LA RIFORMA BRUNIANA
di
Alessandro
Bardi
La
vera riforma spirituale dell'Occidente poteva avverarsi, e può tuttora, non
nelle pochezze teologiche di Lutero, ma con la missione ermetica europea del
grande panteista Giordano Bruno. Essa voleva combattere le superstizioni del
cristianesimo clericale, la visione del Divino come essere simile all' uomo,
sgorgata dall' istinto egoista ed orgoglioso dell' uomo stesso, la visione
assurdamente contraddittoria del tre in uno correggendola col suo monismo
rigoroso di ascendenza pitagorica, la partenogenesi e altri assurdi dogmi,
costruiti dai teologi su allegorie esoteriche quali sono le vicende della vita
di Cristo nel Vangelo, assurde se prese alla lettera. Il tentativo di riforma
dell' occidente cristiano attuatosi col luteranesimo, puramente politico e
organizzativo e non già spirituale e metafisico, aveva portato un nuovo
bigottismo per la certezza fanatica di avere imboccato la strada della ragione
e della libertà, sostituendo , in realtà, solo il conformismo alla lettera
biblica al conformismo papista. La riforma aveva portato la guerra civile, lo
scisma e il caos in Europa, distrutta dal settarismo delle varie conventicole
e dalla lotta con la mai morta tirannia totalizzante dei cattolici, che si
andava rincrudendo con la controriforma, della quale Bruno fu vittima. L'
etica calvinista diffuse l' attuale ingiustizia del potere del denaro, con la
sua teoria della superiorità predestinata dei ricchi, avviando così secolari
e progressive devastazioni della natura, della morale e dell' unità tra
gli uomini col suo spietato arrivismo e individualismo, la concorrenza tra
uomini e nazioni, foriera di imperialismi e nuovi disordini. La sua riforma
ermetica voleva invece instaurare un' epoca di pace e fratellanza tra i
popoli, unificare gli uomini e le nazioni, secondo un principio di
cosmopolitismo, nella piena solidarietà ermetica come cristiana.
Egli tentò un Primato Spirituale dei Saggi, una supremazia naturale ed etica
dei più spirituali, geniali, virtuosi nel senso più alto.
Menzognero é il tentativo degli atei e dei materialisti di far passare la sua
filosofia e la sua opera per anticipatrice del materialismo, accentuando le
sue tendenze democratiche e una sua presunta funzione iconoclasta della
religione tout-court, rimpicciolendo il personaggio in una figura di povero
scientista ancora indeciso d' abbandonare vecchie corbellerie.
Anticipò l' illuminismo teorizzando e adoprandosi perché si diffondessero la
critica delle deformazioni della religione, la religione naturale alla base di
tutte, la tolleranza e il libero pensiero, intendendoli non nel senso
utilitaristico e individualista dell' egoismo moderno, ma come legge OGGETTIVA
del mondo, il tutto, la verità, riunificantesi nelle parti, le diverse
religioni, mediante il dio Eros del Simposio platonico, l' Amore, che é la
forza somma del cosmo e dell' uomo, la vera libertà e azione vitale della
cose. Fuori dalla METAFISICA e riassunto nell' etica ( fraintesa completamente
), in quel modo deformante come viene presentato oggi, non c' é NULLA di
Bruno, se non una specie di iconcina della cultura e della filosofia, la
"cultura" della modernità, estremista, irragionevole, erede della
controriforma nelle sue dottrine e istinti peggiori, materialista e
dogmatica.
La chiesa addirittura ha tentato quasi di farlo apparire un antesignano di
Roncalli, o piuttosto dell' opera "ecumenica" dell' attuale papa. I
cosiddetti "laici" ( che non sanno che "laico" in ogni
dizionario vuol dire " profano, ignorante, non addentro alla saggezza,
escluso dalla Ecclesia dei Saggi", nome che, quindi, loro ben s' adatta )
scettici, frivoli e vanesi come il bel mondo dei Diderot e dei D' Alembert, ne
han fatto un prodotto dell' "industria culturale".
Egli fu il "Mercurio inviato dagli Dei", la Sacra Scienza che
attraverso il grande polemico campano si manifestò, della quale egli fu degna
espressione iniziatica, che servì con onore e la vita, rese operativa,
spirituale, viva, benefica Magia, Arte Divina, testimoniò e resse il sisifico
pronante fardello di pena.
Fu testimonio non della libertà di pensiero solo, ma del pensier sì, il
Pensiero Divino operante ne e tra i mondi.
