In occasione del quarto centenario, ogni mercoledì sera Radio Popolare, nel corso della trasmissione scientifica Il Ciclotrone, condotta da Matteo Merzagora e Sylvie Coyaud, chiede a uno scienziato o a un filosofo: chi è per lei Giordano Bruno?  

Opinioni su Giordano Bruno

Intervista a Jean-Marc Lévy-Leblond

Alla domanda "chi è per lei Giordano Bruno" risponde per primo Jean-Marc Lévy-Leblond, fisico matematico dell'università di Nizza e "critico scientifico" (così come esistono critici letterari), autore tra l'altro di Aux Contraires - L'exercice de la pensée et la pratique de la science (Gallimard, Parigi, 1996), La pietra di paragone (Cuen, Napoli, 1998), e curatore della prima traduzione francese del Dialogo di Galileo (Seuil, Parigi 1992).

Di piacere al volgo non mi proposi mai,
perchè quello che a lui piace io non so;
quello che io so, il volgo è ben lungi dall'approvare.

Non sono un esperto di Giordano Bruno e l'ho scoperto piuttosto tardi, confesso: quello che mi ha colpito innanzitutto è che è un malmostoso. Mai contento, sempre arrabbiato, litiga con tutti e questo me l'ha reso subito simpatico. Lo so, si è scritto che è stato un precursore della relatività: a me sembra vero e falso.
A lungo, è stato considerato un pensatore medievale attardo, poi è venuto un periodo in cui lo si è considerato come un precursore di Galileo e perfino di Einstein. Vero e falso: è il solito problema posto dai precursori e da una lettura retroattiva della storia la quale mi pare sempre piuttosto problematica.
E' esatto che cercando in alcuni testi, e in particolare nella Cena delle ceneri, si trovano passi dove Giordano Bruno si pone sul movimento relativo domande che prefigurano quelle che si ritroveranno decenni dopo in Galileo. Ma non hanno affatto lo stesso significato. Bruno, contrariamente a Galileo, non è un fisico: è un metafisico, o un cosmologo se vogliamo. E perfino quando certe sue idee sono poi riprese o amplificate da Galileo, sarebbe un abuso trasformarlo in un fisico ante literam o in un annunciatore della meccanica.

Eppure sono idee familiari per la fisica odierna: universo infinito, mondi multipli, vita cosmica.
Proprio così, ed è qui il grande paradosso di Giordano Bruno. E' un precursore non tanto dei suoi immediati successori come Galileo quanto della modernità. Per certi versi, è più moderno di Galileo, prima di tutto sull'argomento del cosmo infinito, un punto sul quale Galileo rimane invece molto cauto. Poi sulla pluralità dei mondi e sulla vita generalizzata, cosmica, che riempirebbe l'intero universo. La sua visione del mondo - è preferibile chiamarla così piuttosto che "teoria fisica" - è del tutto moderna.

Si capisce facilmente che un fisico teorico si interessi a Galileo, stupisce di più che legga Giordano Bruno.
Deve essere per il fatto che non sono unicamente un fisico! Se fossi unicamente un fisico, non potrei fare a meno di interessarmi a Galileo - con vera passione - e mi basterebbe. E' difficilissimo leggere Bruno, da fisico, mentre quando leggo Galileo mi sento "fra colleghi", lo riconosco: scrive "come uno di noi". Con Bruno la distanza è grande. Ovviamente, non pretendo di capire tutto - ci vorrebbero riferimenti culturali e una conoscenza del contesto storico ben più vasta della mia.
Quindi l'interesse e addirittura il fascino - piuttosto recente, lo ripeto - che G. Bruno esercita su di me, vengono appunto dalla sua esteriorità rispetto alla scienza propriamente detta, dal paradosso di cui parlavo prima e che riformulerei così: nonostante non fosse ancora uno scienziato, né un fisico, e avesse ereditato modi di pensare arcaici, medievali, legati a concezioni ermetiche, e forse per queste stesse ragioni, Bruno ci appare estremamente moderno. Ci dimostra che non possiamo avere una visione lineare della storia ed è questo ad appassionarmi. Elementi che in un periodo dato possono essere giudicati arcaici e superati diventano di converso quelli che si rivelano più moderni e anticipatori.

Scusi se ci impicciamo dei fatti suoi, ma cosa fa il 17 febbraio?
Sarò a Campo dei Fiori, a Roma. 


