Come ogni anno, all'avvicinarsi del 17 febbraio, Giordano Bruno torna ad essere
protagonista delle pagine culturali dei quotidiani.
Ad articoli originali e interessanti, come quello di Umberto Galimberti su
Repubblica, fanno da contraltare i malevoli attacchi dei soliti noti.
Ecco allora spuntare sul Corriere della sera tal Richard Newbury, ultimo alfiere
dell'anti-brunismo anglosassone, che si affanna a rispolverare le ormai
patetica favoletta di Bruno-spia inventata da John Bossy. Meraviglia anche che
un giornale importante come il Corriere dia ospitalità ad articoli che, al
di là del loro contenuto, sono privi di qualsiasi originalità.
Riporto qui un mio commento all'articolo e la replica di Nuccio
Ordine, apparsa
sullo stesso quotidiano ed invito, come sempre, tutti Voi ad esprimere i Vostri
pareri sull'argomento.
sabato, 27 dicembre, 2003
| Uno 007 nel 1500. «Mi chiamo Bruno, Giordano Bruno» |
| ITALIANI in INGHILTERRA | |
| Newbury Richard |
Giordano Bruno non si sentì mai così felicemente a casa quanto nel corso dei suoi due anni in Inghilterra dal 1583 al 1585, quando riuscì a diventare il guru del momento e come tale oggetto della satira di Shakespeare in Pene d' amor perdute, nella parte di Berowne: «Andiamo allora, io giuro di studiare / per sapere qualcosa che m' è proibito imparare». A Oxford venne respinto come professore perché seguace di Copernico e per plagio di Marsilio Ficino, così furono Londra e la Corte reale a divenire - così lui decise - il suo spazio d' azione e non una Oxford popolata da «ciechi somari che non si preoccupano di cercare la verità ma solo di studiare e giocare con le parole». Bruno fu un' ispirazione per il «New Drama» e la «New Science», frutto di un fermento da alchimista di magia e matematica, astronomia e astrologia, tutti fusi nel falso oro della scienza moderna. Il Nolano ispirò la controcultura anti Aristotelica e «ateistica» della School of Night di Sir Walter Raleigh, il cui esperimento pratico fu la colonia alla Prospero in Virginia e quello creativo il Dr Faustus di Kit Marlowe, un personaggio in parte basato su Bruno. Anche Bruno studiava come Faustus a Wittenberg, come pure non solo Amleto (che come Bruno capovolge una corte aristotelica) e il suo amico «spirito calmo» Orazio ma anche i suoi nemici, le spie Rosencranz e Guildenstern. A venire assassinato non fu solo il padre di Amleto, ma anche i capi di Stato dell' epoca di Scozia, Olanda e Francia (per ben due volte). Il fatto che una scomunicata Elisabetta non abbia patito lo stesso destino è in gran parte dovuto a Bruno la Spia, al servizio del fondatore dei servizi segreti di Elisabetta Sir Francis Walsingham, per il quale «nessuna informazione è troppo costosa». Enrico III inviò Giordano Bruno, il suo lettore domenicano rinnegato, a fare da cappellano, confessore ed elemosiniere presso Michel de Castelnau, suo ambasciatore francese a Londra in un periodo nel quale l' ipotesi di matrimonio tra Elisabetta e suo fratello il duca di Alençon e d' Angiò - «la mia ranocchia», lei lo chiamava - era caduta. Ora Castelnau negoziava ufficialmente per un esilio in Francia della regina scozzese Maria, mentre complottava per farla diventare regina d' Inghilterra. Giordano Bruno, nelle sue vesti di 007, ebbe un ruolo cruciale nello sventare questi piani. Odiava il papato e la dottrina protestante della Predestinazione quasi allo stesso modo, ma era a favore della politica estera protestante di Elisabetta perché era la più contraria agli interessi del Papa. Bruno agiva già sotto copertura nell' Inghilterra protestante come il prete cattolico in borghese nell' ambasciata e venne presentato a Elisabetta come il gentiluomo di Castelnau. Quando il polacco Palatine Laski arriva, Elisabetta lo fa alloggiare con i cattolici italiani a Winchester House e la regina (con Walsingham) chiede a Bruno di accompagnarlo in un viaggio sul fiume fino a Oxford. Qui incontra l' esperta spia William Herle e a Mortlake incontra John Dee, il primo alchimista e matematico inglese che parte con Laski alla volta della Polonia, lasciando così il ruolo di guru a disposizione