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Roma
Venerdì, 17 Marzo 2000 Da quattrocento anni Bruno è dilaniato da ermeneutiche che ne sfigurano il pensiero. Basti pensare che alcuni ancora ritengono il Nolano bruciato per stregoneria, uno che morì sputando sul crocefisso. Ma anche nei secoli successivi, si stima Bruno come il più antidemocratico dei pensatori. La recente "brunomania" che ha accompagnato ed avvolto le celebrazioni del suo anniversario, 400 anni dal rogo in Campo dei Fiori, ne sono una dimostrazione palese. A mio avviso, anche in campo teologico, l’unico Autore di un certo spessore che abbia davvero studiato il pensiero bruniano senza pregiudizi, è Jürgen Moltmann (Nella storia del Dio trinitario, Queriniana, pag. 239- 250), il quale, senza mezze misure, già nel 1993, annotava: "Bruno non è stato preso in considerazione teologica né prima, né nel corso del processo e neppure dopo la morte. A mio parere non ci si è in alcun modo confrontati con la sua cosmologia, e quelli che analizzarono in profondità le sue posizioni cosmologiche non si interessarono alle relative dimensioni teologiche". Eppure, la morte del Nolano e le sue "carni arse" (l’espressione è di C.E. GADDA, Meditazione milanese, Einaudi 1974, pag. 213). conferirono la Sinngebung, il senso alla sua storia di pensiero, portando il cuore di chi cerca la sua verità nelle profondità della storia ad "inchinarsi innanzi a lui" come a ragione sostenne Francesco De Sanctis. Lo stesso Bruno nel De monade aveva scritto di sé: "Ho combattuto ed è tanto: ritenni di poter vincere […] ma natura e sorte studio e sforzi repressero. Ma è già qualcosa esser sceso in lotta, poiché vedo che in mano al fato è la vittoria. Fu in me quanto era possibile e che nessun venturo secolo potrà negarmi: ciò che di proprio un vincitore poteva dare; non aver avuto timore della morte, non essersi sottomesso, fermo il viso, a nessuno che mi fosse simile; aver preferito morte coraggiosa a vita pusillanime". E nella dedica alla signora Morgana nel Candelaio, il Nolano aveva mirabilmente vergato di sangue e ricerca appassionata il tracciato di ogni investigazione amante della Vita: "Ricordatevi, Signora, di quel che credo non bisogna insegnarvi: -Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo. –Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisce, e me si magnifica l’intelletto. Però qualunque sii il punto di questa sera ch’aspetto, si la mutazione è vera, io che sono ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte tutto quel ch’è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v’ama". Il pensiero di Bruno si riesce a cogliere solo frequentandolo quotidianamente, o avvicinandovi con la Poesia ed il Teatro, che ri-presenta ad ogni tempo e storia la vicenda di dolore e di fermezza di un uomo che amava la filosofia più della propria vita. Tempo dopo, Stendhal dirà al mondo: "E’ una fortuna aver per mestiere la propria passione". Degno di essere sottolineato è allora lo sforzo, in quest’ermeneutica che risale all’icona simbolico-rimandativa dell’esistenza bruniana, di un testo recentissimo, e peraltro molto bello su Bruno, che fa rivivere il dramma della fine dell’"eretico pertinace" riproponendolo nella forma teatrale: Il Fuoco Del Sole. Libera interpretazione della vita e morte di Giordano Bruno. Dramma in 30 quadri per il teatro in piazza di Giancarlo ZAGNI, Prefazione di Giulio GIORELLO, Tre Lune Edizioni, Mantova, edizione speciale per i 400 anni del rogo di Giordano Bruno, Roma, in Campo de’ Fiori 17 febbraio 2000. Nell’opera, oltre all’interessante Prefazione di uno dei maggiori filosofi dei nostri giorni, Giulio Giorello, sono da considerare con particolare attenzione alcuni spunti offerti dai "Quadri", in cui il Nolano argomenta con personaggi chiave della sua storia, in un gioco di amore e di contrasti, di fedeltà e dubbi che agitavano il suo cuore inquieto, tenendolo sveglio e vivo tra il sorriso della sua Morgana e la fierezza, orgogliosa e