La Repubblica-2 FEBBRAIO 2000
JEAN MARC LEVY-LEBLOND
Un risoluto materialista
Lo scomunicarono luterani, calvinisti e cattolici

Nel corso delle sue peregrinazioni, Giordano Bruno scrisse numerose opere metafisiche, teologiche e cosmologiche, in uno stile spesso critico e a volte anche satirico. Si può avere un'idea del suo tono anche soltanto leggendo alcuni dei suoi titoli più polemici: La cena de le ceneri (purtroppo premonitore), Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori. Anche nelle sue opere dai titoli più "seri", quali De l'infinito, de l'universo e dei mondi, o De la causa, del principio e de l'Uno, generalmente in forma di dialoghi, la sua scrittura ha una libertà di tono, una vivacità sempre stimolanti.
Bruno sviluppa nei suoi libri una concezione del mondo risolutamente materialista e unitaria, che gli procurerà tre scomuniche: quelle dei luterani, dei calvinisti e dei cattolici, ma gli varrà in seguito l'ammirazione di Spinoza e di Hegel.
Non fu condannato, come la Chiesa sostiene tuttora a propria difesa, per la sua visione cosmologica, bensì per la sua posizione eretica. Come se le due cose fossero separabili, o come se la seconda giustificasse il rogo più della prima... Comunque, più dell'eterodossia delle sue opinioni, a renderlo insopportabile alle istituzioni religiose fu la sua capacità di modificarle. Più che scettico, Giordano Bruno era relativista. Nel 1588, anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, scrisse che la sua religione era quella "della pacifica convivenza tra le religioni, fondata sull'unica regola della mutua intesa e della reciproca libertà di discussione". Mentre ripone la sua fiducia nella "ragione di ciascuno", Bruno disprezza i dotti. E si identifica spesso con l'asino, che nella sua ignoranza, pazienza e ostinazione rappresenta l'allegoria emblematica di chi ricerca la verità.
Adottata la dottrina copernicana, Bruno supera l'eliocentrismo per farsi ardente propagandista di un universo infinito, della pluralità dei mondi e del vitalismo cosmico: Sarebbe certo abusivo voler vedere in Giordano Bruno il pioniere della nuova scienza. Se Galileo, nato vent'anni dopo, inaugurerà la modernità, Bruno resta legato ai modi del pensiero arcaico. Ma al di là del tributo impostogli dalla sua libertà di spirito, in un'epoca tutt'altro che incline a permetterla, c'è una forte lezione da trarre dalla sua opera - poiché le idee nuove non nascono mai nella forma chiara e netta che la posterità conferisce loro retroattivamente. In Giordano Bruno troviamo elementi di ermetismo, di magia naturale, di filosofia neoplatonica che uniti insieme producono una concezione audace e visionaria del mondo.
Sebbene non gli si possa attribuire nessuna scoperta scientifica di rilievo, Bruno ha giocato così un ruolo essenziale, preparando le menti alla rivoluzione galileiana.
Le numerose, recenti scoperte di pianeti esterni al sistema solare, lo sviluppo della ricerca sulle eventuali forme di vita extraterrestri, così come l'ipotesi Gaia, oggi scientificamente più credibile, costituiscono un magnifico omaggio alla sua prescienza.
Quanto a noi, siamo oggi più capaci dei contemporanei di Giordano Bruno di comprendere i protagonisti di quelle esuberanti polemiche, di quelle feconde confusioni, di quei paradossali arcaismi che preparavano il futuro? In questi tempi di pretese certezze razionali, dovremmo ricordarci di quanto dobbiamo a quelle indocili menti.
(traduzione di Elisabetta Horvat)

Opinioni su Giordano Bruno

Intervista a Luciano Parinetto

Luciano Parinetto è professore di Filosofia Morale alla Statale di Milano. Ha pubblicato, per Rusconi, un libro dal titolo Processo e morte di Giordano Bruno. Oltre a un ampio saggio introduttivo, il volume contiene una raccolta di documenti del processo veneziano, il sommario del processo romano e i documenti che riguardano la fine sul rogo di Giordano Bruno.