di Bruno. Questi sistemò l' altro rivale filosofico Lord Henry Howard con la falsa accusa di essere in segreto un prete e persino un cardinale - cosa per cui l' erudito Lord rischiò una morte da traditore, terribile quanto quella che sarebbe stata la fine dello stesso Bruno. Scrivendo prima a Walsingham sotto lo pseudonimo di Henry Fagot (che in inglese significa «fascine per rogo»), poi tramite la spia Herle e infine direttamente a Elisabetta, Bruno corrompe il segretario dell' ambasciatore, il cattolicissimo signore di Courcelles, per ottenere accesso a tutta la corrispondenza segreta tra Maria e la Francia, compresi i depistaggi. Può così confermare la notizia che Angiò ora progettava un matrimonio spagnolo e un' alleanza tra Francia e Spagna in funzione antinglese; Bruno inoltre apprende che Fowler, la spia di Walsingham, faceva il doppio gioco e procura l' unica prova tangibile del complotto di Francis Throckmorton, risalente al 1583 e abortito grazie allo stesso Bruno, di invadere l' Inghilterra con truppe francesi e spagnole, assassinare Elisabetta e incoronare Maria, mentre il duca di Guise doveva succedere a Enrico III. Così Throckmorton viene processato e giustiziato, mentre Bruno osserva la reazione di un Castelnau in preda al panico. Questo complotto fu la più seria minaccia alla vita di Elisabetta fino all' Invincibile Armata del 1588. Bruno fu un genio di invenzione immaginativa. I suoi rapporti sui tentativi di avvelenare i profumi e la biancheria intima di Elisabetta e l' informazione sadicamente falsa - ottenuta confessando un prigioniero irlandese - che sotto tortura Throckmorton non aveva ancora rivelato tutti i cospiratori erano sbagliati almeno nei dettagli, se non in generale. Riuscì a scoprire in tempo Thomas Babington: il suo complotto del 1586, ancora una volta fallito e organizzato con la connivenza di Maria, portò al processo e stavolta all' esecuzione della stessa Maria. Bruno era una spia eccellente: coraggioso, arguto, sicuro, ottimo osservatore e privo di scrupoli morali nei confronti di amici e nemici. C' è una giustificazione cifrata nell' opera Spaccio de la bestia trionfante (1584): «La Simplicità, pedissequa de la Veritade non deve lungi peregrinare dalla sua regina, benché talvolta la dea Necessitade la costringa di declinare verso la Dissimulazione, a fine che non vegna inculcata la Simplicità o Veritade, o per evitar altro inconveniente. Questo facendosi da lei non senza modo ed ordine, facilmente potrà essere fatto ancora senza errore e vizio».
Ancora
fascine sul rogo di Bruno
Guido del Giudice
“Una costellazione di pedantesca ostinatissima ignoranza e presunzione mista con una rustica inciviltà”. Questa la descrizione che Giordano Bruno dà nella Cena delle Ceneri, del clima culturale che egli avvertì a Oxford quando, nel 1583, tenne lezioni in quella università.
Quelle parole, che già all’epoca provocarono una piccola rivolta con tanto di assalto all’ambasciata francese dove Bruno alloggiava, tanto da indurlo a mitigarne il tono nel De la Causa principio et uno, pesano ancora come un macigno sulla coscienza culturale degli inglesi. La missione di vendicare quell’onta si tramanda di generazione in generazione tra i discendenti dei dottori oxoniensi, che però non riescono a far nulla di meglio che rendersi degni di quel giudizio.
Cominciò già nel 1604 George Abbot, futuro Arcivescovo di Canterbury, allora vice-cancelliere a Oxford, a parlare con disprezzo di quell’omiciattolo italiano […] che rimboccandosi le maniche come un giocoliere…. intraprese il tentativo, fra moltissime altre cose, di far stare in piedi l’opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre, in verità, era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo.
In tempi più recenti Frances Yates fornì un supporto critico ai detrattori del Nolano con la sua sciagurata interpretazione del “mago ermetico”, tanto efficace nel ricercare il profondo rapporto di Bruno con l’ermetismo, quanto incapace per mentalità e sensibilità di comprenderne il senso vero e di valutarne il giusto peso nel complesso della sua filosofia.
