L’intervista/Quattro secoli fa bruciò
sul rogo. Oggi è considerato lo spartiacque fra il cattolicesimo e la
modernità. Per molti la Chiesa dovrebbe pentirsi. Ma il cardinal Poupard, pur condannando il supplizio, non
”assolve” il pensatore: «Non si demolisce la fede in nome della ragione»
«Nessun mea culpa
su Giordano Bruno»
QUANDO parlava di se stesso, amava definirsi «stupore
del genere umano». Nel 1592, otto anni prima della sua morte, il
Sant’Uffizio raccomandò all’inquisitore di Venezia di controllare bene
che l’imputato non avesse fornito un falso nome: sembrava incredibile non
conoscere, a Roma, un personaggio che si autodefiniva "eretico
pericoloso". Stiamo parlando di Giordano Bruno. Il 17 febbraio di quattro
secoli fa, venne messo a morte sul rogo di Campo de’ Fiori. Oggi molte voci,
compresa quella di uno storico della Civiltà Cattolica, lo vorrebbero
destinatario di uno dei tanti "mea culpa" della Chiesa penitente di
fine millennio.
La sentenza che rimetteva Giordano Bruno al braccio secolare perché fosse
punito "senza spargimento di sangue" portava la firma di Roberto
Bellarmino, gesuita, cardinale, santo e uno degli uomini più colti della
Chiesa del suo tempo. Paul Poupard, schivo cardinale francese, ex rettore
dell’Institut Catholique di Parigi, presidente del Pontificio Consiglio
della Cultura, al rogo non manderebbe certo nessuno. Però non
"assolve" Bruno: «E’ soprattutto un personaggio che è giunto
fino a noi con la mitologia del "fattaccio del rogo". A parte questo
sinistro simbolo del tormentato rapporto tra il pensiero laico e quello
religioso, chi ha studiato Bruno fa una fatica improba a considerarlo uno dei
padri del razionalismo. Perché il razionalismo è sinonimo di "pensiero
coerente". E la coerenza non era la preoccupazione principale di Giordano
Bruno».
Oggi, nella sede della Civiltà Cattolica, il cardinale Poupard partecipa alla
presentazione di un’importante opera sull’eretico domenicano, edita da
Salerno. E tutti si aspettano un suo "mea culpa". Chiederà scusa,
Eminenza? «No. Il libro di Saverio Ricci Giordano Bruno nell’Europa del
Cinquecento ha minuziosamente ricostruito la fitta rete di situazioni
politiche, giuridiche, morali, religiose che hanno accompagnato la vita del
protagonista. Certo, oggi la nostra conoscenza del Vangelo ci permette di
trovare esecrabile l’utilizzo del rogo e di ogni altra pena per coartare la
libertà di coscienza. Ma questo non ci autorizza a giudicare la mentalità
degli uomini dell’Europa di quattro secoli fa. Non sarebbe neanche
scientificamente sostenibile».
Con o senza meriti, Giordano Bruno è comunque visto da quasi cento anni come
lo spartiacque tra il cattolicesimo e la modernità nata e cresciuta fuori
della Chiesa. Riappropriarsi dell’eretico del XVII secolo, non sarebbe una
sorta di investimento di immagine per la Chiesa? «Non commettiamo l’errore
di far slittare il concetto di modernità verso quello di modernismo»,
risponde Poupard. «La Chiesa non ha fatto alcuna fatica, durante il Concilio
Vaticano II, a riconoscere l’autonomia delle scienze e della loro
epistemologia. Ma questo non vuol dire che ci si debba per forza mettere, come
ha fatto qualcuno, dalla parte di coloro che in nome della ragione sostengono
l’assurdità della fede».
Però, Eminenza, la modernità è sinonimo di desacralizzazione... «La
modernità è un insieme di processi che si realizzano nell’emergere di un
pensiero nuovo che il giorno dopo appare subito datato. La postmodernità ci
pone continuamente sotto gli occhi i limiti del futuro. Che non esaurisce la
parabola del pensiero moderno. Jacques Maritain mi ripeteva sempre che, con la
scusa dell’attualità, la cultura contemporanea ama gli uomini che hanno il
cuore duro e il pensiero debole. Dovrebbe essere il contrario». Trent’anni
fa, il cardinale Poupard inventò un neologismo che, ancora oggi, sembra avere
uno strano suono: inculturazione. «Sì, è una parola nuova per indicare una
saggezza bimillenaria. La Chiesa, per parlare la lingua di Dio, deve prima
imparare la lingua degli uomini. Se il Vangelo è linfa, allora bisogna
entrare dentro ogni sistema di vita e di pensiero».
E se volessimo inculturare, Eminenza, la storia non esaltante per nessuno di
Giordano Bruno, che verità essa contiene? «Innanzitutto, un invito ad
abbandonare ogni anacronismo. Chi vive il Vangelo deve sapere che esso vince
solo con la forza della sua verità. Poi, anche una doppia lezione civile e
morale: a nessuno deve essere impedito di credere, a nessuno deve essere
imposto di credere». E questo, nella Chiesa di oggi, è possibile? «Prima o
poi, usciremo anche dalla strumentalizzazione che vuole il cattolicesimo come
l’eterno nemico della libertà. Chi partecipa alla vita della Chiesa sa
benissimo quale formidabile possibilità essa offre a tutti di realizzarsi
nella responsabilità. Perché non esiste alcuna libertà che non sia ancorata
alla verità».
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Parla Michele Ciliberto,
autore di importanti saggi sul grande filosofo. Più che mai attuale
«Solo, per cambiare il mondo»
UN «GIGANTE» come lo chiamava Ortega y Gasset, il «cantore dell'infinito»,
secondo Bloch. Giordano Bruno è stato un «grande filosofo» che capiamo oggi
«con il senso della storia, che è senso della distanza e nella distanza le
cose contano». Così la pensa Michele Ciliberto che, alle sue benemerenze di
studioso del Nolano, aggiunge la cura di un Meridiano Mondadori appena uscito, i
Dialoghi filosofici italiani. Autore di un
fondamentale Lessico di Giordano Bruno, Ciliberto, che insegna Storia
della filosofia a Pisa, convive da più di trenta anni con il pensiero e la
figura di Bruno, «un uomo che poteva diventare anche insopportabile, vissuto
sempre in fuga, in viaggio, non isolato - era un filosofo che voleva riformare
il mondo - ma in straordinaria solitudine». Che aveva una grandissima
percezione di sé, «si sentiva quasi un angelo, un legame intermedio tra dio e
l'uomo», altrimenti non avrebbe potuto reggere ciò che gli è capitato. E con
grandi entusiasmi e grandi disincanti, «uno sguardo a volta così crudele su di
sé» che s'imprime nella memoria del lettore. E di grandi lettori, come Gadda,
Joyce, Calvino, appassionati della sua scrittura che usa e contamina registri
diversi trasportando anche sul piano linguistico il gusto dello sberleffo e
della trasgressione anarchica. Che sa amalgamare il massimo e il minimo, il
nobile e l'ignobile «con un'attenzione quasi minimalista, riesce a parlare
anche del pidocchio».
Ciliberto ragiona sulla grandezza di quel pensiero complesso, «una
costellazione di punti di vista che formano qualcosa di omogeneo e di
sorprendente», come in un nodo gordiano che li stringe insieme. Un pensiero
dove la ragione convive con la passione, il corpo con l'anima in un «eroico
furore» tipico di un pensatore che si caratterizza per l'ossimoro, la
coincidenza degli opposti. Bruno è il filosofo della tolleranza, della libertà
del pensare «come forma critica, come abitudine a guardare in faccia la realtà»,
della forma estetica non regolata da generi.
E' il filosofo dell'infinitezza dell'universo, popolato da innumerevoli mondi,
un universo non gerarchizzato è incompatibile con un modo di scrivere
codificato. Ed è lo scienziato che, con il suo pensiero caldo e senza possedere
né il linguaggio né il metodo scientifico, può avere a che fare con «la
moderna teoria dei "quanta"». Ma attenzione alle semplificazioni come
quella che vorrebbe la memnotecnica anticipatrice addirittura del mondo
dell'informatica: «E’ un pensatore difficile, la sua scrittura è ossessiva,
può finire in mano a dilettanti».
