L'Unita'-2 LUGLIO 1999

RENZO CASSIGOLI

Giordano Bruno. Un rivoluzionario fedele alla verità
I preparativi per i 400 anni della morte del filosofo: parla lo studioso Ciliberto
Con il Giubileo la Chiesa chiede perdono per la sua uccisione Ma non perdonerà il filosofo nolano
Un intellettuale che ha segnato la storia della coscienza moderna  
"Sì, potremmo definirlo un giubileo laico, senza alcuna componente di carattere anticristiano, tanto meno, antireligiosa". Michele Ciliberto, presidente dell'Istituto nazionale di studi sul Rinascimento da due anni lavora alle celebrazioni per il quarto centenario dell'uccisione di Giordano Bruno, il domenicano arso vivo a Roma il 17 febbraio del 1600, "Con il giubileo la Chiesa cattolica chiede perdono per la morte di Bruno, ma è difficile che possa perdonare il filosofo Nolano che morendo dichiarò "d'essere d'ogni legge nemico e d'ogni fede"".
"Il comitato bruniano, che io presiedo - sottolinea Michele Ciliberto - si ispirerà a criteri rigorosamente scientifici e di grande rispetto per la tradizione cristiana e darà voce a tutti coloro che hanno interesse per Giordano Bruno, credenti e non. Personalmente, come studioso, sono però anche geloso della mia tradizione laica, nel senso più ampio del termine: la tradizione degli eretici, dei ribelli, dei libertini, dei grandi riformatori e dei grandi utopisti. La tradizione dell'Italia, laica e moderna, dei Pornponazzi, dei Sarpi , dei Bruno, dei Campanella, dei Beccaria. So bene che anche i cattolici sono laici, il punto è affermare che accanto a quella cristiana c'è anche un'altra grande tradizione".
Lei afferma, in un suo libro del 1990, la necessità di oltrepassare l'orizzonte specialistico che ha connotato la storiografia sul Nolano. Con quel libro lei ricolloca storicamente la figura di Bruno?
"A me sembrava opportuno presentare un quadro complessivo dell'esperienza filosofico-intellettuale e del significato addirittura universale che nella storia della coscienza moderna hanno avuto figure come Bruno. Esemplare è l'epistola degli "Articuli adversus mathematicos", nella quale Bruno dichiara che sarebbe "indegno et gravissimo" se invece di guardare con i propri occhi la verità, ci si affidasse a quello che della verità dicono altri, dei quali non vuole essere "né scherano né servo".
La libertà della ricerca.
"La "libertas philosophandi", cioè la libertà del pensiero che non accetta nulla che si frammetta tra sé e là verità. Centrale è il rapporto fra verità e dissimulazione, che è uno degli aspetti fondamentali della cultura moderna. Per difendere e salvare la verità, Bruno è anche capace di usare lo scudo della dissimulazione ... ".
Galileo dissimula per salvare la sua verità scientifica...
"E' vero, anche se l'esperienza di Galileo è complessivamente assai diversa. Bruno si muove all'interno di un paradigma qualitativo, mentre Galileo si muove all'interno di un paradigma quantitativo. Galileo non parla mai di Bruno, anche se a Bruno deve molto, come Keplero gli rimprovera. Galileo non ha simpatia per posizioni come quella di Bruno e di Campanella che pure, unico al momento dell'abiura, scrisse una grande apologia in suo favore. L'altro punto di differenza sta nel carattere radicalmente anticristiano della filosofia di Bruno".
Qui sta la differenza con Savonarola?
"Savonarola muore dentro la chiesa. Bruno ne è fuori. E' su una posizione che si confronta polemicamente con la chiesa cristiana e si rifà all'antica sapienza egizia che, sostiene, rovinata dal cristianesimo deve essere restaurata".
E' la ricerca della verità a portare Bruno fuori della chiesa?
"Non è che cercando la verità ci si ponga necessariamente fuori della chiesa, visto che la chiesa è portatrice di verità. E' il tipo di verità che cerca Bruno a portarlo fuori. Una verità incardinata su una nuova concezione dell'universo infinto e senza barriere incentrata sul principio che "una è la natura e la materia primera del tutto", senza più distinzione fra materia terrestre e celeste. Bruno ha una concezione dell'uomo che ha uno stretto rapporto fra l'intelletto e le mani, in polemica con la concezione dell'uomo di fede, che ascolta, si fa parlare all'orecchio. "Ex audito fides". Bruno esalta la capacità dell'uomo di trasformare la realtà e, al tempo stesso lo colloca in un universo infinito".
Possiamo dire che Savonarola combatte fino in fondo per la fede, mentre Bruno lotta e muore per la "sua" verità.
"Bruno assume che per la verità bisogna lottare qualunque sia alla fine il risultato. Non rifiuta la dissimulazione, tutto il primo processo veneziano è all'insegna della dissimulazione. Ma se dissimulare significa perdere la veriti, allora combatte fino in fondo e muore. E un grande rivoluzionario.."
Consapevole d'essere destinato alla sconfitta e alla morte...
"Nel "De monade" sostiene che si può essere vinti perché la vittoria è nelle mani del Fato oppure perché l'avversario è più forte. Importante é combattere e, raffigurandosi in un gallo afferma che non è un disonore essere sconfitto "se ti sei dimostrato valoroso nella notte". Importante è "non morire pigro per l'età tra le galline."
Per Bruno non c'è possibilità di convivenza tra fede e ragione.
"Penso proprio che dal punto di vista di Bruno non sia possibile tenere insieme fede e ragione. Avrebbe detto che la strada della fede è "asinina", pedantesca, è la strada di chi rinuncia "a cogliere il frutto dell'albero della scienza". Di chi rinuncia alla ricerca della verità nella sua essenza, che è il contrario della pedanteria e dell'asinità. Ripensando all'ultima enciclica di Papa Woytila, "Fede et Ratio", devo dire che trovo anch'io difficile mettere insieme fede et ratio se questo significa, da un lato perdere l'autonomia della ragione, che deve essere in grado di cercare la verità senza alcun vincolo e, dall'altro se questo vuol dire togliere alla fede quella dimensione anche tragica che è propria di una grande esperienza di liberazione che nasce dalla consapevolezza della tragicità del mondo".
E' l'individuo che sceglie.
"L'individuo è sempre chiamato a fare i conti con la fede o con la ragione. L'insegnamento che, dal punto di vista del metodo ci viene da Bruno e dai grandi pensatori del Rinascimento è che il decidere è nella libertà dell'uomo. Che è importante non scegliere in vista di premi o punizioni future ed esterne, poichè il vero premio è la virtù, è nella capacità di trovare la verità".
E' l'esaltazione dell'ìndividuo. Un atto di disubbidienza e di superbia.
"Direi che per Bruno l'individuo è chiamato a confrontarsi al limite delle sue possibilità attraverso quell'esperienza che definisce dell"'eroico furore". Che è, per lui, l'unico modo per cercare la verità. Cercarla fino ad esserne assorbito, annullato. E' il mito di Atteone, che con i suoi veltri va caccia della verità e quando la trova è così bella che i suoi pensieri (i veltri) se lo mangiano. C'è in Bruno questo senso dell'individuo ma, al tempo stesso, dell'infinitezza del mondo in cui l'individuo è calato e rispetto al quale ha perso quella funzione di "centro" che aveva nell'universo aristotelico. Per Bruno è impossibile fondere finito e infinito. E' l'uomo che, all'interno di un universo infinito comprende che la verità può essere cercata solo tendendo al massimo la propria finitezza. Per Bruno, insomma, l'Incarnazione è impossibile, perché non è possibile che l'infinito, Dio, si incarni nell'essere finito: cioè nell'uomo".
La chiesa chiede perdono per il rogo di Bruno, ma non può perdonarlo.
"Credo le sia difficile perdonare Bruno poiché la radice del suo pensiero è radicalmente anticristiana. Si può anche perdonare ma io continuo a sostenere che una cosa è essere stati carnefici, altra cosa è l'essere stati vittime. Nessun perdono potrà mai risarcire il fatto che un uomo è stato arso vivo perché pensava. Castellione diceva: "Uccidere un uomo, non è difendere una dottrina. E' semplicemente uccidere un uomo""
L'Unita'-13 FEBBRAIO 2000
RENZO CASSIGOLI
Nel suo nome Giubileo laico
