
CANDELAIO
Con il debutto in prima
nazionale del Candelaio di Giordano
Bruno, diretto da Luca Ronconi e
coprodotto dal Teatro
Biondo Stabile di Palermo e dal Piccolo
Teatro di Milano, riapre il 23 maggio 2001, il Teatro Bellini di
Palermo.
27 maggio 2001
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"Candelaio", nel teatro
dell'imbroglio
non c'è scampo per truffatori e truffati

Al Bellini. Una scena corale del
"Candelaio": nello spettacolo del Piccolo di Milano e del Biondo
di Palermo recitano 29 attori
PALERMO. Ha voglia Ronconi a
dire che è miope e forse anche anacronistico tradurre oggi Candelaio in
chiave ideologica, osservarlo attraverso un'ottica sessantottesca, che va
visitato, semmai, come un monumento, una testimonianza, un capolavoro di
drammaturgia "altra", come il sulfureo esperimento di una nuova
lingua e di un nuovo codice teatrali. Certo, rispetto ai tempi della prima
edizione del suo Candelaio (era appunto il '68, alla Biennale di Venezia),
sono diverse, oggidì, le urgenze, altri gli stimoli. Ma il fatto è che il
testo tardocinquecentesco di Giordano Bruno ha una tale forza scardinatrice
che non si può certo eludere la sua vocazione fortemente in contrasto con
qualsiasi sclerotizzata istituzione, con qualsiasi Potere accampi diritto di
possesso - attraverso la sopraffazione ricattatrice del pregiudizio e
corruttrice del denaro - sull'uomo. Insomma, è preterintenzionale, la
vigoria etico-filosofica di Bruno e della sua Napoli di gabbanti e gabbati,
di spasimanti e mariuoli, di alchimisti e magister latinorum messi in
berlina, cornuti e mazziati.
Ma tant'è: eccoci a questo suo nuovo, bellissimo Candelaio, coprodotto dal
Piccolo Teatro di Milano e dallo Stabile di Palermo e accolto nel ventre
rinsecchito del Bellini, tornato in vita (si spera definitivamente) da un
coma lungo 37 anni. La Napoli di Ronconi (ma è una città senza identità,
senza volto così come volutamente senza età sono le storie e i loro
personaggi, abbigliati con gran mescolanza temporale di stili da Simone
Valsecchi e Gianluca Sbicca) è anch'essa un ventre di porte, di infissi, di
sportelli, di imposte, quasi tutti piazzati in orizzontale, che s'alzano e
s'abbassano, che s'aprono e si chiudono, ponti levatoi, botole, passerelle
(ideati da Giovanni Montonati) che vomitano e inghiottono gli attori, quasi
la metafora di una società che sembra voler mettere sotto chiave la propria
coscienza, come si potesse rincantucciarla dietro uno stipite e, una volta
varcata la soglia, rappresentarla per quella che non è. L'inganno,
d'altronde, la falsità, la finzione sono altri cardini importanti del testo
bruniano, che s'identificano nel gioco degli scambi, nella forte allusione
all'ambiguità sessuale, nel travalicamento del ruolo maschio-femmina (con
una non lieve connotazione misogina e una forte vocazione omosessuale),
nella recita dello scherno e dello scherzo, ma anche, perch‚ no?, nel
piacere della ribalderia e della truffa. Con questa doppiezza, Ronconi è
come volesse giocare, pur mantenendo alto e serio il tono della pi‚ce ma
senza pedanterie, senza il peso ingombrante di un memento, senza che il
senso della giustizia, del castigo, della pena, senza che l'ordine morale
(peraltro ristabilito proprio dai mariuoli in consesso tribunalizio)
sovraccarichino lo spettacolo, si sovrappongano all'altra sua faccia, che è
quella della riscoperta di un linguaggio teatrale assolutamente innovativo
per i tempi di Bruno e quasi inedito (e ancora terremotante) per i nostri.
Non sempre, invero, il bersaglio è centrato ma quando l'attenzione
s'appunta sulla parola, ecco, è qui che Ronconi dà il meglio di s‚,
nell'ordito del recitato, nella diversità tra l'aulico dei tre tromboni che
aspirano ad amore, ricchezza e prestigio dottorale e il volgare degli
imbroglioni che se ne fan gioco, nella mistura tra lingua e dialetto, nella
commistione dei generi, insomma. Caratterizzando, ovviamente, ogni
personaggio, anche il più marginale, e potendo permettersi di farlo grazie
ad un cast di straordinaria duttilità, comunque istruito passo passo,
intonazione su intonazione, lasciando un po' da parte certa prosodia
tipicamente ronconiana, quell'antiretorica che certo ha fatto scuola ma che
qui trova come una rinnovata ragion d'essere. Coi "suoi" attori,
Ronconi crea un gran concertato, di raffinatissima elaborazione, li sfinisce
(more solito) e li lascia divertire tra stracci da lumpen e sottanine
smerlettate, colli di volpe e cilici, patte di pantaloni sempre
gloriosamente gonfie o aperte, talami, alambicchi e attrezzeria assortita da
ciarlatani. Di ognuno bisognerebbe citare le qualità interpretative, le
peculiarità attribuite al singolo ruolo ma forse è anche più giusto che
lo spettatore se le scopra e se le gusti da s‚: giganteggiano De
Francovich, Crippa e Popolizio, sono bravissimi Roman e Bini, conferiscono
nobiltà ai "caratteri" la Mandracchia, la Gualdo e Colella,
vibrano con intensità la Marinoni e la Ranzi, è sublime Villa (nell'Antiprologo);
e un contributo preziosissimo arriva anche da Marco Andriolo, Valentino
Russo, Stefano Moretti, Raffaele Esposito, Pasquale Di Filippo, Benedetto
Bianchi, Francesco Vitale, Simone Toni, Maurizio Cicolella, Nicola Orofino e
Mirko Soldano.