«Sono un'ombra profonda: non tormentatemi». Invece finì la sua vita sul rogo,
«spogliato nudo e legato ad un palo». «Le sue idee - continua Ciliberto -
erano profondamente eversive». Più che eretico è fuori dalla tradizione
cattolica, probabilmente è il pensatore più anticristiano di tutto il
Cinquecento, «per lui anche il diavolo si sarebbe salvato e non accettava
l'idea di Cristo, mostruosa come Chirone il centauro, metà uomo e metà bestia».
Eroe nazionale, borghese anticlericale, anarchico, socialista, occultista, mago,
personaggio di romanzi...Per Ciliberto «bisogna liberare Giordano Bruno dalle
superstizioni del laicismo», ma «se c'è un problema di assunzione di
responsabilità quando si parla di lui, dovrebbe riguardare anche la cultura
laica». Invece la Chiesa «cerca di appurare se le regole nel processo siano
state rispettate». Ciliberto ricorda ciò che disse un grande eretico che ama,
Sebastiano Castellione, a Calvino che aveva condannato a morte Serveto: «Uccidere
un uomo vuol dire uccidere un uomo, non una dottrina».
La distinzione tra chi ha ucciso e chi è stato ucciso resta. La storia si fa
anche con i se, con il campo delle possibilità aperte e non realizzate. Se non
ci fosse stato il rogo a Campo de’ Fiori, così come se non ci fosse stata
l'abiura di Galileo, «la storia della Chiesa sarebbe stata diversa, non ci
sarebbe ora necessità della purificazione della memoria».
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Il giudizio dei gesuiti,
oggi. Tra ripensamenti e conferme
Adesso anche la Chiesa
chiede perdono. Con riserva
SCOMUNICATO prima dalla Chiesa calvinista a Ginevra, poi da quella luterana a
Helmsedt, Giordano Bruno salì sul rogo dell’Inquisizione Romana già gravato
da numerosi presupposti ideologici. Gli stessi che la Chiesa Cattolica di oggi
vede ancora aleggiare, dopo quattro secoli, intorno al bronzeo corruccio della
statua che ritrae il frate a Campo de’ Fiori. Come filosofo (perché teologo,
per sua stessa ammissione, il Nolano non lo fu mai) Bruno potrebbe essere
considerato un pensatore panteista e platonizzante, fortemente legato alla
tradizione magico-ermetica del Medioevo. Persino Diderot, nonostante
l’indubbia buona volontà verso ogni forma di libero pensiero, faceva fatica a
prendere sul serio le teorizzazioni «oscure, bizzarre e poco razionali» di
Giordano. A volerlo prendere sul serio, il celebre frate domenicano rischia solo
di passare come il fondatore della New Age: l’infinità dei mondi,
l’immortalità del cosmo, la trasmigrazione delle anime...
Non è quindi il "pensatore" Giordano Bruno a dar fastidio alla Chiesa
Cattolica di oggi. A suonare ancora stonata nel coretto anticlericale che
inneggia al mito di Campo de’ Fiori è proprio la monotonia della canzonetta
(tutta italiana) che l’Ottocento risorgimentale ha dedicato al frate più
amato dai liberi pensatori. Nessuno, infatti, sembra ricordare che negli scritti
più importanti di Giordano Bruno (Lo spaccio della bestia trionfante, La
Cabala e i dialoghi di De gli eroici furori) il Nolano appare sì
anticattolico, ma è soprattutto antiprotestante, antisemita, antistatale,
anti-tutto: un anarchico perfetto. Come ha ricordato padre Giovanni Sale, nel
suo articolo sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica, qualche
storico contemporaneo è arrivato a sospettare che più moderni dello sfortunato
frate furono i giudici che lo condannarono, perché ormai «essi rientravano
nell’ambito di un pensiero razionale e geometrico che non offriva più spazio
e credito alla cultura magica del Rinascimento».
Mutatis mutandis, per usare un’espressione cara ai preti, i carnefici
di Bruno somigliano più a certi frequentatori di Campo de’ Fiori che ai
cardinali e ai prelati di questa Chiesa Romana. La quale, oltretutto, qualche
passo avanti lo ha già fatto. Anche nei confronti di Giordano Bruno. E qui è
il punto nodale: sono decenni che il cattolicesimo del Concilio Vaticano II
chiede perdono del fatto che esseri umani, chiunque essi fossero, siano stati
uccisi in nome di Dio da uomini che pensavano di difendere anche i diritti della
Fede e della Chiesa. Ma per gli stessi motivi, la Chiesa del Concilio Vaticano
II non può in alcun modo approvare e condividere la confusione di idee
negatrici di ogni divinità e di ogni religione, del tutto estranee - in ultima
analisi - all’essenza stessa del Cristianesimo. Rispettare le persone non vuol
dire rispettare tutte le idee di quelle persone. Per un semplice principio
logico: se tollerare l’uomo razzista volesse dire accettare il razzismo, ogni
antirazzista andrebbe necessariamente eliminato dalla società. E se questo vi
sembra libero pensiero...
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Il 17 febbraio 1600 il
frate domenicano veniva messo a morte per eresia. Purtroppo né prima né ultima
vittima dell’intolleranza
E il libero pensiero
brucia ancora sul rogo
NELLA CAPPELLA degli Scrovegni, a Padova, Giotto affrescò una creatura
chiamata ’’Ingiustizia’’. Un volto freddo e crudele. Piccoli denti
simili a quelli di un serpente. In testa (ma voltato all’indietro) un
copricapo da giudice aguzzino o da principe cattivo. Fra le mani, un lungo
bastone: non uno scettro, semplicemente una mazza minacciosa.
Circa tre secoli più tardi, sarà questa sorta di strega meravigliosamente
ritratta da Giotto — l’ingiustizia — a ordinare e mettere in pratica il
martirio di un altro grande italiano, Giordano Bruno. A che cosa serve bruciare
i libri, come avevano fatto i cristiani ai danni dei pagani, come faranno i
birri settecenteschi contro Rousseau e Voltaire, i nazisti di Joseph Goebbels
nel 1933 e i comunisti in Cina o in Cambogia? Meglio bruciare, insieme alle loro
pagine, anche gli autori: si dissero i censori del 1600. E il falò per Giordano
Bruno — l’apostata frenetico che andò oltre Copernico e teorizzò prima di
Keplero e di Galilei la pluralità dei pianeti, l’idea dell’infinità del
mondo e quindi di Dio — fu acceso alla svelta in quel giorno 17 febbraio di
quattrocento anni fa a Roma, all’angolo fra Campo de’ Fiori e via dei
Balestrari (non in mezzo alla piazza dove ora sorge la statua dell’eretico che
aveva ragione).
Prima, si erano svolti gli interrogatori ai suoi danni. Era andato in scena per
otto anni il sottile gioco processuale fra la futura vittima e i suoi
inquisitori, che si concluse con la dichiarazione di non disponibilità, da
parte di Bruno, ad abiurare. E la sfilata dei testimoni inaffidabili, la
passerella dei delatori: «Egli disse che Gesù era un tristo», Mosè un «mago
astutissimo», gli apostoli gente «finta e bugiarda» e Caino un «huomo da ben».
Finché, si decise di mandare in fumo una vita di grande intellettuale indocile
e innovatore e insieme di bruciare l’idea stessa di libero pensiero e la
possibile minaccia, anche futura, da esso rappresentata.
Quello di Bruno «spogliato nudo, legato a un palo e abbruciato» con la lingua
pendente di fuori per «le bruttissime parole che diceva» (così si espresse un
cronista dell’epoca) resta dunque un caso paradigmatico di ingiustizia contro
un uomo e di paura nei confronti delle idee controcorrente. Delle verità
difficili e non riconosciute.
Scrisse, nel 1588, anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, che
la sua filosofia era quella di riporre fiducia nella «ragione di ciascuno» e
che la sua idea di cultura si fondava «sull’unica regola della mutua intesa e
della reciproca libertà di discussione» fra gli individui. «Tutte le strade
sono buone, se riconducono alla verità», incalzava il frate domenicano prima
di finire «martire e volentieri».
Ma davvero queste, oggi, sono idee completamente accettate e comunemente sentite
al di là delle finzioni e delle ipocrisie della tolleranza prêt-à-porter? Ed
ha proprio vinto lo spirito di Bruno su quello dei censori eterni e sulla
cultura dell’anatema, della demonizzazione più o meno infuocata, delle abiure
piccole e grandi richieste e praticate in continuazione? Da una parte, gli «eroici
furori» del grande apostata, cioè quel suo modo provocatorio e dissacrante, ma
pacifico, di avanzare dubbi. Dall’altra, la logica del non rispetto, del
sospetto preventivo o dell’indifferenza che fa male. Questa vecchia partita,
ovviamente in altre forme e in nuovi modi assai meno cruenti, in fondo non
accenna ad esaurirsi.