Ciliberto: "Distinzioni con la fede ma Wojtyla offre un nuovo dialogo"
Era suo il principio della criticità, fondamento della cultura moderna. Ci ha insegnato l'ascolto tra posizioni distanti
Un giubileo laico, o dei laici, significa capacità di confrontarsi con se stessi, con la propria storia, significa compiere uno sforzo radicale per riproporre i valori della cultura laica". Michele Ciliberto, presidente dell'Istituto nazionale del Rinascimento, cerca di individuare i contenuti di quello che definisce "giubileo laico", inteso come uno dei luoghi di confronto fra due identità culturali, quella laica e quella religiosa, di eguale dignità, rispettose entrambe della loro storia. "Io vedo il giubileo dei laici come una grande battaglia di libertà. Lo vedo come il luogo e il momento in cui la tradizione laica esce da vecchi pregiudizi e da antiche superstizioni, per riproporre al confronto con l'esperienza religiosa i grandi valori della sua cultura e della sua tradizione". Ciliberto è anche presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni a Giordano Bruno, nel quarto centenario del rogo di Campo de' Fiori a Roma. Massimo esperto di Bruno, ha curato la raccolta commentata delle sue opere (dai dialoghi cosmologici d'ispirazione copernicana ai dialoghi morali) che per la prima volta usciranno in Italia nei Meridiani Mondadori. Inevitabile, dunque, iniziare proprio da Bruno la riflessione giubilare cogliendo la "straordinaria attualità di quella morte che riafferma la "libertas philosophandi", cioè la libertà del pensiero, il diritto che ciascuno ha di alzare gli occhi verso la verità, in una ricerca come permanente critica ad ogni principio di autorità", dice Ciliberto."Il principio della criticità, grande merito della cultura moderna".
Alla cui base, professor Ciliberto, ci sono la curiosità e il dubbio.
"Certo. La critica dell'abitudine, della consuetudine. Bruno ha scritto testi straordinari sulla critica delle idee "ricevute", da conservare ... "
E questo la religione non può accettarlo.
"Non può. Dobbiamo chiarire, dunque, che il dialogo è importante ma restano le distinzioni insuperabili, pur nel rispetto reciproco che rimane una conquista della cultura laica moderna, a partire da Voltaire. Per me il centro di un giubileo laico, o dei laici, che si confronta con l'esperienza religiosa, oltre che dal rispetto reciproco dovrebbe muovere dal riconoscimento di una nostra identità fondata su valori e diritti per cui, laddove c'è un uomo che soffre per la mancanza di libertà, per la fame, per la condizione umana, i laici debbono essere in grado di dire e fare qualcosa. Gli "ultimi", insomma, non appartengono solo alla Chiesa cattolica, sono parte integrante della nostra storia di laici. L'altro elemento centrale, per me, è l'immigrazione su cui la cultura laica deve intervenire in modo più coraggioso e radicale per affermare una identità europea più complessa nella quale, ormai, sono presenti culture, religioni, punti di vista diversi, da considerare come un grande valore di civiltà."
Questo straordinario anno giubilare che vede il tentativo della Chiesa cattolica di ricomporre una secolare diaspora e di dialogare con altre religioni monoteiste, può eesere anche il momento che avvia il dialogo con chi non crede?
"Credo debba esserci capacità di ascolto anche nella diversità e nella lontananza. Un lavoro che si può fare se si produce il massimo sforzo di comprensione, mantenendo ferme le distinzioni fondamentali che non riguardano la domanda sul senso del mondo, semmai la qualità e la struttura della risposta. Importante è che si stia andando verso le celebrazioni bruniane con un atteggiamento di riflessione, sia da parte dei laici che della Chiesa cattolica. Il 17 febbraio (anniversario del rogo di Bruno) a Napoli la Facoltà Teologica dell'Italia meridionale ha organizzato un convegno con la partecipazione del teologo della Casa pontificia, George Cottier, per riflettere sulla figura del grande pensatore nolano."
Mi sembra che questo sia l'atteggiamento anche di "Civiltà cattolica".
"Va in questa direzione e si collega ad un più generale atteggiamento della Chiesa cattolica e di questo pontificato di procedere a quella che papa Wojtyla ha chiamato la "purificazione della memoria". Cioè anche la riconsiderazione degli errori che possono essere stati compiuti dagli uomini della Chiesa nella ricerca della loro verità."
Siamo nell'alveo del vero significato del Giubileo in senso penitenziale e di "restituzione" dell'onore e del rispetto a coloro che sono stati offesi.
"Mi pare che questo sia lo sforzo della Chiesa. Naturalmente questo obbliga anche i laici ad un atteggiamento diverso nei confronti della Chiesa. Io capisco l'atteggiamento degli storici secondo cui non si può considerare il processo a Bruno, avvenuto 400 anni fa con gli occhi di oggi. C'è la distanza storica, gli uomini di allora ragionavano per categorie diverse dalle nostre, la stessa idea dell'esperienza cristiana era diversa. Questo è vero, ma nulla toglie all'importanza dello sforzo della Chiesa per purificare la memoria"."
Anche se per la Chiesa è più facile parlare di Savonarola che di Bruno.
"Savonarole muore nella Chiesa, Bruno è un pensatore che sta ormai completamente al di fuori della tradizione cristiana. Si collega ad una antichissima sapienza egizia, pre-cristiana rispetto alla quale il cristianesimo, per lui, è stato una degenerazione. Da questo punto di vista è tanto più importante che la Chiesa avvii un processo di purificazione della memoria, nel momento in cui appare chiara l'estraneità di Bruno alla tradizione cristiana. Credo, però, che i laici debbano fare un ulteriore sforzo di attenzione a quello che oggi si muove nella Chiesa cristiana di Woytjla e al significato dell'esperienza religiosa, come carattere costitutivo dell'esperienza umana. Non vedo una opposizione radicale fra laicità e sentimento religioso della vita. Credo che anche i laici sentano in modo profondo il senso del mistero della vita."
Alla domanda se si può essere religiosi senza Dio (da uomo di ragione e non di fede) Bobbio risponde che siamo circondati da una oscurità che la ragione con i suoi limiti non riesce a penetrare che in piccolissima parte. Per cui più si conosce più sappiamo di essere ignoranti. L'oscurità è un modo diverso di chiamare il "mistero"? "La differenza tra il laico e il cattolico per me, non è nella domanda sul senso del mistero del mondo, ma nella risposta. Per il cristiano la risposta viene da Cristo, il laico si pone la domanda ma non si acconcia alla risposta del cristiano. Non riesce a riporre tutto nella fede. Con Pascal potremmo dire che la fede "è una scommessa che il laico non è disposto ad accettare". Ma ciò non toglie nulla alla radicalità della domanda che si pone."
Il cristiano si rimette a Dio, il laico è nella storia.
"E' nella Storia e non è disposto a darsi una risposta in termini di fede, tiene aperta l'aporia fra la domanda e il senso della Storia. Se il religioso ha una risposta in termini di fede al laico non resta che guardare e rispettare perché si entra in una dimensione che è altra da quella nella quale si muove."
In questo incontro fra due identità culturali di eguale dignità, l'enciclica "Fides et Ratio" può essere secondo lei un inizio?
"Personalmente ritengo che il cristianesimo sia una espressione di fede. Il nucleo, insomma, si gioca sul versante della "Fides", più che della "Ratio", anche se capisco lo sforzo della Chiesa di valorizzare anche la dimensione della ragione per configurarsi come l'istituzione che dà una risposta complessiva. Ma se oggi i laici non pensano più alla Chiesa cristiana come all'istituzione che impiccava Savonarola, bruciava Bruno, costringeva Galileo all'abiura; anche la Chiesa dovrebbe riconsiderare apertamente la possibilità e il valore in sé della ricerca condotta dai laici. Questo vuoi dire confrontarsi con pari dignità. Va da sé che resteranno ferme le distinzioni insuperabili, da accettare con reciproco rispetto."