Nel 1991 toccò allo storico John Bossy cimentarsi nell’impresa di ricacciare in gola al Nolano le sue offese: nel suo “Giordano Bruno and the Embassy Affair”, egli compie il più infame e meschino tentativo di infangare il genio di un Italiano, mai perpetrato da un inglese. Inventa un racconto poliziesco, nemmeno tanto interessante, e pretende di spacciarlo per storia: Bruno viene così identificato con un certo Fagot (in inglese “fascine per rogo”!), spietato e cinico prete-spia al servizio di Sir Francis Walsingham. Con forzature oltre ogni credibilità (addirittura arriva ad asserire che Bruno scrivesse con due grafie diverse: una per le sue opere e una per le missive segrete di Fagot!), l’ineffabile Mr. Bossy trasforma l’ispirato profeta dell’universo infinito in uno squallido, blasfemo sbeffeggiatore, maestro dell’inganno e della turpitudine.
Eppure basterebbe pensare alle opere immortali che il Nolano scrisse nel breve periodo dell’ esperienza inglese, per capire che sarebbe stato impossibile conciliare l’ispirata e geniale riflessione filosofica dei Dialoghi Italiani con le ciniche informative del delatore. E’ un sistematico e premeditato sovvertimento della figura morale del filosofo: è lui il Giuda, non più Mocenigo! L’attitudine alla beffa dissacrante del Candelaio diventa l’habitus consueto di colui che girò il mondo per diffondere le proprie idee, non certo le proprie burle o facezie. Al culmine della sua “fatica” Bossy getta la maschera e conclude”: “Ben gli è stata la sua sorte!”, dando libero sfogo al livore e alla furia iconoclasta che l’hanno ispirato.
Col tono del gossip di fine anno, è ora la volta di Richard Newbury di riesumare e condire il peggio delle invenzioni scandalistiche di Bossy e riproporle con l’aggiunta di qualche malignità personale .
Il titolo dell’articolo sembra già suggerire che gli “Italiani in Inghilterra” il minimo che possano fare è comportarsi da spie amorali e senza scrupoli, poco importa che si tratti di pensatori del calibro di Giordano Bruno. Anche Shakespeare e Marlowe, che subirono il fascino potente del Nolano, sono obbligati ad abiurare : il ghigno satanico di Bruno trasfigura i volti del Berowne di Pene d’amor perdute e del Dr. Faustus. Perfino Amleto divide con lui la colpa di aver studiato a Wittenberg! Per il resto si tratta del resoconto poco originale delle malefatte del filosofo-spia nei due anni trascorsi in Inghilterra, alla luce della ricostruzione di Bossy.
La citazione di sapore machiavellico che conclude l’articolo, scovata con forzato acume nello Spaccio della bestia trionfante, sull’opportunità della Dissimulazione ben si attaglia, più che a Bruno-Fagot, a questi falsari della storia che, nel meschino tentativo di consumare una vendetta, aggiungono onta da onta, ridicolo a ridicolo.