«Sia pure annacquati, addolciti e rabboniti — così sostiene infatti Italo
Mereu, autore di una Storia dell’intolleranza che
ormai è un classico — certi integralismi politici, intellettuali, giudiziari
continuano a serpeggiare nelle pieghe della società moderna». Valga come
antidoto, allora, il ripensare sia alla vicenda esemplare del martire secentesco
che ai tanti secoli di roghi cartacei e umani, di giustizia ingiusta e di leggi
liberticide, di graffi alla Lettera sulla tolleranza di John Locke e di
sberleffi al Trattato sulla tolleranza di Voltaire.
A Giordano Bruno fu tolta, prima ancora della vita, la voce. Il principio
democratico moderno invece — così si legge in un prezioso libro appena
pubblicato da Feltrinelli, I volti dell’ingiustizia di Judith N. Shklar,
docente all’università di Harvard — vorrebbe che «la voce della vittima,
la protesta di chi afferma di essere stato trattato in maniera ingiusta, non
passi sotto silenzio».
Sennò, almeno idealmente, si torna davvero a quel brutto giorno di quattrocento
anni fa, quando una grande tragica fiamma, in piazza Campo de’ Fiori...
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
In primavera una rassegna
romana ricca di preziosi originali
Dalla vita alle opere
la mostra delle rarità
«PER LA prima volta sarà ricostruito, attraverso documenti dell’epoca,
l’itinerario biografico e culturale di Giordano Bruno nel contesto del suo
tempo», dice Tullio Gregory, romano, 70 anni, storico della Filosofia,
coordinatore della mostra promossa dal Comitato per le onoranze al frate
domenicano. «Verranno esposte, tutte insieme, le sue opere a stampa, nelle
edizioni originali e nella successione cronologica, viste fin qui soltanto dagli
specialisti che hanno studiato i suoi scritti». E ci saranno le lettere di
denuncia di Bruno, le deposizioni della fase veneta del procedimento, le carte
del processo romano. «Non mancheranno, poi, i testi degli autori citati e
utilizzati dal filosofo-martire».
L’iniziativa, patrocinata dall’Accademia dei Lincei, si concretizzerà
grazie anche alla disponibilità manifestata dall’archivio del Sant’Uffizio
a collaborare scientificamente nell’organizzazione. Il titolo della mostra
romana, che verrà collocata nel Salone storico della Biblioteca Casanatense e
inaugurata a maggio per chiudersi a settembre, potrebbe essere Io
dirò la verità: formula con la quale cominciano, negli atti
del processo, le dichiarazioni di Bruno.
Sono previste tre Sezioni fondamentali. La formazione del pensatore nolano e il
suo primo itinerario italiano che si conclude a Venezia (la prima).
L’itinerario europeo, da Venezia a Ginevra, dove Bruno entra in urto con gli
ambienti calvinisti, a Tolosa, a Parigi, all’esperienza inglese, al ritorno a
Parigi, all’insegnamento in varie città tedesche, al ritorno a Venezia,
invitato da Giovanni Mocenigo, al quale avrebbe dovuto insegnare Arte della
memoria (la seconda parte). Il processo veneto, il Sant’Uffizio che lo avoca a
sé, fino al rogo (la terza).
Molti i pezzi pregiati. «Esporremo La cena de le Ceneri (Londra, 1584),
nell’unico esemplare esistente, conservato nella Biblioteca Trivulziana di
Milano, che contiene la redazione definitiva del II e III Dialogo»,
annuncia Gregory. Ci sarà una copia completa, che arriverà da Vienna, di La
cabala del cavallo Pegaseo. E ancora: l’inedita traduzione inglese di De
l’infinito universo et mondi, custodita nella Bibliotheca Hermetica di
Amsterdam, che concederà anche Explicatio triginta sigillorum, forse la
prima opera pubblicata da Bruno a Londra nel 1583, «di cui c’è un esemplare
nella Biblioteca Nazionale di Firenze, che l’ha negata». Alla Casanatense,
aggiunge, sarà visibile, proveniente da Torino, Figuratio aristotelici
physici auditus, «di cui esistono soltanto tre esemplari».
La mostra proporrà altresì la raccolta di una discussa iconografia del
frate-filosofo: «Non abbiamo ritratti coevi di Giordano Bruno. Disponiamo di
una tarda incisione anonima del 1715: sono fogli pubblicati e staccati da una
rivista tedesca. Ne presenteremo uno dei nove esistenti». L’iconografia,
conclude Gregory, scenderà fino agli atti del concorso e ai bozzetti del
monumento in Campo de’ Fiori.
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Geniale sognatore,
precursore, ma pure ”antidemocratico” e ”superato” nel metodo. I pareri
degli studiosi
La sua lezione? La verità
va anteposta a ogni fede
«IL TEMPO tutto toglie e tutto dà...»: scriveva Bruno nella lettera
dedicatoria del Candelaio (1582), la filosofica
commedia in testa alla quale, come epigrafe, lasciò anche la celebre frase che
suona bene pure come epitaffio: «In tristitia hilaris, in hilaritate tristis».
Quattrocent’anni dopo, che cosa ha lasciato, il tempo, di quella lieta (e
tragica) tristezza?
«Bruno pensava e viveva in un mondo troppo diverso dal nostro - risponde lo
storico Giorgio Spini - per poterlo sentire ancora attuale. Il che non
diminuisce, ovviamente, tutta la mostruosità della sua condanna e della sua
fine». E come pensiero, non solo filosofico? «Bruno era certamente un uomo di
genio, geniale sognatore - aggiunge Spini - che s’illudeva d’incantare il
Papa con le arti magiche. Perciò non lo metterei fra gli anticipatori del
pensiero scientifico sperimentale moderno, come Newton o Galilei. Né può
considerarsi una lezione il suo violento antisemitismo. No, non mi pare che la
nostra civiltà sia da considerarsi figlia di Giordano Bruno».
Del resto, persino per un frate - alla Bruno - cultura e filosofia erano di
pochi eletti, quando predicava che «la fede si richiede per l’instituzione di
rozzi popoli che denno esser governati». Anche per questo sarebbe inattuale? «Era
un antidemocratico. Ma la sua attualità la cercherei altrove - risponde il
filosofo Armando Plebe - per esempio nell’estensione del concetto
d’infinito, anche oltre l’intuizione di Copernico secondo il quale
l’universo era chiuso nel sistema solare. Oggi, tuttavia, siamo già su
un’altra prospettiva, per le acquisizioni scientifiche che in astronomia, ad
esempio, derivano anche dalla teoria dei buchi neri: verso una complessità e
non una totalità di universi infiniti». Se rinascesse, come si schiererebbe
Bruno? «Credo che, come Galileo, starebbe anche lui dalla parte dei potenti,
pur non avendo abiurato - risponde ancora Plebe - in quanto a loro interessava
soprattutto poter continuare studi e ricerche. Per cui mi sembrerebbe una
forzatura farne un campione di coraggio e d’indipendenza».
«Ma se la lontananza che ci separa da Bruno deriva da situazioni culturali e
politiche diverse - spiega lo storico Nicola Tranfaglia - è pur vero che
la storia è sempre significativa per il presente. E la vicenda di Giordano
Bruno rivela che la fedeltà ai propri ideali costa sacrifici, anche a prezzo
della vita. Ciò si ripete ogni volta che poteri totalitari tentano di spegnere
ogni tentativo di opposizione: considerando un nemico chiunque dissenta». Da un
punto di vista filosofico, qual è l’eredità bruniana? «Anche sotto questo
profilo - aggiunge Tranfaglia - si potrebbe vedere in Bruno un precursore che,
prima di altri filosofi, parla di una divinità profondamente legata alla
natura. E ciò lo rende in qualche modo moderno. Pure lui, ancora oggi, si
schiererebbe con chi dubita dei poteri terreni, salvando una religiosità non
temporale».