Pubblico piuttosto intrigato nonostante le oltre cinque ore divise in due
tranche tra pomeriggio e sera, con qualche momento di distrazione ma, a
giudicare dai calorosi applausi finali, senza soverchie perplessità.
Salvatore Rizzo
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giovedi , 24 maggio 2001 |
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TEATRO RAPPRESENTAZIONI |
| Un mega spettacolo di cinque ore con
l' insolito intervallo in pizzeria |
LA TRASFERTA DEL «PICCOLO» Un mega spettacolo di cinque ore con l' insolito
intervallo in pizzeria DAL NOSTRO INVIATO PALERMO - Con una zoomata di cinque
ore su corruzione e falsità, su imposture e istituzioni degradate della Napoli
cinquecentesca, L uca Ronconi e i suoi attori del «Piccolo» di Milano hanno
restituito vita ad un teatro che Palermo aveva dimenticato, il «Bellini», un
gioiello del Seicento distrutto da un incendio 37 anni fa. Rinato ieri alla «luce»
del «Candelaio» di Giordano Brun o. Rinato alle 17.58 di un 23 maggio. La
stessa ora in cui echeggiavano le sirene delle navi, al porto. Lo stesso momento
in cui un applauso fragoroso tuonava nella città raccolta attorno all' albero
Falcone, nel nono anniversario della strage di Cap aci. E in quell' istante,
proprio prima di andare in scena, è stato il direttore del «Biondo» di
Palermo, Pietro Carriglio, che con il «Piccolo» di Sergio Escobar ha prodotto
lo spettacolo, a parlare ai cento spettatori, protagonisti di questo evento e di
questo riscatto. Poche parole «rubate» da Carriglio a Giordano Bruno per dire
che «le coincidenze non esistono», che «Palermo ricorda e ricorderà sempre
Giovanni Falcone». Auspicio di un impegno contro mafie e corruzione lanciato da
Palermo, da ll' Italia di oggi, con una «coincidenza» che lo spettacolo di
Ronconi riporta alla «regalissima città di Napoli», a burle ed amori,
ingiustizie e tradimenti raccontati attraverso eruditi e imbroglioni dell'
epoca. E' la storia di messer Bonifacio (i l bravissimo Massimo De Francovich),
«candelaio», omosessuale, sposato con Carubina (Laura Marinoni) e innamorato
di Vittoria (Galatea Ranzi), la cortigiana insidiata e corteggiata dal pittore
Gioanbernardo (Luciano Roman), mentre sulla scena s' intr ecciano le vicende di
tanti altri personaggi come Manfurio (Massimo Popolizio), buffo dotto pronto ad
ostentare il suo latino maccheronico, o Bartolomeo (Giovanni Crippa), una sorta
di prestigiatore che fa rima con impostore, certo di potere trasform are i
metalli in oro anche quando lo sbeffeggiano: «Se tu sapessi far oro, non
venderesti la ricetta per far oro». Una attualità dirompente e le «coicidenze»
che si ripropongono nei secoli sono la cifra di questa prima, applaudita da
Valeria Moriconi , Pamela Villoresi, Mariangela Melato, Giorgio Albertazzi ed
altri spettatori «eccellenti», entusiasti per questa opera in due tempi,
proseguita fino a mezzanotte con un intervallo trascorso nella pizzeria che in
questi anni ha preso il posto del foy er. Tutti entusiasti e catturati dalla
scenografia disegnata dallo stesso Ronconi su misura per questo teatro che è
ancora un guscio vuoto perché il restauro non è completo, ridotto dal fuoco ad
una sorta di arnia con palchi scrostati affacciati su u na platea vuota. E
Ronconi l' ha colmata con la scenografia rialzata fino a lambire la prima fila
dei palchi e a stabilire un contatto ravvicinato degli spettatori con gli
attori, pronti a sbucare, nudi in apertura, da una selva di porte e armadi dis
posti come botole che espellono ed inghiottono i personaggi. Un' invenzione
simile ad una mega composizione da museo d' arte moderna, ideata quasi per
essere trasferita alla Tate di Londra o al Moma di New York. Per Albertazzi
siamo «all' esasperazio ne del significante con tendenza al tenebroso,
misterico. Un grande testo con attori straordinari come Francovich». Per la
Melato «è bellissimo che si contribuisca a riaprire un gioiello come questo
facendo teatro: un segno straordinario, proprio nel giorno di Falcone, perché
il teatro aiuta la memoria». E per la Signora del teatro italiano, Valeria
Moriconi, «Ronconi è sempre pieno di sorprese: non ci si abitua mai alle regie
di Luca. Sono scatole a sorpresa, con un insieme di attori strepitosi ». Felice
Cavallaro
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Domenica
27 Maggio 2001 |
Nudi in scena nel «Candelaio»
di Ronconi
Enrico Fiore
Palermo. La scena, che occupa l'intero spazio della platea, è un fittissimo
intrico di loculi-case, con le porte che s'aprono verso l'alto: sicché gli
spettatori (un centinaio a sera), sistemati nei palchi, vedono quella città
mortuaria e fantasmatica da una prospettiva del tutto innaturale. E
completamente nudi si presentano l'autore che pronuncia la dedica e la «Signora
Morgana B.» che la riceve. E sui coturni degli attori tragici greci e latini
camminano i personaggi di Bonifacio, Bartolomeo e Manfurio. E abbandonati qua e
là, orologi di varia foggia ed epoca segnano ciascuno un'ora diversa.