Gli orrori della Santa Inquisizione
di Roberto Giammanco
| Per il Santo Tribunale la matrice “diabolica” dell’eresia era
unica: diversa sunt nomina, sed una porfidia. Una complessa casistica
regolava il grado di pericolosità e coinvolgimento nelle varie eresie.
Chi erano da considerarsi eretici?: “Tutti quelli che dicono, insegnano, predicano o scrivono contro la sacra Scrittura, contro gli articoli della Santa Fede, contro i SS. Sacramenti e riti, ovvero uso d’essi; contro i decreti dei S.Concilii e determinazioni fatte dai Sommi Pontefici; contro la suprema autorità del sommo Pontefice; contro le tradizioni apostoliche; contro il Purgatorio e le indulgenze; quelli che rinnegano la Santa Fede facendosi turchi o ebrei o d’altre sette e lodano le loro osservanze e vivono conforme ad esse; quelli che dicono che ognuno si salva nella sua fede…” Chi si doveva considerare sospetto di eresia? “Quelli che dicono prepositioni, le quali offendono gli audienti e non le dichiarano; quelli che se non dicono parole, fanno fatti ereticali, come abusare i SS. Sacramenti e in particolare l’Hostia consacrata e il Santo Battesimo, battezzando cose inanimate come calamita, carta vergine, fave, candele altri simili; quelli che abusano cose sacramentali, , come Oglio santo, Cresima, Parole della Consacratione, Acqua benedetta, candele benedette; quelli che feriscono e percuotono immagini sacre; quelli che scrivono, tengono, leggono o danno ad altri da leggere libri proibiti nell’Indice o negli altri Nostri editti particolari; quelli che notabilmente si allontanano dal vivere comune dei Cattolici come il non confessarsi e comunicarsi una volta l’anno, in mangiare cibi proibiti senza necessità, nei giorni determinati dalla Santa Chiesa e simili”. (Breve informazione del modo di trattare le cause del S. Officio per i molto reverendi Vicarii della S. Inquisizione istituiti nelle diocesi di Parma e di Borgo S. Donino…Parma, 1628). |
La richiesta di perdono che Papa Wojtyla pronuncia a Napoli il 12 marzo di
questo anno 2000 è stata preparata, prima ancora che dalla martellante campagna
d’immagine vaticana, dai laici giubilari accorsi in fretta per la bisogna.
Senza roghi o scomuniche, sponte sua, sono stati accesi, al bagliore accecante
dei media, i roghi della memoria.
La damnatio memoriae giubilare prende la forma di una correctio memoriae
concordataria, riconversione di fatti storici inequivocabili, che credevamo
acquisiti, con l’omertà che basta a trasfigurare in “errori”, debolezze
umane”, “casi specifici” la continuità e la ferrea, spietata logica di
potere di istituzioni burocratiche di raffinata efferatezza capaci di imporre e
perfezionare meccanismi collettivi di infantilizzazione, sospetto, terrore,
conformismo.
I falsari del grande Giubileo
Il quattrocentesimo anniversario del rogo su cui salì, “con la lingua in
giova”, il 17 febbraio dell’anno giubilare 1600, Giordano Bruno è al centro
di questa damnatio-correctio memoriae che, in accordo con i tempi, è
rigorosamente politically correct.
Da tempo, l’istituto della Congregazione della Santa Inquisizione
dell’eretica gravità, e il suo Santissimo Tribunale, sono presentati con un
volto umano, tra l’esercizio di una rigorosa legalità e una caritatevole
soavità nei confronti dei reprobi a loro affidati.
Si è scoperta e privilegiata la “buona fede”dei giudici, i loro sforzi
“per arginare sospetti e intolleranza”e/o “per non far soffrire gli
imputati” fino ad affermare che “…finche la letteratura
sull’Inquisizione è stata soprattutto di origine protestante…si è potuto
tranquillamente demonizzare quell’istituzione( strumento dell’Anticristo, si
diceva) ad esaltarne le vittime come martiri della verità. Una nozione
schematica e superficiale” ( A. Prosperi, 1988).
Più recentemente, si è spinto lo zelo fino ad affermare che “l’eresia fu
oggetto degli affanni inquisitoriali solo in minima parte e in periodi
circoscritti. Il più del tempo gli inquisitori lo dedicavano a truffatori che
si fingevano preti, bigami e trigami, fattucchieri denunciati da clienti
delusi…gli eretici veri e propri erano quasi tutti frati e preti”. Per
concludere, visto che gli eretici erano i primi a non volere la tolleranza né
tanto meno “l’equivalenza delle fedi”, si sarebbero comportati ( e dove
furono maggioranza si comportarono) come gli inquisitori, e anche peggio”.