Il manifesto
-17 FEBBRAIO 2000
MICHELE CILIBERTO 
PRIMERA DEL TUTTO E' LA MATERIA

UNA CONCEZIONE DEL TUTTO NUOVA DELL'UNIVERSO E DELL'UOMO AL QUALE, NELL'INFINITO, E' TOLTA OGNI CENTRALITA'
Il carattere eversivo e attuale della filosofia e della biografia di Giordano Bruno morto sul rogo il 17 febbraio 1600
Singolare destino, quello di Giordano Bruno. Se si scorrono i giornali di queste settimane, si può vedere bene che neppure oggi, a quattrocento anni dal rogo di Campo dei Fiori, è facile fare i conti con la sua morte, e, prima ancora, con il senso e il significato della sua vita. Ieri come oggi, Bruno resta un autore complesso, del quale è difficile parlare con distacco critico, con equilibrio, sia da parte dei "laici" che da parte dei "cattolici". Anzi: per quanto possa apparire paradossale oggi sono soprattutto autorevoli rappresentanti della Chiesa romana a interrogarsi sul senso della vicenda di Bruno, concentrandosi - comprensibilmente - sul processo e sul rogo che conclusero la vita del Nolano. Meno aperta, meno acuta risulta l'attenzione della cultura "laica" che pure, in altri momenti, ha ingaggiato importanti battaglie nel nome di Giordano Bruno. Non che si debbano rimpiangere gli scontri della seconda metà dell'800: la "brunomania" da un lato; le polemiche del padre Previti dall'altro. Se la Chiesa riapre il "caso" Bruno - mirando a quella "purificazione della memoria" di cui ha parlato il Pontefice - è un fatto positivo. Osservo solamente che la cultura "laica", con poche eccezioni, sostanzialmente tace, non fa sentire la sua voce, fatica a prendere posizione su un autore - e su una figura - che è parte costitutiva della sua storia: si abbandona a una sorta di routine celebrativa senza fare sforzi critici significativi, lasciando spazio a una sorta di revival neo-clericale.
Certo: ci sono, in generale, iniziative importanti - dai programmi varati dal Comitato nazionale per le celebrazioni del IV centenario della morte, alle manifestazioni promosse dal Comune di Roma, a cominciare dall'importante convegno che è iniziato ieri, dai servizi di alcuni giornali (Il Sole, l'Unità) a iniziative editoriali di qualità. Ma intendo alludere a qualcosa di più specifico: all'assenza di un'assunzione di responsabilità da parte della cultura "laica" paragonabile, per forza e intensità, a quella della Chiesa romana. Con gli effetti che discendono naturaliter da una situazione di questo genere: si discute della "regolarità" del processo, della "correttezza" della procedura inquisitoriale, rischiando di mettere sullo stesso piano "vittime" e "carnefici"; tralasciando di richiamare l'attenzione su Bruno, sulle opere che egli venne scrivendo in un decennio di attività eccezionale, sulla sua figura di uomo e di filosofo. Oltre a dimenticare l'ammonimento rivolto da Castellione a Calvino, quando fu bruciato Serveto: uccidere un uomo non vuol dire difendere una dottrina; significa sempre e soltanto uccidere un uomo.
Vale perciò la pena di concentrare l'attenzione su quelli che sono alcuni aspetti fondamentali della "nova filosofia", a cominciare da quello che ne è il tratto distintivo fondamentale: la proclamazione dei diritti della "libertas philosophandi" che non può chinare il capo di fronte ad alcun principio di consuetudine e di autorità. "Nell'ambito della filosofia... è infatti rischioso - scrive Bruno - avanzare definizioni prima di aver ponderato bene l'argomento, è iniquo accettare una opinione in ossequio ad altri, è degno di servi e di mercenari, nonché contrario al valore della libertà umana, sottostare e inchinarsi a qualche autorità, è stoltissimo credere per abitudine, è assurdo prendere per buona una tesi perché un gran numero di persone la giudica vera...".
S ta qui - in questa programmatica criticità - il carattere radicalmente eversivo di tutta la filosofia bruniana. E quando dico questo non penso solamente alle posizioni assunte dal Nolano di fronte agli Inquisitori - fino alla scelta di morire, a difesa di quella che gli appariva l'inalienabile verità. Mi riferisco, anzitutto, alle scelte filosofiche e culturali che egli venne facendo lungo tutta la sua vita, ripensando dalle fondamenta la "tradizione" filosofica e scientifica sia antica che moderna. E' un punto, quest'ultimo, tanto importante quanto trascurato: Bruno non respinge a priori le filosofie del passato, compresa quella aristotelica. Le sottopone a un'analisi critica serrata, assumendo come pietra di paragone la loro "operatività", i buoni - o i cattivi - "effetti" che esse sono in grado di produrre, dal punto di vista della "verità" e della "civiltà". Ma riconosce esplicitamente la pluralità delle vie di accesso alla verità: "non mi parrà - scrive - quella filosofia degna di essere rigettata, massime quando, sopra a qualsivoglia fondamento che ella presupponga, o forma di edificio che si proponga, venga ad effettuar la perfezione della scienza speculativa e cognizione di cose naturali, come invero è stato fatto da molti più antichi filosofi...".
E' su questa base che Bruno critica Aristotele - di cui sottolinea, appunto, l'infecondità -, riscoprendo, per contrasto, l'antichissima sapienza degli Egizi i quali, attraverso la magia, erano stati in grado di operare "meravigliosi effetti" naturali, riuscendo a "colloquiare" con la divinità. E' da questa radice critica che discende la stessa scoperta bruniana della "infinità" dell'universo e dei mondi innumerabili, messa a fuoco tramite una serrata discussione dei "caratteri" e della "natura" della divinità: "perché - si chiede Bruno - vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia sia ociosa? Perché vogliamo dire che la divina bontà la quale si può comunicare alle cose infinite e si può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed astringersi in niente, atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito è niente?". Di qui scaturisce, infine, la critica nei confronti dello stesso Copernico il quale, più "matematico" che "filosofo", non è riuscito a pervenire all'affermazione della infinità, pur aprendo la strada alla "scoperta" che i "soli" sono infiniti come sono infinite le "terre", e che sia gli uni che gli altri sono fatti della stessa materia, anche se i primi risplendono "per se"; mentre le seconde risplendono "per altro", cioè per l'azione dei soli. "Una è la materia primera del tutto", conclude infatti Bruno, dissolvendo definitivamente le fondamenta ontologiche dell'universo aristotelico.
S e si volesse afferrare il centro archimedeo di questa filosofia è proprio al concetto di materia che si dovrebbe, dunque, guardare. In netta polemica con Aristotele - e radicalizzando temi plotiniani - Bruno perviene a una concezione della "materia universale", che è, al tempo stesso, fondamento sia della "materia corporea" che di quella "incorporea", raggiungendo in un colpo solo due risultati teorici decisivi: da un lato spezza l'identificazione di "materiale" e di "corporeo", dall'altro apre la strada al riconoscimento della presenza della materia anche nella divinità, nelle "cose incorporee". Piena coincidenza di potenza e atto, la materia universale non si configura più come "pressocché niente"; al contrario, è la "fonte" dell'infinito "prodursi" di tutta la realtà. Simile alla "pregnante" che "manda" e "riscuote da sé", la sua "prole", la materia contiene in sé tutte le forme; è "cosa divina e ottima parente, genitrice e madre di cose naturali, anzi la natura tutta in sustanza". "Fonte de la attualità" di ogni cosa la materia, per Bruno, è Vita, materia infinita.
Nell'Europa del '500 non c'è filosofia più radicalmente anticristiana di quella del Nolano, ma per comprenderne fondamenti e caratteri è questo concetto di materia, e il suo infinito prodursi, che occorre comprendere. Come si legge nella sentenza di condanna - e come denunzia Mocenigo agli Inquisitori - Bruno sostiene che i mondi sono innumerabili, che l'anima può passare da un corpo all'altro (secondo il principio della metasomatosi); che la magia è cosa lecita; che Mosè era un mago; che il mondo è eterno; che le sacre Scritture "sono un sogno"; che non vi è punizione dei peccati; che non esiste l'Inferno né il Purgatorio; che anche il diavolo sarà salvato; che solo gli Ebrei hanno origine da Adamo ed Eva; che i dogmi dell'Incarnazione e della Trinità sono pure fantasie; che Cristo faceva miracoli apparenti, che era un mago e che "mostrò di morir malvolentieri"... Sono tutte accuse fondate nelle posizioni sostenute da Bruno sia nei dialoghi volgari che nelle opere latine, ma sgorgano, una per una, dalla concezione della materia alla quale si è fatto riferimento. Se è vero - e lo sottolinea Bayle - che per Bruno la "materia dei corpi non è differente dalla materia degli spiriti", si capisce come e perché egli possa affermare, con piena coerenza, che "la Parca non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo dell'uomo da quel de l'asino, et il corpo e gli animali dal corpo di cose stimate senz'anima, ma ancora nel geno della materia spirituale fa rimaner indifferente l'anima asinina da l'umana, e l'anima che costituisce gli detti animali, da quella che si trova in tutte le cose...". Tra l'anima dell'uomo e quella delle bestie per Bruno non c'è alcuna differenza, dal punto di vista della sostanza.
Quello del Nolano è dunque un pensiero radicalmente rivoluzionario: utilizzando in modi geniali anche materiali arcaici egli riesce a presentare una concezione del tutta nuovo dell'universo; dell'uomo al quale, nell'infinito, è tolta ogni "centralità" di ascendenza umanistica; del processo di accesso alla verità, rappresentato da Bruno attraverso l'esperienza "apocalittica" dell'"eroico furore", in cui si intrecciano in un nodo solo "intelletto" e "volontà", "ragione" e "passione", "anima" e "corpo", nel fuoco di un'esperienza d'Amore che è l'unica in grado di aprire la strada alla visione del Dio, dell'unità. Si capisce dunque perché l'Europa abbia letto con turbamento i suoi scritti, assistendo in silenzio alla sua morte. Bruno non ha niente in comune con la vecchia cultura; ma è anche distante, su punti cruciali, dai protagonisti della "rivoluzione scientifica" moderna, a cominciare da Galileo. E si può intendere anche perché la Chiesa l'abbia combattuto fino a farlo mettere al rogo, dopo un lunghissimo processo.
Ma non ha senso parlare, oggi, fermarsi solo sul processo, interrogarsi sulla sua "regolarità", concentrando in quel punto pur decisivo tutta la sua esperienza umana e intellettuale. E' un altro il terreno sul quale porre la discussione: ciò che più di tutto conta, oggi, è discorrere della sua vita, della sua filosofia, delle idee straordinarie che egli ha consegnato alla "modernità". E anche a proposito del processo credo che si debbano dire alcune cose. Quello di cui occorre discutere non è il come - cioè se il processo si sia svolto in modo corretto, oppure no - bisogna interrogarsi sul perché di quel processo. E prima ancora sulla ineluttabilità di quell'esito, di quella morte. Gli storici amano concentrarsi su "ciò che effettivamente è stato", non su quello che poteva accadere e non è accaduto. Ma la storia si fa anche con i se, riaprendo il campo di possibilità da cui si origina quello che poi si configura come necessità. C'è dunque un'altra, radicale, domanda da farsi per comprendere sia il destino di Bruno che la storia della cultura europea moderna - di quella "laica" come di quella "cattolica" - dopo quel rogo: e se quel processo non ci fosse stato, e se Bruno non fosse stato messo a morte il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori?

