Mercoledì 16 febbraio 2000                                                                  clicca per ingrandire


Giordano Bruno, il Profeta

"Me disse bene quel padre prior del Carmine de Francoforte, domandandoli che homo era il detto Giordano, che egli haveva bel ingegno et delle littere, et era homo universale, ma che non haveva religione alcuna.."
Non sbagliava il libraio Giacomo Brictano, nella sua deposizione dinanzi al tribunale veneto dell’Inquisizione.
Il pensiero di Bruno è profondamente anti-religioso, anti-cristiano, anti-riformato , anti-aristotelico.
Bruno insomma è "anti": ma non solo per il suo spirito ribelle, per il carattere orgoglioso, polemico.
Non si scambino gli effetti con le cause.
Bruno è "anti" per smania di libertà di pensiero, per insofferenza a qualsiasi imposizione dogmatica.
Perché la "nova filosofia" può affermarsi solo se si sgombra il campo dalle superstizioni e dai falsi principi.
L’intuizione sovvertitrice dell’infinità dell’universo nasce in lui dalla conoscenza delle antiche dottrine ermetica, egizia, greca, che contenevano già in embrione i principi generatori della concezione infinitista. Ma egli infonde in tutto ciò il suo ineguagliabile ardore intellettuale e il suo entusiasmo didattico, che, allorquando "la luce di Copernico" viene a dare sostegno alle sue idee, lo rende consapevole della sua missione di Mercurio in terra.
Si è posto anche ultimamente l’accento sul fatto che Bruno non era un matematico, che le sue idee riposavano soltanto su intuizioni , magari geniali ma non accettabili dall’emergente spirito scientifico seicentesco per la mancanza di qualunque matematizzazione.Ma è proprio qui la grandezza di Bruno, ciò che fa di Lui un vero e proprio profeta.
Di qui il fascino della sua complessa personalità, del culto della magia naturale, della mnemotecnica, tutte attività evocatrici e precorritrici di moderni sviluppi.
E quando, nel settembre del 1599, messo alle strette dalle intimazioni del Santo Uffizio di abiurare i capisaldi della sua filosofia, prese la decisione di non cedere, fino alle estreme conseguenze, questo credo che fosse il suo spirito: quello di un profeta inascoltato che affronta il martirio. Profeta dunque, non stregone, come alcuni vorrebbero che fosse giudicato dalla chiesa cattolica, che bene aveva intuito le devastanti implicazioni della sua filosofia.
Bruno è "anti", dunque, perché la sua cultura, il suo cuore, la sua conoscenza del mondo e degli uomini gli suggerivano la via della verità, gli mostravano la via degli infiniti mondi, il tutto filtrato e reso evocativo dalle intuizioni ermetiche, "magiche" in senso naturale, "furenti" in senso intellettuale.
Ed ecco spalancarsi davanti ai piedi del piccolo frate domenicano l’immensità di Dio, dell’Universo, di Dio nell’Universo di cui noi siamo solo l’ombra, il negativo che solo attraverso un processo di "inversione intellettuale" può arrivare a contemplare l’immagine positiva del Tutto.
E’ il gioco dimensionale nel tempo e nello spazio sempre presente in Bruno, è la vicissitudine universale: "..si la mutazione è vera, io che son ne la notte aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch'è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi." (Candelaio).
La sua esperienza terrena ci dà una direzione, un metodo, un insegnamento che al di là delle contraddizioni, delle distorsioni o delle oscurità della sua opera, sono una inestimabile eredità che il Nolano ha lasciato a tutti gli uomini di libero pensiero. Purificato dalle scorie di dispute teologiche che poco gli interessavano, Egli aspetta ancor oggi di essere letto, giudicato e capito per la sua filosofia, la sua visione della natura e del cosmo, ed è su questo che, finalmente sgravati dal peso delle strumentalizzazioni religiose e politiche, dobbiamo giudicare l’esperienza terrena di questo gigante del pensiero.

Guido del Giudice



English version         La "mutazione" di Giordano Bruno

Il 17 Febbraio 1600 trasmigrava l’anima immortale dal corpo di Filippo Giordano Bruno, ridotto in cenere dall’intolleranza religiosa.
Non riusciva a comprendere come, in nome di pur inconciliabili divergenze dogmatiche, si potesse negare il diritto di pensare e difendere le proprie opinioni filosofiche.
Sperò , ingenuamente, fino all’ultimo che quella Chiesa edificata sui principi della carità e del perdono, e che Gli aveva dato la possibilità di conoscere e sviluppare la sapienza, rispettasse almeno i cardini della Sua speculazione intellettuale.
Non fu così, e a quel punto decise di "morire martire e volentieri".
Ancora oggi miseri pedanti (1), avvezzi a considerare l’utile come unica motivazione dell’agire umano, partendo da un’errata analisi del carattere di Bruno, ombroso e irascibile certo, ma forte e schietto come quello degli ingegni migliori della Nostra terra, scambiano la fierezza per presunzione e il coraggio e l’orgoglio intellettuale per smania di protagonismo.
Le loro parole esprimono lo stesso giustificato timore che il Nolano lesse negli occhi dei Suoi giudici nel pronunciare la sentenza.
Quattro secoli dopo Campo de’ Fiori è diventato luogo di culto ove confluiranno tra pochi giorni, da tutto il mondo tutti coloro che, in nome del libero pensiero, vogliono testimoniare la loro riconoscenza per il Suo sacrificio.
Non abbiamo bisogno di proteste, lamenti, richieste di pentimento o riabilitazioni postume.
Il Giubileo dei cattolici non ci riguarda: noi celebriamo il Giubileo Bruniano.
Io non so, Giordano, quali e quanti corpi l’anima Tua abbia "informato" in questi quattro secoli.
Mi piace immaginarTi ora nelle spoglie di un falco, che, levatosi in volo dai contrafforti del Monte Cicala, "sorga impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio", fino a posarsi Giovedì  17 Febbraio in Campo de’ Fiori, angolo vico dei Balestrari, lì ove il rogo arse.
Io ci sarò. 
  Guido del Giudice

(1) Si veda ad esempio: A. Foa  Giordano Bruno ed. Il Mulino 1998 e   A. Prosperi  Giordano Bruno, l'impenitenza sul rogo dal Corriere della Sera del 27/1/2000


 

e di una qualche purificazione, anche se tardiva. Fa sentire la sua voce, tramite La Civiltà Cattolica, organo dei Gesuiti, ma riesce a marcare presenza, con l’aiuto di più o meno consapevoli spalle al di sopra di ogni sospetto, anche sui principali quotidiani nazionali va chiarito però che il pensiero di Bruno non appartiene alla storia della Chiesa (il filosofo aveva lasciato l’abito domenicano fin dal 1576). Appare a dir poco riduttivo definirlo un "religioso" o un "ex religioso", nei confronti del quale il martello dell’inquisitore avrebbe avuto un qualche diritto/dovere. Ancora una volta, come nel caso di Galileo, si gioca su un ben noto equivoco: l’"eresia" che questi, settantenne - inginocchiato fu costretto ad abiurare, rispondeva alla "falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova".Subdole e pericolose appaiono quelle riflessioni che giungono oggi da varie parti, in un clima di imperante revisionismo; si tende, spesso fra le righe, a esaltare la clemenza dell’Inquisizione Romana e delle sedi periferiche, quasi assimilate agli odierni centri sociali, con premurosi e sensibili psicologi che si sarebbero prodigati per la salvezza delle anime traviate.

REGOLE RISPETTATE, MA QUALI REGOLE?     La necessità di una riflessione critica sul rogo di Bruno viene più o meno posta dall’intervento di Civiltà Cattolica, e avrebbe potuto dare avvio a un vero dibattito. Ma non sì può dire che la forza argomentativa dell’organo gesuitico abbia trovato un analogo livello nei vari pareri apparsi qua e là sulla stampa "laica". Si sa, la Chiesa riflette sulla propria storia per prepararsi un glorioso futuro di sempre rinnovati successi, celesti e terreni, D’altronde è imminente il 12 marzo, giorno in cui il Pontefice pronuncerà una solenne dichiarazione per chiedere scusa delle colpe commesse nel corso dei secoli. Ma l’opera di Giordano Bruno può continuare ad ardere sul rogo. La Chiesa si prepara con grande cura a "purificare la propria memoria storica" e ad <aprire l’animo al pentimento". Ma in questi tempi inflazionati di pentimenti, i mea culpa, anche se spettacolari, passano piuttosto inosservati Una revisione del giudizio storico sull’"eresia" di Bruno (che considerava eretici ed empi i suoi persecutori) avrebbe probabilmente sortito un diverso effetto. Ma si ripete un’antica e rassicurante cantilena, secondo cui "il processo contro Bruno ha condotto nel più rigoroso rispetto delle norme procedurali che regolavano il processo accusatorio". Ciò non stupisce affatto, ma - va sottolineato - di norme codificate appunto dalla Chiesa, per cui la suprema verità è l’esclusivo Verbo di questa Chiesa storica, e non certo quella dei diritti umani tout court. Le regole, applicate con innegabile zelo, erano quelle stabilite dalla giurisdizione inquisitoriale, ma ora si tenta di far passare il Tribunale dell’Inquisizione per una sorta di Tribunale dell’Aja dell’epoca. Fatta eccezione per rare posizioni nette - Lucio Colletti ha tuonato: "Da parte della Chiesa sarebbe più decoroso il silenzio" - e per qualche bisbiglio, il mondo laico non sembra aver raccoltola sfida di un approfondito giudizio storico e di un’autonoma riflessione critica sul pensiero di Bruno, nonché sulle strumentalizzazioni della sua figura. Anche taluni pamphlets di autori non cattolici tendono a un’ interpretazione dell’opera di Bruno che insiste, in modo superficiale, su una sua "eresia teologica>’. Paolo Mieli, nel suo giubilante annuncio su La Stampa (3 maggio 1998) del volumetto di Anna Foa (Giordano Bruno, Bologna 1998), ha sentenziato: "Martire della libertà di pensiero, messo al rogo per le sue dottrine?". No di certo, anzi "la sua battaglia contro la Chiesa non era in nome della ragione, ma di una sapienza più antica e magica. E la sua consacrazione filosofica un’invenzione risorgimentale fatta propria da Gentile". Quando alcuni "vati" sì cimentano nella storia della filosofia, il prodotto è sconcertante. L’abbraccio fra l’istanza revisionistica e l’ormai da tempo screditata interpretazione bruniana di Francis Yates si è rivelato un vero matrimonio alchemico-mistico, che non può che generare l’ineffabile monstrum.Da Anna Foa, studiosa sensibile delle persecuzioni degli ebrei, ci si sarebbe poi aspettato una posizione più meditata nei confronti della disinvolta "storicizzazione" di altre persecuzioni e dei metodi brutali della Santa Inquisizione. Il suo approccio sembra invece sottoscrivere appieno quellodella Yates, che per certi aspetti ricorda un personaggio creato anni fa da Enrico Montesano: quello di una candida signora inglese che trovava ‘<molto pittoresco" tutto quello che vedeva, anche gli scenari più drammatici. La posizione culturale di Bruno sarebbe avvolta in "un involucro esteriore fatto di doppiezze, dissimulazioni, affermazioni smentite e poi ribadite, millanterie, che spesso fanno sembrare il personaggio di Bruno; nella sua tipicità, un’anticipazione di Cagliostro". Il riferimento alla "tipicità" del personaggio e a Cagliostro non fanno che confermare che ci troviamo proprio nell’orizzonte del "molto pittoresco".Forse, più che riferirsi a una improbabile biblioteca dell’occulto, si sarebbe potuto leggere, per esempio, qualche pagina di Ernst Cassirer, che non è certo noto per essere un massone o un esaltato rappresentante dell’anticlericalismo. Bruno è un filosofo; pertanto chi vuole scrivere di lui non può esimersi dal leggere le sue opere, confrontarsi con le sue idee. Liquidare il suo pensiero come "eresia teologica", o "groviglio di pensieri" presi da altri, può risultare comodo per coloro che, come Indro Montanelli (Corriere della Sera, 5 febbraio 2000) confessano di non essere mai riusciti "ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata", pur facendosi vanto di apparire informatissimo sulle "orrende bestemmie" pronunciate da Bruno mentre saliva sul rogo. E a conclusione del tutto il giudizio del "vate" Montanelli vuole essere di quelli che fanno storia: "Il rogo di Bruno è fra quelli che m’indignano di meno".

