Roma                                                                        Venerdì, 17 Marzo 2000


Da quattrocento anni Bruno è dilaniato da ermeneutiche che ne sfigurano il pensiero. Basti pensare che alcuni ancora ritengono il Nolano bruciato per stregoneria, uno che morì sputando sul crocefisso. Ma anche nei secoli successivi, si stima Bruno come il più antidemocratico dei pensatori. La recente "brunomania" che ha accompagnato ed avvolto le celebrazioni del suo anniversario, 400 anni dal rogo in Campo dei Fiori, ne sono una dimostrazione palese. A mio avviso, anche in campo teologico, l’unico Autore di un certo spessore che abbia davvero studiato il pensiero bruniano senza pregiudizi, è Jürgen Moltmann (Nella storia del Dio trinitario, Queriniana, pag. 239- 250), il quale, senza mezze misure, già nel 1993, annotava: "Bruno non è stato preso in considerazione teologica né prima, né nel corso del processo e neppure dopo la morte. A mio parere non ci si è in alcun modo confrontati con la sua cosmologia, e quelli che analizzarono in profondità le sue posizioni cosmologiche non si interessarono alle relative dimensioni teologiche". Eppure, la morte del Nolano e le sue "carni arse" (l’espressione è di C.E. GADDA, Meditazione milanese, Einaudi 1974, pag. 213). conferirono la Sinngebung, il senso alla sua storia di pensiero, portando il cuore di chi cerca la sua verità nelle profondità della storia ad "inchinarsi innanzi a lui" come a ragione sostenne Francesco De Sanctis. Lo stesso Bruno nel De monade aveva scritto di sé: "Ho combattuto ed è tanto: ritenni di poter vincere […] ma natura e sorte studio e sforzi repressero. Ma è già qualcosa esser sceso in lotta, poiché vedo che in mano al fato è la vittoria. Fu in me quanto era possibile e che nessun venturo secolo potrà negarmi: ciò che di proprio un vincitore poteva dare; non aver avuto timore della morte, non essersi sottomesso, fermo il viso, a nessuno che mi fosse simile; aver preferito morte coraggiosa a vita pusillanime". E nella dedica alla signora Morgana nel Candelaio, il Nolano aveva mirabilmente vergato di sangue e ricerca appassionata il tracciato di ogni investigazione amante della Vita: "Ricordatevi, Signora, di quel che credo non bisogna insegnarvi: -Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo. –Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisce, e me si magnifica l’intelletto. Però qualunque sii il punto di questa sera ch’aspetto, si la mutazione è vera, io che sono ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte tutto quel ch’è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v’ama". Il pensiero di Bruno si riesce a cogliere solo frequentandolo quotidianamente, o avvicinandovi con la Poesia ed il Teatro, che ri-presenta ad ogni tempo e storia la vicenda di dolore e di fermezza di un uomo che amava la filosofia più della propria vita. Tempo dopo, Stendhal dirà al mondo: "E’ una fortuna aver per mestiere la propria passione".
Degno di essere sottolineato è allora lo sforzo, in quest’ermeneutica che risale all’icona simbolico-rimandativa dell’esistenza bruniana, di un testo recentissimo, e peraltro molto bello su Bruno, che fa rivivere il dramma della fine dell’"eretico pertinace" riproponendolo nella forma teatrale: Il Fuoco Del Sole. Libera interpretazione della vita e morte di Giordano Bruno. Dramma in 30 quadri per il teatro in piazza di Giancarlo ZAGNI, Prefazione di Giulio GIORELLO, Tre Lune Edizioni, Mantova, edizione speciale per i 400 anni del rogo di Giordano Bruno, Roma, in Campo de’ Fiori 17 febbraio 2000. Nell’opera, oltre all’interessante Prefazione di uno dei maggiori filosofi dei nostri giorni, Giulio Giorello, sono da considerare con particolare attenzione alcuni spunti offerti dai "Quadri", in cui il Nolano argomenta con personaggi chiave della sua storia, in un gioco di amore e di contrasti, di fedeltà e dubbi che agitavano il suo cuore inquieto, tenendolo sveglio e vivo tra il sorriso della sua Morgana e la fierezza, orgogliosa e partenopea, del suo pensiero ulteriore e fondante. Ad Enrico III il personaggio Bruno fa notare: "Le Chiese ci dicono: "La verità è iscritta nel libro delle Scritture". Io penso che essa è iscritta nella natura, e io rispondo: "Lasciateci decifrare il libro della natura". Le religioni sono utili, perché esse insegnano al popolo la morale, come deve comportarsi. Ma per quanto concerne la scienza, io le reputo incompetenti… Esse sono anche un ostacolo per lo scienziato. Il saggio, Maestà, è colui che cerca, non quello che obbedisce. Io, Giordano Bruno, filosofo, scrittore e osservatore del mondo, invoco il diritto di cercare la verità, senza obbedire ad alcun dogma, come uomo libero" (p.38). Poi Bruno rivendica di essere stato allevato nella fede cattolica, e nel dialogo struggente e pieno di pensosa umanità con Morgana, la donna di cui è innamorato, Bruno, prefigurando già la sua sorte, si prepara a consegnare la sua eredità: "Che c’è di meglio che lasciare i miei pensieri?" (p. 66) ed apostrofa Enrico III "Guardatevi dai preti, Maestà" (p. 73). Dopo che Zuane Mocenigo ha affidato il suo tradimento, per mano di un servo, alla Bocca del Leone, e Bruno è consegnato nelle mani dell’Inquisizione, il Nolano si difende col sottolineare che le sue opinioni le ha depositate Dio stesso nella sua anima immortale: "Ciò significa che Dio si è sbagliato nell’ispirarmele? No. Perché Dio non saprebbe sbagliarsi. Allora ciò significa che Dio si beffa della fede cattolica? Giammai. Ciò non può dunque significare che una cosa: queste opinioni dovevano necessariamente venire alla luce; dio voleva così, affinché dalla loro apparente contraddizione con le scritture, nascesse una verità più profonda…." (p. 111); gli risponderà il vescovo Lucca: "Noi abbiamo bisogno dell’Inquisizione per imporre le nostre idee, mentre quelle di Bruno, per strampalate che esse siano, hanno l’aria di sussistere soltanto per la loro potenza, come se esse raggiungessero direttamente il cuore e l’intelligenza […] Allora eresia è sinonimo di verità" (p. 123). A Morgana, la voce di Bruno che sta salendo il rogo della menzogna in Campo dei Fiori dice: "Perdonami per le lacrime che questo maledetto orgoglio di cui sono prigioniero ti costringe a versare… La mia morte sarà l’atto finale della mia filosofia […] la mia scienza mi uccide; e l’esistenza umana è una triste farsa per il divertimento degli dei […] Per te, e per te sola, questo ultimo verso: La sventura mi uccide nel fuoco dell’amore" (p.132). La scena si chiude col rogo di Bruno, gli occhi asciutti di Morgana e un monaco inginocchiato che guarda fissamente le fiamme: è Sisto Lucca. Il mondo intero sembra stia bruciando.

Gerardo PICARDO

 

Giordano Bruno. Fu sua l'idea della relatività

In quale misura Giordano Bruno può essere considerato scienziato nella moderna accezione del termine? Attorno a questo tema si è concluso all'università La Sapienza di Roma un convegno internazionale: ascoltando le riletture, in chiave cosmologica, delle opere di Bruno, non si può che restare ammirati dall'attualità del pensiero del grande «novatore» mandato al rogo dall'Inquisizione nel 1600. Spodestare la Terra, e l'uomo, dalla sua posizione centrale, era solo il primo passo. Per Bruno bisognava andare oltre: rompere le sfere cristalline e riconoscere le stelle come altri soli, circondati da possibili terre. L'ammirazione cresce quando leggiamo alcuni brani della «Cena delle Ceneri» in cui Bruno, ricorrendo all'esperimento mentale dell'uomo chiuso in una nave in movimento, dimostra il principio della relatività dei moti, col proposito di confutare le errate concezioni aristoteliche. Ebbene, lo stesso tipo di esperimento, con le medesime frasi, sarà più tardi riproposto da Galilei nei suoi «Dialoghi».

F. Foresta Martin , Lunedì, 21 Febbraio 2000
Cultura

La reazione clericale é in piena attività.
Lo dimostrano alcuni degli articoli che seguono, pubblicati su quotidiani nazionali. 
La tattica é quella di riconoscere di aver sbagliato nei modi a bruciare Bruno, anche se "quell'eretico pertinace e obstinatissimo", bestemmiatore, pazzo, presuntuoso....e chi più ne ha più ne metta, in fondo se lo meritava !
La pensa così anche Montanelli nell'infame risposta, che riporto sotto, ad un lettore.
La loro speranza é che dopo aver versato quattro lacrime di coccodrillo, e dimostrato che in fondo quell'ometto piccolo e scarno non era poi un gran che, né come uomo né come filosofo, il mito di Bruno si possa ridimensionare.


Non lo permetteremo !

 
Sabato, 5 Febbraio 2000
 
 
Giordano Bruno, il ribelle che si ribellava a tutto
Caro Montanelli,
Fra qualche giorno cadrà il quarto centenario del supplizio di Giordano Bruno e la Chiesa pronuncerà la riabilitazione di Giordano Bruno. Era ora che vi si decidesse. Credo però che di questo grande filosofo, incarnazione della «Libertà di Pensiero», il cosiddetto uomo della strada - categoria alla quale anch'io appartengo - sappia ancora poco. Potrebbe lei farcene un ritrattino e consigliarci quali opere di lui si debbono leggere?