 

Avvenire-11 FEBBRAIO 2000
FRANCO CARDINI

 

Bruno, attenti al mito
Quattro secoli dopo il rogo: non torniamo a farne un "santo laico"
Arso il 17 febbraio del 1600, qualcuno cerca di farne di nuovo un cavallo di battaglia contro la Chiesa
Va onorato per come morì e per l'acume filosofico. Ma molte sue idee non si conciliano con la fede
A Giordano Bruno continuo a pensare, ancora oggi, con una specie di strano e contraddittorio affetto. Rispetto e ammiro il suo coraggio davanti alla terribile morte ch'egli dovette affrontare: ma il rispetto e l'ammirazione per il coraggio non comportano certo consenso per le idee. Dovremmo forse inchinarci dinanzi alle idee sbagliate di tanti nazisti, di tanti stalinisti, solo perché essi le hanno onestamente sostenute e hanno coraggiosamente sofferto per esse? Eppure, ricordo quando mio nonno, vecchio contadino anarchico, mi parlava commosso di Bruno. Per lui, l'oscuro e fiammeggiante filosofo nolano era uno dei pilastri umani sulla via della libertà e del progresso: insieme con Gesù ("il primo socialista"), col Savonarola, con Garibaldi, coi comunardi del 1870, con Sacco e Vanzetti. Non so quanto potesse reggere questo Pantheon: secondo il nonno, era irreprensibile. Da una parte i paladini della libertà, del libero pensiero, del riscatto dei poveri; dall'altra i difensori di tutte le tirannidi, i ricchi, i potenti, i preti che avevano tradito la religione e stavano sempre dalla parte dei più forti. Le celebrazioni bruniane, che si stanno tenendo un po' dappertutto in Italia, non sono certo occasione - salvo casi e contesti rigorosamente scientifici - per una rivisitazione del pensiero bruniano. Per quella, certo, c'è ampio e legittimo spazio: al lavoro già a suo tempo fatto da studiosi come Frances A. Yates, Luigi Firpo, Delio Cantimori, Giorgio Spini, si sono andati aggiungendo i contributi importanti di Michele Ciliberto, di Anna Foa e di molti altri ancora.
Né si può dimenticare un bel romanzo "storico", quello dell'illustre medievista Giosuè Musca (Il nolano e la regina, Dedalo Editrice) che si è per una volta lasciato tentare da una letteratura intrisa di profonda erudizione e di un vibrato senso morale: un libro che ho riletto di recente con molta commozione. Ma temo che non sarà esattamente la meditazione sulla personalità di filosofo di Giordano Bruno al centro delle preoccupazioni di troppi fra quanti si stanno preparando a ricordare i quattrocento anni dal suo sacrificio sulla pira di Campo de' Fiori. Sono certo trascorsi irrimediabilmente anche i tempi dell'anarchia ingenua, ma anche forte e pulita di mio nonno; sembrano, in cambio, soggetti a qualche ambiguo revival quelli di Podrecca e di Nathan, delle massoniche "Logge" intitolate al nolano e di un Giordano Bruno usato come passepartout in una dura e non sempre equa polemica contro la Chiesa romana e il cattolicesimo. D'altronde, l'invito che Giovanni Paolo II ha rivolto alla Chiesa tutta, indirizzato a una "purificazione della memoria", sembra invitare a una meditazione seria e onesta sul passato del mondo cattolico. Come hanno potuto per lunghi secoli convivere l'adorazione di un Dio d'amore e la fedeltà al messaggio evangelico con l'esercizio talora anche violento e spregiudicato del potere, con la gestione e la coartazione delle coscienze, con forme infinite di connivenza quando non addirittura di complicità nei confronti di sistemi autoritari quando non addirittura tirannici?
Credo che la risposta stia appunto nella meditazione storica seria e serena. Un teologo che personalmente pure ammiro ma non amo, Bultmann, ci ha insegnato che la fede è qualcosa di assoluto e metafisicamente sempre uguale a se stesso, ma che la religione è costituita dal complesso di variabili dinamiche secondo le quali la fede è vissuta nella storia. È stato da più parti rilevato come il comportamento delle Chiese cristiane - non solo della cattolica - non sia stato in passato sempre conforme allo spirito del Vangelo. È vero: la conformità allo spirito evangelico è stata una lenta, faticosa conquista storica; così come, per i cattolici, lenta e continua scoperta è quella della realtà dogmatica. In analoga maniera, i cristiani non sono stati in passato informati dal solo spirito evangelico: anzi, non sempre esso è stato prevalente nella Chiesa romana. Prima di Francesco d'Assisi, i cristiani d'Occidente seguivano un cristianesimo sostanziato soprattutto di spirito veterotestamentario e apocalittico, nel quale il Vangelo era una presenza non primaria; e anche in seguito, lo spirito profetico di molti fedeli è stato sorvegliato, guardato con sospetto, talora coartato da una Chiesa che privilegiava la tradizione e i valori istituzionali. Credo si debba guardare con serenità e con pietas a questo passato; come - senza nostalgia, ma anche senza ingiustificata vergogna - si debbano recuperare nella nostra autocoscienza storica le ragioni per le quali nei secoli la comunità dei credenti ha dovuto farsi carico anche di responsabilità (e quindi di poteri) che l'hanno condotta a mischiarsi e a confondersi con la società civile. Quel tempo è definitivamente trascorso, ma non lo si può giudicare antistoricamente, alla luce di valori che oggi ci sono propri ma che tali in passato non erano. Stigmatizzare il fatto che la Chiesa, in un passato moralmente, politicamente e giuridicamente diverso dal nostro presente, abbia fatto uso della tortura e dei roghi, o li abbia comunque consentiti, è moralmente lecito, ma sul piano concettuale è altrettanto anacronistico di quanto lo sarebbe il lamentare che in passato essa abbia fatto uso della clessidra e dell'astrolabio anziché del cronometro e del telescopio. Nessuno oggi può più consentire nella sua coscienza con i roghi accesi in passato: e non importa che su di essi siano bruciati i catari di Montségur o il Savonarola, Giovanna d'Arco o Giordano Bruno; o magari il vescovo di Teruel in Spagna, cosparso di benzina e arso vivo dai miliziani anarchici nel 1936. Ciò non toglie tuttavia che il panteismo magico del Bruno, la sua visione antidogmatica della fede, il suo superamento delle distinzioni confessionali fossero profondamente opposti e inconciliabili con il cattolicesimo del suo tempo (come lo erano col calvinismo al quale egli aveva per breve tempo formalmente aderito); né toglie che nella vita vissuta dal grande filosofo molte siano le pagine oscure e che il suo atteggiamento superbo, irridente e blasfemo sia stato causa non ultima della condanna cui è andato incontro e che ha anche cercato - in modo comprensibile, ma ambiguo - di evitare. Una straordinaria presenza nella cultura europea, che per più versi va al di là dei suoi tempi e ne annunzia altri (l'illuminismo, ad esempio); una mente d'impressionante, geniale, ammirevole profondità; ma anche un uomo tormentato e complesso, che con i poteri del suo tempo - cattolici o no, ecclesiali o meno - mai si era trovato a suo agio. Il culto moderno e contemporaneo di Giordano Bruno ha d'altro canto molto a che vedere con l'opposizione storica rispetto al potere che lo aveva condannato e alla cultura che alla condanna aveva presieduto, ma poco a vedere in concreto con la sua personalità e il suo pensiero. Il suo aspetto mistico fu rivalutato nella Germania romantica; la sua figura di ribelle contro gerarchia e autorità e il suo sacrificio "voluto dai preti" furono tra Otto e Novecento spregiudicatamente usati da un establishment laicista e anticlericale che con scelte propagandistiche come quelle intendeva giustificare o nascondere la sistematica persecuzione anticattolica messa in atto nell'Italia postunitaria. Va semmai a Giovanni Gentile il merito di aver collocato Giordano Bruno nel contesto dell'affermazione innovativa della cultura rinascimentale europea, riconducendo la sua immagine e la sua tematica nei termini del suo obiettivo, straordinario valore intellettuale. Onoriamo la memoria di Giordano Bruno come quella di Tommaso Moro, un intellettuale meno lontano da lui (e dalla comune passione di entrambi, Erasmo da Rotterdam) di quanto non si creda. La Chiesa insegna che non poena, sed causa facit martyrem: ogni causa ha d'altronde i suoi martiri, indipendentemente dalle sue ragioni; e la pena di essi tutti va onorata da una società civile che si riconosce nei valori di libertà di vita e di pensiero e che sa bene fino a qual punto la loro affermazione sia costata lacrime e sangue. Ma le celebrazioni ambigue, che in realtà intendano criminalizzare la Chiesa o esaltare quelli che, nel Bruno, furono valori anticristiani, vanno respinte come provocazioni di bassa qualità morale e intellettuale.

 