Guido del Giudice, 2004
| DISCUSSIONI 2 Una tesi senza prove obiettive |
| Ma Bruno non era una spia | |
| Ordine Nuccio |
I miti, si sa, non sempre giovano agli autori che ne sono oggetto. Capita
spesso, infatti, che le grandi figure finiscano per essere ingiustamente
coinvolte in vicende leggendarie con il solo scopo di provocare scandalo e
clamore. Mi pare che in questo contesto vada collocata la fantasiosa ipotesi di
un Giordano Bruno spia al servizio degli 007 inglesi, teorizzata da John Bossy
nel 1991 e di cui Richard Newbury fa indirettamente menzione nel «Corriere»
del 27 dicembre. Il filosofo di Nola sarebbe l' autore di una serie di missive
inviate, con lo pseudonimo di Henry Fagot, al segretario Walsingham. Ma su quali
basi viene fondata l' identificazione tra Fagot e Bruno? Nessuna. La grafia
della spia non coincide con quella di Bruno? Non c' è da meravigliarsi: il
filosofo, per non farsi scoprire, ha contraffatto la sua scrittura. Come avrebbe
potuto il Nolano redigere quelle missive in francese? Non è un problema: nelle
opere italiane non mancano i francesismi. Com' è possibile che una delle
lettere sia inviata da Parigi fine ottobre-inizi novembre 1586, mentre i
documenti attestano che Bruno lasciò la capitale francese nel giugno di quell'
anno in seguito a una violenta disputa tenuta nel Collège di Cambrai e che
intorno a quella data si trovasse già in Germania? Semplice: Bruno era sì in
Germania, ma nessuno può smentire che si fosse recato a Parigi, solo per
qualche giorno, proprio per spedire le sue informazioni a Londra! Altre perle si
potrebbero aggiungere alla collana. Su questi castelli in aria, insomma, Bossy
costruisce l' immagine di un uomo privo di scrupoli, assetato di denaro, pronto
a tradire gli amici e il re di Francia. Un' immagine, insomma, di uno
spregiudicato che in nome delle sue malefatte avrebbe addirittura ben meritato
l' atroce rogo di Campo de' Fiori. Indipendentemente dall' infondatezza della
tesi, bastava leggere con attenzione le sue opere, i documenti e le più
accreditate biografie per prendere subito coscienza di un Bruno diametralmente
opposto a quello fantasioso disegnato da Bossy. Raramente, in un' epoca dominata
dal servilismo, è possibile ritrovare una profonda coerenza tra biografia e
pensiero. L' esperienza umana e intellettuale del filosofo, infatti, testimonia
che la conquista del sapere e il diritto alla parola è frutto di una battaglia
quotidiana, di un rigoroso impegno, di un forte sacrificio. E proprio per
difendere la sua filosofia dell' infinito e il suo amore disinteressato per la
conoscenza, il Nolano non ha mai esitato a scontrarsi con potenti avversari
nelle corti e nelle aule universitarie di molte città europee, rinunciando,
volta per volta, a privilegi e a onori. Fino a concludere la sua esistenza, come
la farfalla degli Eroici furori, nella luce di un rogo. Ma tra quelle fiamme,
alimentate da una feroce intolleranza, Bruno, da uomo libero, ha scritto una
delle pagine più eloquenti della sua filosofia.
L'EREDITA' DI UN FILOSOFO
GIORDANO BRUNO
L'uomo non è affatto il padrone del mondo
Umberto Galimberti
Un pensiero controcorrente che in qualche modo anticipava addirittura
Darwin per l'evoluzione del corpo.
Ora disponiamo di riedizioni molto accurate delle opere basate su studi profondi
come quello di Nuccio Ordine
Ce n'era abbastanza per tagliargli la lingua e bruciarlo vivo a Roma in Campo de' Fiori il 17 febbraio del 1600. Aveva anticipato troppo i tempi, aveva detto verità che. solo oggi noi sentiamo familiari. Aveva messo in discussione la centralità dell'uomo nell'universo, si era spinto a negare la trascendenza di Dio. Dubitava che lo sguardo matematico degli scienziati fosse quello idoneo a comprendere la natura, e che lo sguardo teologico dei preti avvicinasse a Dio. Leggeva la filosofia in chiave comica e la commedia in chiave filosofica per relativizzare tutte le verità che pretendono l'assolutezza. Ai preti, a cui assegnava solo il compito di garantire l'ordine sociale con gli strumenti della fede, preferiva i maghi impegnati a reperire le costanti della natura (i vincoli) e quindi la sua conoscenza. Denunciava le violenze del cristianesimo perpetrate in America Latina dal quel "pirata" che era, a suo parere, Cristoforo Colombo, il quale barattava battesimi con oro e argento. Ce n'era abbastanza per tagliargli la lingua e