Romolo Dirighetto, Roma

Caro Dirighetto,
Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determinò la condanna da parte del Sant'Uffizio, ha già parlato giovedì sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno - di cui qualcosa posso dirle anch'io - lei vuole conservare l'alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla.
Dopo essermi più volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l'aveva digerita, e che nel suo pensiero c'era un po' di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilò lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: «Amante di Dio, dottore della più alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell'ignoranza presuntuosa e persistente...», e via di questo passo.
Non ho mai capito perché si fece frate e scelse l'ordine più severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno «sciupafemmine» come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo gettò la tonaca alle ortiche, e cominciò a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d'immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfittò per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l'espulsione dalla città.
Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripagò facendosi propagandista del pensiero copernicano - rielaborato a modo suo - che la Chiesa condannava come eretico.
Stavolta il Sant'Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo.
Nell'interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnegò come false, confessò tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa.
Fu quando si trovò issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando ormai non aveva più nulla da perdere, che Bruno si pentì di essersi pentito e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie.
No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l'altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo.
Con questo - intendiamoci - non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione.
Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno è fra quelli che m'indignano di meno. Esso illumina della luce più cupa, e quindi più pertinente, lo squallido paesaggio dell'Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio.

Repliche all'infame articolo di Montanelli

click Guido del Giudice click Brunello Lotti
click Gerardo Picardo click Mara de Paulis
click Vincenzo Guerriero click Giuseppe Crea
click Fausto Moretti click Claudio D'Antonio



"Caro Montanelli,
Non c'é spettacolo più pietoso dell'essere umano che, in vecchiaia, anziché diventare più saggio, si lascia dominare dagli impulsi peggiori del proprio carattere.
Capita così che, nel delirio senile, parli di cose che non conosce. Per costui confessare candidamente la propria incapacità di capire un autore dovrebbe dargli il diritto di giudicarne il valore.
Mi riferisco alla sua Stanza del 5/2, in cui parla di Giordano Bruno.
Se ammette di non essere stato capace di leggerlo, come fa a sputare sentenze ?
Come può dire che "aveva poco di suo", giudicarne la  prosa, il pensiero, la  storia,  se dimostra un'ignoranza assoluta di tutto ciò: dove, da chi ha preso a prestito questi ridicoli giudizi?
Carnesecchi e Ochino: non c’è commento. Questa dotta citazione  fa del suo pezzo su Bruno una barzelletta!
Il malcelato razzismo che traspare dalla sua  stucchevole ironia non fa che rendere ancor più ripugnanti le sue parole.
Se il suo voleva essere un ossequio alla chiesa cattolica, le è riuscito bene: l'intolleranza e il disprezzo della verità sono le stesse che portarono Bruno al rogo, ma, almeno, la chiesa ha dato segni di ravvedimento. 
Io le auguro,  quando  abbandonerà il suo involucro incartapecorito, di incontrarsi col misero deuccio che cerca pateticamente di ingraziarsi in dirittura d’arrivo, perché se dovesse rinascere e la sua povera anima trasmigrare, non saprei immaginare "animale"  adatto ad accoglierla.
Salus.  Guido del Giudice 


Caro Direttore,

in relazione al commento di  Montanelli su Giordano Bruno nella stanza il 5 febbraio scorso, mi sia consentito di esprimerLe senza spirito polemico alcune considerazioni in quella verità che il Nolano sapeva essere figlia del tempo e del silenzio. E soprattutto dello studio. Impari innanzitutto Montanelli che al filosofo la morte è familiare. Bruno non ne aveva paura. Temeva solo di "essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia". Viene in mente, per il commento da mercato che ne fa Montanelli, un’espressione di M. Heidegger: "Ancora una volta un cammino della filosofia viene inghiottito dalle tenebre". In questo caso le tenebre sono il banalizzare una storia cruda di verità che neanche il rogo poté fermare. Non lo farà la penna, forse troppo acida di Montanelli. Bruno va letto in tono grave, quegli scritti sono destinati a pensieri austeri. Non è un autore da gita fuori porta. Il cristianesimo lo tormentò per tutta la vita e più di tutto nel suo cuore poté la filosofia, per dirla col verso di R. M. Rilke, "Ausgesetz auf den bergen des Herzens". La Vita e la Natura erano per Bruno il sacrario ed il pronao della Verità. Chi accompagna con la sua appassionata ricerca gli uomini al senso delle cose, troverà nell’Orto del Getsemani anche Bruno, insieme a Pascal, ad Alberto Caracciolo, e a tanti altri presi da febbre di conoscenza, caro Montanelli, solo da quella. Chi non ce l’ha, non se la può dare. In questa linea di displuvio, dove l’esistere vero e l’inesistere si incrociano soltanto, Bruno saluta chi non lo ha compreso con un solo aggettivo: pedanti, nani di ieri e di sempre, che vanno salvati, cioè compresi. Non però esaltati.Ci chiniamo profondamente dinanzi a Giordano Bruno pensatore, uomo e soprattutto amico della nostra percorrenza di senso. Giudicare qualcuno, caro Montanelli, è estremamente difficile. Lo lasciamo a Lei, ma dal suo giudizio consumiamo una siderale e tuttavia appassionata presa di distanza, consigliandoLe di leggere di più il Nolano. Ne riceverà solo bene. Grazie.

  Gerardo PICARDO



«Egregio» dott. Montanelli
Leggo, purtroppo con colpevole ritardo, la risposta da Lei data in data 05.02 c.a. attraverso il Corriere della Sera, al signor Dirighetto di Roma che si rivolgeva a Lei per sapere cosa leggere delle opere del filosofo Nolano Giordano Bruno....
Premetto che il sottoscritto è sempre stato, almeno fino a ieri, un Suo estimatore, e le confesso, in questa epoca tecnologica traboccante di chip digitali e tuttologi computerizzati, che un brivido romantico attraversava il mio cuore ogni volta che La vedevo ritratta in quella vecchia foto in bianconero, seduto su un vecchio sgabello in legno ed intento a scrivere il Suo «pezzo» con la vecchia Olivetti....
Oggi, e magari la cosa non disturberà certo i Suoi sogni, rivedo tutte le mie convinzioni su di Lei.
Lei non ha mai letto, per Sua stessa ammissione, nulla di Bruno....però, facendosi depositario di verità assolute, consiglia al signor Dirighetto di non leggere nulla, se vuole mantenere un alta opinione del Nolano per antonomasia.....
Lei si permette, con arroganza pari solo alla Sua superbia, di definire il Bruno uno «sciupafemmine», usando tale aggettivo nella sua forma più denigrante, ignorando che, se anche così fosse, è proprio dell'indole femminile l'ammirazione verso i ribelli, i dissacratori, i declamatori, e comunque non riesco a vederci nulla di male, in ogni caso.
Il Bruno non ha mai chiesto, e questo è provato storicamente, nessuna clemenza al ridicolo tribunale ecclesiastico chiamato a giudicarlo, né tanto meno rinnegò le sue convinzioni....ed è falso, storicamente, che solo sul rogo profuse terribili bestemmie contro la Chiesa...( Le consiglio, a tale proposito, il libro Storia di Nola di Ciro Rubino ).
Il rogo di Campo de' Fiori ha messo a tacere un libero pensatore, che aveva avuto l'ardire di attaccare la più grande associazione a delinquere di ogni tempo: la Sacra Chiesa Romana Cattolica e Apostolica...ma Lei dice che la cosa non l'indigna.
Lei, invece, mi indigna molto, proteso com'è verso un patetico tentativo di aggraziarsi il Giudice Unico, adesso che sente la fine della Sua vita...ma si risparmi la fatica, Dio non è sinonimo di Chiesa, non di questa che conosciamo noi, almeno.....
Chiudo dicendole che mai, nella mia vita di uomo qualunque, sicuramente al di sotto di Lei come cultura ed esperienza di vita, mi sono permesso giudicare qualcuno o qualcosa senza approfondire quelli che erano le opere, i pensieri, le parole o qualunque altro atto di vita....
Se mai un giorno Le capitasse di venire nella provincia di Napoli, Le sarei grato se volesse evitare Nola, perché chi non ha capito Bruno non può capire la filosofia di vita dei Nolani.........Salus
Vincenzo Guerriero di NOLA  http://space.tin.it/musica/ajigu

Caro Montanelli,
la veneranda canizie (o calvizie nel suo caso) non preserva dall'ignoranza
e devo purtroppo constatare che di ignoranza ne ha sfoggiata parecchia
nella sua stanza dedicata a Giordano Bruno. Capisco che la fama
giornalistica le conferisca una tribuna dalla quale pontificare su tutto e
tutti, ma abbia almeno il ritegno di non toccare le discipline che non
conosce. La "fatica del concetto" non le si addice e dunque lasci perdere
la filosofia e Giordano Bruno. Continui invece a raccontarci le sue
spassose barzellette...

Brunello Lotti



Rispondo punto per punto a quanto Indro Montanelli ha scritto su Giordano Bruno, nella Stanza del 5 febbraio 2000.
A cominciare dal titolo,
 
>Il ribelle che si ribellava a tutto.

Fu ribelle come lo fu Dante, e analogamente provò come sa di sale lo pane altrui. Ma fu anche ricco di tenerezza e di nostalgia, talmente pronto a illudersi sul genere umano da cadere puntualmente nelle trappole che l’invidia tendeva alla sua speranza di comunicare. Suscitava rancori, con quella fantasia rutilante che alimentava una penna caustica e brillantissima, (e Montanelli dovrebbe capirlo!), di cui si possono leggere stralci nella biografia scorrevole e completa, L’errance et l’hérésie, di Jean Rocchi, giornalista francese, pubblicata in Italia dalla Liber Internazionale con il titolo Giordano Bruno, l’eretico errante.