L'Unita'-13 FEBBRAIO 2000
GABRIELLA MECUCCI
 
Antidogmatico fino alla morte
Cardini: "Nessuna chiesa poteva tollerare una critica come la sua"
Non accettò mai compromessi. Fu considerato un nemico dell'ordine pubblico. Reo di lesa maestà contro Dio
Franco Cardini dalle colonne di "Avvenire" ha invitato tutti a compiere su Giordano Bruno "una meditazione seria e onesta", stando ben attenti a "non fame un mito" da scatenare contro il cattolicesimo.
Professore, accettiamo l'invito. Guardiamo pure a Bruno rifuggendo da mitizzazioni e propagandismi. Chi era e perché fu mandato al rogo.
"Il problema del rapporto fra la Chiesa e Giordano Bruno non può non essere storicizzato. Fra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento tutta l'Europa vive un problema drammatico: il consolidamento delle riforme protestanti e di quella tridentina. Questo processo comporta l'irrobustimento del potere, delle istituzioni ecclesiali e la difesa rigida e accanita di tutte le ortodossie. Un personaggio complesso, sfaccettato come Giordano Bruno entra in rotta di collisione prima di tutto proprio con le ortodossie. Con quella cattolica, ma anche con quella calvinista, a cui si avvicina per poi allontanarsene piuttosto rapidamente. Sia le ricerche di Firpo che quelle più recenti di Michele Ciliberto e Anna Foa insistono sul carattere fortemente antidogmatico del pensiero di Bruno".
Può farmi qualche esempio?
"La lotta di Bruno contro il dogma della transustanziazione (la trasformazione, con la consacrazione durante la messa, del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo) ebbe un fortissimo impatto che lo portò a scontrarsi con il cattolicesimo e non solo. Si trovò, infatti, malissimo anche nella Ginevra di Calvino che in tema di dogmatismo non aveva nulla da invidiare a nessuno. In Inghilterra le cose per lui andarono un po' meglio. Anche se fu accusato di spionaggio, di aver partecipato del complesso e tragico rapporto fra Elisabetta e Maria Stuarda. Il pensiero di Bruno si inseriva inoltre nel rinascimento magico. La parte più interessante della sua filosofia stava nella ripresa di temi che erano stati di Marsilio Ficino, di Erasmo da Rotterdam: un'idea di mondo concepito come un tutto, pervaso di uno spirito unitario. Questa impostazione è molto lontana dal Cristianesimo dell'epoca, da tutte le chiese: sia dalla cattolica sia dalle protestanti. E non bisogna dimenticare che Bruno difendeva le proprie convinzioni con straordinario vigore, senza scendere a compromessi, senza accettare mediazioni. Tutto ciò lo rendeva scomodo per chiunque".
Professore, lei sta descrivendo Bruno come un eroe del libero pensiero contro i dogmi e contro il potere..
"Fra l'Otto e il Novecento si è dato all'espressione libero pensiero un significato e un contenuto diversi da quelli che gli assegnava Bruno. Non credo che le varie logge o associazioni che portavano il nome del filosofo nolano fossero interessate più di tanto al panteismo neoplatonico. Detto questo, è vero che Giordano Bruno era assolutamente refrattario ad ogni e qualsiasi impostazione dogmatica. Era pensatore inquieto, complesso, affascinantissimo. Amante di una vita di ricerca, nomade da tutti i punti di vista".
Eppure Bruno è stato prima cattolico poi calvinista?
"E' difficile dire che Bruno è stato calvinista. Certamente si fermò nella Ginevra di Calvino. E' nato cattolico, ordinato domenicano. Non si può affermare che non sia mai stato cattolico. Eppure, l'indagine bruniana mira a colpire le basi di tutte le formulazioni dogmatiche, fondamento di tutte le Chiese. Questo fatto rende difficile parlare di lui come di un cristiano inserito nelle istituzioni ecclesiastiche. Forse si può definirlo tale dal punto di vista morale. La sua era la morale dell'amore universale, quindi, eticamente evangelica in senso etimologico. L'amore universale di Bruno però è un principio filosofico, non un principio umanitario".
Qual'è la ragione precisa sulla base della quale Bruno viene condannato al rogo?
"Fu condannato per eresia. All'epoca, in tutto il mondo cristiano, gli eretici erano trattati come nemici dell'ordine pubblico, equiparati a chi commette il crimine di lesa maestà, così come lo definiva il diritto romano. In questa fattispecie giuridica la pena è il rogo: il corpo infatti deve essere bruciato per evitare che al responsabile di crimini contro il capo supremo - a Roma era l'imperatore - vengano tributati onori. Si considerava l'eretico reo di lesa maestà contro Dio. Una volta che il tribunale inquisitoriale aveva condannato per eresia, le leggi laiche traevano le conclusioni e le istituzioni civili eseguivano la sentenza. Non dappertuto gli eretici venivano mandati al rogo".
Che cosa convinse l'Inquisizione del fatto che Bruno fosse un eretico?
"Le sue affermazioni sull'eternità del mondo, il non riconoscimento della validità dei dogmi e, quindi, dei sacramenti: il disprezzo, ad esempio, verso la transustanziazione e, quindi, verso l'eucarestia che considerava una pratica di bassa magia. Di nessuno come di Bruno si può dire che si sia cercato la condanna. Ha sostenuto, infatti, le sue posizioni con fermezza e con grande coraggio: negli ultimi istanti della sua vita fu imbavagliato per impedirgli di bestemmiare. Per bestemmia, naturalmente, non s'intende il "tirar moccoli", ma il negare, con vigore e durezza, la santità dei dogmi".
Anche i calvinisti e i luterani perseguitavano con la stessa durezza dei cattolici?
"Per la verità la bestia nera del calvinismo era la strega, la persona cioè accusata di fare un patto col diavolo. Per i cattolici e, in particolare per l'Inquisizione spagnola, invece, i peggiori nemici, erano gli eretici. A ben vedere i non conformisti, gli anticonformisti".
E i luterani?
"Presso i luterani vigeva innanzitutto la regola del "cuius regio eius religio", il cristiano si doveva insomma conformare al volere religioso del suo principe. Un delitto religioso, dunque, diventava un delitto civile. Il rogo in questo mondo era poco diffuso".
Come si uscì dal periodo drammatico delle guerre di religione?
"Fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento l'Europa fu dilaniata da violenze inaudite. Solo con la pace di Westfalia, al termine della terribile guerra dei trent'anni, e cioè nel 1648 si aprì un'epoca di tolleranza. Allora iniziò un mondo diverso. Prima, nel periodo di Giordano Bruno, però, la tolleranza era ben di là da venire. Il Cristianesimo d'allora era molto diverso da quello evangelico di oggi. Nel Cinquecento e nel Seicento il Vecchio Testamento, il libro dell'Apocalisse avevano un ruolo primario, che ai tempi nostri non hanno più. Saremmo antistorici - lo ripeto - se non inserissimo la lotta all'eresia e lo stesso processo a Giordano Bruno in quelle temperie religiose, politiche e culturali. La riflessione filosofica di Bruno, d'altro canto, si collocava fuori dal Cristianesimo storico, fuori da tutte le chiese cristiane dell'epoca. La tragica conclusione della sua vicenda umana era perciò inevitabile".

Gazzetta di Parma-15 FEBBRAIO 2000
GIUSEPPE MARCHETTI
Pagine intrise di eroici furori
Un uomo e un religioso di grande complessità e altissimo pensiero, che figura tra i più tragici personaggi della storia europea
C'è poco da celebrare giubilei e altri trionfalismi quando si ricorda la morte di fra Giordano Bruno, arso vivo a Roma il 17 febbraio del 1600. Dopo quell'orribile rogo voluto, in nome di Dio, da cattolici, luterani e calvinisti una volta tanto concordi nel levare di mezzo un avversario filosofo d'altissimo pensiero, il silenzio scese cupamente sulla figura del frate di Nola dov'era nato nel 1548: un silenzio complice e ipocrita come sempre in questi casi, che soltanto due secoli dopo, con i primi sussulti del Risorgimento, venne lentamente dissolvendosi, lasciando apparire la figura e l'opera di un uomo e di un religioso tra i più tragici personaggi della storia culturale europea. Uomo, dunque, e filosofo di grande complessità e per tante ragioni non facilmente circoscrivibile in un ambito o in un genere, Giordano Bruno - il piccolo Filippo che era entrato nel monastero di San Domenico in Napoli a quattordici anni, poi sacerdote e poi teologo nel 1572 - ancora oggi si manifesta come un segno di contraddizione profonda. Anche di recente si è cercato di separare in lui la figura dal pensiero, gli atteggiamenti dagli "errori" significando per i primi assoluzione e per i secondi invece condanna: segno evidente che davvero una certa macabra gioia di eliminazione e di bruciamento esiste ancora in certi animi che si definiscono tuttavia religiosi. E sarà quindi da leggere, e rileggere con molta attenzione lo splendido Meridiano Mondadori: Giordano Bruno, Dialoghi filosofici italiani che esce in questi giorni curato da Michele Ciliberto, uno dei più acuti e quasi si vorrebbe dire intrepidi studiosi della "nolana filosofia".Il Meridiano si apre con il lungo e articolato saggio di Ciliberto seguito dalla Cronologia stesa da Maria Elena Severini e dai testi bruniani La cena delle Ceneri, De la causa, principio et uno, De l'infinito universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante, La cabala del cavallo pegaseo e Degli eroici furori. Chiudono il grosso volume le Note ai testi, la Bibliografia e l'indice analitico rispettivamente dovuti a Nicoletta Tirinnanzi, a Maria Elena Severini e a Francesca Dell'Omodarme. Il Meridiano dedicato al Bruno e ai suoi Dialoghi è il primo di una nuova collana che s'intitola ai Classici dello Spirito per cercar di corrispondere ai desideri e alle aspettative spirituali con i quali il nostro terzo millennio si apre. E mai, forse, come nel pensiero di Bruno avvenne, la forza dello spirito diventò "eroico furore" contro chi avrebbe voluto ammansirlo, impoverirlo e declassarlo. Scrive giustissimamente Ciliberto che "al fondo, la scelta di morire ed in quel modo - scaturisce da un intreccio profondissimo di "filosofia" e di "autobiografia": non nel senso di un assorbimento dell'aspetto personale in quello teorico, filosofico, con una conseguente perdita di peso ... " per poi più avanti concludere che "all'angoscia dell'infinito può subentrare la sicurezza di sentirsi al centro del mondo". Talché fanno ancora oggi molta impressione queste parole: "A me non è mestieri trascorrere ai confini della terra: basta mi profondi nella mente; basta che sopra a tutto vivamente desideri per se medesima la luce divina, e col sommo del mio ingegno mi sforzi di pervenire al cospetto della maestà sua, bramando e sperando di potermi beare nel di lei volto". Esse suscitano in noi netta la sensazione che Bruno non volesse arrendersi né al sopruso della pena, né alla violenza della morte da non scambiarsi mai comunque con "una vita imbelle". Osservava Giovanni Gentile: "Imbelle sarebbe parsa al Bruno la vita se egli avesse ceduto al Bellarmino".
Cento anni prima o poco più sarebbe parso a fra Savonarola imbelle cedere ai Commissari Apostolici che assistettero al suo rogo sul quale bruciavano anche il nostro Rinascimento e l'Umanesimo europeo.