LE BESTEMMIE IMPOSSIBILI. Sarebbe opportuno ricordare all’autore che se l’uomo che si avviava al supplizio avesse anche voluto bestemmiare, gli sarebbe stato impossibile, poiché aveva "la lingua in giova", cioè bloccata in una morsa di metallo (la mordacchia) con un ferro che penetrava nella gola, impedendo di parlare e gridare mentre veniva distrutto l’apparato orale. Non solo muto, ma anche come senza volto veniva Bruno accompagnato al rogo, essendo il suo viso nascosto dalle "sante immagini" che i confortatori della Compagnia di San Giovanni Decollato gli mostravano senza sosta per un bacio purificatore, o comunque un gesto di contrizione. Gli errori, le violenze della Chiesa cattolica, così come quelli di altre Chiese, sono consegnati alla storia, e ben venga l’atto di dolore; ma sono semmai i metodi e le interferenze di oggi che preoccupano le coscienze libere, non certo quelli di 400 anni fa. Sembra che la Chiesa si voglia aggiudicare un "diritto di prelazione" sull’opera di Bruno, torturandone in tal modo anche la memoria. Il processo e il rogo sono vicende lontane, ed è a dir poco penosa l’idea di una qualche revisione del processo.

Tuttavia la figura del Nolano - e il quarto centenario può essere una buona occasione – va liberata anche da altri luoghi comuni, incrostazioni ideologiche che si sono aggiunte nel tempo, tirandolo da una parte o dall’altra, a seconda della convenienza del momento. In particolare: il monumento di Campo de’ Fiori eretto in sua memoria nel 1889 - opera dello scultore Ettore Ferrari, maestro del Grande Oriente d’Italia - gli è valsa l’etichetta di martire del libero pensiero, immagine trita che non ha favorito un’effettiva comprensione del suo pensiero (Bruno non è né ateo né panteista).Sarebbe finalmente ora di finirla con le strumentalizzazioni e le indebite appropriazioni: sì tolga, simbolicamente, quel cappuccio alla statua di Campo de’ Fiori, un cappuccio da frate domenicano, ma anche da "eroe" della massoneria, e si restituisca a Bruno la sua dignità di filosofo.

 



 
COELUM 
 Mensile di Astronomia Scienza e Telescopi

Editoriale


Ci siamo dunque. Anche se non dovessimo riuscire a vedere l’uomo
scendere su Marte, o vivere la scoperta del primo messaggio
intelligente da un’altra stella, almeno potremmo dire di essere vissuti al
tempo in cui Armstrong conquistava la Luna, e soprattutto di aver
raggiunto il 2000, l’anno più invocato da due secoli a questa parte. Vi
sembra poco?

Penso a quei poveretti vissuti in anni anonimi come il 1711, o il 1193,
senza alcuna speranza di passare soglie, chiudere millenni.
Penso anche a Giordano Bruno, il 17 febbraio di quattro secoli fa,
indubbiamente molto fortunato nel chiudere la sua vita in un anno così
rotondo: il 1600, accomunato al duemila per essere stato anch’esso,
"indebitamente", bisestile.
E in quella stessa città, a pochi passi dal rogo del Campo dei Fiori, oggi
la Chiesa apre il suo Giubileo.
Nel 1584, molto prima del SETI, il frate di Nola ci parlò De l’infinito
universo et mondi. Non solo per questo l’Inquisizione pensò bene di
purificarlo. E non solo per questo non smetteremo mai di ricordarlo.
Senza polemiche, vorrei chiedere un favore ai lettori di Roma: non
abbiamo porte sante da aprire, né dirette televisive ad accompagnare
le nostre cerimonie, ma ci piacerebbe che proprio in questi giorni, una
copia di Coelum fosse deposta ai piedi della statua di Bruno. Qualcuno
lo farà? Per favore.
Giordano Bruno sarà il nostro Virgilio nel 2000, pensateci.

Proprio qui, su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno.
Il boia accese la fiamma
Fra la marmaglia curiosa.
E non appena spenta la fiamma,
Ecco di nuove piene le taverne.
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.

C’è chi ne trarrà la morale
Che il popolo di Varsavia o Roma
Commercia, si diverte, ama
Indifferente ai roghi dei martiri.
Altri ne trarrà la morale
Sulla fugacità delle cose umane,
Sull’oblio che cresce
Prima che la fiamma si spenga.

Eppure io allora pensavo
Alla solitudine di chi muore.
Al fatto che quando Giordano
Salì sul patibolo
Non trovò nella lingua umana
Neppure un’espressione
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.

Rieccoli a tracannare vino,
A vendere bianche asterie.

Ceste di olive e limoni
Portavano con gaio brusìo,
Ed egli già distava da loro
Come fossero secoli.

Czeslaw Milosz

Giovanni Anselmi

    URL:  www.coelum.com 
E-mail: coelum@tin.it  


Domenica 13 Febbraio 2000  

Giordano Bruno, bruciato vivo il 17 febbraio 1600 per aver sostenuto che l’uomo non è al centro del cosmo AL ROGO IL LIBERO PENSIERO Agli inquisitori rispose: «Muoio martire e volentieri. Con quel fumo la mia anima se ne andrà in Paradiso»

«Quattro secoli fa, il 17 febbraio 1600, a Roma, Giordano Bruno moriva sul rogo, condannato dall’Inquisizione. Aveva proclamato l’universo infinito, la molteplicità dei mondi, la vita cosmica». Questo lapidario annuncio apparirà, senza firma, giovedì prossimo, il giorno stesso di questo triste anniversario, sulle pagine Carnet di «Le Monde», là dove le grandi famiglie della borghesia francese amano pubblicare le loro nascite, morti, matrimoni. Un’inserzione costosa, ma che non graverà su una sola persona. Dovrebbe far riflettere il fatto che a volerla sia stato un gruppo di ricercatori e scienziati (su iniziativa del fisico teorico e matematico Jean-Marc Lévy-Leblond). Perché chiunque abbia letto anche solo poche pagine di Bruno non può non accorgersi di quanto in realtà egli sia estraneo allo spirito scientifico moderno. Anche quando affermava idee o teorie che solo con la scienza moderna sarebbero divenute moneta corrente, lo faceva con un linguaggio e adottando metodi in cui nessuno scienziato oggi si potrebbe riconoscere.

Nato nel a Nola nel 1548, Bruno aveva ricevuto a Napoli una formazione filosofica di indirizzo aristotelico-averroistico, manifestando nel contempo un forte interesse nei confronti della mnemotecnica e dell’ars combinatoria lulliana. La progenitrice della moderna logica matematica e dei sistemi informatici? Forse. Ma ancor di più — come afferma Paolo Rossi, l’autore di Clavis Universalis — un "fossile intellettuale", un ferro vecchio dimenticato per secoli. Divenuto domenicano nel 1565, Bruno lasciò l’abito nel 1576 cominciando quella peregrinazione che in quindici anni lo porterà a insegnare filosofia e arte della memoria a Tolosa, Parigi, Oxford, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Zurigo, Francoforte, e a pubblicare – tra l’82 e il ’91 – una trentina di opere in cui metteva a punto una personale concezione mnemonico-combinatoria e, soprattutto, un innovativo sistema di filosofia della natura. Il fulcro della sua nuova cosmologia è l’adesione alla teoria eliocentrica copernicana (intesa come teoria fisica e non come semplice ipotesi astronomico-matematica, come voleva cautamente la Chiesa) e la sua estremizzazione in una prospettiva radicalmente infinitistica: un universo infinito, senza alcun centro e omogeneo nella sua realtà materiale e spaziale, popolato di una pluralità di mondi.

Tutte idee con cui uno scienziato oggi in realtà si trova perfettamente a proprio agio. O non è vero che vi si può intravedere addirittura un’anticipazione della relatività di Einstein e della cosmologia contemporanea? Sì e no. Lo scienziato di oggi, leggendo Bruno, vedrà queste e altre sorprendenti anticipazioni (come quella sulla continuità biologica tra uomini e bestie), ma della scienza moderna non troverà almeno una cosa essenziale: la spinta verso la matematizzazione. Per questo gli appariranno abbastanza familiari Galileo e Newton, ma non Bruno.

Di tutto questo i nostri scienziati parigini sono perfettamente consapevoli. Perché allora vogliono fare di Bruno il loro eroe? Ce lo spiega proprio Lévy-Leblond: perché ciò che di prezioso Bruno ha insegnato alla scienza e a tutti noi, fino al punto di immolarsi, è un atteggiamento di fondo che oggi andrebbe rinvigorito: è quella rivendicazione, ostinata e coerente, di una libertà interiore e di giudizio che egli manifestò fin da quanto entrò in convento tra i domenicani, la quale ben poco si adattava alla severa disciplina dell’Ordine e all’orientamento dottrinale della Chiesa, e che ancora oggi mal si adatta a molte situazioni istituzionali, scientifiche e accademiche comprese. Non importa tanto ricordare quanto le idee di Bruno fossero eversive (oggi, in fondo, lo sono molto meno). Né che il suo sistema fisico cosmologico —t toglienedo all’uomo ben più radicalmente di Copernico l’illusione i essere al centro di qualcosa — minasse alla radice i valori consolidati sul piano morale e metafisico. Quel che conta oggi è soprattutto quella sua straordinaria libertà di giudizio, che ha segnato la nascita della scienza moderna e della quale va recuperato lo spirito.

Ad essa rendono omaggio anche le dimostrazioni ufficiali che si terranno nei prossimi giorni, in particolare a Nola, dove nacque, e a Roma, dove fu arso vivo in Campo dei Fiori dopo otto anni di processo. Ed è altrettato significativo che la nuova collana dei Meridiani Mondadori «Classici dello Spirito» si inauguri proprio con lui, il grande "novatore" del Rinascimento che per difendere la libertà dello spirito morì «martire e volentieri». 

(Armando Massarenti)

 

 



 
giovedi , 27 gennaio 2000

CULTURA

 
INQUISIZIONE Quattrocento anni fa veniva bruciato il filosofo di Nola. Un saggio spiega perché non volle sottomettersi all'intolleranza religiosa del suo tempo
GIORDANO BRUNO L'impenitenza sul rogo
«Fecero di tutto per salvarlo. Ma era troppo orgoglioso per abiurare»
di ADRIANO PROSPERI