  • le consiglio di non leggerne nulla.

Con tutta la stima, è chiaro che Indro Montanelli ha risposto con superficialità. E' vero che Giordano Bruno è troppo variegato per essere condensato, ma esistono le possibilità di averne un’idea, come una enciclopedia, che non si legge tutta. Comunque La cena delle ceneri, Degli eroici furori, Candelaio, sono alla portata di chiunque abbia un po’ di cultura. Ma è raro che a scuola si facciano leggere brani scelti come si fa con i Maggiori del Cinquecento, e quindi lo si trova ostico da adulti.

>Dopo essermi più volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta.

Esuberante ed immaginifica, la ricchezza e complessità impediscono letture affrettate, ma una lettura ad alta voce e analitica è splendida, come quella fatta da Guido Davico Bonino alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Gli stranieri conoscono Bruno perché leggono in traduzione la sua lingua d'epoca. Giustamente Adele Faccio vorrebbe "tradurre" Bruno perché gli italiani possano conoscerlo almeno quanto gli altri.

  • I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l'aveva digerita, e che nel suo pensiero c'era un po' di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco.

Diceva Bruno che per guardare lontano si sale sulle spalle dei giganti. Faceva una operazione all’epoca incomprensibile: la rielaborazione creativa. Le sue letture divenute carne e sangue di una immensa cultura, gli suggerivano immediatamente altri orizzonti e perciò le scavalcava. Ma i dotti ragionano per generi e categorie, e un discorso nuovo li mette in crisi, vogliono solo dimostrarne le origini onde svalutarlo.

Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilò lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: "Amante di Dio, dottore della più alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell'ignoranza presuntuosa e persistente...", e via di questo passo.

Si disse anche "Accademico di nulla Accademia", e "Cittadino e domestico del mondo - figlio del padre Sole e della Terra madre".

Non ho mai capito perché si fece frate e scelse l'ordine più severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole,

La cultura era in mano al potere, civile o religioso, e lui scelse quello più affine al suo spirito di ricerca. Si fece frate per studiare e fu un ottimo frate, tanto che fu presentato al papa a cui dedicò la sua prima opera giovanile.

di uno "sciupafemmine" come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle.

Non fu uno sciupafemmine, ma anche se lo fosse stato, la vicenda di papa Borgia era recentissima. Scrisse d’amore in De gli eroici furori esaltando le gioie dello spirito e Shakespeare rispose con le Pene d’amor perdute proprio al suo concetto così alto. Bruno era a questo livello, nella cultura europea!

>Infatti poco dopo gettò la tonaca alle ortiche,

E’ un luogo comune falso. Bruno discusse con un imbecille carrierista, Padre Montalcino, a proposito di Ario. Quello non capì, appunto perché era imbecille, e ne approfittò per farsi bello denunciandolo ai superiori. Essere denunciati significava l’inizio di un processo e di mortificazioni fisiche e intellettuali, tipo star seduto per terra nel refettorio a culo nudo e non poter più leggere gli autori amati. Dovette fuggire per mettersi in salvo.

>e cominciò a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare.

Tanto è vero che la prima ingenua tappa fu proprio il convento di Roma! Donde di nuovo scappò dopo lo scambio di informazioni Roma-Napoli, quando per processarlo tentarono addirittura di accusarlo di omicidio. La sua continua fuga fu un giocare a rimpiattino con la Chiesa che grazie alla rete di benpensanti e di spie lo scovava appena abbandonava la incultura corrente e cedeva alla voglia di un discorso un po’ illuminato. Veniva riconosciuto e si ricominciava da capo.

>La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d'immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa.

Non ce l'ebbe con la Chiesa, almeno per molti anni, ma con i suoi esponenti di più basso livello. ("Oh, santa asinità, santa ignoranza! santa stultizia e pia divozione!"). Fu la Chiesa a non demordere da quella lontana denuncia dell’imbecille. Lui contro la Chiesa ci arrivò dopo anni di fuga, altrimenti sognò solo di essere ridotto allo stato laicale per studiare in pace. Contattò preti e cardinali per ottenerlo, inutilmente.

> tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso.

Bruno si manteneva a Ginevra facendo il correttore di bozze e assisteva alle lezioni dell'intellettuale più importante della città, Anthoyne de La Faye. Rilevò venti errori in una sola lezione e li pubblicò in un volantino a sue spese perché non aveva la Stanza sul Corriere della Sera e dovette arrangiarsi.

>Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse.

Aveva tanti amici quanti ne hanno le persone intelligenti e libere. Ad alto livello intellettuale era molto amato. Se rivestire o no il saio fu una scelta a seconda del pericolo di girare con o senza, un po’ come il chador per le donne in Afganistan. Non gli fu concesso mai di rivestirlo o toglierlo in pace.

>Lui la ripagò

A parte quanto sopra, cioè che non gli fu concesso niente, "la ripagò" come Lei, dottor Montanelli, "ha ripagato" Berlusconi!

>facendosi propagandista del pensiero copernicano - rielaborato a modo suo - che la Chiesa condannava come eretico.

Bruno aveva superato Copernico, che vedeva la terra girare, ma in un universo limitato. Bruno aveva intuito, con anticipo di secoli, l'universo in espansione. Da lui prese l’avvio anche Keplero, l’unico che glielo riconobbe quando dopo il rogo tutti tacquero, Galileo compreso. Non so se Montanelli si piegherebbe a dire, per rispetto di chicchessia, una bestialità scientifica.

>Stavolta

Quando? Ormai sulla Chiesa Bruno taceva.

>il Sant'Uffizio perse la pazienza,

La "pazienza" del Sant’Uffizio era stata un puntiglioso inseguimento per sedici anni, non sopportando che un frate ventottenne gli si sottraesse. Un po’ come la mafia con chi sgarra.

> se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia,

Non fu così semplice. La repubblica di Venezia fu ricattata e blandita a lungo, con un andirivieni diplomatico che approfittò di tutto, perfino del viaggio di Paolo Sarpi, pur di avere l'estradizione di Bruno. E alla fine la concesse, dopo averlo assolto, "quale filiale ossequio nostro verso Sua Beatitudine".

>dove si era ultimamente rifugiato,

Non vi si era rifugiato, vi era stato invitato espressamente da Mocenigo che quando vide il suo ospite e maestro acclamato si sentì messo in ombra e offesa la sua vanità. Per cui lo tradì, facendolo imprigionare nella propria casa.

>e lo sottopose a processo.  Nell'interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnegò come false, confessò tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa.

Il processo a Roma durò sette anni. Nei quali la Chiesa volle onestamente reperire tutti i libri di Bruno, tutte le testimonianze a carico e a difesa e ottenere l’abiura anche torturandolo. Il dubbio lacerante di Bruno fu quello di ogni essere umano di un certo livello intellettuale e morale: vivere per affermare il proprio diritto alla vita, o morire per confermare la fedeltà a se stessi.

Fu quando si trovò issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando ormai non aveva più nulla da perdere, che Bruno si pentì di essersi pentito

In realtà, intorno al 21 dicembre, un corteo capeggiato dal cardinale Bellarmino era andato nella cella per farlo pentire. Bruno rispose che "Non deve e non vuole pentirsi, e non ha di che pentirsi, né ha materia di pentimento, non sa di che deve pentirsi". Provocatoriamente dettagliato, ma non all’ultimo momento, anzi, proprio quando aveva ancora tutto da perdere.

>e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie.

E' risaputo che per paura di ciò che Bruno avrebbe potuto dire gli fu messa "la lingua in giova", con uno strumento di tortura chiamato mordacchia. Dunque morì in silenzio. Dopo aver detto, sembra, mentre lo vestivano della tunica di infamia per portarlo al rogo: "Più si è intelligenti e più si è coglionati".

>No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l'altezza morale e intellettuale.

Commuovono ancora le sue parole : "Niente può essere prima della verità. La verità è avanti a tutte le cose, è con tutte le cose, è doppo tutte le cose, è sopra tutto, con tutto; anzi, la divinità e la sincerità, bontà e bellezza delle cose è la verità.La quale né per violenza si toglie, né per ambiguità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per comunicazione si disperde. Poiché senso non la confonde, tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non l’interrompe, tenebra non la vela."

>Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo.

Per sua stessa ammissione Montanelli giudica Giordano Bruno "per sentito dire" e gli spara a morte proprio lui, che subì qualcosa di analogo. Mi spiace che Montanelli cada in una semplificazione così arbitraria.

Con questo - intendiamoci - non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione.  Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno è fra quelli che m'indignano di meno.

Non si tratta di "non giustificare": uccidere per impedire di professare idee è un abominio e la Chiesa lo compì in un numero enorme di casi. Fu un’Olocausto frazionato che dovrebbe ancora sconvolgere, senza distinzioni tra Bruno e l’ultimo eretico anonimo. Vorrei vedere se si parlasse così tra qualche secolo di Hitler o lo si storicizzasse! Ciò premesso, che ogni rogo è un delitto, in questo caso il delitto ha impedito per sempre di vedere dove sarebbe approdato il genio di Bruno. Diciamo che tutti i morti di Spagna mi indignano, ma l'aver spento la voce di Lorca mi ha anche privato della sua poesia.

>Esso illumina della luce più cupa, e quindi più pertinente, lo squallido paesaggio dell'Italia della Controriforma:

Squallidissimo, in questo caso, perché fu una lotta personale del cardinale Bellarmino che ne aveva fatto lo scopo della sua vita, al punto che fece scrivere sulla sua tomba "Ho piegato il cervello del superbo". Mentre Bruno aveva detto "Ma qual vita pareggia al morir mio?"