Avvenire-3 FEBBRAIO 2000
ROBERTO BERETTA
Galasso: e ora riconoscete la sua buona fede
Ci sarà anche Giuseppe Galasso, storico dell'università di Napoli, questo pomeriggio a Roma, al dibattito su Giordano Bruno organizzato dalla Civiltà cattolica. Professore, come giudica le revisioni cattoliche in atto sul "caso Bruno"? "Al criterio dei pentimenti postumi non do grande importanza. Ritengo i mea culpa importanti per i nostri contemporanei, perché dicono come si vedono le cose oggi; ma, rispetto alla storia passata, lasciano il tempo che trovano. Nel caso specifico di Bruno, poi, sono convinto che egli fosse nella sostanza del suo pensiero al di là di ogni piano ecclesiastico e religioso. Mi sembra che la sua religiosità si fosse indirizzata in senso nettamente immanentista, con forti venature di un platonismo il cui termine di riferimento mi pare si possa vedere fondatamente nel pensiero del Cusano: un autore che certo egli ebbe modo di leggere e studiare nel suo convento domenicano di Napoli".
Dunque anche secondo lei il processo cattolico a Bruno era legittimo, almeno secondo i canoni dell'epoca.
"Tutto era legittimo in quel tempo, pure la tortura e lo squartamento dei condannati e l'esposizione pubblica delle loro membra... Ma, anche per la questione della legittimità, io credo che sia del tutto fuorviante concentrare l'attenzione su questo aspetto. Nessuna delle condanne del filosofo, né dei cattolici né dei protestanti, intendeva essere un assassinio, bensì un'applicazione della legge vigente. Ma non vedo come ciò possa tradursi in un elemento di giustificazione, oppure di sostanziale legittimazione di atti che urtavano anzitutto contro l'etica cristiana della charitas e dei connessi valori morali".
Che cosa chiede allora lei, da "laico", ai cattolici di fronte al caso Bruno?
"Anzitutto di riconoscere che, se non c'era volontà assassina in coloro che lo condannarono, non c'era neppure una protervia nell'errore da parte di Bruno, poiché questi era - ancor più dei suoi giudici - nella perfetta convinzione morale e speculativa di avere attinto una verità non meno legittimabile come ispirazione cristiana. In secondo luogo chiedo che - sia pure attraverso le formule ben poco significative del pentimento, delle scuse, delle revisioni - si riconosca come all'epoca la Chiesa difendesse una posizione di cui la storia di allora e soprattutto la posteriore storia europea hanno dimostrato che era la posizione di una delle parti in causa, e non già quella del depositario indiscutibile di una verità assoluta e definitiva".
Pure dal versante laico, comunque, ci furono (soprattutto nel secolo scorso) strumentalizzazioni interessate della figura del pensatore rinascimentale. Come la mettiamo da questo punto di vista?
"Credo che sia da attendersi che i toni della retorica anticlericale nel suo aspetto più immediatamente contingente vengano del tutto meno. Qualificare Bruno come un "eroe del libero pensiero" può apparire discutibile. E poi che cos'è il libero pensiero? Il discorso a questo riguardo sarebbe molto lungo. Si può però riconoscere ai laici almeno questo: e cioè che Bruno, durante il suo lungo processo, dopo molte oscillazioni, si attestò alla fine nell'eroica determinazione di affrontare il rogo, piuttosto che deflettere dalle posizioni che aveva maturato nel suo lungo travaglio morale e filosofico. E questo può darsi che non coincida del tutto con l'idea di libero pensiero che si aveva nell'Ottocento, ma certamente appartiene all'etica della libertà e costituisce un valore di memoria storica che dovrebbe valere per tutti, anche per coloro che rivendicano la legittimità della condanna di Bruno".

 

Il Mattino-3 FEBBRAIO 2000
GIUSEPPE GALASSO
UNA BIOGRAFIA DI SAVERIO RICCI
Bruno, indagine sulla modernità di un grande eretico
La biografia che Saverio Ricci ha dedicato a Bruno (Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento, ediz. Salerno) offre molteplici motivi di interesse. Il primo di essi è contenuto nel titolo stesso: nello sforzo cioè, dell'autore, riuscito a nostro avviso, di parlare di Bruno in una ampia prospettiva europea, guardando non solo all'Europa della cultura e della filosofia, bensì anche all'Europa della politica e dei contrasti di potenza, delle guerre di religione, delle Corti regie e aristocratiche e dei non pochi bohémiens della cultura e della politica. Non che altri biografi e studiosi non lo abbiano già fatto in passato. Basti pensare a nomi benemeriti come quelli della Yates e del sempre compianto Luigi Firpo. Ricci lo fa, tuttavia, con una nuova ed evidente organicità. Certamente Bruno non aveva nell'Europa del suo tempo la notorietà e l'autorevolezza che ai suoi tempi, di poco posteriori, ebbe Galileo. Quest'ultimo era uno dei nomi di massimo spicco nella cultura di allora e la sua autorevolezza di scienziato faceva testo.
Quando la Chiesa lo processò l'eco di quella disgraziata vicenda fu sicuramente molto superiore a quella dell'ancor più disgraziata vicenda del povero Bruno. Al rogo di Campo dei Fiori i posteri dedicarono un'attenzione che non fu la stessa di quella dei contemporanei di quel rogo, per quanto neppure questo passasse inosservato. La Chiesa mise, quindi, a repentaglio nel processo che volle intentare al grande scienziato, molto di più del suo prestigio e della sua credibilità che non nel processo intentato, e così tragicamente concluso, a danno del frate nolano. E, tuttavia, non è senza un profondo significato storico, e non solo storico, che il rogo di Bruno abbia brillato nella storia della coscienza civile europea, specialmente in alcuni periodi, addirittura di più dell'assurda reclusione domiciliare inflitta al Galilei. Il Nolano, com'egli stesso amava definirsi, ebbe, peraltro, un'esistenza molto più avventurosa e non godè mai dell'agiatezza che Galilei meritatamente si procurò con il suo insegnamento e con la sua attività scientifica. Bruno proveniva da campagne della Campania che lasciarono in lui un'impressione indelebile di cortili sporchi in cui si aggiravano vermi e scarafaggi, di case anguste e oscure in violento contrasto con gli orti e i campi assolati circostanti, di vini sapidi come il greco di Somma e l'asprino di Nola, di costumi patriarcali che specialmente alle donne imponevano comportamenti estremamente controllati e riservati, di lunghe teorie di banditi e ladroni squartati. Né una impressione minore e meno disastrosa gli fece la Napoli dove si recò adolescente e prese i voti monacali in San Domenico, col suo - come diremmo noi - sottoproletariato di immigrati da quelle campagne e da tutte le altre del Regno, sradicati e miserabili spostati senz'arte né parte, viventi di accattonaggio e di carità, di espedienti e di miserie e violenze, buttati sulle scale o sotto i portici di chiese, strade e palazzi, dove anche dormivano, oziavano e conducevano la loro penosa esistenza. Fu in questa Napoli che Bruno formò l'essenziale della sua irregolare, ma vasta e profonda cultura, e gettò le basi del suo profondo antiaristotelismo, in netto contrasto con la tendenza tomistica prevalente di gran lunga fra i Domenicani e nella Chiesa della Controriforma. Di questa formazione Ricci si occupa con molte notazioni e puntualizzazioni nuove, frutto di uno studio attento di tutte le fonti disponibili. Le radici di quella che lo stesso Ricci definisce come modernità di Bruno furono poste allora. Era una modernità per certi versi sorprendente, se si pensa alle dottrine bruniane sull'infinità e pluralità dei mondi e alla sua sensibilità per quello che è finito ai tempi nostri per diventare il problema della comunicazione e dei suoi strumenti logici e linguistici. Di questi e degli altri motivi della riflessione e delle intuizioni di Bruno nel suo lungo peregrinare in Europa dopo il suo allontanamento da Napoli e poi dall'ordine domenicano, Ricci analizza con sagacia la maturazione e il significato sia nella storia personale di Bruno che nel contesto europeo del tempo, fino all'arresto a Venezia e al suo trasferimento nelle carceri dell'Inquisizione a Roma. Anche su questi anni il contributo di Ricci è sostanzioso. Dopo di aver seguito Bruno in giro per l'Europa, illustrandone le presenze e l'attività in modo sempre interessante, egli mostra qui dettagliatamente il tormentato itinerario che portò il Nolano, dopo molte oscillazioni e nonostante la disponibilità ecclesiastica a trovare una qualche transazione con lui, alla finale, veramente eroica determinazione di affrontare il rogo piuttosto che deflettere dalle posizioni che aveva maturato nel suo lungo travaglio morale e filosofico. Bruno era ormai più che consapevole di trovarsi al di là del piano ecclesiastico-religioso sul quale si svolgeva il suo processo. Il suo pensiero, sostanzialmente immanentista e laicamente aperto alla pluralità del mondo e alla irreprimibile creatività dello spirito che anima il mondo, il suo vero Dio, era in effetti un altro pensiero rispetto a quello cristiano. Reato di pensiero gravissimo, anzi il massimo possibile, in un'epoca in cui le religioni si erano fatto un animo di guerra intollerante e irremissibile. Ma la storia si sarebbe ben presto incaricata di mostrare come per quella via di negazione della libertà di coscienza e dell'intolleranza non c'era alcuna garanzia neppure per le Chiese, oltre che per le loro vittime.