Ecco, bastano questi elementi a dire della precisione con cui s'è mosso Luca
Ronconi, regista dell'allestimento di «Candelaio» di Giordano Bruno che -
coprodotto dal Biondo, lo Stabile di Palermo, e dal Piccolo di Milano - ha
riaperto dopo trentasei anni il settecentesco Teatro Bellini. Giacché quel
testo costituisce, in breve, il rogo metaforico che il Nolano, con notevole
anticipo rispetto al rogo reale che in Campo de' Fiori avrebbero destinato a
lui, riservò al suo secolo: dalla letteratura alla scienza, dalla religione
alla morale, dalla politica alle istituzioni sociali, nelle loro forme ormai
pietrificate e ridotte a vuoti simulacri.
Né, s'intende, la scampa il teatro. Implacabile, infatti, è la polemica contro
la letteratissima commedia italiana cinquecentesca: a partire dalla
moltiplicazione mostruosa del prologo (che qui annovera, addirittura, sonetto
proemiale, dedica, argomento, antiprologo, proprologo e «Bidello») per
arrivare alla struttura «aperta» del testo, con le situazioni e le scene che
crescono su se stesse (o s'intersecano attraverso procedimenti speculari) fino a
non significare più nulla, se non il fluire spontaneo, e incontrollabile e
feroce, della vita, con cui tendono a coincidere.
Non a caso, in «Candelaio» conta, più che la trama (ambientata, com'è noto,
a Napoli), il linguaggio o, meglio, la straordinaria commistione dei vari
linguaggi messi in campo da Bruno: che, ovviamente, sono per l'appunto quelli
legati alle forme pietrificate di cui sopra, riprodotti con assoluta fedeltà ma
- altrettanto ovviamente - dissacrati e demistificati sul filo dell'ironia e del
sarcasmo. Di modo che i tre personaggi citati - Bonifacio, che s'innamora della
cortigiana Vittoria e ricorre, per conquistarla, alle arti del presunto mago
Scaramurè; Bartolomeo, che Cencio truffa facendogli credere di poter
trasformare i metalli vili in oro; e il pedante Manfurio, che ripetutamente vien
gabbato e derubato - non si limitano ad usare i loro rispettivi linguaggi (il
formulario d'amore petrarchesco, le fumisterie della falsa scienza e il latino
accademico) ma, puramente e semplicemente, sono quei linguaggi: e di qui
l'oscenità, ossia la corporalità, che serve al Nolano come reagente che faccia
meglio risaltare (e in maniera più dirompente) la vacuità di questi ultimi.
Senonché - a parte gli elementi richiamati all'inizio (fondamentalmente
ispirati al suo primo allestimento di «Candelaio», datato 1968) e a parte
l'esasperazione, attraverso reiterati amplessi omosessuali, del tema suggerito
dal titolo («candelaio» significa pederasta) - ben presto, poi, Ronconi
s'adagia nell'innocua esposizione della trama, sostanzialmente appiattendo il
decisivo gioco simbolico dei linguaggi in questione e non riuscendo a farne
deflagrare il tremendo potenziale ideologico.
Non resta, allora, che prendere atto della buona prova che sul piano tecnico
offrono gl'interpreti: primi fra i quali Luciano Roman (Gioanbernardo), Massimo
De Francovich (Bonifacio), Giovanni Crippa (Bartolomeo), Massimo Popolizio (Manfurio),
Laura Marinoni (Carubina), Galatea Ranzi (Vittoria), Francesco Colella (Scaramurè),
Riccardo Bini (Sanguino), Manuela Mandracchia (Lucia), Anna Gualdo (Marta) e
Vladimiro Russo (Cencio). Una notizia, infine: proprio l'altra sera, in
coincidenza con la «prima» nel rinato Bellini, Carlo Cecchi ha voluto
riprendere al Garibaldi il suo «Sik-Sik, l'artefice magico». Per richiamare
l'attenzione sui rischi che corrono le sovvenzioni al Garibaldi medesimo, «Teatro
d'Europa» al pari del Piccolo.

"La mia sfida col Candelaio"
MARIO DI CARO
Il testo è sterminato, lo spazio è segnato da un incendio di trentasette anni
fa e la messa in scena dura quattro ore e mezza: signore e signori, ecco a voi
il "Candelaio" di Giordano Bruno, lo spettacolo di Luca Ronconi che
mercoledì riapre il portone del teatro Bellini dopo il rogo del ‘64, sotto
l'egida del Biondo di Palermo e del Piccolo di Milano. Un'operazione che più «ronconiana»
non si può e che sommando il gigantismo della commedia alla straordinarietà
del luogo acquista il sapore di una sfida col tempo e con lo spazio.
«Il "Candelaio" è un monumento che fa venire i brividi - ammette il
regista - ma non è pesante, semmai è violento. Il carattere di quest'opera è
la sua esplosività, è una di quelle cose che non ha senso ridurre perché
significherebbe portarle a una dimensione di teatro comune quando, invece, si
tratta di un testo che pretende un'eccezionalità. Lo spettacolo è diviso in
due parti di due ore e mezza ciascuno per cui può essere visto anche in due
giorni diversi: l'idea è quella di offrire un libro agli spettatori per
farglielo leggere come meglio credono. Possono cominciare la lettura anche a metà
e riprenderla il giorno dopo. Quanto allo spazio, lavorare al Bellini è stato
un vantaggio perché questo è un testo che deve vivere in un altro mondo, non
in un palcoscenico tradizionale dove tutto è focalizzato: un luogo come il
Bellini permette di accantonare l'idea della perfezione e di rispettare quel
disordine, anzi, quello sfacelo insito nel testo».
