bruno, martyr de la pensée libre, toute la place qu'il mérite dans l'histoire des idées... et dans la génèse de notre modernité.