 

Il Giorno-5 FEBBRAIO 2000

ALESSANDRO MAGGIOLINI

Giordano Bruno e la nuova Inquisizione
Si avvicina il 17 febbraio, quarto centenario della morte del sacerdote domenicano Giordano Bruno a Roma sul rogo in Campo dei fiori.
Condannato dall'Inquisizione come eretico impenitente, pertinace e ostinato. Esaltato soprattutto dalla storiografia di uomini del Risorgimento quale araldo e martire della nuova e libera filosofia.
Eretico rispetto alla dottrina cattolica, certamente fu. Almeno panteista. Il rogo fu senza dubbio un errore - una colpa? -: specialmente se valutato con il criterio della 'libertà religiosa', che oggi è dottrina cattolica ratificata dal Concilio Vaticano II, e non solo dagli 'esprits forts' di ispirazione illuministica. Dunque? Dunque mi aspettavo il montare di una campagna massmediale anche rumorosa di condanna della Chiesa ancora una volta. Ciò che è puntualmente avvenuto.
Puntualmente e giustamente. La quale Chiesa riconosce oggi il proprio sbaglio: va condannata l'eresia, non l'eretico: ammesso, ovviamente, che la Chiesa cattolica possa ancora possedere ed esibire una ortodossia. (O deve chiederne il permesso agli intellettuali contemporanei?). Per la verità, circa il rogo di Giordano Bruno dovrebbero battersi il petto un poco anche i Calvinisti, i Luterani e i governatori di Venezia, che non hanno lasciato del tutto tranquillo l'inquieto frate. Roma gli ha dato l'ultimo colpo e, certo, il più grave, secondo l'uso del tempo. Sembra che si organizzi il 'tifo' perché la Chiesa cattolica si profonda in richieste di perdono. Richieste che verranno, c'è da giurarci. Se, del resto, il pentimento si capisce dal proposito di emendarsi, ebbene l'Inquisizione, oggi, non solo non manda nessuno al rogo, ma non esiste più. Uno può sostenere le idee più giuste o più strampalate che vuole: non gli sarà torto un capello.
La cronaca suscita più di un problema. Eccone alcuni. E' storicamente esatto il metodo di chi valuta il passato con le certezze attuali? Studiosi di indubbia serietà inorridirebbero. Il procedimento nasconde una disinvoltura poco più che infantile. E poi, chi ci assicura che la scala contemporanea di verità e di valori sia quella indiscutibile ed eterna? (Ciò sia ammesso non per negare orrori perpetrati da uomini di Chiesa: orrori che forse sono anche più gravi e numerosi di quelli che si apprendono dai libri di storia di terza o quarta mano. L'apologetica per principio è stupida, prima di essere sleale). E a nome di chi la Chiesa si umilia nell'invocare misericordia? A nome - per stare al caso - del papa e dei cardinali che hanno emesso la sentenza? Ma tali personaggi non sono già passati sotto il giudizio di Dio? E se gli eroici furori di chi esulta nell'implorare oggi il perdono si spingessero a scorgere non solo delle deviazioni di pensiero, ma veri e propri peccati di precise persone del passato, non si varcherebbe così la soglia della coscienza umana, pretendendo di valutarne la buona o la cattiva fede, attraverso una sorta di improvvisata inconsapevole nuova Inquisizione? E i soggetti a cui far giungere le proprie scuse, chi sarebbero esattamente? Coloro che si sono appropriati del morto? In nome di quale diritto? E con questa pratica del 'meaculpismo' - del 'suaculpismo', meglio - reiterato a ogni anche minimo anniversario, non si rischia di far apparire la Chiesa come una banda di manigoldi e di canaglie? E la santità disseminata nei secoli dalla Comunità cristiana, è davvero tutta da buttare? E un credente qualsiasi attuale non potrebbe provare disagio perché si sentirebbe chiamato a pentirsi di sbagli, o addirittura di colpe, che non sono affatto frutto della sua libera decisione, ma, anzi, lo condizionano in modo negativo? (Altra faccenda è fare preghiere e opere buone di suffragio: allora ci si rivolge al Signore). E un tizio che vivesse nella Chiesa e si atteggiasse a 'profeta' - ce ne sono, ce ne sono - sostenendo le proposte più balzane di riforma, non riuscirebbe a convincersi che in futuro i fratelli di fede lo riabiliteranno e, anzi, si pentiranno per le persecuzioni che gli infliggono? (Ma quali persecuzioni mai si mettono in atto oggi contro certi fustigatori del prossimo, i quali spesso si dichiarano abbastanza facilmente innocenti o assolti? Si lasciano parlare e si accetta un'afflizione che si spera utile per la vita eterna). E la Chiesa che domanda perdono si riduce alla istituzione mondana che spesso si abbina a una holding o a un potere politico o a un'agenzia culturale ecc., oppure nasconde un mistero, così che recitiamo nel Simbolo: credo la Chiesa una, santa e così via? Ma allora, la Chiesa non invoca misericordia per i peccati dei suoi figli - di noi, santo cielo - proprio perché è santa? Un poco come Cristo si addossa i peccati di tutti proprio perché innocente? Già. Ma allora occorre osservare la Chiesa e la storia in cui essa si innesta, distinguendo la sua 'persona' dal suo 'personale' che può essere squallido. (Forse si prova già fatica a pentirsi e a emendarsi delle proprie colpe). Si impone l'ottica della fede per comprendere e interpretare. Diversamente, ciò di cui si parla non è la Chiesa nel suo intimo e nella sua compiutezza. Capisca chi può. Il resto è testimonianza di dolore perché non tutti i credenti, lungo venti secoli, hanno agito secondo il Vangelo. Una testimonianza che, senza scendere in particolari, lungo venti secoli, i fedeli si sforzano di far loro. E che forse può risultare utile a qualche intellettuale non troppo documentato e acuto. I 'semplici' - mi ci metto anch'io - sanno benissimo che Dio opera miracoli anche con mezzi poveri o addirittura spregevoli. E' il suo stile. Nessuna meraviglia. Il problema ci concerne.

 

La Stampa-16 GENNAIO 2000
DOMENICO DEL RIO
L'ANNO SANTO DI BRUNO
PENTIMENTO DEI GESUITI, 4 SECOLI DOPO
IL 22 maggio 1992 Papa Wojtyla era a Nola, in Campania, patria del filosofo Giordano Bruno, condannato al rogo come eretico a Roma il 17 febbraio dell'Anno Santo 1600. La statua dell'illustre e disgraziato concittadino, che è sulla piazza, quel giorno era stata coperta da qualcuno con un cappuccio nero. In un cartello posto ai piedi del monumento, lo stesso Giordano Bruno ne dava la spiegazione: "Non voglio vedere il Pontefice". In questo Anno santo 2000, forse, Giordano Bruno potrà togliersi il cappuccio nero di fronte a Wojtyla. Anche per il rogo del filosofo di Nola arriverà un mea culpa ? La rivista dei gesuiti La civiltà cattolica ammette ora che quel rogo "continua a bruciare e nella memoria e nella coscienza di molti". In un incontro di studiosi, il 3 febbraio, nella sede romana della rivista, alla presenza del cardinale Paul Poupard, verrà discussa la questione. Anche quel 1600, dunque, era un Giubileo, anno del perdono, ma non per Giordano Bruno, uno dei "clerici vagantes" del tempo, intelligenza irrequieta, insofferente di ogni freno sociale e intellettuale, "accademico di nulla Accademia", come egli stesso si definiva, in giro per l'Europa a suscitare sospetti in protestanti e cattolici. A Roma finì nelle prigioni dell'Inquisizione. Il processo durò 7 anni, tra ammissioni di eresia e ritrattazioni. Alla fine di ogni udienza, quando veniva riaccompagnato in carcere, il processato si sfogava in terribili bestemmie. I carcerieri le annotavano e le riportavano ai giudici come prova della sua empietà. L'8 febbraio 1600 veniva pronunciata la condanna a morte. Il filosofo era riconosciuto "eretico, impenitente e recidivo".
Per coloro che cadevano sotto questa formula, la prassi voleva che "vivi in igne mittantur", fossero mandati vivi al fuoco. Se fosse stato almeno "penitente", sarebbe stato impiccato prima della pena del fuoco. Il 17 febbraio, all'alba, sette frati di quattro Ordini diversi, che per tutta la notte avevano cercato invano di convincere il prigioniero all'abiura, accompagnarono Giordano Bruno fino al palco eretto in Campo dei Fiori. Il condannato venne spogliato e legato a un palo.
Gli serrarono la lingua in una morsa di legno perché non potesse pronunciare bestemmie. Un frate gli tese un crocifisso, ma egli voltò la testa da un'altra parte. Venne appiccato il fuoco e le fiamme lo divorarono lentamente. Evoluzione di Anni Santi! Nell'Anno Santo 1900, massoni e anticlericali, in Campo dei Fiori, a Roma, attorno alla statua di Giordano Bruno, avevano concionato, ballato, cantato, mandato insulti a tutti i pontefici passati sulla cattedra di Pietro. Nell'Anno Santo 2000, a Roma, il filosofo di Nola riceve un pentimento in casa dei gesuiti.