partenopea, del suo pensiero ulteriore e fondante. Ad Enrico III il personaggio Bruno fa notare: "Le Chiese ci dicono: "La verità è iscritta nel libro delle Scritture". Io penso che essa è iscritta nella natura, e io rispondo: "Lasciateci decifrare il libro della natura". Le religioni sono utili, perché esse insegnano al popolo la morale, come deve comportarsi. Ma per quanto concerne la scienza, io le reputo incompetenti… Esse sono anche un ostacolo per lo scienziato. Il saggio, Maestà, è colui che cerca, non quello che obbedisce. Io, Giordano Bruno, filosofo, scrittore e osservatore del mondo, invoco il diritto di cercare la verità, senza obbedire ad alcun dogma, come uomo libero" (p.38). Poi Bruno rivendica di essere stato allevato nella fede cattolica, e nel dialogo struggente e pieno di pensosa umanità con Morgana, la donna di cui è innamorato, Bruno, prefigurando già la sua sorte, si prepara a consegnare la sua eredità: "Che c’è di meglio che lasciare i miei pensieri?" (p. 66) ed apostrofa Enrico III "Guardatevi dai preti, Maestà" (p. 73). Dopo che Zuane Mocenigo ha affidato il suo tradimento, per mano di un servo, alla Bocca del Leone, e Bruno è consegnato nelle mani dell’Inquisizione, il Nolano si difende col sottolineare che le sue opinioni le ha depositate Dio stesso nella sua anima immortale: "Ciò significa che Dio si è sbagliato nell’ispirarmele? No. Perché Dio non saprebbe sbagliarsi. Allora ciò significa che Dio si beffa della fede cattolica? Giammai. Ciò non può dunque significare che una cosa: queste opinioni dovevano necessariamente venire alla luce; dio voleva così, affinché dalla loro apparente contraddizione con le scritture, nascesse una verità più profonda…." (p. 111); gli risponderà il vescovo Lucca: "Noi abbiamo bisogno dell’Inquisizione per imporre le nostre idee, mentre quelle di Bruno, per strampalate che esse siano, hanno l’aria di sussistere soltanto per la loro potenza, come se esse raggiungessero direttamente il cuore e l’intelligenza […] Allora eresia è sinonimo di verità" (p. 123). A Morgana, la voce di Bruno che sta salendo il rogo della menzogna in Campo dei Fiori dice: "Perdonami per le lacrime che questo maledetto orgoglio di cui sono prigioniero ti costringe a versare… La mia morte sarà l’atto finale della mia filosofia […] la mia scienza mi uccide; e l’esistenza umana è una triste farsa per il divertimento degli dei […] Per te, e per te sola, questo ultimo verso: La sventura mi uccide nel fuoco dell’amore" (p.132). La scena si chiude col rogo di Bruno, gli occhi asciutti di Morgana e un monaco inginocchiato che guarda fissamente le fiamme: è Sisto Lucca. Il mondo intero sembra stia bruciando. Gerardo PICARDO
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| Giordano
Bruno. Fu sua l'idea della relatività
In quale misura Giordano Bruno può essere considerato scienziato nella moderna accezione del termine? Attorno a questo tema si è concluso all'università La Sapienza di Roma un convegno internazionale: ascoltando le riletture, in chiave cosmologica, delle opere di Bruno, non si può che restare ammirati dall'attualità del pensiero del grande «novatore» mandato al rogo dall'Inquisizione nel 1600. Spodestare la Terra, e l'uomo, dalla sua posizione centrale, era solo il primo passo. Per Bruno bisognava andare oltre: rompere le sfere cristalline e riconoscere le stelle come altri soli, circondati da possibili terre. L'ammirazione cresce quando leggiamo alcuni brani della «Cena delle Ceneri» in cui Bruno, ricorrendo all'esperimento mentale dell'uomo chiuso in una nave in movimento, dimostra il principio della relatività dei moti, col proposito di confutare le errate concezioni aristoteliche. Ebbene, lo stesso tipo di esperimento, con le medesime frasi, sarà più tardi riproposto da Galilei nei suoi «Dialoghi». |
| F. Foresta Martin , | Lunedì,
21 Febbraio 2000 Cultura |
La reazione clericale é in
piena attività.
Lo dimostrano alcuni degli articoli che seguono, pubblicati su quotidiani
nazionali.