>un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio.

Non poteva avere una causa, come non l'ebbe mai alcun profeta. Cercò di esprimere il futuribile e fu oscuro, il nuovo e fu incompreso. Soprattutto disse "Me ne sbatto!" a ogni lusinga e non si mise in coda per ottenere favori. Il che aggiunse a quella della Chiesa la rabbia di quanti si erano venduti l'anima pur di raggiungere quel che lui disprezzava. Ma aveva detto:"Quel ch’altri lunge vede, lascio al tergo".

Con le più vive cordialità    Mara de Paulis 




Giordano si rammarica per la propria lutulenza, e per non essere stato in grado di rendersi piacevole alle sue orecchie, ma non si può piacere a tutti?
Ma chiunque abbia letto le sue righe, sopra riportate, facilmente si porrà la seguente domanda: Come potrà mai giudicare, l'illustrissimo Indro, l'opera del Nolano, se no ne conosce neanche una minima parte? Se non ha mai letto, lui dottissimo e saccentissimo, neppure dieci pagine dell'immensa opera del precursore del pensiero moderno?
E già, ha letto proprio benissimo caro Montanelli, e non sono solo parole mie, o di qualunque altro Giordanista, ma parole stampate sullo stesso giornale dove lei stesso, eminentissimo, scrive. Non ci crede? Le riporto il tutto, caro gioiello del   giornalismo nazionale. Ma faccia attenzione e legga tutte le righe, non vorrei che si fermasse alle prime, perdendosi il meglio........

Abbia pazienza: sarà l'età?... Faccia una cosa: prenda esempio dalla sua amata santa chiesa, e chieda pubblicamente perdono per le enormi fesserie che ha detto sul Nolano. Ne guadagnerà di certo.
Bacini bacini,                                                                   Giuseppe Crea

 


Egregio signor Montanelli,

ho letto quanto Lei ha scritto su Giordano Bruno, "turandomi il naso" come Lei ha suggerito in altre occasioni. Lei sostiene che "...quando Bruno fu issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando non aveva nulla da perdere, si pentì di essersi pentito e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie..."
Ebbene signor Montanelli, Bruno sul patibolo non pronunciò proprio niente perché gli era stata messa la mordacchia e se c'è uno che bestemmia, di certo è Lei. Quando si sanno quattro stupidaggini su di un personaggio, lette su un libro di qualche autore impretagliato, sarebbe bene tacere per non meritare, appunto, la "mordacchia".

Fausto Moretti


 

Caro Guido,
la mia scarsa familiarità con Internet e la fretta con cui finora ho scorso il tuo bel sito mi hanno impedito di notare la tua gustosa polemica con Montanelli e sinceramente ho provato un pò di compassione per quel vecchiaccio sempre sotto esame a dimostrare 24 ore al giorno di essere informato alla perfezione su tutto. In fin dei conti nessuno si è sognato di stuzzicare qualche professore di storia o di filosofia per avere lo stato dei lavori su Bruno, e invece siete andati a sfrucugliare un giornalista dalla penna arguta e brillante, ma certo con opinioni che non fanno testo in una materia tanto specialistica. Bruno, dopo tutto, per i nostri contemporanei ha scritto solo le opere italiane - quelle latine è come se fossera state scritte in sanscrito, lette da pochi, decifrate da nessuno. Per tornare alla risposta di Montanelli, dunque, secondo me si è trattato del punto di vista di uno che non se l'è sentita di accodarsi alla processione dei piagnoni e sinceramente ha espresso un'opinione al vetriolo, ma sincera! se la grandezza del Nolano sta nell'aver preferito il rogo all'abiura delle proprie idee, allora è fin troppo facile fare gli eroi sulla pelle degli altri e acclamarlo, sapendo che non si rischia niente. Simm'è Napule Paisà, l'ormai dimenticato Pella ebbe a dire che l'Italia ha bisogno di galline che fanno l'uovo tutti i giorni, non di aquile imperiali. No, non siamo il popolo di eroi che si usava dire, e lo dico con dispiacere, ma è la verità. Le opere italiane poi non mettono in luce un pensatore originale, ma eclettico, e tutti sappiamo che questa parola è il massimo insulto che si possa rivolgere in italiano ad un filosofo. Le opere latine dove si cela il pensiero autentico, l'arte di pensare, non sono note, come abbiamo detto, e allora, come indignarsi della risposta di Montanelli? con quelle parole raccoglieva l'approvazione unanime e compatta dei cattocomunisti e di tutti i semiacculturati, e per un giornalista tanto basta, alla faccia della verità.  

Claudio D'Antonio



 AVVENIRE  16/02


ANNIVERSARI
A 400 anni dal rogo, un ritratto che intende distinguere l'errore del filosofo dall'ingiustizia della sua morte
Il macigno di Giordano Bruno

Accusato, come Galileo, non ritrattò. E fu ucciso. Ma Vangelo e pena capitale non si conciliano più
Disse che nessuna religione gli piaceva, che la Trinità era cosa per ignoranti e l'Eucaristia una vera «idolatria», che mondo e Dio sono una sola realtà. Ma la condanna fu comunque eccessiva
Pietro Nonis




Il 17 febbraio cade quest'anno di giovedì. Come quattrocento anni or sono, nel 1600. «Giovedì mattina, si leggeva nell'Avviso di Roma due giorni dopo, in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola...: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse (volle) ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità».
Il tono condannatorio, valutativo e insieme compiaciuto della breve cronaca la dice lunga sul clima che regnava nella Roma papale all'inizio di quell'anno che apriva il Seicento (o, meglio, chiudeva il Cinquecento). Il cuore della Chiesa si sentiva al centro di una cittadella assediata, che aveva perduto il controllo di province già gratificanti e fedeli. Per non parlare dei paesi scandinavi, giunti alla fede cattolica più tardi degli altri e partiti primi per la tangente riformista di origine tedesca, se n'era andata, staccata violentemente da Enrico VIII prima e da Elisabetta poi, l'Inghilterra. La protesta aveva preso forma di conflitto anche armato nei paesi di lingua tedesca, attorno ad una Vienna imperiale che faceva da perno della resistenza assieme alla Spagna, cui era stata unita nella persona dell'imperatore Carlo V. Ma l'Olanda per un verso, la Svizzera per l'altro, e variamente contagiate da idee e da moti la Francia e la Polonia, risentivano pur esse dell'evangelizzazione riformista.
Venezia stessa, che consegnò, contro le proprie abitudini, Giordano Bruno all'Inquisizione romana nel 1592 (l'anno in cui Galileo arrivava dalla Toscana a Padova!), era in sospetto di simpatia verso gli eretici. Era stato un suo nobiluccio, Giovanni Mocenigo, già scolaro deluso di Bruno, che l'aveva denunciato, indicandolo come diffusore di «dogmi» contrari alla fede. Le carte romane avrebbero giustamente chiamato Mocenigo delator, delatore o spia: ma in fatto di ortodossia Bruno aveva effettivamente offerto, a voce e per iscritto, nei libri pubblicati all'estero come nelle conversazioni private, motivi di sospetto e di accusa.
Se era marginale e pretestuosa qualche denuncia (d'aver disprezzato le immagini sacre riducendosi al nudo crocifisso, per esempio), Bruno era andato più sul pesante affermando una volta che «nessuna religione gli piaceva», che ai frati «bisognerebbe levare la disputa e l'entrate, perché imbrattano il mondo», «che non habbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio». Secondo lui, non soltanto «il procedere che usa adesso la Chiesa non è quello che usavano gli apostoli», ma mondo e Dio sono una sola, identica realtà, dotata da sempre di proprio incessante moto: dov'era evidente la negazione, implicita se non esplicita, sia della trascendenza di Dio, inconfondibile con ogni altra realtà, sia dell'incarnazione del Figlio redentore, sia del bisogno di salvezza che connota l'essere umano, sia l'individuale personalità di questo.
Prima del processo, che ebbe due fasi, una in Venezia l'altra in Roma, per complessivi otto anni (eravamo già allora in Italia...) la Chiesa romana non si era granché occupata del domenicano di Nola («Nolano» si diceva, parlando di sè), del quale non conosceva con sicurezza neanche le opere, scritte con fervida irruenza un po' in Inghilterra (Oxford) un po' in Francia (Parigi, Tolosa) un po' in Germania (Francoforte). Sotto tale aspetto Bruno testimonia l'esistenza di un'Europa unita dalla cultura che continuava la tradizione medioevale, e che non ha trovato l'uguale, nei secoli seguenti, fino ad oggi.
Pur avendo carattere e atteggiamento che più tardi si sarebbe chiamato «bohémien», libero di pensiero e franco di parole, Bruno preoccupa in modo determinato l'Inquisizione solo a Venezia dove ha, disgraziatamente per lui, accettato di andar ad insegnare a Giovanni Mocenigo certe tecniche memorative. È da sempre copernicano: ritiene che i mondi siano molti, che la terra si muova intorno al sole e non sia il centro dell'universo. Tra i suoi giudici ci sarà quel Roberto Bellarmino, poi cardinale, con il quale avrà a che fare una dozzina d'anni dopo anche Galileo, che allora peraltro la passerà quasi liscia. Ma il geocentrismo non ha gran peso tra le accuse che si muovono al Nolano, il quale dichiara di avere scritto sempre e soltanto di filosofia «non havendo riguardo principal a quel che secondo la fede deve essere tenuto».
Ma i giudici del Sant'Uffizio sapevano come andava trattato un tipo così, e mentre si aggiornavano via via sui suoi scritti gli sottoponevano, una alla volta, verità di fede intorno alle quali egli o aveva professato o professava ancora dottrine diverse. Secondo le reiterate accuse del Mocenigo, il domenicano sfratato era andato a segno pienamente ereticale sui due dogmi principali della religione cattolica, la Trinità e la divinità di Cristo. Credere alla prima era segno di «grande ignoranza e biastema»; e per quanto riguardava i miracoli di Gesù a lui, Bruno, «li bastava l'animo di fare cose maggiori»; la transustanziazione eucaristica era «idolatria». E via di tal passo. Le dottrine illustrate nei libri seriosi, specialmente nei Dialoghi scritti in italiano e stampati all'estero colla dicitura di Venezia perché avessero più larga diffusione, i pilastri delle dotte dissertazioni e delle vivacissime contestazioni s'ergevano con forza sistematica ed avvincente, anche se il linguaggio era talvolta avvampante e fumoso insieme. Eterodossia indubbia.
Invitato ad abiurare e a riconoscersi in errore, ebbe qualche perplessità una volta, quando parve vicino alla ritrattazione; ma poi ritrattò la ritrattazione e, a differenza di quanto sarebbe successo più di trent'anni dopo con Galileo, non abiurò. I giudici, fra i quali stavano i curiali più alti, sette-otto cardinali ed officiali e un futuro santo addirittura (il Bellarmino), usarono con lui pazienza ed astuzia, come si conveniva; l'uso della tortura fu, se ci fu, moderato, e comunque non lo schiodò dal suo essere, pensare e fare. Ascoltò la sentenza in ginocchio ma a lettura finita lampeggiò per la penultima volta la sua tristezza: «Forse con maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla». Ancor meno esaltante fu il ricordo che egli lasciò da ultimo alla folla convenuta in piazza attorno al rogo, quando gli misero «la lingua in giova», bavaglio o blocco, dato che diceva «bruttissime parole», e invano gli porsero da guardare l'immagine del Crocefisso, dalla quale volse fieramente lo sguardo.
Bruno resta un macigno greve. Sulla strada della libertà di pensiero, che tante porte della società moderna percorrerà in divergenza dalla Chiesa, egli è uno scandalo difficile da rimuovere. Non fa difficoltà sotto l'aspetto della storia della giustizia, del costume, delle dottrine religiose. A Roma, nel regno dei papi, molta altra gente fu condannata a morte, fino al tempo di Pio IX, per molto meno. Ma è il caso di fare ancora coraggiosi e umili passi in avanti, nel riconoscimento che non si può più, non si dovrà mai più, cercare di far ritenere conciliabile col Vangelo la condanna a morte, il toglimento violento della vita di qualcuno, come se le penultime parole rivolte da Cristo al suo compagno di crocifissione non fossero una promessa che tutti speriamo di far nostra: «Oggi stesso tu sarai con me in paradiso».