 

Chi è per lei Giordano Bruno?
Potrei rispondere che è un mago, nel senso che Bruno stesso, citando Aristotele, dà a questo termine, e cioè semplicemente "sapiente". E' un sapiente rinascimentale, come lo poteva intendere la cultura del rinascimento, che includeva ovviamente anche la poesia. Forse questa è la più esatta definizione sintetica che si possa dare di Giordano Bruno. La fine che la Santa Chiesa e la Santa Inquisizione gli hanno fatto fare è però una fine da strega. Anche questo aspetto da un'idea della complessità della sua figura.

Come vede, da filosofo, quegli scienziati che in fisica e in cosmologia trovano degli spunti in Giordano Bruno?
Se scartiamo le letture di tipo positivistico, direi innanzitutto che Giordano Bruno mostra un punto di vista decisamente non scientifico, almeno nel senso in cui oggi intendiamo il termine. E direi neanche prescientifico. Bruno non si interessa assolutamente di quella che sarà la cosiddetta nuova scienza, Galilei, Descartes, ecc., e d'altra parte non poteva conoscerli. Il suo punto di vista è completamente diverso, è quello di un cosmo immenso, infinito, tutto animato, nel quale quindi abita anche la magia, l'alchimia, e tutte quelle (allora) scienze che si collegavano ad una natura considerata animata. Non è neppure un copernicano: rimprovera a Copernico l'idea della centralità del Sole. Per Bruno nell'infinito non c'è né centro né circonferenza.

Da dove arriva la sua passione per Giordano Bruno? Che cosa l'ha messo "sulla pista"?
Si tratta di una figura quanto mai suggestiva, non solo per il suo pensiero, ma anche per la sua biografia, per la sua figura in carne e ossa. E' veramente un simbolo, ed è il simbolo di colui che vuole pensare seguendo i propri principi e non principi imposti dall'alto, che vengano dalla chiesa, da Aristotele o da qualsiasi altra istanza.
Moltissimi hanno voluto accaparrarsi il suo pensiero, dagli anarchici ai panteisti, e direi che fino a un certo punto questa operazione è legittima, perché la morte di Bruno ha proiettato su tutto il resto della sua vita qualche cosa che ha trasformato la sua vita stessa.
Molte volte nelle sue opere ritorna a dare un ritratto di se stesso in cui campeggia la morte. Quindi anche lui si poneva il problema del significato che la sua morte poteva avere per il suo pensiero. Pasolini, parlando dell'Edipo, disse che la morte costituisce un montaggio, un linguaggio tecnico, filmico, intendendo con questo che la morte dà una sintesi di una vicenda e di una persona che trascura molti aspetti, ma mette anche in luce cose che altrimenti non si erano notate. In Bruno questa considerazione è particolarmente eclatante: il rogo di Bruno proietta su tutta la sua vicenda qualche cosa che nessuno avrebbe immaginato con lui in vita.
Chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, la possibilità di esprimere le proprie idee, di atteggiarsi in una certa maniera, di agire nel mondo, può ricollegarsi a questa figura, che diviene così un simbolo. La cosa interessante, l'errore più grande che ha fatto la santa inquisizione, è proprio che con il rogo di Bruno ha verificato le sue teorie magiche. In Bruno uno degli aspetti fondamentali è l'efficacia dell'imago, dell'immagine. L'immagine magica è qualche cosa che opera con efficacia se usata in una certa maniera. La Santa Inquisizione ha imposto al mondo e alla memoria degli uomini questa immagine della figura bruciata che si è impressa nella memoria universale, e così in un certo senso ha reso vera la teoria magica di Bruno. E' stato uno scacco tremendo per la chiesa cattolica e per l'inquisizione.

Opinioni su Giordano Bruno

Intervista a Sandro Mancini

Sandro Mancini è Professore di Filosofia Morale all'Università di Palermo. Ha in preparazione, per i tipi di Mimesis, un libro dal titolo "La sfera infinita: identità e differenza nel pensiero di Giordano Bruno".