La tattica é quella di riconoscere di aver sbagliato nei modi a
bruciare Bruno, anche se "quell'eretico pertinace e
obstinatissimo", bestemmiatore, pazzo, presuntuoso....e chi più
ne ha più ne metta, in fondo se lo meritava !
La pensa così anche Montanelli nell'infame
risposta, che riporto sotto, ad un lettore.
La loro speranza é che dopo aver versato quattro lacrime di
coccodrillo, e dimostrato che in fondo quell'ometto piccolo e scarno
non era poi un gran che, né come uomo né come filosofo, il mito di
Bruno si possa ridimensionare.
Non c'é spettacolo più pietoso
dell'essere umano che, in vecchiaia, anziché diventare più saggio, si
lascia dominare dagli impulsi peggiori del proprio carattere.
Capita così che, nel delirio senile, parli di cose che non conosce. Per costui confessare candidamente la propria incapacità di capire un autore dovrebbe dargli il diritto di giudicarne il valore. Mi riferisco alla sua Stanza del 5/2, in cui parla di Giordano Bruno. Se ammette di non essere stato capace di leggerlo, come fa a sputare sentenze ? Come può dire che "aveva poco di suo", giudicarne la prosa, il pensiero, la storia, se dimostra un'ignoranza assoluta di tutto ciò: dove, da chi ha preso a prestito questi ridicoli giudizi? Carnesecchi e Ochino: non c’è commento. Questa dotta citazione fa del suo pezzo su Bruno una barzelletta! Il malcelato razzismo che traspare dalla sua stucchevole ironia non fa che rendere ancor più ripugnanti le sue parole. Se il suo voleva essere un ossequio alla chiesa cattolica, le è riuscito bene: l'intolleranza e il disprezzo della verità sono le stesse che portarono Bruno al rogo, ma, almeno, la chiesa ha dato segni di ravvedimento. Io le auguro, quando abbandonerà il suo involucro incartapecorito, di incontrarsi col misero deuccio che cerca pateticamente di ingraziarsi in dirittura d’arrivo, perché se dovesse rinascere e la sua povera anima trasmigrare, non saprei immaginare "animale" adatto ad accoglierla. Salus. Guido del Giudice in relazione al commento di Montanelli su Giordano Bruno nella stanza il 5 febbraio scorso, mi sia consentito di esprimerLe senza spirito polemico alcune considerazioni in quella verità che il Nolano sapeva essere figlia del tempo e del silenzio. E soprattutto dello studio. Impari innanzitutto Montanelli che al filosofo la morte è familiare. Bruno non ne aveva paura. Temeva solo di "essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia". Viene in mente, per il commento da mercato che ne fa Montanelli, un’espressione di M. Heidegger: "Ancora una volta un cammino della filosofia viene inghiottito dalle tenebre". In questo caso le tenebre sono il banalizzare una storia cruda di verità che neanche il rogo poté fermare. Non lo farà la penna, forse troppo acida di Montanelli. Bruno va letto in tono grave, quegli scritti sono destinati a pensieri austeri. Non è un autore da gita fuori porta. Il cristianesimo lo tormentò per tutta la vita e più di tutto nel suo cuore poté la filosofia, per dirla col verso di R. M. Rilke, "Ausgesetz auf den bergen des Herzens". La Vita e la Natura erano per Bruno il sacrario ed il pronao della Verità. Chi accompagna con la sua appassionata ricerca gli uomini al senso delle cose, troverà nell’Orto del Getsemani anche Bruno, insieme a Pascal, ad Alberto Caracciolo, e a tanti altri presi da febbre di conoscenza, caro Montanelli, solo da quella. Chi non ce l’ha, non se la può dare. In questa linea di displuvio, dove l’esistere vero e l’inesistere si incrociano soltanto, Bruno saluta chi non lo ha compreso con un solo aggettivo: pedanti, nani di ieri e di sempre, che vanno salvati, cioè compresi. Non però esaltati.Ci chiniamo profondamente dinanzi a Giordano Bruno pensatore, uomo e soprattutto amico della nostra percorrenza di senso. Giudicare qualcuno, caro Montanelli, è estremamente difficile. Lo lasciamo a Lei, ma dal suo giudizio consumiamo una siderale e tuttavia appassionata presa di distanza, consigliandoLe di leggere di più il Nolano. Ne riceverà solo bene. Grazie. Gerardo PICARDO
Leggo, purtroppo con colpevole
ritardo, la risposta da Lei data in data 05.02 c.a. attraverso il
Corriere della Sera, al signor Dirighetto di Roma che si rivolgeva a Lei
per sapere cosa leggere delle opere del filosofo Nolano Giordano
Bruno....