«Senza il clima culturale preparato dal Rinascimento, di cui Giordano Bruno
resta una figura preminente, non sarebbe stato possibile nemmeno Galileo», dice
il filosofo Emanuele Severino. E aggiunge: «Si deve a Bruno aver
ripristinato un’atmosfera aurorale della filosofia: con l’eroico furore di
rivolgersi alla verità anteponendola ad ogni fede, anticipando in certo senso
anche Kant, in difesa della ragione». Perciò resta proverbiale un’altra
celebre affermazione bruniana (dalla Cena delle ceneri), contro la boria
dei sapientoni: «Quei che manco intendono credono saper di più e quei che sono
al tutto pazzi pensano saper tutto». Più scienza o più filosofia per un
giusto sapere? «Oggi che si misura tutto con criteri scientifici - conclude
Severino - non sarebbe male rivendicare, con Bruno, che la filosofia non si fa
misurare dalla scienza».
E nemmeno dalle fiamme. Anche se - per citare un’altra massima del Nolano,
ripresa dall’Ecclesiaste - «chi aumenta sapienza, aumenta dolore». E
come commentava Francesco Flora «il Bruno compiutamente vive, proprio
nell’attimo in cui si vota a morire per la libertà del suo spirito».
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Quella statua
nata tra proteste
e anatemi
NEI LONTANI tempi in cui i massoni erano davvero anticlericali e un giovane
Sindaco poteva essere rimosso dall’incarico con decreto reale per aver osato
recare il proprio ufficiale omaggio ad un Papa, una statua di bronzo era capace
di far cadere una Giunta Comunale. Stiamo parlando della Roma crispina:
quand’era Presidente del Consiglio l’ex garibaldino, massone e siciliano
Francesco Crispi, e della statua di Giordano Bruno di Ettore Ferrari
(1846-1929), ottimo scultore e massone anch’esso, considerato allora
"rosso", e più tardi Gran Maestro dell’Ordine d’Italia. Un
Comitato studentesco aveva iniziato la sottoscrizione per un monumento a
Giordano Bruno martire del libero pensiero sin dal 1876, raccogliendo contributi
prestigiosi come quelli di Carducci da noi, e di Victor Hugo e di Ernest Renan
in Francia, tanto per citare i più noti. Il Comune però nicchiava, senza
opporsi al progetto, ma ostacolandolo e ritardandolo con strategie note già
anche alla burocrazia d’allora. Probabilmente il monumento non si sarebbe
fatto, o almeno non sarebbe stato realizzato così imponente, se la questione
non fosse diventata d’importanza politica nazionale. Rimosso nel 1887 il
Sindaco di Roma Leopoldo Torlonia per aver egli visitato il Cardinal Vicario e
trasmesso l’omaggio dei romani a Leone XIII, Capo di una Chiesa non ancora
riconciliata con lo Stato, Crispi voleva anche liquidare la Giunta della
Capitale che era a maggioranza clericale e moderata. Iniziò dunque un’ardente
campagna per l’erezione della statua a Campo de’ Fiori «dove il rogo arse»,
a cui risposero le proteste ufficiali del Papa che aggiunsero legna al fuoco
della polemica, costringendo la maggioranza della Giunta ad opporsi alla
concessione dell’area per il monumento. La mobilitazione pubblica dei «bruniani»
contro gli «antibruniani» ottenne l’effetto di unire tutte le forze
liberali, massoniche, anticlericali, che nelle elezioni del giugno 1888
conquistarono la maggioranza in Comune. Tra gli eletti vi era anche Ettore
Ferrari, che aveva già pronta la forma in gesso della statua. Il monumento fu
dunque inaugurato il 9 giugno 1889 a Campo de’ Fiori con il concorso
d’immensa folla plaudente a cui rispose anatema da oltretevere. Con Crispi lo
Spirito Santo si prese le sue vendette sette anni dopo, sul campo di battaglia
di Adua.
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Frasi e misfatti
entrati nel mito
Delatore. «Venezia, 23 maggio 1592. Alli Signori Inquisitori, io
denuncio di aver sentito dire a Giordano Bruno...». Firmato: Giovanni Mocenigo.
E’ l’inizio di tutto.
80 mesi. Tanto dura il processo concluso nel 1600.
Tortura. In carcere, Giordano Bruno viene sottoposto, molto
probabilmente, alla tortura del «tratto di corda». Legato con le mani dietro
alla schiena. Poi sollevato per le braccia con una carrucola in modo da
provocare la slogatura delle spalle e la fuoriuscita delle ossa dalle scapole.
Nel ’600, quello «della corda» era giudicato un trattamento non
particolarmente spietato.
Aldilà. «Vorrei essere morto...».
Sesso. L’inquisitore gli chiede che cosa pensa «del peccato della
carne fuori dal sacramento del matrimonio». Lui risponde: «Devo aver detto in
passato che il peccato della carne è minor di altri e s’avvicina al peccato
veniale. Ma lo devo aver detto per leggerezza...».
Pentito? «Egli ha detto che non deve né vuol pentirsi e non sa di cosa
pentirsi né di cosa deve pentirsi» (dal verbale dell’Inquisizione.
In ginocchio. Così ascolta il verdetto di condanna a morte.
Ai giudici. «Forse pronunciate contro di me la sentenza con maggior
timore di quanto ne provi io nel riceverla».
Nudo. Prima di issarlo sul rogo, lo spogliano completamente. Lo legano
mani e piedi, con lunghe corde.
Mordacchia. In bocca, gli viene infilato un pezzo di legno. In modo che
quella «fetida lingua» non possa sbraitare.
Uno spettatore (quel 17 febbraio 1600). «Egli volse il viso pieno di
disprezzo quando, ormai morente, gli venne posto innanzi il crocefisso. Così
morì bruciato miseramente. Ecco qui il modo con cui procediamo contro gli
uomini o meglio: contro i mostri!».
Addio. «O tu, che rivelasti ai miei occhi lo spazio illimitato e i veri
mondi, o stelle splendenti, non ci saranno luogo, sorte, tempo lontano dal mio
punto di osservazione, non età che dimostrino i miei errori».
M. A.
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
A Campo de’ Fiori tutti
rispettano il monaco-eroe. Però non sanno bene chi sia
«Un vero rivoluzionario
Ed è il nostro santo patrono»
NE PARLANO bene. Gli vogliono bene. Lo rispettano. Lo
considerano un eroe speciale. Un ribelle, un contestatore, uno che difendeva la
libertà e la verità. Ma se gli chiedi chi è... barcollano, finiscono nella
nebbia. Per esempio possono risponderti anche così, semplicemente: «Io so solo
che Bruno è ’na cosa seria... tanto seria che gli hanno dato foco», risponde
Sandro Corsetti, un giovanotto nato e cresciuto a Campo de’ Fiori.
E sentite quest’altro, Franco Corsetti detto Frank, oste di una trattoria con
tavoli proprio dirimpetto alla statua: «Nessuno dice mai perché questo posto
si chiama Campo de’ Fiori. Prima era un campo di terra e basta, dopo che hanno
bruciato Giordano Bruno so’ spuntati i fiori...». Ieri, ai piedi del
monumento, qualcuno che si è firmato Pasquinotto ha lasciato un foglio di
quaderno con una sorta di dedica. «Co’ sti fratuzzi bianchi, rossi e neri che
vanno pe la Roma Giubbilare ritorneno de moda li misteri che fonneno er potere
co’ l’artare e già nun penza più quasi nissuno com’è crepato qui
Giordano Bruno. Brucianno su ’sta piazza quer ciarvello l’inquisitori tutti
s’infangorno: imperocché chi penza cor budello è mejo che sia lui passato ar
forno e no chi fu creatore vero e fiero der candelaio in libbero pensiero».
E’ nato a vicolo del Bollo, Goffredo Ciangola. E da mezzo secolo e passa ha il
banco di frutta nello storico mercato: «Era un frate, l’hanno bruciato vivo i
preti perché pensavano che era uno stregone. Invece diceva sempre la verità...
che verità? Non lo so, però so che faceva del bene a tutti...». Elisabetta
Cesarei che al mercato vende uova di giornata: «Era un filosofo che contestava
i preti, gli diceva che le cose che facevano non andavano bene. E l’hanno
bruciato...». Alessandro Conti, altro figlio di Campo de’ Fiori: «Da buon
socialista quale era, dava fastidio a tutti, specialmente alla Chiesa. Chi è?