Pietro Nonis

 

 Venerdi 18 Febbraio 00

Su Bruno celebrare e distinguere





(V.Ch.)Pagando un debito contratto quattro secoli fa col rogo, mentre si svolgono in varie parti d'Italia giornate commemorative sulla figura di Giordano Bruno, anche la Chiesa di Nola, la città che gli diede i natali, lo ricorda per voce del vescovo monsignor Beniamino Depalma. La sua statura intellettuale è degna d'ammirazione, ha detto il presule, ma «è altrettanto naturale che non possiamo sottoscrivere alcuni nuclei della sua "nolana filosofia" che stridono apertamente con le verità della nostra fede come la divinità di Cristo e la Trinità». Rammarico per la condanna che gli fu inflitta, e per saldare in qualche modo l'antico debito la Chiesa di Nola gli dedicherà nel prossimo 18 marzo un convegno cui parteciperà anche il cardinale Poupard.
 


 
AVVENIRE  Venerdi 18 Febbraio 00

Lupus in Pagina


Rosso Malpelo


Ieri su «Repubblica» niente su Giordano Bruno, salvo qualche necrologio ridicolo e in ritardo di 400 anni. Buon segno. Lo è anche un articolo di Eugenio Scalfari sugli «acrobati del circo radicale» Pannella-Bonino, che cercano sponsor elettorali, sapendo che da soli non reggono… Ottimo. In compenso per il secondo giorno un paginone intero dedicato a Sebastiano Vassalli, che oggi aspira al rogo, ma ha sbagliato secolo: lo dovrebbero condannare alla pena del solletico sotto i piedi. Riderebbe anche lui, oltre quelli che lo leggono. Ne riparliamo. Tornando a Bruno, mercoledì sul «Corriere» Enzo Marzo proponeva di «ripartire dal filosofo», ma poi intervistava Anacleto Verrecchia. La proposta è ottima. Riportato in ambito filosofico Bruno è solo un oscuro fantasticatore, contraddittorio e confuso, mezzo mago e mezzo sognatore, riciclatore di teorie antiche come l'eternità della materia e l'infinità dei mondi, come se la verità cominciasse e finisse con lui. Gli hanno fatto torto, bruciandolo, ma senza rogo non lo ricorderebbe nessuno. Naturalmente salvo Verrecchia, fan irresistibile. A Marzo racconta che Pio XI portò sugli altari Roberto Bellarmino (uno dei suoi giudici) per ripicca contro Mussolini anticlericale. In realtà il passo decisivo per farlo santo, decretandone l'eroicità delle virtù, fu di Benedetto XV, 2 dicembre 1920. Alla marcia su Roma e al regime di Mussolini mancavano quasi due anni. L'entusiasmo, che per Lord Byron spesso è solo «ubriachezza morale», porta fuori strada…
Rosso Malpelo


Replica di Giuseppe Crea

Una cosa sola, signor Malpelo, nuova promessa del cabaret italiano (potrebbe persino far meglio di Guzzanti). Le vorrei far presente che solo qui in Italia, terra natia del grande Filosofo, questi non viene ricordato con il dovuto sentimento, e la necessaria intensità. Questo perchè, la violenza della privazione al suo studio, è stata ancor peggio del suo stesso rogo. La sua amata chiesa, per la quale scrive, da secoli mantiene con tutte le sue forze, la filosofia di Bruno, all'oscuro. Si faccia un viaggio all'estero, caro giullare del Vaticano (a prova che ancora vivete con la testa nel passato) e si guardi intorno. Chieda un po' chi sia Giordano Bruno ad un francese o ad un tedesco. Guardi cosa le rispondono.
Non è un rogo, per altro ancora acceso, a mantenere vivo il ricordo di un uomo (la quale magnificenza dovrebbe sperare almeno di intravedere), ma la ricerca della Verità, che forse lei, oscurato dalle cattoliche bende, non riuscirà mai a trovare. Apra gli occhi, Malpelo e si confessi, da buon cattolico, e chieda perdono per le sue colpe. Che comandamento è quello delle false testimonianze? Non sono pratico.

Bacini anche a lei,                                                                                  Jull



16 Febbraio 2000

  

RADIOTRE SPECIALE

Rigoberta Menchù ricorda Giordano Bruno

 

I n un'intervista che andrà in onda giovedì 17 febbraio, nel corso dello speciale di Radiotre "I roghi e i lumi" dedicato alla libertà di pensiero a 400 anni dalla morte di Giordano Bruno, Rigoberta Menchù, guatemalteca, premio Nobel per la pace 1992, collega la vicenda dell'"eretico" bruciato nel 1600 alla contemporanea sanguinosa conquista dell'America. "Oggi voi commemorate la figura di Giordano Bruno - ha dichiarato Rigoberta Menchù - e credo che la prima cosa da dire in questa occasione è che c'è un legame tra i suoi ideali, la sua morte e il mondo in cui sono state negate e soppresse le culture originarie e l'identità dei popoli, la loro arte e il loro modo di pensare. E credo che negli ultimi anni questo si sia ripetuto moltissime volte. Molte persone sono state torturate, assassinate, annientate perchè difendevano le proprie idee. Conosco la storia di Giordano Bruno e la cosa più importante da sottolineare è che non si arrese, che ha continuato a difendere le sue tesi malgrado le persecuzioni: anche se ha dovuto pagare un prezzo molto alto, è andato dritto per la sua strada, è stato tenace e non si è piegato. Questo ha reso immortali le sue idee e noi ancora oggi dovremmo ispirarci al modo in cui lui le ha difese".

Al programma interverranno studiosi italiani e stranieri di Bruno, artisti stranieri cui l'Italia ha dato rifugio, esuli e perseguitati da molti paesi del mondo in collegamento telefonico, esponenti della teologia e della gerarchia ecclesiastica, dal cardinale Paul Poupard a padre Michele Simone, vicedirettore di "Civiltà Cattolica", rappresentanti di altre religioni e del pensiero laico


GIORDANO BRUNO

CON SHAKESPEARE, COMPAGNI DI SCENA

Creatore di linguaggio, di immagini esuberanti e allegorie rutilanti, Bruno ruppe con la forma chiusa del trattato del '500

- FABIO TRONCARELLI -

 

L a bella biografia del filosofo nolano scritta da Saverio Ricci (Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento, Salerno editrice, pp. 652, L. . 58.000) invita implicitamente a riflettere sul destino singolare di un uomo vissuto in un'età singolare. Il volume di Ricci si chiude infatti in un modo problematico: dopo aver evocato in centinaie di pagine equilibrate e autorevoli la complessa avventura di un uomo così fuori dal comune e dopo aver narrato la sua fine drammatica, Ricci lascia affiorare il sentimento di rimpianto nei confronti della perdita rappresentata dalla morte di Bruno, attraverso la pura e semplice rievocazione della simpatia umana di alcuni amici e ammiratori del nolano, a cominciare da William Shakespeare che in Pene d'amor perdute aveva rievocato Bruno, mettendo in scena l'estroso Berowne.