Premetto che il sottoscritto è sempre
stato, almeno fino a ieri, un Suo estimatore, e le confesso, in questa
epoca tecnologica traboccante di chip digitali e tuttologi
computerizzati, che un brivido romantico attraversava il mio cuore ogni
volta che La vedevo ritratta in quella vecchia foto in bianconero,
seduto su un vecchio sgabello in legno ed intento a scrivere il Suo «pezzo»
con la vecchia Olivetti....
Oggi, e magari la cosa non disturberà
certo i Suoi sogni, rivedo tutte le mie convinzioni su di Lei.
Lei non ha mai letto, per Sua stessa
ammissione, nulla di Bruno....però, facendosi depositario di verità
assolute, consiglia al signor Dirighetto di non leggere nulla, se vuole
mantenere un alta opinione del Nolano per antonomasia.....
Lei si permette, con arroganza pari
solo alla Sua superbia, di definire il Bruno uno «sciupafemmine»,
usando tale aggettivo nella sua forma più denigrante, ignorando che, se
anche così fosse, è proprio dell'indole femminile l'ammirazione verso
i ribelli, i dissacratori, i declamatori, e comunque non riesco a
vederci nulla di male, in ogni caso.
Il Bruno non ha mai chiesto, e questo
è provato storicamente, nessuna clemenza al ridicolo tribunale
ecclesiastico chiamato a giudicarlo, né tanto meno rinnegò le sue
convinzioni....ed è falso, storicamente, che solo sul rogo profuse
terribili bestemmie contro la Chiesa...( Le consiglio, a tale proposito,
il libro Storia di Nola di Ciro Rubino ).
Il rogo di Campo de' Fiori ha messo a
tacere un libero pensatore, che aveva avuto l'ardire di attaccare la più grande
associazione a delinquere di ogni tempo: la Sacra Chiesa Romana
Cattolica e Apostolica...ma Lei dice che la cosa non l'indigna.
Lei, invece, mi indigna molto, proteso
com'è verso un patetico tentativo di aggraziarsi il Giudice Unico,
adesso che sente la fine della Sua vita...ma si risparmi la fatica, Dio
non è sinonimo di Chiesa, non di questa che conosciamo noi, almeno.....
Chiudo dicendole che mai, nella mia
vita di uomo qualunque, sicuramente al di sotto di Lei come cultura ed
esperienza di vita, mi sono permesso giudicare qualcuno o qualcosa senza
approfondire quelli che erano le opere, i pensieri, le parole o
qualunque altro atto di vita....
Se mai un giorno Le capitasse di
venire nella provincia di Napoli, Le sarei grato se volesse evitare Nola,
perché chi non ha capito Bruno non può capire la filosofia di vita dei
Nolani.........Salus
Vincenzo Guerriero di NOLA http://space.tin.it/musica/ajigu
Caro
Montanelli, Rispondo
punto per punto a quanto Indro Montanelli ha scritto su Giordano Bruno,
nella Stanza del 5 febbraio 2000.
Con tutta la stima, è chiaro che Indro Montanelli ha risposto con superficialità. E' vero che Giordano Bruno è troppo variegato per essere condensato, ma esistono le possibilità di averne un’idea, come una enciclopedia, che non si legge tutta. Comunque La cena delle ceneri, Degli eroici furori, Candelaio, sono alla portata di chiunque abbia un po’ di cultura. Ma è raro che a scuola si facciano leggere brani scelti come si fa con i Maggiori del Cinquecento, e quindi lo si trova ostico da adulti. >Dopo essermi più volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. Esuberante ed immaginifica, la ricchezza e complessità impediscono letture affrettate, ma una lettura ad alta voce e analitica è splendida, come quella fatta da Guido Davico Bonino alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Gli stranieri conoscono Bruno perché leggono in traduzione la sua lingua d'epoca. Giustamente Adele Faccio vorrebbe "tradurre" Bruno perché gli italiani possano conoscerlo almeno quanto gli altri.