bruciarlo vivo. Sto parlando di Giordano Bruno (1548-1600) di cui, in occasione dell'anno bruniano, la Utet ha editato le Opere italiane in due volumi per complessive 1856 pagine, già apparse in Francia da Les Belles Lettres e in procinto di essere tradotte in tedesco, spagnolo, svedese, rumeno, giapponese e cinese. L'edizione italiana, che si avvale degli studi di Giovanni Aquilecchia, maestro per cinquant'anni di studi bruniani, è stata curata da Nuccio Ordine, autore di una magistrale, e per me entusiasmante, Introduzione di 200 pagine, che sono parte di un più ampio saggio che, col titolo: La soglia dell'ombra. Letteratura,filosofia e pittura in Giordano Bruno, è stato pubblicato da Marsilio in Italia e da Les Belles Lettres in Francia. La prima opera in lingua italiana di Bruno è una commedia: Il candelaio, pubblicato a Parigi nel 1582. Ad essa seguirono sei dialoghi filosofici pubblicati a Londra tra il 1584 e il 1585. La commedia Il candelaio non fu ospitata dalla raccolta delle opere di Bruno curata da Giovanni Gentile, perché non ritenuta un' opera filosofica. In realtà Gentile non aveva capito che l'intento,di Bruno era di destabilizzare i generi letterari e dimostrare che si poteva parlare comicamente di filosofia e filosoficamente della commedia, per relativizzare, tutte le verità credute assolute, a partire dall' ordine cosmologico allora ipotizzato, che fungeva da supporto teologico per affermare la centralità dell'uomo nell'Universo e la sua destinazione" celeste. Bruno, che rifiutava la concezione geocentrica di Tolomeo, vuole liberare la terra dalla falsa immobilità e dai falsi principi di una filosofia teologizzante che, ponendo l'uomo al centro dell'universo ne fa il "dominatore e il possessore del mondo" come qualche anno dopo dirà Cartesio. Ma a Bruno non basta superare Tolomeo, cosa che aveva già fatto Copernico e dopo di lui Galileo e Cartesio. Bruno vuole superare anche l'eliocentrismo copernicano perché, pur avendo ammesso la centralità del sole rispetto alla centralità della terra, Copernico, a parer di Bruno, rimaneva ancorato a una cosmologia tradizionale, chiusa e delimitata, senza approdare a un universo infinito, senza centro e senza limiti, popolato da innumerevoli mondi e difficilmente conciliabile con le esigenze della "ragione calculatoria" tanto cara agli scienziati del suo tempo. Così dicendo, Bruno si pone contro sia gli scienziati che ritengono la natura indagabile solo con strumenti matematici, sia i teologi che vedono sconvolta l'architettura dell'universo, secondo la quale Dio ha creato un mondo finito, con al centro l'uomo, dominatore della natura e al contempo così bisognoso di salvezza da richiedere la discesa in terra del figlio di Dio. Questa presa di posizione su entrambi i fronti consente a Bruno di smascherare quella sotterranea parentela che, al di là delle dispute, lega la tradizione cristiana all'agnosticismo scientifico. L'una e l'altro infatti condividono la persuasione che l'uomo, disponendo dell'anima come vuole la religione o della facoltà razionale come vuole la scienza é, tra gli enti di natura, l'ente privilegiato che può sottomettere a sé tutte le cose. A questa enfatizzazione cartesiana del soggetto (Ego cogito) preparata dalla tradizione giudaico-cristiana (per la quale l'uomo è immagine di Dio. e, quindi nel diritto di dominare su tutte le cose), Giordano Bruno contrappone un percorso radicalmente diverso da quello che caratterizzerà per secoli il pensiero europeo. Non il primato dell'uomo, ma il primato degli equilibri sempre instabili e sempre da ricostruire tra tutti gli enti di natura che, al di fuori di ogni scala gerarchica) godono tutti di pari dignità, perché la più minuscola pulce è al centro dell'universo allo stesso titolo della più luminosa delle stelle. Spezzare l'ordine gerarchico significa distruggere la scala dei valori che faceva da sfondo sia alla visione teologica sia a quella scientifica del mondo che, a parere di Bruno vanno sostituite dalla visione magica che non è potere sulla natura, ma scoperta dei vincoli con cui tutte le cose si incatenano, secondo il modello eracliteo dell'invisibile armonia". Per questa concezione filosofica, antitetica sia alla scienza matematica che si alimenta della progettualità umana, sia alla religione che, se da un lato subordina l'uomo a Dio, non esita a considerarlo, fin dal giorno della