Giovedì 17 febbraio 1600: questi giorni, quattro secoli fa. A Roma, in Campo de' Fiori, si brucia un uomo. È «piccolo, scarno, con un pocco di barba nera, di età de circa quaranta anni». Tutt'intorno, c'era, anche allora, un grande Giubileo. In una città splendidamente rinnovata, milioni di pellegrini visitavano chiese e monumenti: l'età della Chiesa primitiva riaffiorava dal mondo sotterraneo delle catacombe da poco scoperte, quella del rinnovamento tridentino risplendeva nei santi recenti, fondatori di grandi ordini e combattenti della fede. Era stato indetto un «anno di remissione e di perdono, di vera indulgenza e di spirituale allegrezza».
Ma non ci fu perdono per Giordano Bruno. Perché? Cerchiamo la risposta nel robustamente documentato e pur leggibilissimo volume che Saverio Ricci, eccellente conoscitore di Giordano Bruno, ha dato alle stampe in questi giorni, «Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento»: frutto maturo di una grande tradizione di studi, l'opera spicca al di sopra di un panorama librario affollato e disuguale perché non ha niente di occasionale o di frettoloso. Il classico ma invecchiato lavoro di Vincenzo Spampanato ha trovato finalmente chi lo può degnamente rimpiazzare. Quando la polvere dell'anno giubilare e delle sue polemiche si sarà posata, questo libro continuerà a conquistare i lettori. Attraverso le sue pagine, seguiamo la vicenda di Giordano Bruno su quello scenario europeo dove il nome del suo luogo d'origine - Nola - fu portato da lui con protagonistica fierezza, convinto assertore com'era delle virtù magiche dei nomi e dei luoghi. Lo straordinario e orgoglioso senso di sé dell'uomo emerge dal modo in cui, nelle sue avventure intellettuali, cercò il confronto con le più grandi corti e università di Marburgo e di Wittenberg, la magica Praga di Rodolfo II, Tubinga, Francoforte. Il ritorno in Italia avvenne per la porta di quella Venezia a cui tanti guardavano come unico Stato italiano libero dall'egemonia spagnola e papale e che fu, invece, per Giordano Bruno, la porta infida su di una lunga prigionia, conclusa tragicamente. Quel percorso europeo fu una serie ininterrotta di conflitti con i circoli intellettuali e religiosi dominanti. Arrivato a Ginevra non per diventarvi calvinista ma per «viver libero et essere sicuro», come dichiarò al napoletano Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, interpretò in modo aggressivo la sua libertà criticando per iscritto un professore dell'Accademia. Fu processato dal tribunale del concistoro e condannato. Dovette chiedere perdono.
Alla corte di Elisabetta I non andò molto meglio. Anche qui, l'intolleranza filosofica e religiosa - in un contesto politico e culturale illuminato finemente da Ricci - si dettero la mano: la pretesa di Bruno di sostenere la tesi copernicana fin dalla prima lezione che tenne a Oxford suscitò reazioni violente, lazzi e derisioni. Un testimone riferì: «Tentava di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in verità, era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo».
Ma le radici dello scontro non erano solo nel conservatorismo delle università inglesi. Il fatto è che Bruno rifiutava radicalmente la severa idea puritana della predestinazione. Rifiutava il principio d'autorità: «Lui non vedea per gli occhi di Copernico, né di Ptolomeo, ma per i proprii»; criticava l'evento che più inorgogliva la boria europea dell'epoca, cioè la scoperta dell'America, in cui vedeva solo una tragedia di sopraffazioni; vedeva nell'intera Riforma protestante il trionfo di una «poltronesca setta di pedanti». Il panorama europeo, visto attraverso l'esperienza che ne fece Giordano Bruno, appare dunque chiuso e intollerante. Eppure, di tutte le accuse, le vicende giudiziarie e le disavventure in cui questo scomodissimo, geniale e turbolento frate si andò a cacciare, l'unica a cui non sopravvisse la incontrò non in terra straniera e protestante ma proprio in quella Italia cattolica dalla quale era meno intellettualmente lontano.
D'altronde, va detto che il processo d'Inquisizione (e l'esecuzione capitale che ne seguì) non ebbero niente di eccezionale, niente di illegale, niente di gratuitamente crudele. Giordano Bruno ebbe un lungo, accuratissimo processo, nel rispetto più accurato di regole severe. Se ne occuparono teologi e giuristi preparati, di non banale spessore intellettuale. Basti citare il nome del gesuita Roberto Bellarmino, che era stato capace di sfidare l'irritazione del papa con la sua negazione del potere papale diretto sulle materie temporali. Lo avrebbero santificato, ben presto: e prima di morire, fece in tempo a porre le premesse del processo a Galileo. Tra i potenti personaggi che giudicarono il Nolano, c'era il cardinale Borghese, che doveva diventare papa Paolo V e costringere nei secoli i cattolici a venerare il nome della sua famiglia inciso nel bel mezzo della facciata della basilica vaticana.
Quel tribunale che governava dal vertice la vita della Chiesa non amava versare il sangue: preferiva salvare le anime. Chiedeva solo una cerimonia di abiura. Nei secoli, la stragrande maggioranza di chi passò davanti al tribunale trovò accettabile questa soluzione. Pochissimi la rifiutarono. Tra questi, Giordano Bruno. Il tribunale tentò fino alla fine di farlo recedere: furono concesse proroghe, tentate persuasioni. Niente da fare.
Pertinace e impenitente, il Nolano incarnò fino alla fine il tipo d'uomo contro il quale il tribunale dell'Inquisizione era sorto: quello dell'individuo che preferisce sbagliare da solo. Era un uomo litigioso, insopportabilmente pieno di sé. Diceva bestemmie, secondo il cristianesimo ufficiale. Marin Mersenne si meravigliava che ci fossero persone «così sciagurate e insensibili alla salvezza della loro anima, che cercano di riposare il loro spirito tra queste empietà». Un uomo come Alberico Gentili trovava le sue idee «false, e assurde e sciocche opinioni». Nessuno poteva immaginare che le idee di quel piccolo uomo presuntuoso avrebbero lasciato così lunga memoria di sé.
Ma il problema, in fondo, è tutto qui: nell'esito mortale del rapporto tra un tribunale ben regolato e ponderato e un piccolo uomo dalle idee stravaganti, che obbediva solo alle «divine leggi» di una moralità superiore, «inscolpite nel centro del nostro cuore». Oggi, forse, all'ombra di Giordano Bruno gli eredi di quel tribunale chiederanno perdono per quella morte. Un dialogo impossibile, tra sordi, tra assenti: sordo allora Giordano Bruno a chi lo spingeva a domandare perdono e ad abiurare le sue idee, assente oggi e insieme incombente, come possono esserlo solo i morti.

 


 
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 2 feb. 2000

Giordano Bruno
processo per libero pensiero

  "Denuncio, per obbligo della mia
coscienza e per ordine del mio confessore
di averlo sentito dire che è bestemmia
grande di dire che il pane diventa carne
e che nessuna religione gli piace..."

di SERGIO FRAU


Roma
Inutile cercarla sui calendari: 17 febbraio 2000, ricorrenza di Giordano Bruno Martire, da quest'anno Patrono dei Guastafeste. Del resto mica lo decise lui di salire su quel rogo in Campo de' Fiori e per di più proprio nell'Anno Giubilare 1600, quando il Pontefice di Roma era ancora un ayatollah e bastava poco o niente per fargli giudicare satanici gli scritti di chiunque.
Ora uno dei protetti di Bruno - il guastafeste Marcello Baraghini, mente e braccio di Stampa Alternativa e dei suoi Millelire - materializza da quella pira un librino che scotta. Titolo: Giordano Bruno. Sottotitolo: "Il processo e la condanna". Collana: Eretica. Motto: "Libera nos ab hoc iubilaeo" (pagg. 126, lire 14.000). Ed è il primo di una serie di titoli del Cofanetto rompicoglioni (come lo chiama lui), che ritmeranno in maniera assai laica, l'intero anno giubilare. "Degli antidoti", dice.
In programma: Malafede firmato Voltaire; un pamphlet su persecuzione e genocidio dei Catari; due Papeidi ovvero una raccolta di quei sonetti romaneschi che punzecchiarono per secoli il Vaticano, e un dossier sulle magagne dei pontefici. Un sito Internet tutto per Bruno. E sta, persino, pensando di antologizzare un Rutelli d' antan: radicale, anticlericale, verdissimo, diverso insomma...
Con questo Giordano Bruno fresco di stampa, l'azione di disturbo parte bene, parte forte, parte agghiacciante. Insieme al curatore Antonio Castronuovo, fin dall'inizio, volevano farsi leggere da più gente possibile: una breve, intensa, sentita prefazione di Castronuovo e via con gli atti, secchi, asciutti, ipocriti nel modo di porre domande, inquietanti, spaventosi, fino alla terribile frase di Bruno, al momento della sentenza: "Forse avete più paura voi nel condannarmi che non io nel subire la condanna".
Non hanno osato, però, Baraghini & Castronuovo, tradurre i verbali dal farraginoso italiano secentesco in lingua corrente. Qui, ora, lo faremo noi.
"Venezia, 23 maggio 1592. Giovanni Mocenigo all'Inquisitore di Venezia... ". E' l'inizio di tutto: "Denuncio, per obbligo della mia coscienza e per ordine del mio confessore, di aver sentito dire a Giordano Bruno che è bestemmia grande quella dei cattolici di dire che il pane diventa carne; che lui è nemico della Messa; che nessuna religione gli piace; che Cristo fu un tristo figuro; e che faceva miracoli apparenti; e ch'era un mago...". E' una diga che si rompe questo Zuane Mocenigo che accusando Bruno allaga di veleno le prime pagine del libro. Nobile, intellettuale, curioso, ambizioso era stato lui a contattare a Francoforte l'ex domenicano - allora quarantaquattrenne - perché, a pagamento, si recasse a casa sua ad insegnargli quelle regole di mnemotecnica per cui era diventato famoso. Bruno accettò. L'avesse mai fatto...
Prosegue così la denuncia: "Ha detto che la Vergine non può aver partorito; che la nostra fede cattolica è tutta piena di bestemmie contro la maestà di Dio; che bisognerebbe togliere la parola e i soldi ai frati perché imbrattano il mondo; che sono tutti asini; e che le nostre opinioni sono dottrine da asini...". Il che, spiattellato in faccia a una giuria di giudici-prelati, sarebbe quasi da ridere se non fosse, invece, l'avvio della tragedia. E sì perché il Mocenigo non solo aggiunge nuovi particolari (alcuni cretini, altri gravissimi), ma anche consegna al Sant'Uffizio tre libri sequestrati a Bruno (intanto messo da lui sottochiave a tradimento), poi ci rimugina ancora su e regala nuove accuse contro il suo ospite.
Infatti, due giorni dopo: "Mi rispose che non temeva l'Inquisizione, perché a vivere a modo suo non offendeva nessuno. E io a dirgli: Come potrete accomodare le vostre cose se non credete nella santissima Trinità, se dite tanto male di Nostro Signore Gesù Cristo?. Di tutto questo ho voluto dar conto a Voi Padre Molto Reverendo perché giudichi del fatto, secondo prudenza e secondo la vostra santa mente....". Fatto sta che su ordine della Santa Mente il giorno dopo, alle tre del mattino Bruno fu prelevato da casa Mocenigo e incarcerato al Sant'Uffizio di Venezia.
Non sarà mai più libero. Il giorno stesso un paio di librai che di striscio avevano conosciuto il malcapitato, annusando l'aria, fanno felici gli inquisitori aggiungendo veleni a veleno. E' un'Internazionale delle Malelingue quella che si mette in moto, un pettegolezzo tira l'altro. Il primo libraio: "Non so come stia lì da voi a Venezia, perché a Francoforte è considerato uomo senza alcuna religione". E l'altro, poche ore dopo: "Certo faceva le sue letture a dottori eretici, perché tutti in quella città sono eretici".
Tutto è ormai pronto per l'ingresso del protagonista che, infatti, arriva a pagina 35, il 26 maggio: "Io dirò la verità: più volte mi hanno minacciato di farmi venire a questo Santo Uffizio, e l'ho sempre considerata una burla, perché sono pronto a dar conto di me...". E parte, tranquillo, a snocciolare la sua vita di piantagrane ma per bene: i due processi napoletani (uno per aver dato via dei santini ed essersi tenuto solo il crocefisso; un altro per aver sconsigliato certe letturacce a un novizio); la rinuncia alla tonaca; l'abbandono del Napoletano; il pellegrinare per l'Europa che gli dà lavoro e gli permette di studiare... Racconta del sequestro perpetrato ai suoi danni dal Mocenigo, dei futili motivi di permalosità che l'avrebbero provocato... Il Mocenigo, nel frattempo, si è fatto venire in mente qualcos'altro.
Terza denuncia, 29 maggio 1592: "Mi son ricordato anche di avergli sentito dire che gli Apostoli con le prediche e con gli esempi di buona vita convertivano la gente, non come ora che si usa la forza e non l'amore".
Il giorno dopo ancora, Giordano, è di nuovo sotto torchio: "Ho fatto una lista di tutti i miei libri stampati e di quelli pronti non ancora pubblicati... Quelli che c'è scritto stampati a Venezia in realtà furono stampati in Inghilterra perché altrimenti si sarebbero venduti con maggiore difficoltà... E credo che in essi non si ritrovino cose per le quali io possa venir giudicato nonostante molte empietà io posso aver analizzato e spiegato".
Più parla, più s'inguaia, povero Giordano. Dai verbali non risulta chi ha davanti ma, presumibilmente, ci devono essere almeno quattro alti prelati più lo scriba. Figurarsi quelli, quando poi lui si scalda nell'esporre le sue teorie e si lascia andare con sincerità, confessando le sue colte perplessità che, però, restano agli atti: "Insomma io penso a un universo infinito, effetto della infinita divina potenza: stimavo infatti cosa indegna della Divina Bontà e Potenza che, potendo creare oltre a questo mondo un altro e altri ancora infiniti, ne avesse prodotto uno solo finito. Così che io ho parlato di infiniti mondi particolari simili a questo della Terra; la quale - con Pitagora - io intendo un astro, simile alla luna, agli altri pianeti, alle stelle le quali sono infinite..". E anche: "E in questo universo io metto una provvidenza universale, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta e si muove...". (Insomma una sorta di animismo all'antica che vede il divino ovunque, anche nella natura, quasi del tipo che il papa di oggi tollera in quanto tutte le strade sono buone se conducono all'idea di Dio).
Ma Giordano Bruno va anche più in là, con i suoi dubbi. E al quarto interrogatorio incomincia a essere un po' meno tranquillo: "Dei teologi non ne ho mai parlato se non bene: ne ho sempre avuto stima", "Disprezzo gli eretici e le loro dottrine...". E quando a bruciapelo poi gli chiedono: "Quante cose sono necessarie alla salute?", lui pronto, remissivo, ormai semidomato: "Fede, speranza e carità".
Ma poco dopo a proposito dei miracoli di Gesù che, per lui, sarebbero stati solo magie, perde la pazienza, alza le mani ed esplode: "Che cos'è mai quest'accusa? Chi ha trovato queste diavolerie? Io non ho mai detto questa cosa. Né l'ho mai neppure immaginata. O Dio, che cos'è questa? Vorrei essere morto...". E di rincalzo un'altra domanda rischiosa: "Cosa pensa del peccato della carne fuori dal sacramento del matrimonio?". Risposta: "Devo aver detto che il peccato della carne è minor peccato degli altri, vicino al peccato veniale... Ma lo devo aver detto per leggerezza".
Quinto interrogatorio, mercoledì 3 giugno 1592. Continuano le confessioni: sì, ha mangiato carne anche il venerdì; sì, in una dedica ha chiamato Diva quell'eretica della Regina d'Inghilterra; sì, ha avuto dubbi sulla fede cattolica ("Ora però io li detesto e li aborro e ne sono pentito..."). Tutta roba poi riassunta in un paio di paginette al vetriolo che relazionano il caso all'Inquisizione di Roma invitando a far "giustizia".
"Giustizia" sarà fatta otto anni dopo quando la sentenza veneziana di colpevolezza e di affidamento ai giudice romani sarà confermata dall'Inquisizione romana come testimoniano alcuni avvisi del febbraio 1600 saltati fuori dagli archivi e una lettera di un tedesco che, proprio il 17 febbraio, scrive del rogo a un amico in Germania: "Egli volse il viso pieno di disprezzo quando, ormai morente, gli venne posto innanzi il crocefisso. Così morì bruciato miseramente... Ecco qui il modo con cui procediamo contro gli uomini, o meglio contro i mostri di tal specie".
Al momento di andare in stampa non risulta che la Chiesa abbia intenzione di chiedere scusa per quel suo sacrificio, né che Roma abbia in programma nulla di adeguato per ricordarlo.