Diceva Bruno che per guardare lontano si sale sulle spalle dei giganti. Faceva una operazione all’epoca incomprensibile: la rielaborazione creativa. Le sue letture divenute carne e sangue di una immensa cultura, gli suggerivano immediatamente altri orizzonti e perciò le scavalcava. Ma i dotti ragionano per generi e categorie, e un discorso nuovo li mette in crisi, vogliono solo dimostrarne le origini onde svalutarlo. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilò lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: "Amante di Dio, dottore della più alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell'ignoranza presuntuosa e persistente...", e via di questo passo. Si disse anche "Accademico di nulla Accademia", e "Cittadino e domestico del mondo - figlio del padre Sole e della Terra madre". Non ho mai capito perché si fece frate e scelse l'ordine più severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, La cultura era in mano al potere, civile o religioso, e lui scelse quello più affine al suo spirito di ricerca. Si fece frate per studiare e fu un ottimo frate, tanto che fu presentato al papa a cui dedicò la sua prima opera giovanile. di uno "sciupafemmine" come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Non fu uno sciupafemmine, ma anche se lo fosse stato, la vicenda di papa Borgia era recentissima. Scrisse d’amore in De gli eroici furori esaltando le gioie dello spirito e Shakespeare rispose con le Pene d’amor perdute proprio al suo concetto così alto. Bruno era a questo livello, nella cultura europea! >Infatti poco dopo gettò la tonaca alle ortiche, E’ un luogo comune falso. Bruno discusse con un imbecille carrierista, Padre Montalcino, a proposito di Ario. Quello non capì, appunto perché era imbecille, e ne approfittò per farsi bello denunciandolo ai superiori. Essere denunciati significava l’inizio di un processo e di mortificazioni fisiche e intellettuali, tipo star seduto per terra nel refettorio a culo nudo e non poter più leggere gli autori amati. Dovette fuggire per mettersi in salvo. >e cominciò a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. Tanto è vero che la prima ingenua tappa fu proprio il convento di Roma! Donde di nuovo scappò dopo lo scambio di informazioni Roma-Napoli, quando per processarlo tentarono addirittura di accusarlo di omicidio. La sua continua fuga fu un giocare a rimpiattino con la Chiesa che grazie alla rete di benpensanti e di spie lo scovava appena abbandonava la incultura corrente e cedeva alla voglia di un discorso un po’ illuminato. Veniva riconosciuto e si ricominciava da capo. >La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d'immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa. Non ce l'ebbe con la Chiesa, almeno per molti anni, ma con i suoi esponenti di più basso livello. ("Oh, santa asinità, santa ignoranza! santa stultizia e pia divozione!"). Fu la Chiesa a non demordere da quella lontana denuncia dell’imbecille. Lui contro la Chiesa ci arrivò dopo anni di fuga, altrimenti sognò solo di essere ridotto allo stato laicale per studiare in pace. Contattò preti e cardinali per ottenerlo, inutilmente. > tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Bruno si manteneva a Ginevra facendo il correttore di bozze e assisteva alle lezioni dell'intellettuale più importante della città, Anthoyne de La Faye. Rilevò venti errori in una sola lezione e li pubblicò in un volantino a sue spese perché non aveva la Stanza sul Corriere della Sera e dovette arrangiarsi. >Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Aveva tanti amici quanti ne hanno le persone intelligenti e libere. Ad alto livello intellettuale era molto amato. Se rivestire o no il saio fu una scelta a seconda del pericolo di girare con o senza, un po’ come il chador per le donne in Afganistan. Non gli fu concesso mai di rivestirlo o toglierlo in pace. >Lui la ripagò A parte quanto sopra, cioè che non gli fu concesso niente, "la ripagò" come Lei, dottor Montanelli, "ha ripagato" Berlusconi! >facendosi propagandista del pensiero copernicano - rielaborato a modo suo - che la Chiesa condannava come eretico. Bruno aveva superato Copernico, che vedeva la terra girare, ma in un universo limitato. Bruno aveva intuito, con anticipo di secoli, l'universo in espansione. Da