Il rimpianto per la perdita di un personaggio come Bruno ci fa capire quanto sia mistificante, miope e sciocca l'immagine che tanti storici, anche autorevolissimi, ci hanno tramandato del nolano, riemersa con livore anche nelle recentissime polemiche sui quotidiani in occasione dell'anniversario del rogo del filosofo. Bruno non era affatto l'uomo insopportabile che tanti storici hanno descritto: presuntuoso, ribelle, ostinato, perfino "squilibrato". A giudicare da contemporanei come Shakespeare, che sapeva giudicare gli uomini più degli storici accademici, Bruno era simpatico. Sì, proprio così: Bruno era un uomo spiritoso, allegro, anticonformista, che si poteva permettere di sfottere gli asini che lo circondavano perché non era asino come loro.

Il fatto è che Bruno era uno spirito folletto, fantasioso e originale: un grande creatore di linguaggio, di motti di spirito, di caricature. In una parola un grande scrittore. Questa sua qualità viene spesso sacrificata rispetto alle sue doti di filosofo: ma si dimentica così che il nolano non era un pensatore sistematico, ma piuttosto un intuitivo, che rivestiva volentieri i ragionamenti di immagini esuberanti e allegorie rutilanti e che si esprimeva spontaneamente attraverso il teatro o in forma di dialogo e non in forma di monologo a base di sillogismi. Egli era un grande prosatore "manierista" che ha rotto con la forma chiusa del trattato del Cinquecento così come Michelangelo ha rotto con il classicismo del mondo di Raffaello. L'intuizione dell'infinità dei mondi e il riconoscimento dell'infinità di Dio, causa infinita di un universo infinito nasce, prima che sul terreno metafisico, su quello esistenziale, a partire da quella vertigine protobarocca che percorre tutta l'Italia dell'ultimo Cinquecento e in particolare la Napoli di Della Porta. "Il Nolano... ha disciolto l'animo umano e la cognizione ch'era rinchiusa nell'artissimo carcere de l'aria turbolento... ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle trapassati i margini del mondo... ha illuminati i ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l'imagin sua in tanti specchi che da ogni lato gli s'opponeno". Questa autocelebrazione nella Cena delle Ceneri è significativa: come nelle Meniñas di Velázquez la Commedia Umana si riflette in specchi in cui a malapena distinguiamo la nostra immagine; e come il San Paolo del Caravaggio, l'uomo è accecato da una luce violenta che squarcia le tenebre di un carcere d'aria oscura che ci circonda.

Bruno era in segreta sintonia coi tempi prima che sul piano filosofico sul piano antropologico. Da vero artista captava e anticipava umori e tendenze che di lì a poco si sarebbero manifestate con una profonda carica dirompente. E scriveva con uno stile inconsueto e provocatorio, che rifletteva una personalità troppo ricca per restare nel solco della tradizione. Per questo era affascinante e per questo era odiato: perché non si limitava a trasmettere una visione del mondo, ma anche una emozione del mondo. E questo mondo, pieno di bagliori e di tenebre, questo mondo insanguinato dalle guerre per la supremazia politica e religiosa d'Europa, non era il mondo adatto ad un figlio del Rinascimento. Non c'era più posto in Italia per chi possedeva un libro con annotazioni di Erasmo. Fu questa, non dimentichiamolo, l'accusa che lo trascinò sulla via dell'esilio. La condanna di Erasmo e degli erasmiani, è alla base di tutta la tragedia dell'età della Controriforma e significa il rifiuto dell'umanesimo, il rifiuto delle critiche di Valla al potere temporale dei papi, il rifiuto della critica filologica alle assurdità dell'agiografia medievale, il rifiuto del dibattito teologico aperto e delle disputationes pubbliche che erano state il nerbo delle università medievali.

Prima di essere condannato dal tribunale dell'Inquisizione Giordano Bruno era condannato in partenza dal trionfalismo di una Chiesa intransigente che rifiutava di fare i conti con se stessa e non accettava aprioristicamente il confronto. Il nolano non divenne un fuoriuscito perché era un ribelle e un ostinato, ma fu costretto ad essere un ribelle e un ostinato perché era un fuoriuscito in patria negli anni stessi della sua formazione, visto che la sola lettura della Scrittura con l'aiuto delle note di Erasmo era reato e indizio di eresia.

Davanti al rifiuto radicale della sua identità di scrittore e di pensatore, colui che deve pronunciare parole nuove per farci comprendere nuovi aspetti dell'esistenza, Bruno fu obbligato, evangelicamente, a scegliere la porta stretta della fuga, della polemica, dell'esilio. Divenne un maledetto del pensiero, a suo agio solo con esseri sbandati come lui o con qualche compagno di strada che apparteneva a minoranze colte, protetto per il suo alto lignaggio dalla violenza del potere.

Siamo ricondotti così al punto di partenza: il rimpianto per la perdita di un uomo che avrebbe potuto avere il destino di Shakespeare o almeno il destino che Shakespeare gli assegna nella commedia Pene d'amor perdute. L'Italia della Controriforma ha perduto l'occasione storica di lasciare esprimere liberamente i geni nati, come direbbe Bruno, "sotto un cielo più benigno" delle cupe nebbie di Macbeth. La domanda che ci si pone, come storici e non come moralisti, è se abbia ancora senso credere a miti storiografici come quello della modernità e "razionalità" della Chiesa postridentina o quello della "mitezza" dell'Inquisizione italiana.

C'è un vecchio film di Ronald Neame, Whisky e gloria, in cui uno straordiario Alec Guiness si mette alla testa di un reparto di ufficiali scozzesi per distruggere moralmente il comandante, un uomo aperto e intelligente, ma fragile, troppo fragile. Alla fine l'uomo si suicida e solo allora Guinness scopre l'orrore: lo scherno sistematico, il disprezzo, il rifiuto, l'ostilità hanno ucciso non solo un uomo buono, ma la speranza stessa di una vita migliore. E Guinness, in preda al delirio, chiede per il suo comandante un funerale solenne, l'onore pubblico, l'apoteosi impossibile, ma poi si accascia in preda ai singhiozzi e dice: "Io sono distrutto". Quante volte ho sognato che i miei contemporanei, siano essi i professionisti del perdono o gli uomini di mondo che dicono che non c'è niente da perdonare, avessero il coraggio di mettersi a piangere e confessare al mondo o forse solo a se stessi che la morte di un uomo che regalava allegria li fa sentire distrutti.

 


 

NEL NOME DI BRUNO

DA NOLA A PARIGI, MOSTRE, CONVEGNI, CONCERTI SITI WEB, FIACCOLATE E CONTROMANIFESTAZIONI

Giordano Bruno sarà ricordato oggi a Nola, suo paese di origine, come in Francia: su "Le Monde" da Levy-Leblond e altri scienziati. A Roma, l'assessorato alle politiche culturali del Comune promuove un ciclo di eventi, insieme all'università La Sapienza, l'università di Lecce, l'Accademia nazionale di Santa Cecilia, l'Ente teatrale italiano e con la collaborazione dell'Accademia dei Lincei, l'Istituto dell'Enciclopedia italiana e con il patrocinio del Comitato per le celebrazioni del IV centenario della morte di Bruno. A cominciare dal convegno internazionale che ha preso il via ieri e proseguirà fino a sabato, "Giordano Bruno e la scienza nuova: storia e prospettive". Presso il Dipartimento di fisica della Sapienza (aula Amaldi) parleranno Eugenio Canone, Jean Seidengart, Dilwyn Knox, Franco Bacchelli, Jean Robert Armogathe, Alberto Masani, Silvio Bergia e ancora Miguel Angel Granada, Arcangelo Rossi, Enrico Giannetto, Franco Giudice, Nicoletta Sciaccaluga, Simonetta Bassi e Stanley Jaki. Sabato, giornata conclusiva, con Hilary Gatti, Antonella del Prete, Saverio Ricci e Wolfgang Wildgen e Michele Ciliberto. Oggi, a Santa Cecilia, concerto "Novae de Infinito Laudes" di Hans Werner Henze, con testi di Giordano Bruno scelti da Nanni Balestrini, Paolo Radaelli e Franco Serpa. Lunedì, alle 21, al teatro Valle, "L'elogio dell'asino o la vita bruciata di Giordano Bruno", di e con Michel Vericel. "Io dirò la verità" è invece il titolo della mostra di documenti e preziosi originali, che si inaugurerà a maggio presso la Biblioteca Casanatense, con il patrocinio dell'Accademia dei Lincei e la collaborazione dell'archivio del Sant'Uffizio. "Raisat Zoom", la tv in rete, dedica tutta la settimana a uno speciale su Giordano Bruno a cura di Nanni Balestrini e Paolo Radaelli: la diretta da Santa Cecilia e dal convegno romano; il film di Giuliano Montaldo "Giordano Bruno", con Gian Maria Volontè. Una Web Camera, inoltre, offrirà 24 ore su 24 una visione di Campo dei Fiori e delle manifestazioni che vi avranno luogo. Qui doveva svolgersi un evento artistico-teatral-musicale - un progetto di Nanni Balestrini, con la collaborazione di Luigi Cinque e Kounellis. Il comune di Roma ha poi fatto marcia indietro (budget, logistica - nella piazza c'è un mercato - o "ipersensibilità giubilare?"). A Campo dei Fiori stasera ci sarà una fiaccolata. Saranno presenti la Federazione anarchica, e donne e uomini impegnati nel mondo della cultura e della scuola - Giorgio Nebbia, Alberto Oliverio, Antonia Sani, Alba Sasso, Marcello Vigli, Carlo Bernardini tra i tanti - "per riaffermare il valore della libertà di pensiero e di coscienza".