 

Professor Mancini, chi è per lei Giordano Bruno?
Centralità della vita e la correlazione universale, il relazionismo. Il rinascimento è una mia vecchia passione: in particolare mi sono occupato di Montaigne, su cui ho scritto un libro, e adesso di Giordano Bruno, su cui sto terminando un libro proprio in questi giorni. Sono figure diverse e anche molto simili: avevano a Parigi gli stessi interlocutori politici; Montaigne muore nel 1592 e nello stesso anno Bruno viene arrestato, e quindi muore al mondo (morirà fisicamente 8 anni dopo, nel 1600, al termine del processo). Tutti e due hanno poi capito che le tesi di Copernico non sono solo un'ipotesi matematica per spiegare certe cose, ma portano a una nuova concezione. Una concezione che non consiste solo nel sostituire un centro a un altro, il Sole alla Terra, ma implica il passaggio da un pensiero con un centro a un pensiero senza centro. Questa è la prospettiva aperta da Montaigne e da Bruno.
E' un pensiero che un secolo dopo Pascal accoglierà, ma con sgomento, e che invece inebria quel cantore dell'immenso che è Giordano Bruno.

C'è una parola che ricorre fra chi studia Giordano Bruno: enigmaticità.
Chi ha letto l'Opera al nero della Yourcenar, di cui è protagonista, può capire la caoticità di quest'epoca, che si coagula nella caoticità di persone che si affastellano tumultuosamente tra prospettive antiche e moderne, un'epoca in cui il nuovo e il vecchio cozzano uno con l'altro. Nella persona di Giordano Bruno questo urto è particolarmente veemente, me egli ingegna di tradurlo in filosofia, nel pensiero della coincidentia oppositorum, che è poi il suo registro.
Io credo che Bruno consapevolmente porti avanti due strategie complementari e opposte: una che punta all'identità, il pensiero dell'uno, e una a quello delle differenze. Pensare i differenti e pensare l'unità con due filosofie che poi comunicano: questa è sostanzialmente la chiave della sua enigmaticità.
Poi c'è l'enigmaticità di un individuo che anticipa per molti aspetti il pensiero contemporaneo e per altri aspetti è invece completamente immerso in un mondo ancora classico: è un mago, è un astrologo. Anche questa è una coincidentia oppositorum: Bruno è insieme molto arcaico e molto moderno.

"Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può mutarsi, uno solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo"

Alternando in questa serie di interviste scienziati e filosofi, ci sono alcuni temi che necessariamente passano dagli uni agli altri. Per esempio il tema del tempo…
Bisogna premettere che Bruno parla sempre da filosofo, perché l'idea che abbiamo noi di scienza nasce pochissimo dopo, con Galileo, con Cartesio. Si ricordi che Bruno concorre a quella cattedra di matematica a Padova che gli viene negata per essere poi coperta pochi anni dopo da Galileo. La rivoluzione scientifica sta arrivando, ma Bruno, come Campanella, è al di qua: non lo si può inserire nella prospettiva del pensiero scientifico moderno. Ciò premesso, Bruno porta il pensiero dell'onnicentrismo, cioè di un universo infinito dove ogni punto è insieme centro e circonferenza di una sfera infinita, e quindi dove non esiste centro e non esiste periferia. Questo relativizza tutte le dimensioni: significa che l'universo è privo di tempo perché ha una durata perenne, ma all'interno dell'universo ogni corpo - e tutti gli astri, che per Bruno sono dei grandi corpi, dei grandi animali - ha un proprio tempo, ma un tempo relativo al singolo corpo che è insieme centro e periferia, cioè insieme assoluto, eterno e al tempo stesso relativo.
Bruno è il pensatore per il quale solo l'uno è, e nello stesso tempo è il pensatore della metamorfosi universale delle forme, per cui tutto si trasforma in tutto in un perenne fluire. Il motto di Bruno era In tristitia ilaris, in ilaritate tristis, allegro nelle cose tristi e triste nelle cose allegre: fu un pensatore che amava rovesciare le antitesi una nell'altra, proprio perché aveva capito questo pensiero dell'infinito.

 

Giordano Bruno e la pluralità dei mondi abitati

Estratto dalla relazione del prof. Dino Dini, dell'Università di Pisa:
"SCIENZA DI SECOLI SULLA TERRA
E SCIENZA DI MILIARDI Dl ANNI SU ALTRI PIANETI DELL'UNIVERSO"
messa a disposizione del pubblico partecipante al
6° Congresso di San Marino (3 ­ 5 Aprile 1998)

 