lui prese l’avvio anche Keplero, l’unico che glielo riconobbe quando dopo il rogo tutti tacquero, Galileo compreso. Non so se Montanelli si piegherebbe a dire, per rispetto di chicchessia, una bestialità scientifica. >Stavolta Quando? Ormai sulla Chiesa Bruno taceva. >il Sant'Uffizio perse la pazienza, La "pazienza" del Sant’Uffizio era stata un puntiglioso inseguimento per sedici anni, non sopportando che un frate ventottenne gli si sottraesse. Un po’ come la mafia con chi sgarra. > se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, Non fu così semplice. La repubblica di Venezia fu ricattata e blandita a lungo, con un andirivieni diplomatico che approfittò di tutto, perfino del viaggio di Paolo Sarpi, pur di avere l'estradizione di Bruno. E alla fine la concesse, dopo averlo assolto, "quale filiale ossequio nostro verso Sua Beatitudine". >dove si era ultimamente rifugiato, Non vi si era rifugiato, vi era stato invitato espressamente da Mocenigo che quando vide il suo ospite e maestro acclamato si sentì messo in ombra e offesa la sua vanità. Per cui lo tradì, facendolo imprigionare nella propria casa. >e lo sottopose a processo. Nell'interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnegò come false, confessò tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa. Il processo a Roma durò sette anni. Nei quali la Chiesa volle onestamente reperire tutti i libri di Bruno, tutte le testimonianze a carico e a difesa e ottenere l’abiura anche torturandolo. Il dubbio lacerante di Bruno fu quello di ogni essere umano di un certo livello intellettuale e morale: vivere per affermare il proprio diritto alla vita, o morire per confermare la fedeltà a se stessi. Fu quando si trovò issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando ormai non aveva più nulla da perdere, che Bruno si pentì di essersi pentito In realtà, intorno al 21 dicembre, un corteo capeggiato dal cardinale Bellarmino era andato nella cella per farlo pentire. Bruno rispose che "Non deve e non vuole pentirsi, e non ha di che pentirsi, né ha materia di pentimento, non sa di che deve pentirsi". Provocatoriamente dettagliato, ma non all’ultimo momento, anzi, proprio quando aveva ancora tutto da perdere. >e pronunciò contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie. E' risaputo che per paura di ciò che Bruno avrebbe potuto dire gli fu messa "la lingua in giova", con uno strumento di tortura chiamato mordacchia. Dunque morì in silenzio. Dopo aver detto, sembra, mentre lo vestivano della tunica di infamia per portarlo al rogo: "Più si è intelligenti e più si è coglionati". >No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l'altezza morale e intellettuale. Commuovono ancora le sue parole : "Niente può essere prima della verità. La verità è avanti a tutte le cose, è con tutte le cose, è doppo tutte le cose, è sopra tutto, con tutto; anzi, la divinità e la sincerità, bontà e bellezza delle cose è la verità.La quale né per violenza si toglie, né per ambiguità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per comunicazione si disperde. Poiché senso non la confonde, tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non l’interrompe, tenebra non la vela." >Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo. Per sua stessa ammissione Montanelli giudica Giordano Bruno "per sentito dire" e gli spara a morte proprio lui, che subì qualcosa di analogo. Mi spiace che Montanelli cada in una semplificazione così arbitraria. Con questo - intendiamoci - non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione. Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno è fra quelli che m'indignano di meno. Non si tratta di "non giustificare": uccidere per impedire di professare idee è un abominio e la Chiesa lo compì in un numero enorme di casi. Fu un’Olocausto frazionato che dovrebbe ancora sconvolgere, senza distinzioni tra Bruno e l’ultimo eretico anonimo. Vorrei vedere se si parlasse così tra qualche secolo di Hitler o lo si storicizzasse! Ciò premesso, che ogni rogo è un delitto, in questo caso il delitto ha impedito per sempre di vedere dove sarebbe approdato il genio di Bruno. Diciamo che tutti i morti di Spagna mi indignano, ma l'aver spento la voce di Lorca mi ha anche privato della sua poesia. >Esso illumina della luce più cupa, e