 


 


Giovedì 3 Febbraio 2000

L’intervista/Quattro secoli fa bruciò sul rogo. Oggi è considerato lo spartiacque fra il cattolicesimo e la modernità. Per molti la Chiesa dovrebbe pentirsi. Ma il cardinal Poupard, pur condannando il supplizio, non ”assolve” il pensatore: «Non si demolisce la fede in nome della ragione»

«Nessun mea culpa
su Giordano Bruno»

QUANDO parlava di se stesso, amava definirsi «stupore del genere umano». Nel 1592, otto anni prima della sua morte, il Sant’Uffizio raccomandò all’inquisitore di Venezia di controllare bene che l’imputato non avesse fornito un falso nome: sembrava incredibile non conoscere, a Roma, un personaggio che si autodefiniva "eretico pericoloso". Stiamo parlando di Giordano Bruno. Il 17 febbraio di quattro secoli fa, venne messo a morte sul rogo di Campo de’ Fiori. Oggi molte voci, compresa quella di uno storico della Civiltà Cattolica, lo vorrebbero destinatario di uno dei tanti "mea culpa" della Chiesa penitente di fine millennio.
La sentenza che rimetteva Giordano Bruno al braccio secolare perché fosse punito "senza spargimento di sangue" portava la firma di Roberto Bellarmino, gesuita, cardinale, santo e uno degli uomini più colti della Chiesa del suo tempo. Paul Poupard, schivo cardinale francese, ex rettore dell’Institut Catholique di Parigi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, al rogo non manderebbe certo nessuno. Però non "assolve" Bruno: «E’ soprattutto un personaggio che è giunto fino a noi con la mitologia del "fattaccio del rogo". A parte questo sinistro simbolo del tormentato rapporto tra il pensiero laico e quello religioso, chi ha studiato Bruno fa una fatica improba a considerarlo uno dei padri del razionalismo. Perché il razionalismo è sinonimo di "pensiero coerente". E la coerenza non era la preoccupazione principale di Giordano Bruno».
Oggi, nella sede della Civiltà Cattolica, il cardinale Poupard partecipa alla presentazione di un’importante opera sull’eretico domenicano, edita da Salerno. E tutti si aspettano un suo "mea culpa". Chiederà scusa, Eminenza? «No. Il libro di Saverio Ricci Giordano Bruno nell’Europa del Cinquecento ha minuziosamente ricostruito la fitta rete di situazioni politiche, giuridiche, morali, religiose che hanno accompagnato la vita del protagonista. Certo, oggi la nostra conoscenza del Vangelo ci permette di trovare esecrabile l’utilizzo del rogo e di ogni altra pena per coartare la libertà di coscienza. Ma questo non ci autorizza a giudicare la mentalità degli uomini dell’Europa di quattro secoli fa. Non sarebbe neanche scientificamente sostenibile».
Con o senza meriti, Giordano Bruno è comunque visto da quasi cento anni come lo spartiacque tra il cattolicesimo e la modernità nata e cresciuta fuori della Chiesa. Riappropriarsi dell’eretico del XVII secolo, non sarebbe una sorta di investimento di immagine per la Chiesa? «Non commettiamo l’errore di far slittare il concetto di modernità verso quello di modernismo», risponde Poupard. «La Chiesa non ha fatto alcuna fatica, durante il Concilio Vaticano II, a riconoscere l’autonomia delle scienze e della loro epistemologia. Ma questo non vuol dire che ci si debba per forza mettere, come ha fatto qualcuno, dalla parte di coloro che in nome della ragione sostengono l’assurdità della fede».
Però, Eminenza, la modernità è sinonimo di desacralizzazione... «La modernità è un insieme di processi che si realizzano nell’emergere di un pensiero nuovo che il giorno dopo appare subito datato. La postmodernità ci pone continuamente sotto gli occhi i limiti del futuro. Che non esaurisce la parabola del pensiero moderno. Jacques Maritain mi ripeteva sempre che, con la scusa dell’attualità, la cultura contemporanea ama gli uomini che hanno il cuore duro e il pensiero debole. Dovrebbe essere il contrario». Trent’anni fa, il cardinale Poupard inventò un neologismo che, ancora oggi, sembra avere uno strano suono: inculturazione. «Sì, è una parola nuova per indicare una saggezza bimillenaria. La Chiesa, per parlare la lingua di Dio, deve prima imparare la lingua degli uomini. Se il Vangelo è linfa, allora bisogna entrare dentro ogni sistema di vita e di pensiero».
E se volessimo inculturare, Eminenza, la storia non esaltante per nessuno di Giordano Bruno, che verità essa contiene? «Innanzitutto, un invito ad abbandonare ogni anacronismo. Chi vive il Vangelo deve sapere che esso vince solo con la forza della sua verità. Poi, anche una doppia lezione civile e morale: a nessuno deve essere impedito di credere, a nessuno deve essere imposto di credere». E questo, nella Chiesa di oggi, è possibile? «Prima o poi, usciremo anche dalla strumentalizzazione che vuole il cattolicesimo come l’eterno nemico della libertà. Chi partecipa alla vita della Chiesa sa benissimo quale formidabile possibilità essa offre a tutti di realizzarsi nella responsabilità. Perché non esiste alcuna libertà che non sia ancorata alla verità».


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Parla Michele Ciliberto, autore di importanti saggi sul grande filosofo. Più che mai attuale
«Solo, per cambiare il mondo»

UN «GIGANTE» come lo chiamava Ortega y Gasset, il «cantore dell'infinito», secondo Bloch. Giordano Bruno è stato un «grande filosofo» che capiamo oggi «con il senso della storia, che è senso della distanza e nella distanza le cose contano». Così la pensa Michele Ciliberto che, alle sue benemerenze di studioso del Nolano, aggiunge la cura di un Meridiano Mondadori appena uscito, i Dialoghi filosofici italiani. Autore di un fondamentale Lessico di Giordano Bruno, Ciliberto, che insegna Storia della filosofia a Pisa, convive da più di trenta anni con il pensiero e la figura di Bruno, «un uomo che poteva diventare anche insopportabile, vissuto sempre in fuga, in viaggio, non isolato - era un filosofo che voleva riformare il mondo - ma in straordinaria solitudine». Che aveva una grandissima percezione di sé, «si sentiva quasi un angelo, un legame intermedio tra dio e l'uomo», altrimenti non avrebbe potuto reggere ciò che gli è capitato. E con grandi entusiasmi e grandi disincanti, «uno sguardo a volta così crudele su di sé» che s'imprime nella memoria del lettore. E di grandi lettori, come Gadda, Joyce, Calvino, appassionati della sua scrittura che usa e contamina registri diversi trasportando anche sul piano linguistico il gusto dello sberleffo e della trasgressione anarchica. Che sa amalgamare il massimo e il minimo, il nobile e l'ignobile «con un'attenzione quasi minimalista, riesce a parlare anche del pidocchio».
Ciliberto ragiona sulla grandezza di quel pensiero complesso, «una costellazione di punti di vista che formano qualcosa di omogeneo e di sorprendente», come in un nodo gordiano che li stringe insieme. Un pensiero dove la ragione convive con la passione, il corpo con l'anima in un «eroico furore» tipico di un pensatore che si caratterizza per l'ossimoro, la coincidenza degli opposti. Bruno è il filosofo della tolleranza, della libertà del pensare «come forma critica, come abitudine a guardare in faccia la realtà», della forma estetica non regolata da generi.
E' il filosofo dell'infinitezza dell'universo, popolato da innumerevoli mondi, un universo non gerarchizzato è incompatibile con un modo di scrivere codificato. Ed è lo scienziato che, con il suo pensiero caldo e senza possedere né il linguaggio né il metodo scientifico, può avere a che fare con «la moderna teoria dei "quanta"». Ma attenzione alle semplificazioni come quella che vorrebbe la memnotecnica anticipatrice addirittura del mondo dell'informatica: «E’ un pensatore difficile, la sua scrittura è ossessiva, può finire in mano a dilettanti».
«Sono un'ombra profonda: non tormentatemi». Invece finì la sua vita sul rogo, «spogliato nudo e legato ad un palo». «Le sue idee - continua Ciliberto - erano profondamente eversive». Più che eretico è fuori dalla tradizione cattolica, probabilmente è il pensatore più anticristiano di tutto il Cinquecento, «per lui anche il diavolo si sarebbe salvato e non accettava l'idea di Cristo, mostruosa come Chirone il centauro, metà uomo e metà bestia». Eroe nazionale, borghese anticlericale, anarchico, socialista, occultista, mago, personaggio di romanzi...Per Ciliberto «bisogna liberare Giordano Bruno dalle superstizioni del laicismo», ma «se c'è un problema di assunzione di responsabilità quando si parla di lui, dovrebbe riguardare anche la cultura laica». Invece la Chiesa «cerca di appurare se le regole nel processo siano state rispettate». Ciliberto ricorda ciò che disse un grande eretico che ama, Sebastiano Castellione, a Calvino che aveva condannato a morte Serveto: «Uccidere un uomo vuol dire uccidere un uomo, non una dottrina».
La distinzione tra chi ha ucciso e chi è stato ucciso resta. La storia si fa anche con i se, con il campo delle possibilità aperte e non realizzate. Se non ci fosse stato il rogo a Campo de’ Fiori, così come se non ci fosse stata l'abiura di Galileo, «la storia della Chiesa sarebbe stata diversa, non ci sarebbe ora necessità della purificazione della memoria».