Il principe del libero pensiero...». E l’amico, Stefano Fulvo, aggiunge: «Era
un ribelle. E dov’è la sua statua, è stato sempre un punto di ritrovo dei
contestatori, pure oggi...». Via dei Cappellari, la strada dei falegnami, dei
restauratori, Lucilla Cerroni e Alessia Olleni avranno meno di trent’anni, e
qui lavorano al restauro per l’appunto. Lucilla: «L’ho pure studiato, ma
proprio non mi ricordo chi era...». Alessia: «E’ stato un rivoluzionario del
suo tempo, è l’unica cosa che mi viene in mente...».
Girando per Campo de’ Fiori e dintorni, ti senti anche rispondere: era un
grande, ma non l’hanno capito... Pensavano fosse un pazzo, un pazzo furioso...
Era un martire, un martire innocente... Chi è? mica posso sapé tutta la storia
di Roma, però posso dire che era dalla parte nostra, dalla parte del popolo,
della verità...
E forse, il succo della antica e solida «amicizia» tra Giordano Bruno e il
popolo di Campo de’ Fiori, sta tutto in quel che dice Mario l’idraulico: «Pe’
noi quel frate sulla piazza è come fosse il nostro patrono, il nostro santo
protettore. E anche un amico, un amico vero. Che non tradisce...».
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Montaldo, il racconto
del dramma. Con enfasi
A PARTE un film muto diretto da Giovanni Pastrone, il Giordano Bruno di
Giuliano Montaldo è l’unico film dedicato alla figura del domenicano ribelle.
Girato nel 1973, fotografato da Vittorio Storaro con musiche di Ennio Morricone,
interpretato da un Gian Maria Volonté non proprio calibrato e a tratti in
difficoltà con il personaggio, Giordano Bruno appartiene a quel filone
di cinema «impegnato» tipico dell’epoca (e, nella carriera di Montaldo,
arrivava proprio dopo il grande successo di Sacco e Vanzetti), rigoroso,
talvolta enfatico, un po’ gravato dal tentativo di commisurare quel passato
eretico con le forzature ideologiche. Il film ha tra gli interpreti, oltre a
Charlotte Rampling, musa del cinema d’impegno civile, anche il critico
letterario Angelo Guglielmi, futuro direttore di Rai Tre. Era uno degli eretici
che porgeva il collo alla mannaia... Degli eroici furori.
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Basta un clic
per conoscere
i suoi scritti
A LUI che si dilettava seriamente di arti magiche, non sarebbe forse
dispiaciuto che i suoi libri finissero fra le diavolerie dell’informazione
elettronica. Basta un clic ed ecco, come per magia, tutto Bruno pagina per
pagina, nel minuscolo spazio di un Cd Rom (anzi due, per Biblia di Milano e
Lexis di Bologna): vi sono raccolte tutte le opere italiane e latine di Giordano
Bruno, insieme con i documenti riguardanti il processo che lo mandò al rogo. Un
altro Cd Rom è stato realizzato dal Comitato per le celebrazioni del quarto
centenenario: oltre alla biografia del Nolano c’è una documentazione sulla
"biblioteca ideale" di Bruno.
Per chi voglia leggerselo sulla carta, invece, le opere complete di Bruno sono
edite dal Centro internazionale di studi bruniani di Napoli. Disponibili anche
nuove edizioni o ristampe e diversi volumi di saggistica. Fra le uscite più
recenti, i Dialoghi filosofici italiani (nei Meridiani di Mondadori);
mentre Adelphi sta per pubblicare gli scritti di magia, in due volumi; e da Utet
usciranno le Opere italiane. Per la saggistica si segnalano Giordano
Bruno nell’Europa del Cinquecento (Salerno editore), e Bruno nel suo
tempo, di Giovanni Aquilecchia (La Città del Sole, Napoli). Fra le ultime
traduzioni delle opere di Bruno ce n’è anche una in lingua danese.
P. M. T.
| Mercoledì 16
Febbraio 2000 |
Giordano Bruno
conteso tra Rutelli
e Pannella
ROMA - Sorpresa radicale davanti alla statua di Giordano Bruno. «Rutelli ha
anticipato le celebrazioni, non potevamo lasciarlo solo - sibila Marco Pannella
in mantellone grigio- D’altra parte Francesco è stato con noi tante volte qui
a Campo de’ fiori». Ma una volta era diverso e ora Pannella si ritrova per le
Regionali in trattative con il Polo. Che Rutelli ha definito un circo Barnum. «E’
una battuta: l’ha servita anche al centrosinistra. Onoriamo il primo
cittadino-commissario del Giubileo, che, a parte tombe antiche distrutte da
parcheggi, ha avuto questa buona idea per Bruno». Arriva Rutelli, la freddezza
si taglia col coltello. Il sindaco pone la corona del Comune. Ma c’è già il
cuscino di garofani rossi dei radicali.
LA CITTA’
Mostre itineranti, spettacoli teatrali e
convegni
per l’anniversario della morte di Giordano Bruno
Per il 400° annivesario della morte del filosofo nolano Giordano Bruno,
bruciato sul rogo come eretico il 17 febbraio 1600, saranno attuate in Umbria
diverse iniziative organizzate dall’apposito Comitato Umbro per le
celebrazioni. Le manifestazioni si svolgeranno in molte città della regione con
il patrocino della Regione, delle Province e dei Comuni umbri, del Comune di
Nola, del Comitato Nazionale celebrazioni Bruniane, delle Accademie delle Belle
Arti di Perugia e Napoli, dell’Università per Stranieri e quella degli Studi
di Perugia.
Sul grande tema "Testimone dell’infinito: Giordano Bruno 1600-2000",
sono stati programmati a Perugia una serie di appuntamenti che si svilupperanno
nell’arco di alcune giornate. Sabato 19, alle ore 17, presso la Sala
Cannoniera della Rocca Paolina, ci sarà l’inaugurazione della mostra di opere
d’arte sul tema "Le ombre delle idee" ispirate al pensiero bruniano
che sarà a Perugia fino al 27 febbraio. La mostra si sposterà poi in altri
centri della regione per tutto l’arco dell’anno. Lunedì 21 e martedì 22 al
Tetaro Morlacchi ci sarà lo spettacolo organizzato dal Teatro Stabile
dell’Umbria (alle 21) e proposto dalla Compagnia "Assemblea Teatro"
di Torino: "L’ultima notte di Giordano Bruno". Infine un convegno di
studi per abato 26 febbraio, presso la Sala dei Notari con inizio alle 9,30.
Interveranno Michele Ciliberto (presidente del Comitato Nazionale Celebrazioni
Bruniane),i docenti universitari Franco Cardini, Silvio Calzolari e Andrea
Scotti (Universiità di Firenze), Edoardo Mirri (Università di Perugia),
Giuliana Conforto (Università de L’Aquila) e lo storico-saggista Giancarlo
Seri.
Alle iniziative del Comitato Umbro per le celebrazioni Giordao Bruno ha dato la
sua adesione anche il Collegio Cirscoscrizionale dei Maestri Venerabili
dell’Umbria.
Oggi pomeriggio
conferenza del professor Mignini a quattrocento anni dal rogo
Giordano Bruno in cattedra all’università
Cade oggi il quarto centenario del rogo di Giordano Bruno, bruciato vivo in
piazza Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, dopo un processo lungo
anni davanti al tribunale dell’Inquisizione. Per ricordare l’opera di uno
dei filosofi più profondi ed originali dell’Occidente, e per non dimenticare
una data che ha segnato la storia e la cultura italiana, il professor Filippo
Mignini, docente di Storia della filosofia presso l’ateneo maceratese, terrà
questo pomeriggio una lezione aperta a tutta la cittadinanza. L’appuntamento
è alle ore 17 presso il dipartimento di Filosofia, in via Garibaldi. «Metterò
in evidenza soprattutto l’eredità che Giordano Bruno ci ha lasciato, non le
singole dottrine o teorizzazioni — dice Mignini — Il filosofo di Nola è
attuale ancora oggi, soprattutto per il suo "spirito eroico", che è
l’atteggiamento filosofico per eccellenza. Atteggiamento che lo portava a
scontrarsi con gli interlocutori, a non accettare niente come pacifico».
Nell’incontro non mancherà, comunque, la presentazione del personaggio e
l’illustrazione delle linee essenziali della sua produzione.
Giordano Bruno è ricordato a Macerata da una lapide proprio nel cuore della
città. La posero nel 1888 studenti e cittadini su una delle colonne del
municipio, in piazza della Libertà. Ma i rapporti di Bruno con il maceratese
non finiscono qui. Infatti a Londra il "Nolano" entrò in relazione
stretta con Alberico Gentili, il giurista ginesino che insegnava a Oxford. La
testimonianza del loro incontro è riportata nel secondo dei "Costituti
veneti". E nel quinto dialogo "Dell’infinito, universo e mondi"
è introdotto il personaggio di Albertino, probabilmente un tributo a Gentili.