Sempre se avessero potuto…( Rino Cammileri, 1998).
E non basta. Il Santissimo Tribunale che “non amava versare il sangue e
preferiva salvare le anime”trattò con caritatevole pazienza e severa clemenza
Giordano Bruno il quale, del resto, era litigioso ed insopportabilmente pieno di
sé”, pertinace e impenitente, nella cui tattica difensiva “avevan gran
parte le bestemmie più orribili…Fu questo il motivo per cui lo condussero al
rogo con la bocca serrata “(Rino Cammileri, 2000).
Questi ed altri contributi all’astratto spettacolo del “perdono” papale
sembrano predominanti nella cultura diffusa dell’Italia giubilare, se non
altro per la loro visibilità ufficiale.
La damnatio-correctio memoriae si articola a vari livelli, dal più formale e
raffinato al più rozzo ed emotivo, che convergono nel ribadire la legalità,
addirittura quasi “garantista” dell’istituto inquisitorio, a mettere in
luce la severa clemenza nel perseguire i reprobi dei quali, come nel caso di
Giordano Bruno, si ammette l’ostinazione e la pervicacia(“…ed insomma il
meschino, se l’Iddio non l’aiuta, vuol morire ostinatamente ed essere
abbruciato vivo”, Avviso di Roma, 12 febbraio 1600, sabato). Quello che viene
sfumato, distorto, o del tutto relegato alle critiche ed annose polemiche degli
specialisti, è il discorso sui fondamenti, le procedure , e il ruolo storico
che ha avuto il processo inquisitorio con lo strascico dei suoi principi
fondanti lasciati in eredità anche al mondo moderno e ai suoi universi
totalitari.
L’Inquisizione fu nient’altro che la logica conseguenza della
sacralizzazione del potere papale, che direttamente, e senza mediazioni, ne
concesse e legittimò gli immensi poteri. A monte il carattere divino “ delle
Chiesa, il potere del Pontefice di definire la verità e perseguire l’errore,
di mediare tra l’aldilà e l’aldiquà, di sciogliere e legare, alla luce
della “verità” definita, tutti gli aspetti della vita sociale. Attraverso i
secoli, l’Inquisizione fu il più efficiente meccanismo di controllo sociale
della storia dell’Occidente cristiano: il suo potere, prima che sulle azioni,
si abbatteva sui pensieri, sulle intenzioni, sulle scelte devianti. Non è un
caso che il termine “eresia” voleva dire originariamente “scelta”.
Un controllo sociale di massa
Le risposte alla damnatio-correctio memoriae giubilare, vero e proprio rifiuto
di responsabilità storiche, morali e culturali, vanno cercate meno nei singoli
“casi” che, per esempio, nei principi fondanti e nei meccanismi del processo
inquisitorio, strumento burocratico al servizio di un universo teocratico
coercitivocce ha gestito, per secoli, comportamenti sociali e intenzioni, vivi e
morti, a sua immagine e somiglianza.
Il processo inquisitorio fu definitivamente codificato nella Nuova Inquisizione
post- Riforma luterana, a partire dal 1542 (Bolla Licet ab inizio di Paolo III).
La Congregazione del Santo Uffizio, presieduta dal papa, sempre quando erano in
gioco casi”difficili”, mantenne intatti i principi fondanti
dell’Inquisizione medioevale (crociata contro gli albigesi e loro sterminio),
dell’inquisizione di Spagna (“estirpazione” e conversione forzata degli
ebrei e dei musulmani) dandosi un’organizzazione totalmente centralizzata, a
guardia della burocratizzazione capillare della fede cattolica e del controllo
sociale di massa che la Controriforma stava consolidando. Il sentimento
religioso fu gestito come un modello chiuso, coercitivo, trionfalistico.
I principi fondanti del processo inquisitorio sono dedotti dal suo fine supremo:
perseguire “l’eretica pravità” che si macchia del crimine supremo:
“lesa maestà divina”. Qualsiasi altro crimine, se ci sono i segni della
“peste eretica” o della trasgressione al modello del magistero, è associato
all’eresia.
Il sospetto faceva scattare il meccanismo inquisitorio. Era di per sé il segno
della colpa. Tutti ( nobili), alti prelati compresi i cardinali, funzionari
reali, al di fuori soltanto del re) potevano essere inquisiti, se denunciati
come sospetti.