Ma perché proprio "Candelaio", quest'intrigo rinascimentale di
messeri, babbei, cornute e traditori? «La scelta nasce anche dalla suggestione
dello spazio - risponde Ronconi - Quando visitai il Bellini pensai di poter
collocare lì una delle produzioni che avevamo programmato col Biondo. "Candelaio"
è il testo di un filosofo portatore di una sua teatralità, fortissima ma anche
particolarissima, qualcosa che scardina tutte le regole del teatro e che la
rende particolarmente interessante. Lavorandoci sopra, assieme agli attori, ci
siamo accorti che la presunta mancanza di organizzazione drammaturgica in realtà
è figlia delle dimensioni del testo: ma attenzione, il problema non è la
lunghezza, è l'estremo realismo dei personaggi, è la virulenza del linguaggio.
Molto spesso, per esempio, siamo vicini al turpiloquio ma non si cade mai nella
volgarità. Si tratta di uno dei testi maggiormente portatori di realtà che la
letteratura drammatica italiana abbia mai dato».
In scena, su quella pedana di legno tutta botole e macchinerie che Ronconi ha
allestito nella platea del Bellini, ci saranno Massimo Popolizio, Massimo De
Francovich e Laura Marinoni, punte di diamante di un cast di attori che il
regista definisce «da bravissimi a grandi».
Ronconi ricorda la sua prima volta col "Candelaio", anno di grazia
1968, alla Biennale di Venezia. «Allora pensavo che i tempi erano maturi per
fare "Candelaio" con una compagnia di giro ma mi sbagliavo.
Quell'edizione risentiva dell'atmosfera del ‘68 cosicché, tagliando tutto il
quinto atto, veniva fuori l'aggressione alle istituzioni. E invece credo che il
testo parli del tentativo di cambiare le istituzioni degradate, parla di come è
ridotta la giustizia, della perdita dei valori, della perdita di etica, tutti
temi che nel ‘68 non c'erano. Credo che oggi la mia regia sia più rispettosa
dei contenuti reali del testo».
Una maratona
di quasi cinque ore
la scheda
"Candelaio" di Giordano Bruno debutta mercoledì alle 17,30 al teatro
Bellini. Lo spettacolo, prodotto dal Biondo e dal Piccolo, è diviso in due
parti: la prima termina alle 20, la seconda comincia alle 21,30. Repliche sino
al 31 sempre con la stessa formula. L'ingresso costa 70 mila lire, 20 mila per
gli abbonati. Nel cast Massimo Popolizio nel ruolo di Manfurio, cultore di
latino maccheronico, Massimo De Francovich, ovvero messer Bonifacio, marito di
Carubina (Laura Marinoni) e Giovanni Crippa, l'alchimista Bartolomeo.
"Candelaio? È un gay
che tradisce la moglie"
il debutto
Sono eleganti, discreti, appassionati. Maghi e impostori che parlano sottovoce,
spose caste e raffinati filosofi, puttane bambine, furfanti e ragazzi di vita in
attesa del debutto. Gli attori del "Candelaio di Giordano Bruno diretto da
Luca Ronconi, entrano ed escono sommessamente dalla spianata di botole del
teatro Bellini, infilano una tenda e poi spariscono nei camerini, magari dietro
l'occhio vigile del regista che al passaggio regala a qualcuno anche un gesto
d'affetto. E' il momento giusto per scambiare quattro chiacchiere, e ricomporre
il puzzle dello spettacolo con le loro parole a ventiquattr'ore dal debutto che
domani riapre il Bellini dopo trentasette anni. «Bonifacio è il protagonista
di questo testo corale solo perché è l'unico a incontrare tutti i personaggi -
dice il "Candelaio" Massimo De Francovich - Ed è un puro idiota, un
omosessuale dal carattere estremo, che sarà punito da tutti per aver voluto
trasgredire la sua vera natura, tradendo la moglie con un'altra donna». Massimo
Popolizio invece è Manfurio, un pedante cultore di latino con tendenze pedofile,
che «nel contesto di una cultura sconquassata di una borgata, viene deriso e
punito, perché rappresenta un potere da abbattere». In attesa di entrare in
scena, c'è il tempo per fumare una sigaretta, tra i pittori che imbiancano e
gli elettricisti al lavoro, con l'accappatoio sopra gli anfibi o la sottoveste
di seta color champagne per la scena dell'amplesso. E' il caso di Laura Marinoni:
è lei Carubina «la moglie giovane, bella (e tradita) del Candelaio». «Carubina
è trasparente, ingenua, veramente fedele, all'inizio - dice - Ma poi si lascerà
travolgere dalla passione per il primo uomo che le parla davvero d'amore». Il
suo nuovo compagno sarà Gioanbernardo, ovvero Luciano Roman: «Il personaggio
nasconde l'autore, il filosofo Giordano Bruno che emerge per esplosioni di
parole e d'immagini, ma il suo carattere resta sempre nascosto, misterioso, e
alla fine rivendicherà la giovinezza e l'amore di Carubina». Al Bellini,
intanto, regna sovrana una silenziosa disciplina, ciascuno per sé, e ogni
tensione puntata sul palcoscenico. Seduto sulle scale, nella gran fucina del
teatro dove fervono i preparativi, c'è anche Riccardo Bini, alias Sanguino,
artefice dei terribili castighi ai danni del Candelaio: «Sanguino è un ex
ragazzo di vita, ormai invecchiato. Ho pensato a Franco Citti, per
rappresentarlo. E' lui il braccio proletario del giustiziere Gianbernardo, anche
se alla fine perdonerà Bonifacio».
l.n.