COSCIENZA CRITICA

I tribunali della modernità

FILIPPO GENTILONI

 

S ul pensiero religioso, filosofico, scientifico, sociale e politico di Giordano Bruno si può discutere a lungo. Lo si sta facendo, in occasione del centenario del rogo, in questi giorni. Lo consente - anzi, lo esige - la sua figura dai molteplici aspetti, il suo inserimento in un mondo che stava cambiando con rapidità. Significativo, fra i mille altri di questi giorni, un titolo di "Civiltà cattolica" (n. 3591): "Giordano Bruno: il 'filosofo', l''eretico', il 'mago'". Le virgolette indicano quanto qualsiasi classificazione stia stretta al pensiero e alla figura del grande Nolano. Anche oggi, nel pieno delle celebrazioni, le ambiguità non mancano come non mancano i figli adottivi, legittimi o naturali, dai fautori del libero pensiero (ma l'Avvenire titola: "Non fu un eroe del Libero Pensiero") a quelli della New Age.
In mezzo a tanti dibattiti e polemiche si rischia di dimenticare quella che si può considerare la sua testimonianza fondamentale, la testimonianza del valore della coscienza di fronte alla legge. La testimonianza che lo ha portato alla morte, la si voglia o meno qualificare come martirio (ancora l'Avvenire: "Giordano Bruno, 'martire' o no?"). Si rischia di dimenticarla o, per lo meno, di sottovalutarla.
Testimonianza: gesto, vita, parola, grido. Indicazione di una priorità, di una gerarchia di valori. Non negazione dell'autorità e della legge, ma chiara affermazione del primato della coscienza.
Qui, proprio nelle aule dei tribunali, nasce l'uomo moderno. Nelle aule universitarie il primato della coscienza sulla legge viene, sì e no, teorizzato, ma è nei tribunali che viene verificato. Nascono i conflitti interiori, come per Galileo; nascono, come per Bruno le prese di coscienza decisive.
Tutte le autorità umane le devono riconoscere, anche se con difficoltà: sia le chiese (non soltanto quella cattolica; Bruno non fu amato neppure dalle chiese uscite dalla Riforma) sia i giovani stati moderni succeduti all'impero medioevale. Non sono i loro papi e re a rappresentare l'ultima istanza: al di là dei loro troni c'è il trono divino per chi lo ammette, per tutti il trono della coscienza, l'appello supremo.
I troni umani stenteranno ad accettare il rango inferiore che viene loro accordato, a mettersi in crisi. Le ultime parole che vengono attribuite a Giordano Bruno dopo la condanna suonano, infatti: "E' forse maggiore la paura vostra nel pronunciare la sentenza che la mia nel riceverla". Paura di avere sbagliato, forse, ma soprattutto paura per il vacillare del trono dell'autorità e della sua legge.
Questa testimonianza del primato della coscienza sulla legge, d'altronde, non è una novità della tradizione e nella cultura cristiana. Nelle sue lettere l'apostolo Paolo era arrivato ad annoverare la legge fra gli aspetti negativi, da superare. Insieme, addirittura, con il peccato e con la morte. Una lezione che poi, nel corso dei secoli, era stata spesso dimenticata. Anche per la pressione di tutte le autorità , religiose e civili, che cercavano di farla dimenticare. Non soltanto per presunzione e arroganza; anche, forse, per la pace e il quieto vivere; per la felicità di tutti, come ricorda il Grande Inquisitore di Dostoevskij.
Giordano Bruno avrà forse sbagliato nel teorizzare la formazione della terra e del cielo. I suoi "Furori" saranno forse stati, più che "eroici", eccessivi. Il tribunale dell'inquisizione sarà forse stato corretto - alcuni dicono addirittura morbido - nel comminare, secondo le leggi del tempo e del luogo, la pena. Rimane, comunque, la testimonianza della libertà di coscienza che Bruno ci ha lasciato e per la quale, soprattutto, lo vogliamo ricordare. Una lezione più che valida anche oggi.


PENSIERO ERETICO

Le fortezze dell'intolleranza

ENZO MAZZI

 

S i parla molto di Giordano Bruno in questi giorni. Ma per lo più a parlare sono specialisti, storici, filosofi e teologi. La gente comune, l'abitante del crocicchio, della strada e della piazza che se ne fa del linguaggio specialistico? Può appagare la curiosità di un giorno ma può soddisfare il bisogno, sempre più acutamente avvertito, di alimentare a una memoria storica non mummificata il senso della vita e anche dell'impegno culturale, sociale e politico? Ha legittimità e dignità e utilità, per la vita e per il cammino di autenticità degli uomini e delle donne di oggi, penetrare nella memoria delle straordinarie idee ed esperienze di un uomo che si trova al centro della fase generativa della modernità?

La mia ricerca su Bruno ("Giordano Bruno: attualità di un'eresia", manifestolibri, ndr) è scaturita da tali interrogativi. L'eresia ancora una volta mi è apparsa non solo come specchio negativo dell'intolleranza ma come grande patrimonio di esperienze e idee da attualizzare e utilizzare criticamente oggi. L'interesse verso Bruno dunque non come vittimismo ma riscatto e riappropriazione, non solo di idee astratte ma di esperienze di vita.

Non è completamente vero che Bruno fosse un uomo privo di impegno pratico, tutto preso dalle sue idee e dalle controversie filosofiche. Si può anzi desumere dalla documentazione del processo che la condanna e il rogo siano stati proprio una conseguenza del suo legame con i moderati di tutte le parti, quasi un monito, una minaccia, un ricatto verso ogni tentativo di riconciliazione che portasse le posizioni contrapposte a intrecciarsi e andare oltre i rispettivi dogmatismi.

La pace religiosa ci sarà, ma avrà l'aspetto di una tregua armata fra due fortezze barricate dentro spesse mura di intransigenza e intolleranza assoluta. Ogni fortezza sacrificherà i suoi eretici. E' così che Dio muore, ucciso in qualche modo dai cristiani di tutte le confessioni, bruciato sui roghi di eretici che volevano dargli invece un futuro nuovo, un futuro di immedesimazione con una umanità riconciliata e aperta all'amore universale. Nasce da qui, da questa pace armata, l'ateismo moderno, sia ideologico che pratico. L'ateismo è figlio spurio, ma non per questo meno vero, dei roghi.

Le Chiese cristiane di oggi, o meglio i loro poteri o autorità, non sono credibili né efficaci combattendo l'ateismo senza rinunciare all'assolutismo, alla ricchezza, al potere, all'intolleranza dei dogmi e delle immagini assolutizzate di Dio, all'esclusione dei "diversi", alle scomuniche; senza uscire dalla fortezza armata d'infallibilità, senza relativizzarsi e senza porsi alla pari sulla strada della ricerca disarmata insieme a tutti gli uomini e le donne in cammino, senza fare i conti con la finitezza propria e quindi senza rinunciare alla propria sacralità e alla pretesa di durare per volontà di Dio, fino alla fine dei tempi.

Inoltre, uccidendo Bruno, perseguitando fino alla pazzia Campanella, processando Galileo e massacrando le streghe, l'Inquisizione si è alleata ogettivamente con un settore solo dell'umanesimo, quello più radicalmente razionalista e antropocentrico. E non solo l'Inquisizione cattolica ha acceso i roghi nel cinque-seicento. La Riforma protestante e il potere nascente della scienza proteso a diventare il nuovo centro del dominio hanno partecipato in forme diverse all'incendio. Il rapporto con la natura annullato dai roghi non è stato più recuperato. L'unità Dio-uomo-natura è stata incenerita dai roghi. Si è giunti così all'attuale dominio aggressivo dell'individuo verso il resto del mondo, in una guerra di tutti contro tutti regolata e paradossalmente moderata dal ricatto atomico.

Dopo quattrocento anni, perplessi se non angosciati di fronte al dominio spesso violento di una tecnica senza'anima fondata drasticamente sul principio aristotelico di identità e non-contraddizione, quello contro cui Bruno ha tenacemente lottato, perché da lì secondo lui scaturiva il sangue versato nelle guerre di religione, guerre fra poteri sicuri di possedere il monopolio della verità, di fronte a chiese e religioni che predicano l'amore e denunciano l'ingiustizia ma in modo moralistico, senza mettere in causa la propria identità e la verità esclusiva e assoluta del proprio dio e dei propri dogmi, noi siamo ancora qui a interrogarci e a rovellarci su come fermare il fiume del sangue. Ha forse qualcosa da dirci l'esperienza demitizzata di Bruno.