 

 

Il Mattino-17 FEBBRAIO 2000
ALDO MASULLO
Brunomania siamo figli di quel rogo

A quattrocento anni esatti da quel 17 febbraio del 1600, in cui Giordano Bruno, condannato dal Santo Uffizio fu arso vivo in Roma, ancora non possiamo sottrarci al bisogno di misurarci con quella vicenda. Nel 1888, un articolo dell'autorevolissima "Civiltà cattolica" deplorava che in Italia, ad opera di studiosi e pensatori (da Francesco Fiorentino a Bertrando Spaventa), la figura di Bruno fosse stata "mitizzata", e per l'occasione coniava il malizioso termine di "brunomania" come a dire che la cultura laica si era lasciata infatuare da una volgare moda anticlericale. Ora, gli esordi del 2000, sulla medesima "Civiltà cattolica" appare un articolo, in cui il padre gesuita Giovanni Sala plaude all'occasione di "approfondire in un clima sereno e dialogico il pensiero e la vicenda personale del filosofo nolano". Il saggista cattolico conclude senza evitare la scabrosa questione del rogo. Sul piano del "giudizio storico-giuridico", egli si appella ai risultati della stessa storiografia laica degli ultimi sessant'anni, la quale certifica sul caso "il più rigoroso rispetto delle norme procedurali che regolavano il processo accusatorio". Ma sul piano del "giudizio etico-morale" - e qui manifesta la straordinaria rottura con il passato - il padre Sala non esita a pronunciare l'inaudita ammissione. "Il credente non può che sentire dolore e insieme esprimere viva riprovazione per tutte le volte (e sono state purtroppo tante nella storia della Chiesa) in cui la verità cristiana è stata imposta coercitivamente alla coscienza (spesso da uomini sinceramente credenti) o peggio ancora per tutte quelle volte in cui nel nome di Cristo si sono accesi roghi o sguainate spade". A questo punto la lodevole "riprovazione" espressa sulla vicenda di Bruno e su tutte le altre analoghe, che non sono poche, sembra non possa non rifluire dal piano religioso e morale sul piano stesso storico-giuridico. Si pone l'inquietante domanda di fondo, se proprio sul terreno delle scelte istituzionali la Chiesa, incorporandosi nella "legalità" della pretesa giuridica di fedeltà religiosa a pena di tortura e di morte, non abbia tradito la sua originaria "legittimità" evangelica. Al di là della tragica scenografia del processo e del rogo, così come del resto al di là delle interminabili polemiche sulla classificazione del pensiero bruniano (disegno di forma religiosa e civile, o immanentismo razionalistico o monismo irrazionalistico), in noi resta insopprimibile la domanda se vi sia e quale sia il rapporto nostro, di uomini del nostro tempo, con la figura di Bruno e con il suo tempo. Colpisce per esempio il fatto che un importante editore nazionale pubblicizzi un nuovo libro su Bruno, presentandolo come un lavoro sul grande "mago". Certamente non si è mancato in alcune interpretazioni anche recenti e autorevoli di considerare Bruno come "mago", ma con ciò si alludeva al "mago" inteso nel senso rinascimentale di evocatore di un'antichissima sapienza "ermetica" e di esperto delle forze vitali operanti nella natura. Ridurre invece il termine a far da richiamo per meno provveduti ma più numerosi lettori, è il sintomo di un malessere del nostro tempo, segnato da una grande confusione culturale ed esistenziale, in cui, smarrite le antiche sicurezze e impotenti a sorgere le nuove, vacillando soprattutto la fiducia nella ragione, ci si abbandona facilmente a illusori allettamenti di arcane salvezze. Salta allora agli occhi come la condizione del mondo d'oggi somigli per alcuni rilevanti tratti a quella del mondo di Bruno, e si comprende come il progetto del "mago" Bruno fosse di sconfiggere le credule magie delle favole attraverso una comprensione razionalmente adeguata della nostra umanità nel contesto di una realtà naturale, della quale siamo intimamente partecipi e dalla quale tuttavia ci solleviamo con la forza della nostra ragione. Qualche recentissimo interprete ha ripreso il vecchio motivo di una Chiesa che difenderebbe il razionalismo speculativo della scolastica contro il ritorno di suggestioni irrazionalistiche pericolosamente espresse da Bruno. A dissipare questa vaporosa ipotesi basta l'avvertenza della più innovativa e autorevole sostenitrice del Bruno "mago", la Yates, la quale ha messo in piena evidenza come appunto la ripresa bruniana della "tradizione ermetica dell'immaginazione" preparasse "la via che condusse Cartesio a varcare quella frontiera interiore", posta fino ad allora a precludere al rigore della ragione l'investigazione della vivente natura, e come con ciò si aprisse la porta alla scienza meccanicista di Newton. Se dunque Bruno fu un "mago", lo fu in un significato progressivo. Il mondo dell'età di Bruno, segnato dalle scoperte geografiche, dalla rivoluzione dei prezzi, dalle spietate guerre tra le confessioni cristiane nella difficile transizione dall'ordine feudale alle monarchie assolute, fu certamente lacerato dalla contraddizione tra il moto centrifugo dei molteplici impulsi e la necessaria rifondazione della coesione sociale. Qui è il centro della ricerca bruniana. Le prime disastrose prove della colonizzazione europea nei territori americani ponevano drammaticamente il dilemma se il bene morale dipendesse dalle leggi della società civile, e quindi dal processo storico, o non piuttosto dalla naturale disposizione dei popoli cosiddetti "selvaggi". Bruno non si lasciò catturare da nessuna delle due alternative, ma sviluppò criticamente la convinzione che, se da un lato la natura ha fornito all'uomo una serie di straordinari strumenti fisici e mentali, dall'altro lato solo attraverso un adeguato esercizio di questi strumenti possono costruirsi gli ordini morali. I "vincoli" umani hanno nella natura la loro radice cioè la condizione necessaria, ma soltanto nel faticoso operare storico, attraverso i processi della cultura, essi possono dispiegarsi in ordini civili. La nostra attuale umanità, soprattutto nella convulsa accelerazione degli ultimi decenni, si ritrova anch'essa colpita e disorientata dall'urto tra l'universalmente dichiarato principio dei "diritti" umani e la crescente atomizzazione dei particolarismi dei gruppi e degli individui. In questa drammatica esperienza Giordano Bruno ci è ancora indimenticabile compagno.



La Repubblica-2 FEBBRAIO 2000
JEAN MARC LEVY-LEBLOND
Un risoluto materialista
Lo scomunicarono luterani, calvinisti e cattolici

Nel corso delle sue peregrinazioni, Giordano Bruno scrisse numerose opere metafisiche, teologiche e cosmologiche, in uno stile spesso critico e a volte anche satirico. Si può avere un'idea del suo tono anche soltanto leggendo alcuni dei suoi titoli più polemici: La cena de le ceneri (purtroppo premonitore), Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori. Anche nelle sue opere dai titoli più "seri", quali De l'infinito, de l'universo e dei mondi, o De la causa, del principio e de l'Uno, generalmente in forma di dialoghi, la sua scrittura ha una libertà di tono, una vivacità sempre stimolanti.
Bruno sviluppa nei suoi libri una concezione del mondo risolutamente materialista e unitaria, che gli procurerà tre scomuniche: quelle dei luterani, dei calvinisti e dei cattolici, ma gli varrà in seguito l'ammirazione di Spinoza e di Hegel.
Non fu condannato, come la Chiesa sostiene tuttora a propria difesa, per la sua visione cosmologica, bensì per la sua posizione eretica. Come se le due cose fossero separabili, o come se la seconda giustificasse il rogo più della prima... Comunque, più dell'eterodossia delle sue opinioni, a renderlo insopportabile alle istituzioni religiose fu la sua capacità di modificarle. Più che scettico, Giordano Bruno era relativista. Nel 1588, anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, scrisse che la sua religione era quella "della pacifica convivenza tra le religioni, fondata sull'unica regola della mutua intesa e della reciproca libertà di discussione". Mentre ripone la sua fiducia nella "ragione di ciascuno", Bruno disprezza i dotti. E si identifica spesso con l'asino, che nella sua ignoranza, pazienza e ostinazione rappresenta l'allegoria emblematica di chi ricerca la verità.
Adottata la dottrina copernicana, Bruno supera l'eliocentrismo per farsi ardente propagandista di un universo infinito, della pluralità dei mondi e del vitalismo cosmico: Sarebbe certo abusivo voler vedere in Giordano Bruno il pioniere della nuova scienza. Se Galileo, nato vent'anni dopo, inaugurerà la modernità, Bruno resta legato ai modi del pensiero arcaico. Ma al di là del tributo impostogli dalla sua libertà di spirito, in un'epoca tutt'altro che incline a permetterla, c'è una forte lezione da trarre dalla sua opera - poiché le idee nuove non nascono mai nella forma chiara e netta che la posterità conferisce loro retroattivamente. In Giordano Bruno troviamo elementi di ermetismo, di magia naturale, di filosofia neoplatonica che uniti insieme producono una concezione audace e visionaria del mondo.
Sebbene non gli si possa attribuire nessuna scoperta scientifica di rilievo, Bruno ha giocato così un ruolo essenziale, preparando le menti alla rivoluzione galileiana.
Le numerose, recenti scoperte di pianeti esterni al sistema solare, lo sviluppo della ricerca sulle eventuali forme di vita extraterrestri, così come l'ipotesi Gaia, oggi scientificamente più credibile, costituiscono un magnifico omaggio alla sua prescienza.
Quanto a noi, siamo oggi più capaci dei contemporanei di Giordano Bruno di comprendere i protagonisti di quelle esuberanti polemiche, di quelle feconde confusioni, di quei paradossali arcaismi che preparavano il futuro? In questi tempi di pretese certezze razionali, dovremmo ricordarci di quanto dobbiamo a quelle indocili menti.
(traduzione di Elisabetta Horvat)