La cultura della delazione
Per chi si affanna per addolcire l’immagine dell’Inquisizione e, al tempo
stesso, per isolarla dal modello coercitivo globale della Controriforma,
l’imbarazzo maggiore viene dalla centralità della delazione.
Praticata da sempre, all’interno e verso l’esterno, spetta al Santo Uffizio
- che razionalizza il sospetto come presunzione di colpa e ne introduce la
capillarizzazione sistematica nell’area cattolica – il compito di
assicurarne la tutela, e naturalmente la sacralizzazione.
La delazione è segreta (“…all’imputato deve essere comunicata solo la
sostanza delle deposizioni dei testimoni a carico, senza nomi né possibilità
di individuarli”: decreto della Congregazione del Santo Uffizio, 1566) ed è
”un dovere per il popolo cristiano”, perché se si è obbligati a denunciare
i crimini di lesa maestà, a maggior ragione è doveroso denunciare il supremo
peccato-crimini di lesa maestà divina. Così il padre è obbligato a denunciare
il figlio, il marito la moglie, e viceversa, anche perché chi rivela al Santo
Tribunale l’eresia dei propri consanguinei (“de’ loro padri ancorché
eglino fossero nati dopo il paterno delitto”, 1621) non solo non incorre nelle
pene stabilite e compie “un’impareggiabile opera di carità”, ma può
anche usufruire di speciali indulgenze per sé e per gli altri suoi defunti.
Soprattutto – insistono decreti e manuali – si affida alla guida sicura
dell’Inquisitore che è padre; il che vuol dire – come suona una delle
iperbole retoriche dell’epoca – a Dio stesso, “Primo Inquisitore, che
castigò Adamo ed Eva, il popolo di Israele e giù giù tanti altri”.
Il Santo Tribunale obbligava anche le stesse autorità secolari a denunciare, a
pena di essere denunciate a loro volta, come complici dell’eresia nella
congiura contro il bene pubblico. Chiunque poi si fosse impegnato a tacere, con
qualsiasi forma di giuramento, quando si trattava della “eretica pravità”,
era dispensato d’ufficio.
I confessori si trovavano di fronte a un dilemma assai difficile. Se,
interrogati dall’Inquisizione su cose coperte dal segreto confessionale
(sanzionato nel 1215 dal IV Concilio Laterano) non rispondevano, correvano forse
il rischio di essere loro stessi inquisiti come fautores ?
Al culmine di secolari controversie sull’argomento, in piena Controriforma,
Dominico Soto (1582) così rispondeva al dilemma: “…le orecchie umane
giudicano le parole dal suono, ma il giudizio divino considera quei suoni se
sono o no in accordo con l’intenzione…Dio ode le parole non pronunciate e le
giudica vere anche se l’uomo non è in grado di accorgersi della
discrepanza”. La tacita cogitatio, il pensare senza parole permette di
dirigere l’intenzione in senso contrario rispetto a quanto è indicato dalle
parole!
La tortura per l’intenzione
Sin dai tempi della bolla Ad extirpanda (1252) la tortura era sta legittimata
come elemento (fondamentale e spesso, di fatto, unico) di prova ed era applicata
con puntiglioso formalismo burocratico( la damnatio – correctio giubilare
insiste sui ”precisi limiti di durata”).
Tutti potevano essere torturati ( i ragazzi al di sopra dei nove anni erano
sottoposti alla tortura delle bacchette) e chi, sotto tortura, rispondeva alle
domande del giudice inquisitore in modo non chiaro o tralasciava qualche
dettaglio veniva torturato finche non completava la sua confessione.
Il massimo dell’astrazione (“la banalità del male”), e della spietatezza,
era la “tortura per l’intenzione”. Se, dopo una confessione completa, il
sospetto-reo negava di avere avuto intenzioni eretiche mentre si comportava da
eretico, veniva torturato non sul fatto ma sulla ”sua empia credulità ed
intenzione”. Rovesciamento del principio giuridico antico secondo cui nessuno
può essere punito per quello che pensa (Cogitatio poena nemo patitur).
E che dire dei processi dell’Inquisizione a carico dei defunti? In quanto
crimine di lesa maestà divina, il crimine die resia non si estingueva con la
morte del reo. Condannando gli eretici morti, il Santo Tribunale condannava la
loro “empia e immonda memoria” e, al tempo stesso confermava “l’eternità”
dei suoi decreti e la mediazione della Chiesa sull’aldilà dell’aldiquà. Le
ossa degli eretici morti venivano disseppellite e bruciate in pubblico con il
consueto rituale, così come gli eretici latitanti che non si presentavano entro
un anno venivano processatio e condannati ad essere bruciati in effige. Sul rogo
veniva messa una statua con su scritto il nome e il cognome.