IN STAMPA

BIBLIOGRAFIA DI UN EVENTO

Numerose sono le novità editoriali in occasione del IV centenario della morte di Bruno. Da pochi giorni è in libreria i "Dialoghi filosofici italiani" di Giordano Bruno, a cura di Michele Ciliberto, che inaugura la nuova collana dei Meridiani Mondadori "Classici dello Spirito" (pp. 1.600, L. . 85.000). Il volume raccoglie - con un amplissimo commento di Nicoletta Tirinnanzi, e con una cronologia e una bibliografia curate da Elena Severini - le opere composte da Bruno nel biennio 1584-1585: dialoghi cosmologici d'ispirazione copernicana e dialoghi morali, "La cena delle ceneri", "De la causa, principio et uno", "Spaccio de la bestia trionfante", "De infinito, universo e mondi", "Cabala del cavallo pegaseo". Adelphi pubblica la "Nuova edizione critica del III volume degli 'Opera latine conscripta'" (Opere magiche: "Lampas triginta statuarum", "De magia mathematica", "De magia", "Theses de magia", "De rerum principiis", "De vinculis in genere", "Medicina Luliana"), a cura di Simonetta Bassi, Elisabetta Scapparone e Nicoletta Tirinnanzi; e la nuova edizione critica delle Opere Mnemotecniche ("De umbris idearum", "Cantus Circaeus", "Sigillus sigillorum", "De imaginum compositione"). Da segnalare anche la nuova edizione dei "Documenti" della vita di Bruno, a cura di Eugenio Canone e l'importante aggiornamento della "Bibliografia di Giordano Bruno" redatta da Virgilio Salvestrini e Luigi Firpo a cura di Maria Elena Severini. Per Utet usciranno le "Opere italiane" e per La Città del Sole, invece, è già uscito "Bruno nel suo tempo" di Giovanni Aquilecchia. Da segnalare, infine, l'appassionato pamphlet di Enzo Mazzi "Giordano Bruno: attualità di un'eresia" (manifestolibri, pp. 120, L. . 14.000). Tra i più noti esponenti in Italia del dissenso cristiano, Mazzi è stato parroco dell'Isolotto di Firenze dal 1954 al '68, quando fu rimosso e allontanato dalla parrocchia insieme alla comunità con cui aveva condottto un'esperienza di rinnovamento della Chiesa e che aveva anticipato e poi approfondito lo spirito del Concilio Vaticano II. In questo libro - rintracciando una linea di continuità che, attraverso la storia dell'intolleranza, l'esercizio spietato del dominio e il soffocamento di ogni pensiero "eretico" conduce a tanti orrori e ingiustizie del presente - Mazzi rivendica le idee e l'esperienza umana di Bruno contro i silenzi e le omissioni del potere ecclesiastico.


AVELLINO

Giordano Bruno nelle opere di un "allievo"

- MICHELE FUMAGALLO - AVELLINO

 

L e celebrazioni che si stanno svolgendo in più parti per il 4 secolo dalla morte di Giordano Bruno hanno avuto in Irpinia un pioniere. Da anni il pittore Felice Storti dedicava al filosofo nolano arso sul rogo a Roma il 17 febbraio del 1600 gran parte delle sue energie artistiche, con la passione e l'umiltà di un "allievo verso il maestro" come ama dichiarare. Dopo il ciclo del "Pensiero ribelle" in cui Storti manifestava tutto il suo trasporto per Giordano Bruno, il pittore ha ripreso la sua avventura bruniana con un altro elenco di opere, frutto di anni di intenso lavoro e ispirate a uno dei testi più misteriosi e oscuri del filosofo, il "De umbris idearum", che l'artista irpino ha minuziosamente sviscerato. Ne è venuto fuori un elenco di trentasei opere che riflettono le immagini e i simboli astrologici dello zodiaco con uno sfavillio di luci e colori che il pittore è andato poi inserendo nelle Carte della Memoria esposte in varie città italiane (dopo l'ultima esposizione nella Casa di Raffaello a Urbino, i quadri sono dal 17 febbraio all'Atelier 50 dell'Associazione Internazionale Incisori a Roma). Scrive il critico Wolfgang Witzenmann: "Avendo confrontato ogni singola carta con i testi di Bruno, che sono bevi e pieni di accenni non meglio sviluppati, vedo che le pitture di Storti trasmettono non solo i loro contenuti simbolici ed affettivi in un modo chiaro, addirittura semplice e diretto ma arricchiscono i quadri con ulteriori dettagli e motivi. Inoltre in queste ultime opere c'è uno sviluppo artistico frutto di una lunga meditazione che trasforma profondamente concezioni e contenuti". E aggiunge Felice Storti a riguardo di quest'ultima impresa: "Credo sinceramente che il De Umbris Idearum sia stato scritto per essere illustrato dal pennello. Spero umilmente di esservi riuscito". E così sfilano davanti ai nostri occhi le immagini dei segni zodiacali pieni di scene simboliche che vanno dal burlesco alla gioia di vivere, alla corrosiva "messa in scena" della chiesa. La mostra è accompagnata dal cofanetto che contiene i tarocchi con le 36 Carte della Memoria e il libro.

 



LA GRANDE SCUOLA DI GIORDANO BRUNO

Luigino Piccirilli
AFRAGOLA

LUNEDI’24 gennaio, un Convegno all'Università di Napoli, in vista delle celebrazioni di Giordano Bruno,a 400 anni dalla morte.Leggevo la notizia sul Mattino, quando il mio gatto, per mettersi al centro delle attenzioni, si piazza sul giornale. Ma quella birba mi dà l'occasione di scoprire una strana coincidenza: la Festa del Gatto ricorre il 17 febbraio, proprio nel giorno di quelle celebrazioni. Forse non è un caso, che pure il gatto(quello nostrano specialmente) è "europeo", come Bruno, nonché filosofo, sia pure eclettico; non fosse altro per dignità e spirito di indipendenza. Accusato anche lui di stregoneria, non viene ancora torturato, massacrato, avvelenato e pure bruciato vivo? Però, lo ammazzi ma non lo pieghi, come quel "nolano e napoletano filosofo". Un confronto questo un po' "eretico"?
Ma non è di questo che voglio parlare, bensì dell'appuntamento storico" che abbiamo con Giordano Bruno. 11 quale merita un monumento in ogni paese civile, un monumento al Pensiero, che ognuno ha diritto di esprimere, senza essere per questo perseguitato. Egli non ricorse all'abiura, scelse "il volontario soffrire della veridicità" con tale coraggio da far paura a chi lo condannava: quando l'8 febbraio 1600 i giudici gli lessero la sentenza, lui, l'autore degli Eroici Furori, dichiarò che "nell'infliggerla, essi provavano maggior timore di quanto egli ne avvertiva nel riceverla". I1 perché lo dirà poi Nietzsche, cioè "che l’amore per la Verità è qualcosa di terribile e violento". Peraltro, la Verità la puoi seppellire, sempre la troverai sotto il sole. Lo bruciarono con la lingua legata. A che vale? A Campo de’ Fiori, quel pensiero rinasceva dalle ceneri come l’araba fenice, a far più bello quel martirio. Ebbene la grande Scuola di Giordano Bruno protegga i nostri giovani dai falsi profeti di oggi! Essi predicano l’acquiescenza e il compromesso, il facile arricchimento e il successo, i miti e le mode che scavano il vuoto nell’esistere. Quel Pensiero critico, intuitivo, creativo, perfettamente libero, che va in cerca di interlocutori, come voleva anche Montaigne, li renda padroni di sé, protagonisti di vita,
testimoni di verità! Questo insegna quel precursore di tutti i tempi, onore e vanto di Nola che gli dette i natali.

 

 

IL CATTIVO MAESTRO GIORDANO BRUNO
di Armando Plebe

Per secoli Giordano Bruno è stato il simbolo preferito dai liberi pensatori. Quest'anno lo sarà particolarmente perché in questi giorni ricorrono quattrocento anni dal giorno in cui fu arso vivo dall'Inquisizione per soli reati di opinione. Vittima innocente, e per di più coraggiosa, perché ebbe la forza di non rinnegare le proprie idee, pur sapendo cosa lo attendeva. Tanto di cappello, da parte di chiunque ami la libertà. Tuttavia lo storico non può fare a meno di ricordare che, in tutta la storia della filosofia, Bruno fu il filosofo più antidemocratico. Perché tacerlo? E' bene ricordarlo per lo stesso amor di verità di cui lo stesso Bruno fu campione. "Quando gli ignobili diventano uguali ai nobili, succede una bestiale egualità". Sono parole dell'opera più famosa del Bruno, che s'intitola "Degli eroici furori". Gli storici della filosofia non amano ricordare, perché devono convalidare la comune opinione che Bruno sia stato strenuo difensore della democrazia. Nient'affatto: egli fece la grande scoperta che nell'universo non esistono gerarchie spaziali, cioè non esistono né un sopra né un sotto, però era convinto che il contrario deve accadere nei rapporti fra gli uomini. Una società priva di gerarchie non è più una società, ma è un caos camuffato nella facciata.
Contraddizione? No, piuttosto un ingenuo ottimismo. Bruno era convinto che il dogmatismo dei potenti potesse benissimo conciliarsi con la libertà dei liberi pensatori. Fu proprio questa sua ingenuità a condurlo al patibolo. E paradossalmente proprio questa sua ingenuità lo rende oggi attuale per coloro che credono alla globalizzazione. Bruno infatti, polemizzò contro Copernico perché Copernico, pur avendo scoperto che è la terra che gira attorno al sole e non viceversa, era però convinto che il nostro mondo fosse limitato entro i confini del sistema solare. Bruno invece riteneva che se qualcosa è valido per il nostro mondo, deve essere valido per l'intero universo, anche oltre l'ambito del sistema solare. E' l'ideale della globalizzazione. Non è lecito agli austriaci amare le patate, se le patate non piacciono anche in California. Nel secondo millennio è inevitabile che o le patate piacciono a tutti, o non piacciano a nessuno. E' noto quanto questo dogma sia stato di recente contestato sulle piazze di Seattle.
Ma Bruno era convinto che la globalizzazione fosse conciliabile con la libertà dei singoli. L'argomentazione con cui sosteneva questa sua teoria era alquanto singolare. In uno dei suoi dialoghi egli teorizza che i peccati più gravi sono quelli che investono parecchie persone o intere società. Invece quelli che si compiono fra due persone hanno un'importanza assai minore. Se poi riguardano i conflitti interiori di una sola persona, sono privi di rilevanza. Cioè nella sua mente, e nella vita privata, il singolo può fare il diavolo a quattro, purché nella vita pubblica si comporti da conformista. E' certo una maniera di intendere la globalizzazione. Non credo però che i suoi teorici oggi sarebbero d'accordo.