Cinque ore con Ronconi
per rompere il silenzio
Alle 17,30 il
"Candelaio" di Giordano Bruno riapre il vecchio teatro dopo
trentasette anni
MARIO DI CARO
L'incantesimo del teatro Bellini si rompe alle 17,30 quando Luca Ronconi darà
il via alla maratona del "Candelaio". Trentasette anni di cenere e
silenzio, seguiti all'incendio del '64, si dissolveranno lungo cinque ore di
spettacolo, in una lunga tirata che impegnerà lo spettatore fino a mezzanotte.
La prima parte, infatti, termina alle 20, dopo due ore e mezza filate; congruo
intervallo fino alle 21,30 per tirare il fiato e poi di nuovo in scena per altre
due ore e mezza circa. Quasi un risarcimento con gli interessi di questi
trentasette anni di buio. Insomma, da oggi il Bellini entra a far parte del club
dei teatri recuperati, se non nello splendore quanto meno nella fruizione,
assieme al Massimo, al Garibaldi, al Finocchiaro e al Santa Cecilia, gli altri
moschettieri dell'ex città proibita.
IL TEATRO. La data di nascita è 1726, col nome di teatro Santa Lucia, quella di
«morte» 1964, quando il Bellini, sotto la direzione di Franco Parenti, si
proponeva alla città come un laboratorio di esperienze. Dalla storia del
Bellini saltano fuori due chicche: la direzione artistica affidata a Donizetti,
nel 1825, e il debutto, nel 1854, del "Birraio di Preston", l'opera
che ispirò l'omonimo romanzo di Camilleri. La storia più recente, quella che
comincia dopo l'incendio e dopo l'apertura della pizzeria nell'ex foyer del
teatro, parla di varie serate simboliche, l'ultima delle quali è quella che nel
dicembre scorso vide proprio Luca Ronconi protagonista come lettore dei versi di
Dante, sorta di viatico per il debutto di oggi.
LA SCENA. La sorpresa maggiore sarà la pedana in legno allestita nella platea
del teatro, che porterà gli attori sotto il naso degli spettatori, sistemati
nei due ordini di palchetti. «Una scenografia pensata appositamente per il
Bellini - conferma Ronconi - affinché il pubblico sia il più vicino possibile
agli attori. È una struttura impervia, adatta a chi vuole fare una cura
dimagrante». E così gli attori, sbucheranno fuori da un complesso sistema di
botole che continuamente espelle e inghiotte personaggi, in un continuo gioco di
apri e chiudi che si annuncia come una delle trovate più stuzzicanti dello
spettacolo.
LA TRAMA. La commedia di Giordano Bruno è un groviglio di personaggi che si
muove in una società falsa e corrotta, quella della Napoli cinquecentesca, un
coro di eruditi e mascalzoni che corre appresso a burle, amori e tradimenti. C'è
messer Bonifacio che è sposato con Carubina ma è innamorato di Vittoria, a sua
volta corteggiata dal pittore Bernardo; c'è Manfurio, goffo cultore di latino
maccheronico, c'è Bartolomeo, alchimista dilettante che trasforma i metalli in
oro, e c'è il mago Scaramurè, a cui si affida Bonifacio per conquistare la
cortigiana Vittoria. I tre protagonisti saranno vittime di un gruppo di
imbroglioni, puniti per la colpa di essere ridicoli, anomali o superati. Ma la
cifra principale dello spettacolo resta il linguaggio che Ronconi non esita a
definire «violento, vicino in molti casi al turpiloquio ma senza mai scadere
nella volgarità». «Spero che si abbia la stessa piacevole sorpresa del "Pasticciaccio"
di Gadda - spiega il regista - dove s'è visto che quando la voce delle persone
rubata dalla letteratura lascia la pagina per tornare alla sua dimensione orale,
riacquista chiarezza ed espressività».
IL CAST. Dice Ronconi che «"Candelaio" non si può fare senza attori
che non siano da bravissimi a grandi». E allora Bonifacio, ovvero il Candelaio,
è Massimo De Francovich, Bartolomeo è Giovanni Crippa, Carubina ha il volto di
Laura Marinoni, mentre Manfurio è Massimo Popolizio. Francesco Colella
interpreta il mago Scaramurè e Riccardo Bini indossa i panni di Sanguino. In
totale sono ventidue gli attori in scena in una produzione che vede impegnati
assieme il teatro Biondo, affittuario del Bellini, e il Piccolo di Milano.
IL PARTERRE. Nei palchetti del Bellini stasera ci saranno anche Mariangela
Melato, protagonista della prossima stagione del Biondo, Valeria Moriconi,
Pamela Villoresi, Elvira Sellerio e il direttore del Piccolo Sergio Escobar, che
ha ribadito il percorso comune che lega i teatri di Palermo e di Milano. Tre
palchi sono stati riservati alla famiglia Lo Bianco, proprietaria del Bellini, i
cui rapporti col Comune spesso sono stati irrigiditi dalle minacce d'esproprio.
Solo cento i posti disponibili, dato che la platea è stata trasformata in
palcoscenico.
BIGLIETTI E REPLICHE. "Candelaio" si replica fino al 31, sempre diviso
in due parti: dalle 17,30 alle 20 e dalle 21,30 in poi. I biglietti costano 20
mila lire per gli abbonati del Biondo, 70 mila per tutti gli altri. Informazioni
e prenotazioni al botteghino del Biondo. Lo spettacolo tornerà a Bellini nella
prossima stagione
La maratona di Ronconi
per il Bellini di Palermo
Il teatro riapre
dopo 37 anni con il "Candelaio"
la prima
palermo - È nudo il primo attore che compare sulla scena del teatro Bellini
dopo trentasette anni di chiusura. Nudo come questo teatro settecentesco, ancora
segnato dall'incendio del '64, che Luca Ronconi ha scelto come spazio ideale per
la prima nazionale del suo Candelaio, la commedia di Giordano Bruno che ha
debuttato ieri per il Biondo di Palermo e il Piccolo di Milano. Una maratona
lunga cinque ore, dalle 17.30 a mezzanotte compreso l'intervallo, quasi a voler
risarcire il Bellini di tanti anni di silenzio.