Di regola, ilo Santo tribunale presumeva che l’accusato di eresia che, in
carcere, si toglieva la vita l’avesse fatto per rimorso. Il suo gesto
equivaleva dunque a una piena confessione e per questo doveva essere processato
e punito. Ai figli era concessa la possibilità di evitare la damnatio memoriae
del padre se riuscivano a dimostrare che si era suicidato per il terrore.Dopo
tutto, la tortura poteva uccidere tanto i colpevoli quanto gli innocenti. Ma
questi – è detto in una delle guide dell’inquisitore – andranno comunque
in paradiso”.
L’Inquisizione era il modello operativo di una lunga tradizione di
organizzazione dell’immaginario della salvezza. Si proponeva di salvare le
anime attraverso l’imposizione di un’autorità definita “divina”, di un
potere di definizione che era al di sopra di ogni altro potere.
Con la confessione, la Chiesa si assumeva il compito e, per la sua definita
origine “divina”, il dovere di gestire, giudicare il mondo interiore dei
fedeli con premi e castighi per le loro pulsioni e comportamenti.
L’invenzione del Purgatorio
Con il Purgatorio fu ridisegnata la mappa antropomorfica dell’aldilà e
riconfermato il potere papale della mediazione. Le indulgenze, quel formidabile
moltiplicatore economico che la Controriforma regolò su solide basi
amministrative, furono dedotte, anch’esse, dal potere di sciogliere e di
legare nell’aldiquà e nell’aldilà, in tutti e due i sensi.
Grazie alla deduzione del Purgatorio, superba “invenzione” che dava un
ordine “certo” alle angosce e alle speranze dell’immaginario collettivo,
Bonifazio VIII, primo Jiubilee maker, poté riaffermare la supremazia papale.
Tra l’auctoritas e il perdono c’éra pur sempre la scappatoia del
Purgatorio.
Nel 1335 in Piemonte, all’Inquisitore che li interroga, i valligiani valdesi,
che poi furono tutti impiccati o bruciati, risposero che nell’altra vita si
aspettavano solo l’inferno o il Paradiso e che il purgatorio è qui sulla
terra.
A chi è rivolto il perdono che chiede oggi l’autorità papale, e da chi sarà
accolto? Dai valdesi impiccati e bruciati perché non credevano nel Purgatorio
in cui la Chiesa cattolica insegna a credere ancora oggi, oppure dallo stesso
Dio in nome del quale quella auctoritas sterminava gli eretici?
E come farà l’auctoritas papale a chiedere perdono per conto dei suoi grandi
Santi Inquisitori, per i Papi delle Crociate nella notte di san Bartolomeo e così
via, pur continuando a venerarli come Santi?
Forse, nel tripudio giubilare, l’auctoritas papale dovrà accogliere la sua
propria richiesta di perdono con la solenne promessa di non accendere più
roghi. Chissà che non avessero ragione i Valdesi affermando che il Purgatorio
è qui in questa vita.
Lettera Internazionale 64
(2° trimestre 2000)
Vittime dell'intolleranza: gli
anniversari del 2000
1600-2000 :400° del rogo del frate filosofo eretico GI0RDAN0 BRUNO arso vivo il
17 febbraio 1600 a Roma in piazza Campo de' Fiori per ordine della santissima
romana Inquisizione.
1500-2000 :500° del rogo di tre presunte streghe arse vive a Saragozza per
ordine dell'Inquisizione spagnola
1450-2000 :550° del rogo del medico eretico fiorentino Giovanni de' Cani
colpevole solo di alcuni reati di opinione per lo più di carattere
anticlericale
1300-2000 :700 ° del rogo dell'eretico Andrea di Ferrara arso vivo in una
località imprecisata dell'Emi1ia
1200-2000 :800° dei roghi di Troyes in Francia, otto eretici
"pubblicani" sono arsi vivi, cinque uomini e tre donne. Non credevano
nel purgatorio, ne alla divina provvidenza, né alla gerarchia ecclesiastica di
cui respingevano tutti gli scritti
1100-2000 :900 ° del rogo di un medico eretico greco di nome Basi1io. Fu
bruciato vivo spettacolarmente nell'ippodromo di Costantinopoli in quanto rimase
fermo nella sua fede proclamando1a a gran voce. Apparteneva alla setta dei
Bogomi1i (da Bogomil=amico di Dio in lingua bulgara)