Giordano Bruno,
l’occasione di Ancona
di GIANCARLO GALEAZZI*
... più copernicano di Copernico, non è stato uno scienziato, bensì un uomo
di pensiero dalla intensa religiosità, come hanno saputo mostrare (per
limitarci a forme di spettacolo, ma, in questo caso, elevato) film quali Galileo
e Giordano Bruno. Certo: il filosofo di Nola è espressione di una
spiritualità, che va al di là dei miti e dei riti delle formule confessionali,
e forse proprio per questo oggi più che in passato può essere collegato a
quella ricerca di senso che nel nostro tempo è dolorosamente avvertita, seppure
diversamente occultata.
Dunque, della sua filosofia innovatrice e della sua personalità appassionata
bisognerebbe fare oggetto di studio e - perché no? - di spettacolo, ma di una
spettacolarità non meramente provocatoria e cerebrale, che perpetua chiusure e
riduzioni, tali che, anche dopo quattrocento anni, Bruno continua ad essere un
pretesto pro o contro antitetiche impostazioni. L’imperativo è, allora,
fuoriuscire da una logica strumentalizzatrice, che fa di Giordano Bruno il «falso
scopo» per datate battaglie ideologiche. In questo senso ci sembra
condivisibile la preoccupazione del cardinal Paul Paupard, il quale ha invitato
a spostare l’interesse sulla concezione filosofica di Bruno. Al riguardo,
appare che le osservazioni di Bruno ai contenuti di fede sostenuti dalla Chiesa
sono inequivocabilmente critiche.
Ma prima di arrivare a questa conclusione, è pur necessario avvicinare Bruno
per capirlo. In questa ottica non sarebbe un guadagno trascurabile, se
l’occasione del quarto centenario della morte di Bruno portasse a superare gli
atteggiamenti liquidatori nei confronti del suo pensiero, e gli atteggiamenti
censori nei confronti della sua condanna. Il caso Bruno può e deve costituire
nel nostro tempo tardomoderno un ulteriore ed efficace motivo di riflessione
proprio su quell’idea di modernità, che in Bruno ha trovato una delle prime e
più decise espressioni, e che è al centro dell’attuale dibattito, filosofico
e culturale, sul cosiddetto postmoderno.
Giordano Bruno merita questa attenzione, ma ciò obbliga a fuoriuscire oggi
dalla logica di ieri, quella che per esempio ha portato alla intitolazione a
Bruno di non poche vie in Italia, compresa quella di Ancona: frutto, più che di
conoscenza e apprezzamento del pensiero bruniano, soprattuto di spirito
anticlericale e libertario. E’ tempo invece di fare oggetto di studio
anzitutto la sua concezione, avendo chiaro che Bruno è stato un pensatore
tormentato e provocatorio, che (novello Socrate) ha fatto della filosofia il
senso stesso della sua vita.
Le iniziative, che la ricorrenza quadricentenaria ha già sollecitato o che sono
in programma, a questo dovrebbero puntare. Ben vengano allora certi interventi
del mondo ecclesiastico (dello scrittore de «La civiltà cattolica» e del
presidente del Pontificio Consiglio per la cultura) e del mondo culturale (dal
convegno internazionale alle manifestazioni musicali, dalle rappresentazioni
alla mostra: tutte iniziative previste a Roma nell’arco del 2000). Nell’uno
e nell’altro caso, però, è da evitare ciò che continua ad ostacolare una
conoscenza più diffusa del pensiero bruniano: se bisogna guardarsi dallo
spettacolarismo, dovrebbe pure essere evitato l’accademismo, cioè solo un
tipo di intervento specialistico: lo sviluppo degli studi bruniani non è
alternativo alla promozione di una cultura diffusa.
Questa dovrebbe essere tenuta presente, facendo conoscere la vita e l’opera di
colui che può essere considerato il filosofo che morì per la libertà dello
spirito o un pericoloso maestro del pensiero (secondo le definizioni,
rispettivamente di Eugen Drewemann e di Gabriele La Porta, autori di due
biografie, ripubblicate anche in edizione economica da Rizzoli la prima e da
Bompiani la seconda). Di questa come di altre opere di Bruno (per esempio i Dialoghi
filosofici italiani, riproposti ora da Mondadori) e su Bruno (come la
monografia di Saverio Ricci, Giordano Bruno nell’Europa del Cinquecento, uscita
recentemente dall’editrice Salerno) occorrerebbe fare altrettante occasioni
per iniziative capaci di contribuire al rinnovamento di mentalità nei confronti
del «caso» Bruno. E perché non pensare che proprio Ancona, dove la tradizione
laicistica e anticlericale ha condizionato l’approccio a Bruno, possa mostrare
come sia realizzabile un rinnovato approccio, più culturale, al filosofo di
Nola?
Il problema, allora, è quello di operare una mediazione culturale, che permetta
di avvicinare Bruno ad un vasto pubblico: il che richiede la realizzazione di
inedite iniziative: serie non meno che accessibili. Come, poi, valutare il
pensiero di Bruno o la sua condanna, è cosa che va lasciata alla capacità di
discernimento individuale; a questa condizione apparirebbe anche più legittimo
il pronunciamento (positivo o negativo che sia) da parte di specifiche
istituzioni (laiche o ecclesiastiche), perché si collocherebbe in un contesto
sensibilizzato culturalmente e non chiuso ideologicamente. Tale è, invece, la
considerazione manichea che si è avuta in passato e che stenta ad essere
accantonata: valga per tutti il problema della intolleranza (che caratterizzava
non solo i nemici di Bruno ma lo stesso Bruno), o delle responsabilità della
sua condanna (che coinvolse non solo la Curia romana ma anche la Repubblica
veneziana).
Ancora una volta si evidenzia la necessità di una crescita culturale, che
comporta, prima di qualsiasi giudizio, un minimo di conoscenza non preconcetta:
a questo dovrebbe contribuire una ricorrenza, diversamente siamo alla solita
ritualità, più o meno celebrativa e inconcludente, per cui, adattando
un’immagine di Bruno, «si è semplici asini che portano cultura».
* Presidente della Società Filosofica Italiana di Ancona
Mea culpa/Profondo rammarico «per quel rogo
e per tutti gli analoghi casi». Giovanni Paolo II, tramite il cardinale Sodano,
esprime in una lettera il disagio della Chiesa per la condanna e per «la morte
atroce» del filosofo. Ma non ne riabilita la dottrina
Giordano Bruno,
ora il Papa
chiede perdono
IL ROGO di Giordano Bruno, che arse all’alba del 17 febbraio del 1600 a
Campo de’ Fiori, «costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo
rammarico». Tuttavia, «questo triste episodio della storia cristiana moderna»
non consente la riabilitazione dell’opera del filosofo nolano arso vivo come
eretico, perché «il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte
intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi,
incompatibili con la dottrina cristiana». Sono questi i due passaggi più
significativi della lettera che il cardinale Angelo Sodano, a nome del Papa, ha
inviato al preside della Facoltà teologica di Napoli, don Bruno Forte, che ha
organizzato un convegno sul tema: «Giordano Bruno: oltre il mito e le opposte
passioni. Una ricognizione storico-teologica».
Profondo rammarico e mea culpa per quel rogo «e per tutti gli analoghi casi»,
precisa la lettera papale. Ma nessuna riabilitazione per la dottrina, si evince
da questo che è l’unico intervento di Giovanni Paolo II sul caso di Giordano
Bruno, sia pure per il tramite del suo segretario di Stato. Come dire:
l’eresia c’era ma il modo di fermarla era antievangelico. Per una
significativa coincidenza, l’anniversario del rogo cade a meno di un mese
dalla «giornata del perdono», il 12 marzo, nella quale, con un gesto senza
precedenti, il Pontefice procederà ad un atto di richiesta di perdono per le
colpe storiche dei figli della Chiesa. «Un atto di coraggio e di umiltà nel
riconoscere le proprie mancanze e quelle di quanti hanno portato e portano il
nome di cristiani», precisa la lettera, quasi anticipazione del gesto che
riguarderà molti dolorosi capitoli della storia.