Nel VI° secolo a.C., la scuola ionica di Talete introdusse una teoria dell'universo in cui gli dei venivano a giocare un ruolo secondario e mentre questa teoria prendeva campo, nasceva nel sud Italia la scuola di Pitagora, fondata su concetti matematici.
Queste due scuole dettero vita alle grandi scoperte astronomiche dell'antichità:
  1. la Terra come un corpo celeste nello spazio e la sua sfericità;
  2. la tendenza dei corpi pesanti a cadere verso il centro della Terra;
  3. le prime misurazioni delle dimensioni di Terra, Luna e Sole;
  4. le distanze Terra­Luna, e Terra­Sole, come primi tentativi;
  5. le teorie dei moti della Luna e del Sole;
  6. le teorie dei moti apparenti della Luna e dei pianeti sulla sfera celeste.
Ma intervennero anche postulati che bloccarono per lungo tempo lo sviluppo della scienza celeste. Primo fra tutti il concetto geocentrico della Terra immobile al centro dell'universo.
Poi il postulato che l'universo sarebbe stato diviso in due mondi:
  1. il cosmo: un mondo di purezza ove nulla può cambiare, mondo dell'etere e del moto circolare.
  2. la Terra e cioè quello dei quattro elementi e del moto rettilineo: un mondo di impurezza e cambiamento.
Infine, il postulato secondo il quale gli unici possibili moti dei corpi celesti sarebbero stati il moto circolare e quello uniforme, o una combinazione di essi.
Questi postulati cosmologici, non in disaccordo con la fisica di Aristotele, regnarono quasi senza rivali per ben venti secoli. A fare eccezione fu il sistema di Aristarco (290 a.C.). Egli poneva il Sole al centro dell'universo e attribuiva un doppio moto alla Terra, una rotazione sul suo asse ed una rivoluzione intorno al Sole.
Le vedute di Aristarco, il primo ed ultimo astronomo eliocentrista dell'antichità ed il solo vero precursore di Copernico, furono travolte dalle correnti di geocentristi che avevano dalla loro parte sia l'immediata intelligibilità sia il senso comune.
Poteva cosi trionfare il solo Tolomeo: il suo "Grand Mathematical Syntax" (140 d.C.) era il risultato dell'"incoronazione" dell'antica astronomia: un trattato completo di astronomia pratica, accompagnato da esaurienti concetti di geometria e trigonometria, legato alla fisica di Aristotele che Io precedeva di sei secoli:
Al centro, immobile, la Terra circondata da otto sfere, le prime sette percorse, nell'ordine, da Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e l'ultima portante le stelle fisse come tutte fossero alla stessa distanza dalla Terra.
Sia pure con strane combinazioni di moti (soprattutto per giustificare quelli della Luna), l'astronomia di Tolomeo "funzionò" per quattordici secoli. E così finché il rinascimento indirizzò l'astronomia verso un nuovo orientamento, ancor prima che fosse il progresso delle osservazioni ad imporre una sostanziale revisione.

La storia della "moderna" astronomia comincia con la morte del grande astronomo polacco Nicola Copernico (Maggio 1543) e la quasi simultanea pubblicazione del suo modello dell'universo.
Quel modello rivoluzionò non soltanto l'astronomia ma tutta la scienza.
Dal 1543 al 1642, rispettivamente, l'anno in cui morì anche un altro grande astronomo ­ Galileo Galilei ­ e l'anno in cui nacque il più grande scienziato della storia ­ Isaac Newton ­ si cambiò sostanzialmente l'astronomia.
Per comprendere quanto importante fosse il modello di Copernico, si deve risalire ad Aristotele (384­322 a.C.) ed a Tolomeo.
Aristotele credeva che l'universo consistesse della Terra "corrotta e cambiabile" e del cielo "perfetto e immutabile". Egli sapeva che la Terra era sferica, però concludeva, per ragioni filosofiche, che essa stava immobile al centro dell'universo.
Il modello tolemaico era quello di un universo geocentrico (con la Terra al centro), in accordo con Aristotele. lnoltre, egli incorporava la credenza dei Greci che i corpi celesti si muovessero perfettamente. Poichè il solo moto perfetto è il moto uniforme e la sola curva perfetta è il cerchio, Tolomeo assunse che i pianeti si muovessero con moto circolare uniforme, un concetto prima proposto da Platone (427­347 a.C.). Ma semplici percorsi circolari, con centro la Terra, non si addicono ai moti dei pianeti nel cielo. Questi appaiono muoversi talvolta più veloci e talvolta più lenti e, occasionalmente, essi sembrano rallentare fino a fermarsi o procedere di moto retrogrado. Tolomeo spiegò a suo modo tali moti complicati, come apparivano dalla Terra.
Spiegò poi Johannes Kepler (1571­1630) che i pianeti si muovono intorno al Sole secondo ellissi.
Dopo la morte di Copernico (1473­1543), il sistema tolemaico, anche se oggetto di molte revisioni, fu ancora un inattendibile riferimento per le posizioni dei pianeti. A causa dell'autorità di Aristotele, la sua rappresentò ancora essere la teoria ufficialmente riconosciuta dell'universo.
La Chiesa cattolica aveva adottato gli insegnamenti di Aristotele come parte del dogma religioso, tanto da far tacciare di eretico chi avesse messo in discussione il sistema tolemaico.