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Il giudizio dei gesuiti, oggi. Tra ripensamenti e conferme
Adesso anche la Chiesa
chiede perdono. Con riserva

SCOMUNICATO prima dalla Chiesa calvinista a Ginevra, poi da quella luterana a Helmsedt, Giordano Bruno salì sul rogo dell’Inquisizione Romana già gravato da numerosi presupposti ideologici. Gli stessi che la Chiesa Cattolica di oggi vede ancora aleggiare, dopo quattro secoli, intorno al bronzeo corruccio della statua che ritrae il frate a Campo de’ Fiori. Come filosofo (perché teologo, per sua stessa ammissione, il Nolano non lo fu mai) Bruno potrebbe essere considerato un pensatore panteista e platonizzante, fortemente legato alla tradizione magico-ermetica del Medioevo. Persino Diderot, nonostante l’indubbia buona volontà verso ogni forma di libero pensiero, faceva fatica a prendere sul serio le teorizzazioni «oscure, bizzarre e poco razionali» di Giordano. A volerlo prendere sul serio, il celebre frate domenicano rischia solo di passare come il fondatore della New Age: l’infinità dei mondi, l’immortalità del cosmo, la trasmigrazione delle anime...
Non è quindi il "pensatore" Giordano Bruno a dar fastidio alla Chiesa Cattolica di oggi. A suonare ancora stonata nel coretto anticlericale che inneggia al mito di Campo de’ Fiori è proprio la monotonia della canzonetta (tutta italiana) che l’Ottocento risorgimentale ha dedicato al frate più amato dai liberi pensatori. Nessuno, infatti, sembra ricordare che negli scritti più importanti di Giordano Bruno (Lo spaccio della bestia trionfante, La Cabala e i dialoghi di De gli eroici furori) il Nolano appare sì anticattolico, ma è soprattutto antiprotestante, antisemita, antistatale, anti-tutto: un anarchico perfetto. Come ha ricordato padre Giovanni Sale, nel suo articolo sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica, qualche storico contemporaneo è arrivato a sospettare che più moderni dello sfortunato frate furono i giudici che lo condannarono, perché ormai «essi rientravano nell’ambito di un pensiero razionale e geometrico che non offriva più spazio e credito alla cultura magica del Rinascimento».
Mutatis mutandis, per usare un’espressione cara ai preti, i carnefici di Bruno somigliano più a certi frequentatori di Campo de’ Fiori che ai cardinali e ai prelati di questa Chiesa Romana. La quale, oltretutto, qualche passo avanti lo ha già fatto. Anche nei confronti di Giordano Bruno. E qui è il punto nodale: sono decenni che il cattolicesimo del Concilio Vaticano II chiede perdono del fatto che esseri umani, chiunque essi fossero, siano stati uccisi in nome di Dio da uomini che pensavano di difendere anche i diritti della Fede e della Chiesa. Ma per gli stessi motivi, la Chiesa del Concilio Vaticano II non può in alcun modo approvare e condividere la confusione di idee negatrici di ogni divinità e di ogni religione, del tutto estranee - in ultima analisi - all’essenza stessa del Cristianesimo. Rispettare le persone non vuol dire rispettare tutte le idee di quelle persone. Per un semplice principio logico: se tollerare l’uomo razzista volesse dire accettare il razzismo, ogni antirazzista andrebbe necessariamente eliminato dalla società. E se questo vi sembra libero pensiero...


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Il 17 febbraio 1600 il frate domenicano veniva messo a morte per eresia. Purtroppo né prima né ultima vittima dell’intolleranza
E il libero pensiero
brucia ancora sul rogo

NELLA CAPPELLA degli Scrovegni, a Padova, Giotto affrescò una creatura chiamata ’’Ingiustizia’’. Un volto freddo e crudele. Piccoli denti simili a quelli di un serpente. In testa (ma voltato all’indietro) un copricapo da giudice aguzzino o da principe cattivo. Fra le mani, un lungo bastone: non uno scettro, semplicemente una mazza minacciosa.
Circa tre secoli più tardi, sarà questa sorta di strega meravigliosamente ritratta da Giotto — l’ingiustizia — a ordinare e mettere in pratica il martirio di un altro grande italiano, Giordano Bruno. A che cosa serve bruciare i libri, come avevano fatto i cristiani ai danni dei pagani, come faranno i birri settecenteschi contro Rousseau e Voltaire, i nazisti di Joseph Goebbels nel 1933 e i comunisti in Cina o in Cambogia? Meglio bruciare, insieme alle loro pagine, anche gli autori: si dissero i censori del 1600. E il falò per Giordano Bruno — l’apostata frenetico che andò oltre Copernico e teorizzò prima di Keplero e di Galilei la pluralità dei pianeti, l’idea dell’infinità del mondo e quindi di Dio — fu acceso alla svelta in quel giorno 17 febbraio di quattrocento anni fa a Roma, all’angolo fra Campo de’ Fiori e via dei Balestrari (non in mezzo alla piazza dove ora sorge la statua dell’eretico che aveva ragione).
Prima, si erano svolti gli interrogatori ai suoi danni. Era andato in scena per otto anni il sottile gioco processuale fra la futura vittima e i suoi inquisitori, che si concluse con la dichiarazione di non disponibilità, da parte di Bruno, ad abiurare. E la sfilata dei testimoni inaffidabili, la passerella dei delatori: «Egli disse che Gesù era un tristo», Mosè un «mago astutissimo», gli apostoli gente «finta e bugiarda» e Caino un «huomo da ben». Finché, si decise di mandare in fumo una vita di grande intellettuale indocile e innovatore e insieme di bruciare l’idea stessa di libero pensiero e la possibile minaccia, anche futura, da esso rappresentata.
Quello di Bruno «spogliato nudo, legato a un palo e abbruciato» con la lingua pendente di fuori per «le bruttissime parole che diceva» (così si espresse un cronista dell’epoca) resta dunque un caso paradigmatico di ingiustizia contro un uomo e di paura nei confronti delle idee controcorrente. Delle verità difficili e non riconosciute.
Scrisse, nel 1588, anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, che la sua filosofia era quella di riporre fiducia nella «ragione di ciascuno» e che la sua idea di cultura si fondava «sull’unica regola della mutua intesa e della reciproca libertà di discussione» fra gli individui. «Tutte le strade sono buone, se riconducono alla verità», incalzava il frate domenicano prima di finire «martire e volentieri».
Ma davvero queste, oggi, sono idee completamente accettate e comunemente sentite al di là delle finzioni e delle ipocrisie della tolleranza prêt-à-porter? Ed ha proprio vinto lo spirito di Bruno su quello dei censori eterni e sulla cultura dell’anatema, della demonizzazione più o meno infuocata, delle abiure piccole e grandi richieste e praticate in continuazione? Da una parte, gli «eroici furori» del grande apostata, cioè quel suo modo provocatorio e dissacrante, ma pacifico, di avanzare dubbi. Dall’altra, la logica del non rispetto, del sospetto preventivo o dell’indifferenza che fa male. Questa vecchia partita, ovviamente in altre forme e in nuovi modi assai meno cruenti, in fondo non accenna ad esaurirsi.
«Sia pure annacquati, addolciti e rabboniti — così sostiene infatti Italo Mereu, autore di una Storia dell’intolleranza che ormai è un classico — certi integralismi politici, intellettuali, giudiziari continuano a serpeggiare nelle pieghe della società moderna». Valga come antidoto, allora, il ripensare sia alla vicenda esemplare del martire secentesco che ai tanti secoli di roghi cartacei e umani, di giustizia ingiusta e di leggi liberticide, di graffi alla Lettera sulla tolleranza di John Locke e di sberleffi al Trattato sulla tolleranza di Voltaire.
A Giordano Bruno fu tolta, prima ancora della vita, la voce. Il principio democratico moderno invece — così si legge in un prezioso libro appena pubblicato da Feltrinelli, I volti dell’ingiustizia di Judith N. Shklar, docente all’università di Harvard — vorrebbe che «la voce della vittima, la protesta di chi afferma di essere stato trattato in maniera ingiusta, non passi sotto silenzio».
Sennò, almeno idealmente, si torna davvero a quel brutto giorno di quattrocento anni fa, quando una grande tragica fiamma, in piazza Campo de’ Fiori...


Mercoledì 16 Febbraio 2000
In primavera una rassegna
romana ricca di preziosi originali
Dalla vita alle opere
la mostra delle rarità

«PER LA prima volta sarà ricostruito, attraverso documenti dell’epoca, l’itinerario biografico e culturale di Giordano Bruno nel contesto del suo tempo», dice Tullio Gregory, romano, 70 anni, storico della Filosofia, coordinatore della mostra promossa dal Comitato per le onoranze al frate domenicano. «Verranno esposte, tutte insieme, le sue opere a stampa, nelle edizioni originali e nella successione cronologica, viste fin qui soltanto dagli specialisti che hanno studiato i suoi scritti». E ci saranno le lettere di denuncia di Bruno, le deposizioni della fase veneta del procedimento, le carte del processo romano. «Non mancheranno, poi, i testi degli autori citati e utilizzati dal filosofo-martire».
L’iniziativa, patrocinata dall’Accademia dei Lincei, si concretizzerà grazie anche alla disponibilità manifestata dall’archivio del Sant’Uffizio a collaborare scientificamente nell’organizzazione. Il titolo della mostra romana, che verrà collocata nel Salone storico della Biblioteca Casanatense e inaugurata a maggio per chiudersi a settembre, potrebbe essere Io dirò la verità: formula con la quale cominciano, negli atti del processo, le dichiarazioni di Bruno.
Sono previste tre Sezioni fondamentali. La formazione del pensatore nolano e il suo primo itinerario italiano che si conclude a Venezia (la prima). L’itinerario europeo, da Venezia a Ginevra, dove Bruno entra in urto con gli ambienti calvinisti, a Tolosa, a Parigi, all’esperienza inglese, al ritorno a Parigi, all’insegnamento in varie città tedesche, al ritorno a Venezia, invitato da Giovanni Mocenigo, al quale avrebbe dovuto insegnare Arte della memoria (la seconda parte). Il processo veneto, il Sant’Uffizio che lo avoca a sé, fino al rogo (la terza).
Molti i pezzi pregiati. «Esporremo La cena de le Ceneri (Londra, 1584), nell’unico esemplare esistente, conservato nella Biblioteca Trivulziana di Milano, che contiene la redazione definitiva del II e III Dialogo», annuncia Gregory. Ci sarà una copia completa, che arriverà da Vienna, di La cabala del cavallo Pegaseo. E ancora: l’inedita traduzione inglese di De l’infinito universo et mondi, custodita nella Bibliotheca Hermetica di Amsterdam, che concederà anche Explicatio triginta sigillorum, forse la prima opera pubblicata da Bruno a Londra nel 1583, «di cui c’è un esemplare nella Biblioteca Nazionale di Firenze, che l’ha negata». Alla Casanatense, aggiunge, sarà visibile, proveniente da Torino, Figuratio aristotelici physici auditus, «di cui esistono soltanto tre esemplari».
La mostra proporrà altresì la raccolta di una discussa iconografia del frate-filosofo: «Non abbiamo ritratti coevi di Giordano Bruno. Disponiamo di una tarda incisione anonima del 1715: sono fogli pubblicati e staccati da una rivista tedesca. Ne presenteremo uno dei nove esistenti». L’iconografia, conclude Gregory, scenderà fino agli atti del concorso e ai bozzetti del monumento in Campo de’ Fiori.


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Geniale sognatore, precursore, ma pure ”antidemocratico” e ”superato” nel metodo. I pareri degli studiosi
La sua lezione? La verità
va anteposta a ogni fede