quindi più pertinente, lo squallido paesaggio dell'Italia della Controriforma: Squallidissimo, in questo caso, perché fu una lotta personale del cardinale Bellarmino che ne aveva fatto lo scopo della sua vita, al punto che fece scrivere sulla sua tomba "Ho piegato il cervello del superbo". Mentre Bruno aveva detto "Ma qual vita pareggia al morir mio?" >un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio. Non poteva avere una causa, come non l'ebbe mai alcun profeta. Cercò di esprimere il futuribile e fu oscuro, il nuovo e fu incompreso. Soprattutto disse "Me ne sbatto!" a ogni lusinga e non si mise in coda per ottenere favori. Il che aggiunse a quella della Chiesa la rabbia di quanti si erano venduti l'anima pur di raggiungere quel che lui disprezzava. Ma aveva detto:"Quel ch’altri lunge vede, lascio al tergo". Con le più vive cordialità Mara de Paulis Giordano si rammarica per la propria lutulenza, e per non essere stato in grado di rendersi piacevole alle sue orecchie, ma non si può piacere a tutti? Ma chiunque abbia letto le sue righe, sopra riportate, facilmente si porrà la seguente domanda: Come potrà mai giudicare, l'illustrissimo Indro, l'opera del Nolano, se no ne conosce neanche una minima parte? Se non ha mai letto, lui dottissimo e saccentissimo, neppure dieci pagine dell'immensa opera del precursore del pensiero moderno? E già, ha letto proprio benissimo caro Montanelli, e non sono solo parole mie, o di qualunque altro Giordanista, ma parole stampate sullo stesso giornale dove lei stesso, eminentissimo, scrive. Non ci crede? Le riporto il tutto, caro gioiello del giornalismo nazionale. Ma faccia attenzione e legga tutte le righe, non vorrei che si fermasse alle prime, perdendosi il meglio........ Abbia pazienza: sarà l'età?... Faccia una cosa: prenda
esempio dalla sua amata santa chiesa, e chieda pubblicamente perdono per
le enormi fesserie che ha detto sul Nolano. Ne guadagnerà di certo.
ho letto quanto Lei ha scritto su Giordano Bruno, "turandomi il
naso" come Lei ha suggerito in altre occasioni. Lei sostiene che
"...quando Bruno fu issato sul patibolo di Campo de' Fiori, cioè quando
non aveva nulla da perdere, si pentì di essersi pentito e pronunciò contro la
Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie..." Fausto Moretti
la mia scarsa familiarità con
Internet e la fretta con cui finora ho scorso il tuo bel sito mi hanno
impedito di notare la tua gustosa polemica con Montanelli e sinceramente ho
provato un pò di compassione per quel vecchiaccio sempre sotto esame a
dimostrare 24 ore al giorno di essere informato alla perfezione su tutto. In
fin dei conti nessuno si è sognato di stuzzicare qualche professore di storia
o di filosofia per avere lo stato dei lavori su Bruno, e invece siete andati a
sfrucugliare un giornalista dalla penna arguta e brillante, ma certo con
opinioni che non fanno testo in una materia tanto specialistica. Bruno, dopo
tutto, per i nostri contemporanei ha scritto solo le opere italiane - quelle
latine è come se fossera state scritte in sanscrito, lette da pochi,
decifrate da nessuno. Per tornare alla risposta di Montanelli, dunque, secondo
me si è trattato del punto di vista di uno che non se l'è sentita di
accodarsi alla processione dei piagnoni e sinceramente ha espresso un'opinione
al vetriolo, ma sincera! se la grandezza del Nolano sta nell'aver
preferito il rogo all'abiura delle proprie idee, allora è fin troppo facile
fare gli eroi sulla pelle degli altri e acclamarlo, sapendo che non si rischia
niente. Simm'è Napule Paisà, l'ormai dimenticato Pella ebbe a dire
che l'Italia ha bisogno di galline che fanno l'uovo tutti i giorni, non di
aquile imperiali. No, non siamo il popolo di eroi che si usava dire, e lo dico
con dispiacere, ma è la verità. Le opere italiane poi non mettono in luce un
pensatore originale, ma eclettico, e tutti sappiamo che questa parola è il
massimo insulto che si possa rivolgere in italiano ad un filosofo. Le opere
latine dove si cela il pensiero autentico, l'arte di pensare, non sono note, come
abbiamo detto, e allora, come indignarsi della risposta di Montanelli?
con quelle parole raccoglieva l'approvazione unanime e compatta dei
cattocomunisti e di tutti i semiacculturati, e per un giornalista tanto basta,
alla faccia della verità.