sua cacciata dal paradiso terrestre, dominatore di tutte le cose, Giordano Bruno fu trascurato dagli scienziati del suo tempo che stavano inaugurando il sentiero che sarà poi percorso dal pensiero occidentale, e bruciato vivo a Roma, in Campo de' Fiori, dalla Chiesa che allora, per dire la sua, disponeva di metodi più spicci. Ma oggi che il potere dell'uomo sulla natura inquieta l'uomo stesso, perché il suo potere di "fare" è enormemente superiore al suo potere di "prevedere" e di "governare" la propria storia, forse è opportuno un ritorno al pensiero di Bruno, per scorgervi, oltre all'anticipatore degli "infiniti mondi" contro il geocentrismo del suo tempo, colui che, proprio in forza degli "infiniti mondi" dubita che l'uomo possa essere pensato come il centro dell'universo e quindi in diritto di disporne secondo i modesti e al tempo stesso terribili schemi della sua acritica progettualità, perché alla legge del Tutto, a cui si volgeva la magia bruniana, impone la legge dell'uomo (occidentale) sul Tutto. Ma chi è l'uomo per Giordano Bruno? Con un'anticipazione che potremmo dire "darwiniana" l'uomo, al pari di tutti gli animali, è deciso dalla sua conformazione corporea, e la sua, superiorità non è dovuta tanto all'anima, alla ragione, alla mente, ma alla forma del suo corpo. A differenza del primate più evoluto, l'uomo infatti ha la mano libera nel cammino, e ciò consente a tutto il suo corpo di liberarsi nella manipolazione del mondo. Questa manipolazione si chiama "lavoro", in cui è la specificità dell'uomo e la sua differenza dall' animale, per cui non Adamo nel paradiso terrestre che oziava nella più assoluta incoscienza di sé, ma Adamo dopo il peccato originale che assume su di sé la "condanna" del lavoro (che a parere di Bruno è l'unica condizione per costruire cultura e civiltà) è la vera immagine dell'uomo. Non più impiegata come utensile la mano, che due secoli dopo Bruno, Kant definirà: "il cervello esterno dell'uomo", è capace di gesti espressivi che sono negati agli animali, perché questi non disponendo di una mano libera, si trovano nell' impossibilità di esplorare il mondo, con tutte le conseguenze-comportamentali e cognitive che, una volta acquisite grazie all'uso della mano, verranno messe in conto all'anima. Se non disponesse di una mano libera infatti, scrive Bruno: "L'uomo in luogo di camminare serperebbe, in luogo d'edificarsi palaggio si caverebbe un pertuggio, e non gli converrebbe la stanza, ma la buca". Nonostante questo depotenziamento dell' origine dell'uomo,' più parente dell'animale che di Dio, Giordano Bruno è un grande umanista che non cade nell' errore in cui, due secoli dopo, sono caduti gli illuministi che, come vuole la denuncia di Rousseau: "Confondono l'uomo di natura con gli uomini, che hanno sotto gli occhi. Sanno assai bene cos'è un borghese di Londra e di Parigi, ma non 'sapranno mai cos' è un uomo". Di qui la condanna di Bruno ne La cena de le ceneri contro la spedizione di Cristoforo Colombo, contro una "conquista mascherata da scoperta". Le popolazioni ameroinde, scrive Bruno, avevano una loro cultura, una loro lingua, una loro religione. Avevano insomma il diritto di vivere in pace secondo le loro leggi e i loro costumi. Ma la brama spregiudicata del profitto ha trasformato presunti marinai animati dal desiderio di conoscenza in vili pirati assetati di oro e argento che sulle loro navi, scrive Bruno ne Lo spaccio de la bestia trionfante, imbarcarono: "L' abominevole Avarizia, con la vile e precipitosa Mercatura, col disperato Piratismo, Predazione, Inganno, Usura e altre scelerate serve, ministre e circostanti di costoro". Bruno aveva capito che non basta celebrare l'uomo, come nell' età umanistica si faceva, per conoscere l'uomo. E non si può conoscere l'uomo se lo si pensa, come vuole la religione e la scienza "padrone e dominatore del mondo". Meglio una filosofia che lo riconosce negli "infiniti mondi" e così lo relativizza, armonizzandolo con tutti gli enti di natura, su cui l'uomo non può esercitare il suo incontrastato dominio, ma di cui deve prendersi semplicemente cura. Perché la sorte dell'uomo non è disgiunta dalla sorte dell' altro uomo e neppure dagli enti di natura, come l'acqua, l'aria, gli animali, le piante, la terra, verso cui, soprattutto oggi, abbiamo dei doveri che nessuna morale, ad eccezione di quella bruniana, ha finora contemplato.