«IL TEMPO tutto toglie e tutto dà...»: scriveva Bruno nella lettera dedicatoria del Candelaio (1582), la filosofica commedia in testa alla quale, come epigrafe, lasciò anche la celebre frase che suona bene pure come epitaffio: «In tristitia hilaris, in hilaritate tristis». Quattrocent’anni dopo, che cosa ha lasciato, il tempo, di quella lieta (e tragica) tristezza?
«Bruno pensava e viveva in un mondo troppo diverso dal nostro - risponde lo storico Giorgio Spini - per poterlo sentire ancora attuale. Il che non diminuisce, ovviamente, tutta la mostruosità della sua condanna e della sua fine». E come pensiero, non solo filosofico? «Bruno era certamente un uomo di genio, geniale sognatore - aggiunge Spini - che s’illudeva d’incantare il Papa con le arti magiche. Perciò non lo metterei fra gli anticipatori del pensiero scientifico sperimentale moderno, come Newton o Galilei. Né può considerarsi una lezione il suo violento antisemitismo. No, non mi pare che la nostra civiltà sia da considerarsi figlia di Giordano Bruno».
Del resto, persino per un frate - alla Bruno - cultura e filosofia erano di pochi eletti, quando predicava che «la fede si richiede per l’instituzione di rozzi popoli che denno esser governati». Anche per questo sarebbe inattuale? «Era un antidemocratico. Ma la sua attualità la cercherei altrove - risponde il filosofo Armando Plebe - per esempio nell’estensione del concetto d’infinito, anche oltre l’intuizione di Copernico secondo il quale l’universo era chiuso nel sistema solare. Oggi, tuttavia, siamo già su un’altra prospettiva, per le acquisizioni scientifiche che in astronomia, ad esempio, derivano anche dalla teoria dei buchi neri: verso una complessità e non una totalità di universi infiniti». Se rinascesse, come si schiererebbe Bruno? «Credo che, come Galileo, starebbe anche lui dalla parte dei potenti, pur non avendo abiurato - risponde ancora Plebe - in quanto a loro interessava soprattutto poter continuare studi e ricerche. Per cui mi sembrerebbe una forzatura farne un campione di coraggio e d’indipendenza».
«Ma se la lontananza che ci separa da Bruno deriva da situazioni culturali e politiche diverse - spiega lo storico Nicola Tranfaglia - è pur vero che la storia è sempre significativa per il presente. E la vicenda di Giordano Bruno rivela che la fedeltà ai propri ideali costa sacrifici, anche a prezzo della vita. Ciò si ripete ogni volta che poteri totalitari tentano di spegnere ogni tentativo di opposizione: considerando un nemico chiunque dissenta». Da un punto di vista filosofico, qual è l’eredità bruniana? «Anche sotto questo profilo - aggiunge Tranfaglia - si potrebbe vedere in Bruno un precursore che, prima di altri filosofi, parla di una divinità profondamente legata alla natura. E ciò lo rende in qualche modo moderno. Pure lui, ancora oggi, si schiererebbe con chi dubita dei poteri terreni, salvando una religiosità non temporale».
«Senza il clima culturale preparato dal Rinascimento, di cui Giordano Bruno resta una figura preminente, non sarebbe stato possibile nemmeno Galileo», dice il filosofo Emanuele Severino. E aggiunge: «Si deve a Bruno aver ripristinato un’atmosfera aurorale della filosofia: con l’eroico furore di rivolgersi alla verità anteponendola ad ogni fede, anticipando in certo senso anche Kant, in difesa della ragione». Perciò resta proverbiale un’altra celebre affermazione bruniana (dalla Cena delle ceneri), contro la boria dei sapientoni: «Quei che manco intendono credono saper di più e quei che sono al tutto pazzi pensano saper tutto». Più scienza o più filosofia per un giusto sapere? «Oggi che si misura tutto con criteri scientifici - conclude Severino - non sarebbe male rivendicare, con Bruno, che la filosofia non si fa misurare dalla scienza».
E nemmeno dalle fiamme. Anche se - per citare un’altra massima del Nolano, ripresa dall’Ecclesiaste - «chi aumenta sapienza, aumenta dolore». E come commentava Francesco Flora «il Bruno compiutamente vive, proprio nell’attimo in cui si vota a morire per la libertà del suo spirito».

Mercoledì 16 Febbraio 2000
Quella statua
nata tra proteste
e anatemi

NEI LONTANI tempi in cui i massoni erano davvero anticlericali e un giovane Sindaco poteva essere rimosso dall’incarico con decreto reale per aver osato recare il proprio ufficiale omaggio ad un Papa, una statua di bronzo era capace di far cadere una Giunta Comunale. Stiamo parlando della Roma crispina: quand’era Presidente del Consiglio l’ex garibaldino, massone e siciliano Francesco Crispi, e della statua di Giordano Bruno di Ettore Ferrari (1846-1929), ottimo scultore e massone anch’esso, considerato allora "rosso", e più tardi Gran Maestro dell’Ordine d’Italia. Un Comitato studentesco aveva iniziato la sottoscrizione per un monumento a Giordano Bruno martire del libero pensiero sin dal 1876, raccogliendo contributi prestigiosi come quelli di Carducci da noi, e di Victor Hugo e di Ernest Renan in Francia, tanto per citare i più noti. Il Comune però nicchiava, senza opporsi al progetto, ma ostacolandolo e ritardandolo con strategie note già anche alla burocrazia d’allora. Probabilmente il monumento non si sarebbe fatto, o almeno non sarebbe stato realizzato così imponente, se la questione non fosse diventata d’importanza politica nazionale. Rimosso nel 1887 il Sindaco di Roma Leopoldo Torlonia per aver egli visitato il Cardinal Vicario e trasmesso l’omaggio dei romani a Leone XIII, Capo di una Chiesa non ancora riconciliata con lo Stato, Crispi voleva anche liquidare la Giunta della Capitale che era a maggioranza clericale e moderata. Iniziò dunque un’ardente campagna per l’erezione della statua a Campo de’ Fiori «dove il rogo arse», a cui risposero le proteste ufficiali del Papa che aggiunsero legna al fuoco della polemica, costringendo la maggioranza della Giunta ad opporsi alla concessione dell’area per il monumento. La mobilitazione pubblica dei «bruniani» contro gli «antibruniani» ottenne l’effetto di unire tutte le forze liberali, massoniche, anticlericali, che nelle elezioni del giugno 1888 conquistarono la maggioranza in Comune. Tra gli eletti vi era anche Ettore Ferrari, che aveva già pronta la forma in gesso della statua. Il monumento fu dunque inaugurato il 9 giugno 1889 a Campo de’ Fiori con il concorso d’immensa folla plaudente a cui rispose anatema da oltretevere. Con Crispi lo Spirito Santo si prese le sue vendette sette anni dopo, sul campo di battaglia di Adua.


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Frasi e misfatti
entrati nel mito

Delatore. «Venezia, 23 maggio 1592. Alli Signori Inquisitori, io denuncio di aver sentito dire a Giordano Bruno...». Firmato: Giovanni Mocenigo. E’ l’inizio di tutto.
80 mesi. Tanto dura il processo concluso nel 1600.
Tortura. In carcere, Giordano Bruno viene sottoposto, molto probabilmente, alla tortura del «tratto di corda». Legato con le mani dietro alla schiena. Poi sollevato per le braccia con una carrucola in modo da provocare la slogatura delle spalle e la fuoriuscita delle ossa dalle scapole. Nel ’600, quello «della corda» era giudicato un trattamento non particolarmente spietato.
Aldilà. «Vorrei essere morto...».
Sesso. L’inquisitore gli chiede che cosa pensa «del peccato della carne fuori dal sacramento del matrimonio». Lui risponde: «Devo aver detto in passato che il peccato della carne è minor di altri e s’avvicina al peccato veniale. Ma lo devo aver detto per leggerezza...».
Pentito? «Egli ha detto che non deve né vuol pentirsi e non sa di cosa pentirsi né di cosa deve pentirsi» (dal verbale dell’Inquisizione.
In ginocchio. Così ascolta il verdetto di condanna a morte.
Ai giudici. «Forse pronunciate contro di me la sentenza con maggior timore di quanto ne provi io nel riceverla».
Nudo. Prima di issarlo sul rogo, lo spogliano completamente. Lo legano mani e piedi, con lunghe corde.
Mordacchia. In bocca, gli viene infilato un pezzo di legno. In modo che quella «fetida lingua» non possa sbraitare.
Uno spettatore (quel 17 febbraio 1600). «Egli volse il viso pieno di disprezzo quando, ormai morente, gli venne posto innanzi il crocefisso. Così morì bruciato miseramente. Ecco qui il modo con cui procediamo contro gli uomini o meglio: contro i mostri!».
Addio. «O tu, che rivelasti ai miei occhi lo spazio illimitato e i veri mondi, o stelle splendenti, non ci saranno luogo, sorte, tempo lontano dal mio punto di osservazione, non età che dimostrino i miei errori».

M. A.


Mercoledì 16 Febbraio 2000
A Campo de’ Fiori tutti rispettano il monaco-eroe. Però non sanno bene chi sia
«Un vero rivoluzionario
Ed è il nostro santo patrono»

NE PARLANO bene. Gli vogliono bene. Lo rispettano. Lo considerano un eroe speciale. Un ribelle, un contestatore, uno che difendeva la libertà e la verità. Ma se gli chiedi chi è... barcollano, finiscono nella nebbia. Per esempio possono risponderti anche così, semplicemente: «Io so solo che Bruno è ’na cosa seria... tanto seria che gli hanno dato foco», risponde Sandro Corsetti, un giovanotto nato e cresciuto a Campo de’ Fiori.
E sentite quest’altro, Franco Corsetti detto Frank, oste di una trattoria con tavoli proprio dirimpetto alla statua: «Nessuno dice mai perché questo posto si chiama Campo de’ Fiori. Prima era un campo di terra e basta, dopo che hanno bruciato Giordano Bruno so’ spuntati i fiori...». Ieri, ai piedi del monumento, qualcuno che si è firmato Pasquinotto ha lasciato un foglio di quaderno con una sorta di dedica. «Co’ sti fratuzzi bianchi, rossi e neri che vanno pe la Roma Giubbilare ritorneno de moda li misteri che fonneno er potere co’ l’artare e già nun penza più quasi nissuno com’è crepato qui Giordano Bruno. Brucianno su ’sta piazza quer ciarvello l’inquisitori tutti s’infangorno: imperocché chi penza cor budello è mejo che sia lui passato ar forno e no chi fu creatore vero e fiero der candelaio in libbero pensiero».
E’ nato a vicolo del Bollo, Goffredo Ciangola. E da mezzo secolo e passa ha il banco di frutta nello storico mercato: «Era un frate, l’hanno bruciato vivo i preti perché pensavano che era uno stregone. Invece diceva sempre la verità... che verità? Non lo so, però so che faceva del bene a tutti...». Elisabetta Cesarei che al mercato vende uova di giornata: «Era un filosofo che contestava i preti, gli diceva che le cose che facevano non andavano bene. E l’hanno bruciato...». Alessandro Conti, altro figlio di Campo de’ Fiori: «Da buon socialista quale era, dava fastidio a tutti, specialmente alla Chiesa. Chi è? Il principe del libero pensiero...». E l’amico, Stefano Fulvo, aggiunge: «Era un ribelle. E dov’è la sua statua, è stato sempre un punto di ritrovo dei contestatori, pure oggi...». Via dei Cappellari, la strada dei falegnami, dei restauratori, Lucilla Cerroni e Alessia Olleni avranno meno di trent’anni, e qui lavorano al restauro per l’appunto. Lucilla: «L’ho pure studiato, ma proprio non mi ricordo chi era...». Alessia: «E’ stato un rivoluzionario del suo tempo, è l’unica cosa che mi viene in mente...».
Girando per Campo de’ Fiori e dintorni, ti senti anche rispondere: era un grande, ma non l’hanno capito... Pensavano fosse un pazzo, un pazzo furioso... Era un martire, un martire innocente... Chi è? mica posso sapé tutta la storia di Roma, però posso dire che era dalla parte nostra, dalla parte del popolo, della verità...
E forse, il succo della antica e solida «amicizia» tra Giordano Bruno e il popolo di Campo de’ Fiori, sta tutto in quel che dice Mario l’idraulico: «Pe’ noi quel frate sulla piazza è come fosse il nostro patrono, il nostro santo protettore. E anche un amico, un amico vero. Che non tradisce...».


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Montaldo, il racconto
del dramma. Con enfasi

A PARTE un film muto diretto da Giovanni Pastrone, il Giordano Bruno di Giuliano Montaldo è l’unico film dedicato alla figura del domenicano ribelle. Girato nel 1973, fotografato da Vittorio Storaro con musiche di Ennio Morricone, interpretato da un Gian Maria Volonté non proprio calibrato e a tratti in difficoltà con il personaggio, Giordano Bruno appartiene a quel filone di cinema «impegnato» tipico dell’epoca (e, nella carriera di Montaldo, arrivava proprio dopo il grande successo di Sacco e Vanzetti), rigoroso, talvolta enfatico, un po’ gravato dal tentativo di commisurare quel passato eretico con le forzature ideologiche. Il film ha tra gli interpreti, oltre a Charlotte Rampling, musa del cinema d’impegno civile, anche il critico letterario Angelo Guglielmi, futuro direttore di Rai Tre. Era uno degli eretici che porgeva il collo alla mannaia... Degli eroici furori.


Mercoledì 16 Febbraio 2000
Basta un clic
per conoscere
i suoi scritti

A LUI che si dilettava seriamente di arti magiche, non sarebbe forse dispiaciuto che i suoi libri finissero fra le diavolerie dell’informazione elettronica. Basta un clic ed ecco, come per magia, tutto Bruno pagina per pagina, nel minuscolo spazio di un Cd Rom (anzi due, per Biblia di Milano e Lexis di Bologna): vi sono raccolte tutte le opere italiane e latine di Giordano Bruno, insieme con i documenti riguardanti il processo che lo mandò al rogo. Un altro Cd Rom è stato realizzato dal Comitato per le celebrazioni del quarto centenenario: oltre alla biografia del Nolano c’è una documentazione sulla "biblioteca ideale" di Bruno.
Per chi voglia leggerselo sulla carta, invece, le opere complete di Bruno sono edite dal Centro internazionale di studi bruniani di Napoli. Disponibili anche nuove edizioni o ristampe e diversi volumi di saggistica. Fra le uscite più recenti, i Dialoghi filosofici italiani (nei Meridiani di Mondadori); mentre Adelphi sta per pubblicare gli scritti di magia, in due volumi; e da Utet usciranno le Opere italiane. Per la saggistica si segnalano Giordano Bruno nell’Europa del Cinquecento (Salerno editore), e Bruno nel suo tempo, di Giovanni Aquilecchia (La Città del Sole, Napoli). Fra le ultime traduzioni delle opere di Bruno ce n’è anche una in lingua danese.