Fu in Italia che la storia dell'astronomia prese una piega più seria.
Risultò che il "De Revolutionibus Orbium Caelestium", di Copernico, fu indirizzato non a quelli che ricavavano tavole astronomiche ma a fisici come Galileo Galilei ed a filosofi come Giordano Bruno.
Bruno, andando oltre Copernico, stabilì che la Terra è un pianeta come tantissimi altri e affermò che non aveva senso la divisione dell'universo in cosmo perfetto e mondo sublunare imperfetto. Egli proclamò l'unità del cielo e della Terra, I'identica natura del Sole e delle stelle, l'infinità dell'universo e la pluralità dei mondi abitati.
Giordano Bruno (1548­1600) fu il primo ad interpretare che la vita intelligente è distribuita un po' dappertutto nell'universo, ponendo così le basi alla giustificazione, dei trasferimenti di essa da pianeti in estinzione (ma ad avanzatissimo livello di tecnologia) ad altri non abitati (ma in condizioni da poter consentire la vita).
Giordano Bruno fu precursore di quella disciplina che oggi viene definita, sebbene non ancora "accettata" dalla scienza ufficiale, "UFOlogia".
Giordano Bruno, il "sognatore", rifiutando la cieca ubbidienza alle dottrine della Chiesa d'allora, trovò in Copernico una figura da esaltare, che sfidava la Chiesa nelle sue inflessibili tradizioni.
Giordano Bruno si avvalse della teoria di quello che considerava il suo maestro e la estese a coinvolgere l'intero universo.
Laddove la teoria di Copernico trattava del moto della Terra, Giordano Bruno immaginava un universo infinito, popolato da un'infinità di stelle come il nostro Sole, ciascuna circondata da pianeti su taluni del quali crescono e prosperano esseri intelligenti.
"Apri la porta attraverso la quale possiamo osservare il firmamento senza limiti" era il suo motto, per il quale fu arrestato dall'inquisizione nel 1592 e poi giustiziato sul rogo dopo ben otto anni di prigionia.
Il nome di Giordano Bruno sarà ricordato per il suo brutale martirio da parte della Chiesa, un uomo che accettò il supremo sacrificio nel rifiutarsi di sottoporre ad un compromesso o ritrattare (come fece Galileo pur straconvinto delle sue idee e della validità delle sue pratiche) le sue osservazioni, oggi considerate punto di partenza per la ricerca di altre vite intelligenti nell'universo.
Infinità di spazio e di tempo, infinità spirituale come pure fisica, furono asserzioni di Giordano Bruno. I suoi voli di immaginazione Io portarono anche oltre l'universo a noi accessibile, al regno di Dio.
Diversamente dai suoi predecessori, Giordano Bruno ricorse di rado al tradizionale simbolismo della Cristianità; egli era molto più vicino alla letteratura della saggezza del Vecchio Testamento, ma talvolta appariva come un esaltato nelle sue prediche alle folle di Savona, Torino, Venezia, Padova, Lione, Tolosa, Parigi, Chambery, Londra, Oxford, Wittenberg, Praga e Francoforte.
Descrivendo l'eterna saggezza di Dio, Giordano Bruno la paragonava alla radiazione della luce infinita, che "discende tra noi a mezzo di emissione di raggi, e viene comunicata e diffusa attraverso tutte le cose". Bruno ritornò di nuovo alla sua originaria visione dell'infinito: un universo in grande scala, senza limiti di spazio ed eterno nel tempo, un universo popolato da innumerevoli Soli come il nostro e non c'erano allora mezzi visivi (I'impiego del telescopio in astronomia avvenne con Galileo nel 1610) per distinguere nella fascia bianco­argentea della Via Lattea i miliardi e miliardi di stelle con tanti pianeti abitati, sedi di vita spesso anche più intelligente di quella nostra. Non si può infatti negare l'esistenza di tanti mondi abitati, in uno spazio che è identico in caratteri naturali a quello che ci è più vicino.
Nel suo libro "De I'infinito universo et mundi" egli dice: "Ad un corpo di dimensione infinita non può essere attribuito né un centro né un confine... Giusto come noi ci riteniamo al centro di quel cerchio equidistante, che è il grande orizzonte che ci circonda, così altrettanto gli abitanti della Luna (ammesso che esistessero) si ritengono senza dubbio essi stessi al centro di un grande orizzonte che abbraccia questa Terra, il Sole e le altre stelle. Pertanto, la Terra, non più di qualche altro mondo, potrebbe essere considerata al centro (e quindi fissa nello spazio)".
Così affermando, con perfetta argomentazione, Giordano Bruno aveva anteveduto la teoria della relatività che, a torto o a ragione, sta giocando un ruolo centrale nella fisica, a partire da circa quattro secoli più tardi.
Ma, nel libro del grande filosofo (52 lavori filosofici alla sua morte) "De immenso et immunerabilibus" si trova un argomento di natura alquanto diversa: "il solo infinito è perfetto e di esso nulla può essere più importante e migliore, il Dio come sola natura intera e universale. Universo è sinonimo di verità, unità e bontà; per questo l'infinito viene chiamato universo. Dio è glorificato non in uno ma in innumerevoli Soli, non in un'unica Terra, ma in un'infinità di mondi. È l'eccellenza di Dio che viene magnificata e resa manifesta la grandiosità del suo Regno".
Giordano Bruno non fu capito, ma già da oggi si comprende che deve risorgere la sua intuizione!
Egli è il vero precursore dell'UFOlogia.