Ronconi ha riempito la platea con una grande pedana di legno, tutta porte e
botole, che inghiotte ed espelle attori portandoli sotto il naso degli
spettatori sistemati nei palchetti. Una pedana che fa da piazza napoletana, da
aula scolastica, da laboratorio chimico. Candelaio è una sarabanda di messeri e
babbei, cortigiane e imbroglioni, maghi e alchimisti, che ruota attorno al
richiamo dell'oro e delle sottane. Il baricentro è l'amore impossibile del
Candelaio (Massimo De Francovich) per la bella Vittoria (Galatea Ranzi), a sua
volta corteggiata dal pittore Gioanbernardo (Luciano Roman). Il prologo è uno
sberleffo ai benpensanti con Roman che irride il pubblico mostrando il sesso
strizzato in una mano, primo sintomo di quella congiura dei vizi di cui è
intessuto il testo. Ma il primo applauso a scena aperta è per Massimo Popolizio,
quasi irriconoscibile nel trucco di un vecchio cultore di latino maccheronico.
Ventinove gli attori impegnati, tra cui Giovanni Crippa, Riccardo Bini, Laura
Marinoni, Manuela Mandracchia, Valentino Villa, Anna Gualdo e Francesco Colella.
Ad applaudire Ronconi c'erano anche numerosi big del teatro italiano: Mariangela
Melato s'è detta emozionata «per il sapore di storia del Bellini» mentre
Giorgio Albertazzi ha ricordato un'operazione scenografica di Visconti per
"Oreste" simile a quella di Ronconi per Candelaio.
(mario di caro)
Applausi e colpi di sonno
la maratona del Bellini
è stata un successo
Cronaca del "Candelaio"
di Luca Ronconi
la prima
Alla fine della maratona, dopo cinque ore di "Candelaio", c'è chi
applaude entusiasta e chi, invece, si risveglia da un sonno profondo. La prima
dello spettacolofiume di Luca Ronconi, che mercoledì ha riaperto il teatro
Bellini, è stata una prova di resistenza per il pubblico, simile a quella di
due estati fa al Garibaldi, quando Carlo Cecchi propose la sua trilogia
scespiriana in un'unica tirata. E così al traguardo di mezzanotte hanno vinto
gli attorispettatori, ovvero i big del teatro italiano accorsi alla festa del
Bellini che si sono rivelati i più disciplinati: da Pamela Villoresi, sistemata
nel palco centrale da brava «padrona di casa», come s'è definita, a Valeria
Moriconi e Mariangela Melato. Addirittura stoico Giorgio Albertazzi che,
rientrato in ritardo dopo l'intervallo, è rimasto in piedi per buona parte del
secondo atto. Meno bravo qualche professore universitario che ha dormito alla
grande, ma anche qualche ospite d'onore del palco centrale nel finale ha
accusato segni di cedimento. Del resto la struttura a ferro di cavallo e le
dimensioni ridotte del teatro facilitano il controllo del livello d'attenzione.
La cronaca del "Candelaio" registra i commenti compiaciuti di signore
e signorine per il nudo integrale di Luciano Roman che ha aperto lo spettacolo,
bilanciati dagli sguardi avidi puntati sulla bella Laura Marinoni. Inevitabile
il sussulto provocato dal cerchio di fuoco, frutto delle alchimie di Bartolomeo,
quasi un esorcismo dello spettro dell'incendio che nel '64 distrusse il Bellini.
C‘è da chiedersi quanto sarà stato apprezzato dai fratelli Lo Bianco, i
proprietari del teatro, anch'essi presenti nei palchi. Nel giorno della festa
per la riapertura del Bellini c'è gloria anche per l'omonima pizzeria che ha «espugnato»
il foyer e che mercoledì sera ha servito la cena ai cento spettatori della
prima.
Impressionante il colpo d'occhio dei ventinove attori tutti in scena per gli
applausi finali, giusto premio agli ingranaggi di questo orologio di alta
precisione.
Oggi si replica alle 17,30. Dopo "Candelaio", il prossimo appuntamento
col Bellini è con "L.Cenci" di Giuseppe Manfridi, protagonisti Pamela
Villoresi e Giulio Brogi. Giorgio Albertazzi, invece, ha annunciato il suo
prossimo impegno con "Falstaff. Le allegre comari di Windsor" di
Shakespeare, regia di Gigi Proietti, che lo vedrà in scena quest'estate a
Taormina e, nella prossima stagione, al Biondo.
m.d.c.
Sesso e esibizionismo
nel Candelaio di Ronconi
Lo scandaloso
pasticciaccio di Giordano Bruno
In scena nel recuperato e decadente Teatro Bellini di Palermo
FRANCO QUADRI
PALERMO - Monumentale capolavoro quasi ignorato dalla scena nei secoli, il
Candelaio di Giordano Bruno ha trovato una cornice ideale e fatiscente nel
recuperato Teatro Bellini di Palermo, andato a fuoco quasi quarant'anni fa, dopo
uno spettacolo brechtiano di Besson e Parenti: tra i muri di cemento grezzo, con
le tre file superiori ancora inagibili e le due di sotto assiepate dai 99
spettatori, ecco presentarsi una serie di scale metalliche sul palco, mentre la
vera scena, trasferita in platea, è impacchettata alla Christo in un enorme
foglio di carta. Sfilandolo con leggerezza dopo i prologhi, si rivelerà via via
lo sterminato testo, praticamente ricostruito da Luca Ronconi, che già l'aveva
montato come un seguito di soliloqui, tra inesorabili tagli, alla Biennale di
Venezia nel 1968.