P. M. T.

Mercoledì 16 Febbraio 2000
Giordano Bruno
conteso tra Rutelli
e Pannella

ROMA - Sorpresa radicale davanti alla statua di Giordano Bruno. «Rutelli ha anticipato le celebrazioni, non potevamo lasciarlo solo - sibila Marco Pannella in mantellone grigio- D’altra parte Francesco è stato con noi tante volte qui a Campo de’ fiori». Ma una volta era diverso e ora Pannella si ritrova per le Regionali in trattative con il Polo. Che Rutelli ha definito un circo Barnum. «E’ una battuta: l’ha servita anche al centrosinistra. Onoriamo il primo cittadino-commissario del Giubileo, che, a parte tombe antiche distrutte da parcheggi, ha avuto questa buona idea per Bruno». Arriva Rutelli, la freddezza si taglia col coltello. Il sindaco pone la corona del Comune. Ma c’è già il cuscino di garofani rossi dei radicali.


Giovedì 17 Febbraio 2000
LA CITTA’

Mostre itineranti, spettacoli teatrali e convegni
per l’anniversario della morte di Giordano Bruno

Per il 400° annivesario della morte del filosofo nolano Giordano Bruno, bruciato sul rogo come eretico il 17 febbraio 1600, saranno attuate in Umbria diverse iniziative organizzate dall’apposito Comitato Umbro per le celebrazioni. Le manifestazioni si svolgeranno in molte città della regione con il patrocino della Regione, delle Province e dei Comuni umbri, del Comune di Nola, del Comitato Nazionale celebrazioni Bruniane, delle Accademie delle Belle Arti di Perugia e Napoli, dell’Università per Stranieri e quella degli Studi di Perugia.
Sul grande tema "Testimone dell’infinito: Giordano Bruno 1600-2000", sono stati programmati a Perugia una serie di appuntamenti che si svilupperanno nell’arco di alcune giornate. Sabato 19, alle ore 17, presso la Sala Cannoniera della Rocca Paolina, ci sarà l’inaugurazione della mostra di opere d’arte sul tema "Le ombre delle idee" ispirate al pensiero bruniano che sarà a Perugia fino al 27 febbraio. La mostra si sposterà poi in altri centri della regione per tutto l’arco dell’anno. Lunedì 21 e martedì 22 al Tetaro Morlacchi ci sarà lo spettacolo organizzato dal Teatro Stabile dell’Umbria (alle 21) e proposto dalla Compagnia "Assemblea Teatro" di Torino: "L’ultima notte di Giordano Bruno". Infine un convegno di studi per abato 26 febbraio, presso la Sala dei Notari con inizio alle 9,30. Interveranno Michele Ciliberto (presidente del Comitato Nazionale Celebrazioni Bruniane),i docenti universitari Franco Cardini, Silvio Calzolari e Andrea Scotti (Universiità di Firenze), Edoardo Mirri (Università di Perugia), Giuliana Conforto (Università de L’Aquila) e lo storico-saggista Giancarlo Seri.
Alle iniziative del Comitato Umbro per le celebrazioni Giordao Bruno ha dato la sua adesione anche il Collegio Cirscoscrizionale dei Maestri Venerabili dell’Umbria.

Giovedì 17 Febbraio 2000
Oggi pomeriggio conferenza del professor Mignini a quattrocento anni dal rogo
Giordano Bruno in cattedra all’università

Cade oggi il quarto centenario del rogo di Giordano Bruno, bruciato vivo in piazza Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, dopo un processo lungo anni davanti al tribunale dell’Inquisizione. Per ricordare l’opera di uno dei filosofi più profondi ed originali dell’Occidente, e per non dimenticare una data che ha segnato la storia e la cultura italiana, il professor Filippo Mignini, docente di Storia della filosofia presso l’ateneo maceratese, terrà questo pomeriggio una lezione aperta a tutta la cittadinanza. L’appuntamento è alle ore 17 presso il dipartimento di Filosofia, in via Garibaldi. «Metterò in evidenza soprattutto l’eredità che Giordano Bruno ci ha lasciato, non le singole dottrine o teorizzazioni — dice Mignini — Il filosofo di Nola è attuale ancora oggi, soprattutto per il suo "spirito eroico", che è l’atteggiamento filosofico per eccellenza. Atteggiamento che lo portava a scontrarsi con gli interlocutori, a non accettare niente come pacifico». Nell’incontro non mancherà, comunque, la presentazione del personaggio e l’illustrazione delle linee essenziali della sua produzione.
Giordano Bruno è ricordato a Macerata da una lapide proprio nel cuore della città. La posero nel 1888 studenti e cittadini su una delle colonne del municipio, in piazza della Libertà. Ma i rapporti di Bruno con il maceratese non finiscono qui. Infatti a Londra il "Nolano" entrò in relazione stretta con Alberico Gentili, il giurista ginesino che insegnava a Oxford. La testimonianza del loro incontro è riportata nel secondo dei "Costituti veneti". E nel quinto dialogo "Dell’infinito, universo e mondi" è introdotto il personaggio di Albertino, probabilmente un tributo a Gentili.

Giovedì 17 Febbraio 2000
Giordano Bruno, l’occasione di Ancona

di GIANCARLO GALEAZZI*

... più copernicano di Copernico, non è stato uno scienziato, bensì un uomo di pensiero dalla intensa religiosità, come hanno saputo mostrare (per limitarci a forme di spettacolo, ma, in questo caso, elevato) film quali Galileo e Giordano Bruno. Certo: il filosofo di Nola è espressione di una spiritualità, che va al di là dei miti e dei riti delle formule confessionali, e forse proprio per questo oggi più che in passato può essere collegato a quella ricerca di senso che nel nostro tempo è dolorosamente avvertita, seppure diversamente occultata.
Dunque, della sua filosofia innovatrice e della sua personalità appassionata bisognerebbe fare oggetto di studio e - perché no? - di spettacolo, ma di una spettacolarità non meramente provocatoria e cerebrale, che perpetua chiusure e riduzioni, tali che, anche dopo quattrocento anni, Bruno continua ad essere un pretesto pro o contro antitetiche impostazioni. L’imperativo è, allora, fuoriuscire da una logica strumentalizzatrice, che fa di Giordano Bruno il «falso scopo» per datate battaglie ideologiche. In questo senso ci sembra condivisibile la preoccupazione del cardinal Paul Paupard, il quale ha invitato a spostare l’interesse sulla concezione filosofica di Bruno. Al riguardo, appare che le osservazioni di Bruno ai contenuti di fede sostenuti dalla Chiesa sono inequivocabilmente critiche.
Ma prima di arrivare a questa conclusione, è pur necessario avvicinare Bruno per capirlo. In questa ottica non sarebbe un guadagno trascurabile, se l’occasione del quarto centenario della morte di Bruno portasse a superare gli atteggiamenti liquidatori nei confronti del suo pensiero, e gli atteggiamenti censori nei confronti della sua condanna. Il caso Bruno può e deve costituire nel nostro tempo tardomoderno un ulteriore ed efficace motivo di riflessione proprio su quell’idea di modernità, che in Bruno ha trovato una delle prime e più decise espressioni, e che è al centro dell’attuale dibattito, filosofico e culturale, sul cosiddetto postmoderno.
Giordano Bruno merita questa attenzione, ma ciò obbliga a fuoriuscire oggi dalla logica di ieri, quella che per esempio ha portato alla intitolazione a Bruno di non poche vie in Italia, compresa quella di Ancona: frutto, più che di conoscenza e apprezzamento del pensiero bruniano, soprattuto di spirito anticlericale e libertario. E’ tempo invece di fare oggetto di studio anzitutto la sua concezione, avendo chiaro che Bruno è stato un pensatore tormentato e provocatorio, che (novello Socrate) ha fatto della filosofia il senso stesso della sua vita.
Le iniziative, che la ricorrenza quadricentenaria ha già sollecitato o che sono in programma, a questo dovrebbero puntare. Ben vengano allora certi interventi del mondo ecclesiastico (dello scrittore de «La civiltà cattolica» e del presidente del Pontificio Consiglio per la cultura) e del mondo culturale (dal convegno internazionale alle manifestazioni musicali, dalle rappresentazioni alla mostra: tutte iniziative previste a Roma nell’arco del 2000). Nell’uno e nell’altro caso, però, è da evitare ciò che continua ad ostacolare una conoscenza più diffusa del pensiero bruniano: se bisogna guardarsi dallo spettacolarismo, dovrebbe pure essere evitato l’accademismo, cioè solo un tipo di intervento specialistico: lo sviluppo degli studi bruniani non è alternativo alla promozione di una cultura diffusa.
Questa dovrebbe essere tenuta presente, facendo conoscere la vita e l’opera di colui che può essere considerato il filosofo che morì per la libertà dello spirito o un pericoloso maestro del pensiero (secondo le definizioni, rispettivamente di Eugen Drewemann e di Gabriele La Porta, autori di due biografie, ripubblicate anche in edizione economica da Rizzoli la prima e da Bompiani la seconda). Di questa come di altre opere di Bruno (per esempio i Dialoghi filosofici italiani, riproposti ora da Mondadori) e su Bruno (come la monografia di Saverio Ricci, Giordano Bruno nell’Europa del Cinquecento, uscita recentemente dall’editrice Salerno) occorrerebbe fare altrettante occasioni per iniziative capaci di contribuire al rinnovamento di mentalità nei confronti del «caso» Bruno. E perché non pensare che proprio Ancona, dove la tradizione laicistica e anticlericale ha condizionato l’approccio a Bruno, possa mostrare come sia realizzabile un rinnovato approccio, più culturale, al filosofo di Nola?
Il problema, allora, è quello di operare una mediazione culturale, che permetta di avvicinare Bruno ad un vasto pubblico: il che richiede la realizzazione di inedite iniziative: serie non meno che accessibili. Come, poi, valutare il pensiero di Bruno o la sua condanna, è cosa che va lasciata alla capacità di discernimento individuale; a questa condizione apparirebbe anche più legittimo il pronunciamento (positivo o negativo che sia) da parte di specifiche istituzioni (laiche o ecclesiastiche), perché si collocherebbe in un contesto sensibilizzato culturalmente e non chiuso ideologicamente. Tale è, invece, la considerazione manichea che si è avuta in passato e che stenta ad essere accantonata: valga per tutti il problema della intolleranza (che caratterizzava non solo i nemici di Bruno ma lo stesso Bruno), o delle responsabilità della sua condanna (che coinvolse non solo la Curia romana ma anche la Repubblica veneziana).
Ancora una volta si evidenzia la necessità di una crescita culturale, che comporta, prima di qualsiasi giudizio, un minimo di conoscenza non preconcetta: a questo dovrebbe contribuire una ricorrenza, diversamente siamo alla solita ritualità, più o meno celebrativa e inconcludente, per cui, adattando un’immagine di Bruno, «si è semplici asini che portano cultura».