Claudio D'Antonio
Luigino Piccirilli LUNEDI’24 gennaio, un Convegno all'Università di Napoli, in
vista delle celebrazioni di Giordano Bruno,a 400 anni dalla morte.Leggevo la
notizia sul Mattino, quando il mio gatto, per mettersi al centro delle
attenzioni, si piazza sul giornale. Ma quella birba mi dà l'occasione di
scoprire una strana coincidenza: la Festa del Gatto ricorre il 17 febbraio,
proprio nel giorno di quelle celebrazioni. Forse non è un caso, che pure il
gatto(quello nostrano specialmente) è "europeo", come Bruno, nonché
filosofo, sia pure eclettico; non fosse altro per dignità e spirito di
indipendenza. Accusato anche lui di stregoneria, non viene ancora torturato,
massacrato, avvelenato e pure bruciato vivo? Però, lo ammazzi ma non lo pieghi,
come quel "nolano e napoletano filosofo". Un confronto questo un po'
"eretico"?
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| IL
CATTIVO MAESTRO GIORDANO BRUNO di Armando Plebe
Per secoli Giordano Bruno
è stato il simbolo preferito dai liberi pensatori. Quest'anno lo sarà
particolarmente perché in questi giorni ricorrono quattrocento anni dal
giorno in cui fu arso vivo dall'Inquisizione per soli reati di opinione.
Vittima innocente, e per di più coraggiosa, perché ebbe la forza di
non rinnegare le proprie idee, pur sapendo cosa lo attendeva. Tanto di
cappello, da parte di chiunque ami la libertà. Tuttavia lo storico non
può fare a meno di ricordare che, in tutta la storia della filosofia,
Bruno fu il filosofo più antidemocratico. Perché tacerlo? E' bene
ricordarlo per lo stesso amor di verità di cui lo stesso Bruno fu
campione. "Quando gli ignobili diventano uguali ai nobili, succede
una bestiale egualità". Sono parole dell'opera più famosa del
Bruno, che s'intitola "Degli eroici furori". Gli storici della
filosofia non amano ricordare, perché devono convalidare la comune
opinione che Bruno sia stato strenuo difensore della democrazia.
Nient'affatto: egli fece la grande scoperta che nell'universo non
esistono gerarchie spaziali, cioè non esistono né un sopra né un
sotto, però era convinto che il contrario deve accadere nei rapporti
fra gli uomini. Una società priva di gerarchie non è più una società,
ma è un caos camuffato nella facciata.
Contraddizione? No, piuttosto un ingenuo ottimismo. Bruno era convinto che il dogmatismo dei potenti potesse benissimo conciliarsi con la libertà dei liberi pensatori. Fu proprio questa sua ingenuità a condurlo al patibolo. E paradossalmente proprio questa sua ingenuità lo rende oggi attuale per coloro che credono alla globalizzazione. Bruno infatti, polemizzò contro Copernico perché Copernico, pur avendo scoperto che è la terra che gira attorno al sole e non viceversa, era però convinto che il nostro mondo fosse limitato entro i confini del sistema solare. Bruno invece riteneva che se qualcosa è valido per il nostro mondo, deve essere valido per l'intero universo, anche oltre l'ambito del sistema solare. E' l'ideale della globalizzazione. Non è lecito agli austriaci amare le patate, se le patate non piacciono anche in California. Nel secondo millennio è inevitabile che o le patate piacciono a tutti, o non piacciano a nessuno. E' noto quanto questo dogma sia stato di recente contestato sulle piazze di Seattle. Ma Bruno era convinto che la globalizzazione fosse conciliabile con la libertà dei singoli. L'argomentazione con cui sosteneva questa sua teoria era alquanto singolare. In uno dei suoi dialoghi egli teorizza che i peccati più gravi sono quelli che investono parecchie persone o intere società. Invece quelli che si compiono fra due persone hanno un'importanza assai minore. Se poi riguardano i conflitti interiori di una sola persona, sono privi di rilevanza. Cioè nella sua mente, e nella vita privata, il singolo può fare il diavolo a quattro, purché nella vita pubblica si comporti da conformista. E' certo una maniera di intendere la globalizzazione. Non credo però che i suoi teorici oggi sarebbero d'accordo.
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