 

 

 
Domenica 25 Giugno 2000
I massoni a Campo de’ Fiori
Effetti speciali in piazza:
“al rogo” Giordano Bruno

Il fuoco è tornato ad ardere a Campo de’ Fiori per commemorare Giordano Bruno, frate eretico per la Chiesa, libero pensatore per i Massoni. Alle 22,10 sul palco, Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, ha dato l’ordine: «Fuoco». E cinque spettacolari fiammate hanno scatenato gli applausi della piazza, fra decine e decine di labari, cioé gli stendardi blu e verdi (in rappresentanza delle logge sparse nelle città italiane), molte fiaccole accese e la curiosità di tanti turisti.
La manifestazione organizzata dai massoni è stata composta e meno affollata del previsto: circa 400 persone (si prevedevano invece oltre 2.000 “fratelli"), turisti compresi. Un rogo simbolico, ai piedi della statua del frate: fiamme “virtuali" con l’ausilio di una bombola di gas liquido e un tubo di rame si sono levate strategicamente vicine alle oltre 30 fascine (provenienti dai Pratoni del Vivaro) collocate sotto al monumento. Fiamme simboliche contro l’intolleranza, precedute da musica e discorsi. «Siamo tornati sulle piazze e ci resteremo - annuncia Raffi - Questa è una strada che non ha ritorno. Vogliamo essere una “massoneria del popolo" che si confronti con le diverse realtà sociali, esprima valutazioni e proponga soluzioni».
Contenti i massoni che, pur avendo festeggiato in ritardo il quattrocentesimo anniversario della morte del filosofo, sono comunque riusciti a spuntarla nei confronti del Comune, preoccupato per il rogo che volevano accendere nella piazza appena restaurata. «Abbiamo messo al rogo l’intolleranza e la violenza fisica e morale - sottolinea Raffi - Giordano Bruno continua idealmente a morire nei luoghi dove si soffre la mancanza di libertà. Anche il Gay Pride, per esempio, esprime il diritto di una minoranza che deve essere rispettata». Tra il pubblico, anche Marco Pannella e Alessandro Meluzzi. «Sono felicissimo di essere qui - dice Pannella - Spero che queste occasioni si moltiplichino perché da anticlericale che sono sempre stato non ho mai incontrato occasioni del genere. Spero di poter diventare massone anch’io». Sfatano, i massoni, anche l’alone di segretezza che li circonda: «La nostra è riservatezza. Le nostre sedi sono negli elenchi telefonici, le liste con i nostri nomi sono depositate in Questura».