C’è un secondo passaggio della lettera di Sodano: non si esprime nessuna
critica né condanna sull’operato svolto dai membri dell’Inquisizione,
durante gli otto anni di processo, di esame delle opere dell’ex frate
domenicano e di tentativi per convincerlo a recedere dalle posizioni ritenute
eretiche, con tutto quello che comportavano per il codice penale del tempo. Tra
i giudici di Bruno, ci fu il teologo e cardinale gesuita Roberto Bellarmino, poi
dichiarato santo e dottore della Chiesa. Sodano non intende giudicare il passato
con la mentalità di oggi e precisa: «Resta il fatto che i membri del Tribunale
dell’Inquisizione lo processarono con i metodi di coazione allora comuni,
pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu
inevitabilmente foriero di una morte atroce».
Il cardinale salva la buona coscienza dei giudici di allora, in quanto «dominati
dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune, facendo anche
il possibile per salvargli la vita». Ma, in ogni caso, «oggettivamente alcuni
aspetti di quelle procedure e, in particolare, il loro esito violento per mano
del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa - in questo come
in tutti gli analoghi casi - un motivo di profondo rammarico». Pur salvata la
buona fede degli inquisitori e inserito il processo nei metodi del tempo delle
società occidentali che perseguivano come reati anche le divergenze di
opinione, resta il fatto - oggettivo e grave per il Papa - che «la verità non
si impone che in forza della verità stessa» e che essa «va testimoniata
nell’assoluto rispetto della coscienza e della dignità di ciascuna persona».
C’è un terzo livello problematico che la lettera affronta. Ed è il rifiuto
delle attuali strumentalizzazioni del rogo di Giordano Bruno, come fu per il
processo a Galileo. «Questo triste episodio della storia cristiana moderna -
osserva il cardinale Sodano - è stato talora assunto da alcune correnti
culturali come spunto ed emblema di un’aspra critica nei confronti della
Chiesa». In effetti, questo 17 febbraio ha dato a parecchi l’occasione di
polemiche ed esternazioni anticattoliche. Se il Papa ha deciso di chiedere
perdono per le colpe del passato ha messo nel conto le condanne e le contumelie
di oggi. Nessuna replica perciò. Difatti Sodano aggiunge: «Lo stile di dialogo
inaugurato dal Concilio Vaticano II ci invita a superare ogni tentazione
polemica per rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità
storica».
Una replica indiretta ai condannatori di oggi, viene dal teologo e vescovo Rino
Fisichella. Dopo aver ammesso che la Chiesa nel caso di Giordano Bruno non si
fece «portatrice del Vangelo, dell’amore e del rispetto», dai microfoni
della Radio vaticana ha aggiunto: «Però qui ci vuole anche il senso storico,
è necessario che nessuno di noi si faccia arbitro e giudice di quello che è
stato il passato. Montalambert diceva che tutti noi, per giudicare il passato,
avremmo dovuto viverlo, ma per condannarlo non dovremmo essergli debitori di
nulla. A me sembra che, credenti o non credenti, del passato siamo tutti
debitori».
Numerose le reazioni alla lettera di Sodano, ma da posizioni globalmente
contrarie alla natura stessa della Chiesa. Il gran maestro del Grande Oriente
d’Italia, Gustavo Raffi, vorrebbe che la Chiesa rinunciasse al concetto di
eresia e quindi alla sua stessa dottrina. Lucio Colletti ammette di non
comprendere «la politica del mea culpa» della Chiesa perché contesta ad essa
«il diritto di condurre il confronto culturale in termini di dichiarazioni di
incompatibilità». Per Claudio Cesa, docente di Storia alla Normale di Pisa, il
rammarico papale «lascia indifferenti». Sul nostro quotidiano e sulla
"Repubblica" compare un singolare necrologio di Giordano Bruno firmato
da «Giovanna d’Arco, Galileo Galilei, Giuliano l’Apostata, Catari, Valdesi,
streghe tutte, Pier Paolo Pasolini e tutti i liberi pensatori che non perdonano
i loro persecutori».
NARNI
Il busto di Giordano Bruno
torna oggi in piazza Cavour
NARNI — Il busto in bronzo di Giordano Bruno tornerà in piazza Cavour a
Narni, oggi, in occasione del quattrocentesimo anniversario della morte sul rogo
del filosofo che fu accusato di eresia. Lo ha deciso l’amministrazione
comunale in accoglimento di una richiesta avanzata già da qualche tempo dal
comitato cittadino che si è costituito proprio per chiedere che quel busto
abbia una collocazione "più dignitosa".
Attualmente esso è collocato nell’atrio del palazzo dei Priori, il palazzo
comunale, dove fu portato dopo essere stato rimosso proprio da piazza Cavour.
Probabilmente nella piazza resterà soltanto oggi, però, giornata della
commemorazione «del grande filosofo e scrittore — dice il sindaco Annesi — ma
questa è l’occasione per avviare un percorso che potrà portare a una
definitiva e dignitosa collocazione del busto».
Narni divisa sul busto
dell’eretico
La statua di Giordano Bruno per un giorno
torna davanti al Duomo
NARNI — Lo porta con sé l’anticlericalesimo. E le polemiche. Giordano
Bruno, basta nominarlo, perché scorrano di nuovo davanti agli occhi della gente
sentimenti sconosciuti di divisione. E’ bastato che la statua, che lo
raffigura a Narni si muovesse per "celebrare", per ricordare il suo
martirio in Campo de’Fiori a Roma, secoli fa, che la divisione tra cattolici e
non tornasse a serpeggiare. Incredibile, come nei primi anni del ’900, quando
sull’onda del "libero pensiero", uno scalcinato fonditore realizzò
un busto con lo sguardo minaccioso e lo mettesse davanti al duomo, davanti al
vescovado. Un insulto: i preti che uscivano dalla chiesa si vedevano davanti
quello sguardo perentorio. Qualche brivido lo devono aver sentito per forza se
la statua, dopo la restaurazione "mussoliniana", prese la strada dei
magazzini comunali. Scomparsa. Ma le celebrazioni hanno avuto il potere di
portarla, anche se per un solo giorno, di nuovo alla prepotente ribalta, di
nuovo al posto che le "competeva" davanti al duomo: «E’ una
violenza ideologica — spiega Daniele Latini, il vice-sindaco dei Popolari,
oggi anche difensore della cristianità militante — mettere quella statua
davanti al duomo, che ricorda sì gli errori ma anche i tanti martiri cattolici».
Detto questo Latini se n’era andato a casa: la sua opera compiuta, la buona
azione di evitare di rivangare il passato con l’apposizione anche se per un
giorno della statua davanti alla cattedrale, messa nella bisaccia, anche perché
aveva strappato la promessa al sindaco Annesi, che la statua si sarebbe mossa ma
solo per andare nei pressi del liceo scientifico di Narni Scalo. L’assessore
Latini era veramente soddisfatto: «Sono riuscito nell’intento» aveva
annunciato a destra e a manca ieri mattina, forte del fatto che quando era
salito in Comune la statua era lì, al suo posto di sempre. Ma forse
l’aspettavano, lo tenevano d’occhio perché un minuto dopo, zitti zitti, gli
operai con il simbolo del grifo di Narni hanno azionato i verricelli e caricato
tutto il bronzo sul camion: destinazione piazza Cavour, destinazione duomo.
M.G.
Il Mattino
ANCHE SU «LE MONDE»
NECROLOGI ANTICLERICALI
Ci sono anche Giovanna d'Arco, Galileo Galilei, Giuliano l'Apostata, i
Catari, i Valdesi, le streghe tutte, Pier Paolo Pasolini «e tutti i liberi
pensatori che non perdonano i loro persecutori» a ricordare Giordano Bruno in
occasione dei 400 anni dalla morte sul rogo. Così si legge infatti in un
necrologio pubblicato su «La Repubblica». L'annuncio commemorativo però non
è firmato dal committente, ma sembra che sia stato pagato da un gruppo di
intellettuali anticlericali romani. Sulla «Repubblica» inoltre anche un
necrologio firmato da dodici personalità della cultura e del giornalismo
italiano. Tra i firmatari, il fisico francese Jean-Marie Levy-Leblond, lo
scienziato che insieme a trenta colleghi d'Oltralpe ha acquistato un
costosissimo necrologio su «Le Monde» per ricordare Bruno.