La nuova edizione, coprodotta dal Piccolo Teatro di Milano e dal Biondo di
Palermo, comincia di pomeriggio e dura 5 ore piene più un solo intervallo di 90
minuti per la cena. Uno spazio dilatato per ritrovare nel gran "pasticciaccio"
realistico e metaforico di Giordano Bruno, difficile alla lettura ma di poderosa
teatralità, un suo ordine non senza sfoltimenti in quel caos di ardue lingue,
retoriche o crude, di trame incrociate, di personaggi bizzarri, convergenti in
una sorta di parodia della commedia classica che in verità disegna un mondo in
transito dal vecchio al nuovo, in via di aprirsi al volgare. Parlano infatti un
italiano fiorito di svarianti impasti dialettali i giovani che si beffano
dell'alienazione di tre simulacri della società cadente, teatralmente
presentati su alti coturni in antiquate fogge femminili della nostra epoca, come
tutti costumi contaminati e allusivi di una serata dove il travestimento dilaga,
assieme al perdersi delle identità.
Il "candelaio" del titolo, ovvero l'omosessuale, un sinuoso e superbo
Massimo De Francovich con intonazioni simili a quelle di Sergio Fantoni nella
prima edizione, spasima petrarcheggiando per una prostituta; lo scienziato avaro
del maturo intensissimo Giovanni Crippa impazzisce per fabbricare alchemicamente
l'oro; il maestro del caricaturale Massimo Popolizio, tragicamente buffonesco,
adora il latino ciceroniano e lo blatera fino a divenire incomprensibile,
completando un trio di monomaniaci specchi delle deviazioni istituzionali. Ma
attorno a loro c'è un brulicare di vita nella scena ideata dal regista, ampia
distesa orizzontale un po' alla Burri di lignee porte accatastate ma in grado di
rizzarsi in piedi, a diversi livelli come la struttura del babelico testo,
apribili a sorpresa inghiottendo o rigettando persone, immagine sintetica di
un'aggrovigliata Napoli, dove tutti si spiano.
E il folle trio, perso nei suoi squallidi intrighi, è preso di mira da una
beffa di ragazzi di vita che, come teppistelli, si travestono da poliziotti per
farsi poi strumenti esecutivi di una punizione per lesa umanità in un dibattito
sempre attuale tra giustizia e misericordia. Le vittime usciranno umiliate e
fustigate con una durezza che nello spettacolo diventa crudele, anche se alla
fine sarà il latinista che perde le mutande a chiedere al pubblico il
"plaudite", costretto a ricordarsi di essere in un teatro.
Ma c'è anche un pittore chiamato GioBernardo che conduce la trama verso la
vittoria della natura sull'artificio. In lui Ronconi vede un ritratto
dell'autore, del quale condivide le iniziali; e in effetti, dopo avergli
affidato il primo dei tre prologhi, uno sberleffo che il bravo Luciano Roman
dice nudo, masturbandosi, sulla scena ancora coperta, gli fa sorvegliare
l'andamento dell'azione, da un angolo, incappucciato in un saio nero come il
Duca di Misura per misura, a controllare quei tre folli quasi vi riconoscesse
altrettante immagini di sue segrete perversioni, prima di appartarsi con la
moglie del primo di loro, imponendo al Candelaio un ménage a trois definito con
termini trinitari ("tre in uno").
Aderendo pienamente allo spirito dell'opera, il regista ci dà il suo spettacolo
più gioiosamente sensuale su tutti i versanti, omo in primis, e una prova
magistrale, sanamente antirealistica, alla quale nuoce soltanto il partito preso
analitico di rallentamento, soprattutto in certe ripetitività della prima
parte. È anche una superlativa esibizione di attori, impegnati in grosse parti.
Oltre ai già nominati vanno almeno ricordate le figure femminili sapidamente
incarnate da Galatea Ranzi, Laura Marinoni, Manuela Mandracchia e Anna Gualdo, e
tra i popolani pieni di energia Riccardo Bini, in gran forma, che li guida con
lo scaltro Francesco Colella e i giovanissimi Raffaele Esposito, Francesco
Vitale, Simone Toni, capintesta dei preparatissimi allievi della scuola del
Piccolo. Musiche specialmente corali ripescate da Paolo Terni. Gran consenso
alla fine della kermesse da un pubblico penalizzato ahimé dalle sadiche sedie
thonet.