* Presidente della Società Filosofica Italiana di Ancona

Venerdì 18 Febbraio 2000
Mea culpa/Profondo rammarico «per quel rogo e per tutti gli analoghi casi». Giovanni Paolo II, tramite il cardinale Sodano,
esprime in una lettera il disagio della Chiesa per la condanna e per «la morte atroce» del filosofo. Ma non ne riabilita la dottrina
Giordano Bruno,
ora il Papa
chiede perdono

IL ROGO di Giordano Bruno, che arse all’alba del 17 febbraio del 1600 a Campo de’ Fiori, «costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico». Tuttavia, «questo triste episodio della storia cristiana moderna» non consente la riabilitazione dell’opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché «il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana». Sono questi i due passaggi più significativi della lettera che il cardinale Angelo Sodano, a nome del Papa, ha inviato al preside della Facoltà teologica di Napoli, don Bruno Forte, che ha organizzato un convegno sul tema: «Giordano Bruno: oltre il mito e le opposte passioni. Una ricognizione storico-teologica».
Profondo rammarico e mea culpa per quel rogo «e per tutti gli analoghi casi», precisa la lettera papale. Ma nessuna riabilitazione per la dottrina, si evince da questo che è l’unico intervento di Giovanni Paolo II sul caso di Giordano Bruno, sia pure per il tramite del suo segretario di Stato. Come dire: l’eresia c’era ma il modo di fermarla era antievangelico. Per una significativa coincidenza, l’anniversario del rogo cade a meno di un mese dalla «giornata del perdono», il 12 marzo, nella quale, con un gesto senza precedenti, il Pontefice procederà ad un atto di richiesta di perdono per le colpe storiche dei figli della Chiesa. «Un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le proprie mancanze e quelle di quanti hanno portato e portano il nome di cristiani», precisa la lettera, quasi anticipazione del gesto che riguarderà molti dolorosi capitoli della storia.
C’è un secondo passaggio della lettera di Sodano: non si esprime nessuna critica né condanna sull’operato svolto dai membri dell’Inquisizione, durante gli otto anni di processo, di esame delle opere dell’ex frate domenicano e di tentativi per convincerlo a recedere dalle posizioni ritenute eretiche, con tutto quello che comportavano per il codice penale del tempo. Tra i giudici di Bruno, ci fu il teologo e cardinale gesuita Roberto Bellarmino, poi dichiarato santo e dottore della Chiesa. Sodano non intende giudicare il passato con la mentalità di oggi e precisa: «Resta il fatto che i membri del Tribunale dell’Inquisizione lo processarono con i metodi di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce».
Il cardinale salva la buona coscienza dei giudici di allora, in quanto «dominati dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune, facendo anche il possibile per salvargli la vita». Ma, in ogni caso, «oggettivamente alcuni aspetti di quelle procedure e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa - in questo come in tutti gli analoghi casi - un motivo di profondo rammarico». Pur salvata la buona fede degli inquisitori e inserito il processo nei metodi del tempo delle società occidentali che perseguivano come reati anche le divergenze di opinione, resta il fatto - oggettivo e grave per il Papa - che «la verità non si impone che in forza della verità stessa» e che essa «va testimoniata nell’assoluto rispetto della coscienza e della dignità di ciascuna persona».
C’è un terzo livello problematico che la lettera affronta. Ed è il rifiuto delle attuali strumentalizzazioni del rogo di Giordano Bruno, come fu per il processo a Galileo. «Questo triste episodio della storia cristiana moderna - osserva il cardinale Sodano - è stato talora assunto da alcune correnti culturali come spunto ed emblema di un’aspra critica nei confronti della Chiesa». In effetti, questo 17 febbraio ha dato a parecchi l’occasione di polemiche ed esternazioni anticattoliche. Se il Papa ha deciso di chiedere perdono per le colpe del passato ha messo nel conto le condanne e le contumelie di oggi. Nessuna replica perciò. Difatti Sodano aggiunge: «Lo stile di dialogo inaugurato dal Concilio Vaticano II ci invita a superare ogni tentazione polemica per rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica».
Una replica indiretta ai condannatori di oggi, viene dal teologo e vescovo Rino Fisichella. Dopo aver ammesso che la Chiesa nel caso di Giordano Bruno non si fece «portatrice del Vangelo, dell’amore e del rispetto», dai microfoni della Radio vaticana ha aggiunto: «Però qui ci vuole anche il senso storico, è necessario che nessuno di noi si faccia arbitro e giudice di quello che è stato il passato. Montalambert diceva che tutti noi, per giudicare il passato, avremmo dovuto viverlo, ma per condannarlo non dovremmo essergli debitori di nulla. A me sembra che, credenti o non credenti, del passato siamo tutti debitori».
Numerose le reazioni alla lettera di Sodano, ma da posizioni globalmente contrarie alla natura stessa della Chiesa. Il gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Gustavo Raffi, vorrebbe che la Chiesa rinunciasse al concetto di eresia e quindi alla sua stessa dottrina. Lucio Colletti ammette di non comprendere «la politica del mea culpa» della Chiesa perché contesta ad essa «il diritto di condurre il confronto culturale in termini di dichiarazioni di incompatibilità». Per Claudio Cesa, docente di Storia alla Normale di Pisa, il rammarico papale «lascia indifferenti». Sul nostro quotidiano e sulla "Repubblica" compare un singolare necrologio di Giordano Bruno firmato da «Giovanna d’Arco, Galileo Galilei, Giuliano l’Apostata, Catari, Valdesi, streghe tutte, Pier Paolo Pasolini e tutti i liberi pensatori che non perdonano i loro persecutori».



Giovedì 17 Febbraio 2000
NARNI

Il busto di Giordano Bruno
torna oggi in piazza Cavour

NARNI — Il busto in bronzo di Giordano Bruno tornerà in piazza Cavour a Narni, oggi, in occasione del quattrocentesimo anniversario della morte sul rogo del filosofo che fu accusato di eresia. Lo ha deciso l’amministrazione comunale in accoglimento di una richiesta avanzata già da qualche tempo dal comitato cittadino che si è costituito proprio per chiedere che quel busto abbia una collocazione "più dignitosa".
Attualmente esso è collocato nell’atrio del palazzo dei Priori, il palazzo comunale, dove fu portato dopo essere stato rimosso proprio da piazza Cavour.
Probabilmente nella piazza resterà soltanto oggi, però, giornata della commemorazione «del grande filosofo e scrittore — dice il sindaco Annesi — ma questa è l’occasione per avviare un percorso che potrà portare a una definitiva e dignitosa collocazione del busto».

Venerdì 18 Febbraio 2000
Narni divisa sul busto dell’eretico
La statua di Giordano Bruno per un giorno torna davanti al Duomo

NARNI — Lo porta con sé l’anticlericalesimo. E le polemiche. Giordano Bruno, basta nominarlo, perché scorrano di nuovo davanti agli occhi della gente sentimenti sconosciuti di divisione. E’ bastato che la statua, che lo raffigura a Narni si muovesse per "celebrare", per ricordare il suo martirio in Campo de’Fiori a Roma, secoli fa, che la divisione tra cattolici e non tornasse a serpeggiare. Incredibile, come nei primi anni del ’900, quando sull’onda del "libero pensiero", uno scalcinato fonditore realizzò un busto con lo sguardo minaccioso e lo mettesse davanti al duomo, davanti al vescovado. Un insulto: i preti che uscivano dalla chiesa si vedevano davanti quello sguardo perentorio. Qualche brivido lo devono aver sentito per forza se la statua, dopo la restaurazione "mussoliniana", prese la strada dei magazzini comunali. Scomparsa. Ma le celebrazioni hanno avuto il potere di portarla, anche se per un solo giorno, di nuovo alla prepotente ribalta, di nuovo al posto che le "competeva" davanti al duomo: «E’ una violenza ideologica — spiega Daniele Latini, il vice-sindaco dei Popolari, oggi anche difensore della cristianità militante — mettere quella statua davanti al duomo, che ricorda sì gli errori ma anche i tanti martiri cattolici».
Detto questo Latini se n’era andato a casa: la sua opera compiuta, la buona azione di evitare di rivangare il passato con l’apposizione anche se per un giorno della statua davanti alla cattedrale, messa nella bisaccia, anche perché aveva strappato la promessa al sindaco Annesi, che la statua si sarebbe mossa ma solo per andare nei pressi del liceo scientifico di Narni Scalo. L’assessore Latini era veramente soddisfatto: «Sono riuscito nell’intento» aveva annunciato a destra e a manca ieri mattina, forte del fatto che quando era salito in Comune la statua era lì, al suo posto di sempre. Ma forse l’aspettavano, lo tenevano d’occhio perché un minuto dopo, zitti zitti, gli operai con il simbolo del grifo di Narni hanno azionato i verricelli e caricato tutto il bronzo sul camion: destinazione piazza Cavour, destinazione duomo.

M.G.


Il Mattino

Venerdì 18 Febbraio 2000

ANCHE SU «LE MONDE»
NECROLOGI ANTICLERICALI

Ci sono anche Giovanna d'Arco, Galileo Galilei, Giuliano l'Apostata, i Catari, i Valdesi, le streghe tutte, Pier Paolo Pasolini «e tutti i liberi pensatori che non perdonano i loro persecutori» a ricordare Giordano Bruno in occasione dei 400 anni dalla morte sul rogo. Così si legge infatti in un necrologio pubblicato su «La Repubblica». L'annuncio commemorativo però non è firmato dal committente, ma sembra che sia stato pagato da un gruppo di intellettuali anticlericali romani. Sulla «Repubblica» inoltre anche un necrologio firmato da dodici personalità della cultura e del giornalismo italiano. Tra i firmatari, il fisico francese Jean-Marie Levy-Leblond, lo scienziato che insieme a trenta colleghi d'Oltralpe ha acquistato un costosissimo necrologio su «Le Monde» per ricordare Bruno.


Venerdì 18 Febbraio 2000

Che errore quell’eretico al rogo

Bruno Forte
Il 17 febbraio di quattro secoli fa moriva bruciato vivo in Campo de' Fiori a Roma Giordano Bruno. Frate domenicano, formatosi a Napoli in San Domenico Maggiore, lasciò presto la sua condizione e la sua patria per inseguire il sogno della sua vita, che lo fece cercatore inquieto, incapace di sentirsi a casa da qualunque parte, lui che pure considerava sua patria il tutto universale. Fu continua in lui l'ambizione di una cattedra da cui potesse insegnare al mondo la verità che credeva di aver raggiunto, come continua fu la fuga dai pericoli da cui si vedeva dappertutto minacciato, fra amici che si trasformavano in nemici e potenti protettori che divenivano i suoi accaniti persecutori.
Cercò di salvarsi, disposto anche ad abiurare molte delle sue tesi: ma affrontò la morte con dignità, senza rinnegare ciò per cui aveva lottato. Alcuni lo considerarono il campione del libero pensiero, il vero fondatore della filosofia moderna, l'antesignano della modernità emancipata. Altri - forse con maggiore oggettività - videro in lui un genio acerbo, al confine fra Medioevo ed Età moderna, ammaliato in maniera perfino ingenua dalla ricerca della «chiave universale» che gli aprisse l'accesso al segreto di tutte le cose, eppure disincantato di fronte alla vita e alla storia come solo uno spirito adulto sa essere.
In questa contraddizione sta probabilmente la ragione del fascino che Bruno esercita oggi, in questa stagione di naufragio e di inquietudine, che è il tempo della cosiddetta «post-modernità»: la linea d'ombra che attraversa la sua vita e il suo pensiero, ponendolo a cavallo fra eredità medioevali e anticipazioni moderne, lo rende forse più vicino ai protagonisti di un'età di transizione come la nostra, che sta fra il rigetto delle presunzioni della ragione ideologica e la ricerca di un possibile senso al di là del naufragio e delle solitudini senza speranza.
Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia del Nolano si gioca totalmente in questa «metafisica dell'ombra», in questo aver concepito la grandiosità dell'universo assimilato a Dio, custodendo tuttavia lo spazio per un misterioso eccesso, verso cui apre la magia, l'ironia, l'accesa fantasia e inventiva del cercatore mai soddisfatto.
Dal punto di vista delle ragioni teoriche dei suoi giudici la condanna di Bruno fu del tutto coerente: né la simpatia che suscita oggi la sua vicenda può farlo passare per ciò che non fu. L'appiattimento del divino e del mondano, la passione per il tutto in cui immergersi e navigare con la mente e con la vita, non sono, né saranno mai conciliabili con una metafisica della Trascendenza, che riconosca il Dio personale come mistero assoluto, a cui aprirsi nell'ascolto e nell'umile risposta della fede. Ciò che però il Nolano mostra - soprattutto con l'eloquenza silenziosa del momento supremo della sua vita tormentata, inseparabilmente tristissima e felice - è la passione per la ricerca della Verità: e ciò che resta è che coloro che in nome della Verità lo condannarono alla morte crudele dimostrarono proprio nella pretesa di difendere così la Verità di credere troppo poco alla forza della Verità stessa.
Giustamente la Chiesa chiede oggi perdono per l'uso di questi metodi, che offendono la dignità della persona umana e fanno del Vero più un possesso umano, che non un mistero trascendente e sovrano, cui corrispondere nella libertà. Se compie quest'atto di coraggio - in maniera tutt'altro che retorica, come dimostrano i pronunciamenti di Giovanni Paolo II - la Chiesa lo fa al servizio di tutti, per testimoniare una fede nella Verità che invita tutti a misurarsi col Vero che ci trascende e con le sue esigenze, che non altra forza chiedono al di fuori di una irradiazione liberamente testimoniata e altrettanto liberamente accolta. Veramente, allora, la domanda di perdono della Chiesa, come afferma il Papa, «non deve essere intesa come ostentazione di finta umiltà, né come rinnegamento della sua storia bimillenaria certamente ricca di meriti nei campi d