Che errore quell’eretico al rogo
Bruno Forte
Il 17 febbraio di quattro secoli fa moriva bruciato vivo in Campo de' Fiori a
Roma Giordano Bruno. Frate domenicano, formatosi a Napoli in San Domenico
Maggiore, lasciò presto la sua condizione e la sua patria per inseguire il
sogno della sua vita, che lo fece cercatore inquieto, incapace di sentirsi a
casa da qualunque parte, lui che pure considerava sua patria il tutto
universale. Fu continua in lui l'ambizione di una cattedra da cui potesse
insegnare al mondo la verità che credeva di aver raggiunto, come continua fu la
fuga dai pericoli da cui si vedeva dappertutto minacciato, fra amici che si
trasformavano in nemici e potenti protettori che divenivano i suoi accaniti
persecutori.
Cercò di salvarsi, disposto anche ad abiurare molte delle sue tesi: ma
affrontò la morte con dignità, senza rinnegare ciò per cui aveva lottato.
Alcuni lo considerarono il campione del libero pensiero, il vero fondatore della
filosofia moderna, l'antesignano della modernità emancipata. Altri - forse con
maggiore oggettività - videro in lui un genio acerbo, al confine fra Medioevo
ed Età moderna, ammaliato in maniera perfino ingenua dalla ricerca della «chiave
universale» che gli aprisse l'accesso al segreto di tutte le cose, eppure
disincantato di fronte alla vita e alla storia come solo uno spirito adulto sa
essere.
In questa contraddizione sta probabilmente la ragione del fascino che Bruno
esercita oggi, in questa stagione di naufragio e di inquietudine, che è il
tempo della cosiddetta «post-modernità»: la linea d'ombra che attraversa la
sua vita e il suo pensiero, ponendolo a cavallo fra eredità medioevali e
anticipazioni moderne, lo rende forse più vicino ai protagonisti di un'età di
transizione come la nostra, che sta fra il rigetto delle presunzioni della
ragione ideologica e la ricerca di un possibile senso al di là del naufragio e
delle solitudini senza speranza.
Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia del Nolano si gioca
totalmente in questa «metafisica dell'ombra», in questo aver concepito la
grandiosità dell'universo assimilato a Dio, custodendo tuttavia lo spazio per
un misterioso eccesso, verso cui apre la magia, l'ironia, l'accesa fantasia e
inventiva del cercatore mai soddisfatto.
Dal punto di vista delle ragioni teoriche dei suoi giudici la condanna di Bruno
fu del tutto coerente: né la simpatia che suscita oggi la sua vicenda può
farlo passare per ciò che non fu. L'appiattimento del divino e del mondano, la
passione per il tutto in cui immergersi e navigare con la mente e con la vita,
non sono, né saranno mai conciliabili con una metafisica della Trascendenza,
che riconosca il Dio personale come mistero assoluto, a cui aprirsi nell'ascolto
e nell'umile risposta della fede. Ciò che però il Nolano mostra - soprattutto
con l'eloquenza silenziosa del momento supremo della sua vita tormentata,
inseparabilmente tristissima e felice - è la passione per la ricerca della
Verità: e ciò che resta è che coloro che in nome della Verità lo
condannarono alla morte crudele dimostrarono proprio nella pretesa di difendere
così la Verità di credere troppo poco alla forza della Verità stessa.
Giustamente la Chiesa chiede oggi perdono per l'uso di questi metodi, che
offendono la dignità della persona umana e fanno del Vero più un possesso
umano, che non un mistero trascendente e sovrano, cui corrispondere nella libertà.
Se compie quest'atto di coraggio - in maniera tutt'altro che retorica, come
dimostrano i pronunciamenti di Giovanni Paolo II - la Chiesa lo fa al servizio
di tutti, per testimoniare una fede nella Verità che invita tutti a misurarsi
col Vero che ci trascende e con le sue esigenze, che non altra forza chiedono al
di fuori di una irradiazione liberamente testimoniata e altrettanto liberamente
accolta. Veramente, allora, la domanda di perdono della Chiesa, come afferma il
Papa, «non deve essere intesa come ostentazione di finta umiltà, né come
rinnegamento della sua storia bimillenaria certamente ricca di meriti nei campi
della carità, della cultura e della santità. Essa risponde solo a
un'irrinunciabile esigenza di verità, che accanto agli aspetti positivi,
riconosce i limiti e le debolezze umane delle varie generazioni dei discepoli di
Cristo». Proprio per la Sua responsabilità verso la Verità, la Chiesa «non
può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a
purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi.
Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio».
Esso schiude per tutti un nuovo domani. Esso non «assolve» Giordano Bruno da
tesi che non furono né sono accettabili per chi crede, ma si fa carico di una
richiesta di perdono sincera per la violazione inferta alla dignità della
persona umana e per l'uso di metodi inaccettabili nel servizio della Verità,
soprattutto da parte di chi dice di credere veramente in essa.
La Chiesa non riabilita
Giordano Bruno, ma chiede perdono per la pena
Su Bruno la Chiesa
si rammarica, ma
la condanna resta
Fabrizio Coscia
«Contro fra’ Giordano Bruno da Nola - fuoruscito dall’ordine dei
predicatori, eretico impenitente ed ostinato - è stata emessa la sentenza. Egli
è stato perciò affidato alla curia laicale del reverendo padre signor
Governatore presente alla sessione del tribunale». Dopo quattro secoli dalla
condanna dell’Inquisizione romana nei confronti del filosofo nolano, la Chiesa
fa i conti sol suo passato. E lo fa esprimendo «profondo rammarico»,
ricordando l'insegnamento del Concilio che la «verità non si impone che in
forza della verità stessa» e che «essa va perciò testimoniata nell'assoluto
rispetto della coscienza e della dignità di ciascuna persona». È quanto
afferma il cardinale Angelo Sodano in un messaggio che esprime la posizione del
papa e che è stato inviato al convegno «Giordano Bruno: oltre il mito e le
opposte passioni. Una ricognizione storico-teologica» organizzato a Napoli
dalla Facoltà teologica dell'Italia meridionale, con la benedizione ufficiosa
del Vaticano.
«Quanto emerge storicamente - sottolinea il segretario di Stato vaticano - ci dà
motivo di ritenere che i giudici del pensatore furono animati dal desiderio di
servire la verità e di promuovere il bene comune, facendo anche il possibile
per salvargli la vita. Oggettivamente, tuttavia, alcuni aspetti di quelle
procedure e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile
non possono non costituire oggi per la Chiesa, in questo come in analoghi casi,
un motivo di profondo rammarico».
Nella sostanza, il cardinale definisce il verdetto di eresia pronunciato dal
tribunale dell'Inquisizione contro Giordano Bruno (giustiziato in piazza Campo
dei fiori, a Roma, il 17 febbraio del 1600) un «triste episodio della storia
cristiana moderna». Ma tale triste episodio, per Sodano, «è stato talora
assunto da alcune correnti culturali come spunto ed emblema di un'aspra critica
nei confronti della Chiesa». Invece «lo stile di dialogo inaugurato dal
Concilio Vaticano II ci invita a superare ogni tentazione polemica, per
rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica».
Tuttavia il cardinale Sodano osserva poi che «anche sulla base di aggiornate
ricerche svolte da studiosi di diversa ispirazione, sembra acquisito che il
cammino del pensiero di Giordano Bruno, svoltosi nel contesto di un'esistenza
piuttosto movimentata e sullo sfondo di una cristianità purtroppo divisa, lo
abbia condotto a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su
alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana». E «spetta a
un'indagine ulteriormente approfondita valutare l'effettiva portata della sua
divaricazione dalla fede».
Sodano rileva inoltre che Bruno fu processato dall'Inquisizione «con i metodi
di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al
diritto dell'epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce» e che «non
spetta a noi esprimere giudizi sulla coscienza di quanti furono implicati in
questa vicenda». Se dunque per il Vaticano Bruno resta un «eretico ostinato»,
il convegno - che si chiude oggi, hanno partecipato, alla presenza del cardinal
Giordano, studiosi come George Cottier, Bruno Forte, Domenico Sorrentino,
Pasquale Giustiniani e Michele Ciliberto. Se dunque per il Vaticano Bruno resta
un eretico ostinato, il convegno rappresenta pur sempre un segnale importante da
parte della Chiesa che, dopo 400 anni di rimozione, sembra disposta ad avviare
una «purificazione della memoria» nello spirito del Giubileo del Duemila, per
placare forse gli eroici furori del martirio di Bruno.
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