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mercoledi, 24 ottobre 2001 |
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TEATRO RAPPRESENTAZIONI |
| Ragione e pregiudizio nel teatro di
Bruno |
ELZEVIRO Va in scena il «Candelaio» Ragione e pregiudizio nel teatro di
Bruno di GIULIO GIORELLO La magia «svelle la Luna da l' orbe proprio» e «smuove
de l' alto ciel» quelle stelle che una lunga tradizione considera fisse nella
volta che ci sovrast a. Così recita Bonifacio, il Candelaio (Massimo De
Francovich nell' allestimento di Luca Ronconi, Milano, Teatro Studio, da oggi
all' 11 novembre); ed è convinto che dove «vien meno la natura» possa
intervenire quell' arte a fargli conquistare l' ogg etto del suo amore. Gli si
affiancano Bartolomeo (Giovanni Crippa), il quale spera che le tecniche dell'
alchimia gli consentano di arricchirsi trasformando vili metalli in sostanze
preziose, e il «pedante» Manfurio (Mauro Avogadro), che con il suo l atino
forbito si vanta d' essere precettore dell' umanità intera. Ma la Luna continua
indifferente il suo corso, il ferro non diventa oro e la retorica non convince
la plebaglia alla virtù. Tessitori di intrighi, i tre si scopriranno vittime di
una t rama ben più ingegnosa e complessa, quella ordita dal pittore Gioan
Bernardo (Luciano Roman), vero e proprio regista di una beffa clamorosa in cui i
«furfanti» indossano le vesti degli «sbirri» e puniscono i vizi della
cultura: perversione d' amore, cupidigia e vanità. L' autore, Giordano Bruno,
amava definirsi «academico di nulla academia», detto anche «il fastidito»,
cioè annoiato e sprezzante (di ognuno, ma anche di se stesso), non foss' altro
che per aver riscontrato la fragilità di qualunqu e avventura di fronte alla «vicissitudine»
delle cose («il tempo tutto toglie e tutto dà»). Era nato nel
1548 «a Nola, che giace al piano de l' orizzonte Campano», terra di aria buona
ma anche di «criminali costumi». Di nome faceva Fili ppo. Divenne Giordano
dopo essersi trasferito (1562) a Napoli (dove ambienterà la commedia) facendosi
domenicano. Dopo una decina d' anni già era «in odor di eresia». Gettato l'
abito alle ortiche, inizia la carriera di vagabondo dello spirito: Noli, Torino,
Padova, Brescia, Milano, ecc., per non dire della Ginevra di Calvino da cui
doveva presto fuggire alla volta della Francia di Enrico III, allora dilaniata
dal conflitto tra cattolici e protestanti. Nel 1582 il Candelaio è stampato a
Parigi i n una tipografia «all' insegna dell' Amicizia». Conclusa la «missione»
in Inghilterra tra pedanti di Oxford e cortigiani di Londra, pubblica la Cena de
le Ceneri (1584), dove racconta le sue peripezie lungo le rive del Tamigi e
difende insieme la «so vversiva» dottrina copernicana del moto della Terra e
la concezione di un universo infinito. Aristotele e Tolomeo, addio. Così Bruno
descrive se stesso nella Cena: «Or ecco quello, ch' a varcato l' aria,
penetrato il cielo, discorse le stelle, trapas sati gli margini del mondo, fatte
svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime, ed altre, che
vi s' avesser potuto aggiongere sfere, per relazione de vani matematici e cieco
veder di filosofi volgari». La nuova scienza si afferma in contrasto con quella
del passato. La sua nascita è un dialogo drammatico che Bruno mette in scena
sfruttando tutte le risorse e gli espedienti della macchina teatrale. Manfurio
si è tramutato in Prudenzio, il difensore dei pregiudizi consolidati, una
figura i cui tratti sembrano anticipare il Polonio dell' Amleto e il Simplicio
del Dialogo di Galileo. E il vano sapere degli sciocchi svillaneggiati dai
furfanti è diventato ora quello dei filosofi e dei matematici di Oxford che
hanno respinto l e audaci tesi del Nolano. Ha ragione Luca Ronconi quando dice
che non c' è battuta del Candelaio che non sia intrisa della cosmologia di
quello strano «academico». Gioan Bernardo fa sentire ancora la sua voce. Lo
stesso Bruno nell' esordio della Cena paragona lo studioso del mondo fisico a un
pittore che allude al tutto mediante il particolare: «vi fa veder qua un
regio palazzo, là uno straccio di cielo» e gli basta «di un cavallo far
vedere una testa, di un cervo un corno». Ma se vuol co rreggere qualche
difetto, questo pittore non può disporre di «quei spacii e distanze, che
soglion prendere i maestri dell' arte», in quanto non ha luogo ove poter
ritirarsi a contemplare l' opera - a meno che non voglia saltare fuori dall'
Universo! Quella che Bruno descrive è la condizione dell' impresa scientifica:
il soggetto che conosce è parte dell' oggetto che intende indagare. E oggi
sappiamo bene che i fisici che osservano il cosmo sono una conseguenza della sua
evoluzione. Vi è quindi u n senso, tutt' altro che banale o perverso, per cui
la scienza è spettacolo. Le cose non cambiano se sostituiamo all' uomo
copernicano, che rivela che la Terra è un pianeta tra gli altri, quello
darwiniano, che scopre che le specie vegetali e animali mutano nel tempo per la
pressione selettiva dell' ambiente (e in ciò l' Homo Sapiens si ritrova affine
ai primati superiori). Basta infine guardare alle vicende della scienza del
secolo che si è appena concluso per rendersi conto di come la Natura n ello
svelarci un suo aspetto ne celi un altro (pensiamo al principio di
complementarità di Niels Bohr) o di come il biologo perturbi con la sua
indagine la vita stessa (per usare una bella immagine di Erwin Schrödinger),
per non dire dell' avventura di quel logico (Kurt Gödel) che ha dimostrato («logicamente»)
che la logica non è tutto! Sono le idee a essere drammatiche, prima
ancora delle biografie di coloro che se ne sono fatti portatori. Queste ultime,
però, non sono da meno: rogo di B runo a parte, preferite un Galileo che cede
di fronte al tribunale romano o un amletico Heisenberg che esita a mettere nelle
mani di Hitler conoscenze che potrebbero rivelarsi militarmente fatali? Non c'
è conoscenza senza passione, ma la scienza con osce passioni proprie: la
persecuzione delle idee come quella dei corpi. L' aveva intuito l' autore del
Candelaio: Bonifacio dichiara di passare da un amore all' altro che gli accende
il cuore - ma gli viene ribattuto che «se il fuoco fosse stato di miglior
tempra, non t' avrebbe fatto esca ma cenere».

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