Venezia
Venezia è stata "fatale", a Giordano
Bruno Non è il caso
di rivangare il groviglio di vicende che portarono il
fraticello di Nola a percorrere tutta Italia e tutta
Europa (e tutti i terreni e i saperi dello scibile
medievale/cinquecentesco) per assumere la rilevanza di un
genio ammirato e detestato, di un grande pellegrino
d'Europa, che interessò papa Clemente VIII e scosse le
università, fu onorato dal re di Francia e, a Londra,
colloquiò in italiano con la regina Elisabetta. E scrisse
tanto, in latino e in volgare, di filosofia, di teologia,
di magia, di arte della memoria, di astronomia, di materia
letteraria e biografica, da riempire un'intera biblioteca.
Ne sa qualcosa Michele Ciliberto, titolare della cattedra
di storia della filosofia all'Università di Pisa, che ha
curato le "Opere filosofiche" del Bruno
per i Meridiani Mondadori. È con lui che parliamo della
sterminata fecondità del Nolano (come il Bruno
nostalgicamente amava firmarsi) e, naturalmente,
accenniamo alla "fatalità" del soggiorno
veneziano (1591-1593).
«Sì - conviene Ciliberto - Venezia fu fatale al Bruno
perché, con la denuncia di Giovanni Mocenigo
all'Inquisizione, egli iniziò quel percorso
inquisitorio-accusatorio che lo avrebbe tragicamente
condotto al rogo in Campo dei Fiori, a Roma, il 17
febbraio 1600».
Ed appunto, per questo convegno a 400 anni dalla morte,
Ciliberto è alla Fondazione Cini, dove oggi terminano i
lavori. «È pur vero - soggiunge lo studioso - che
Venezia, e anche Padova, offrirono a Bruno
contatti culturali, attestati di stima e occupazioni
didattiche, le quali non facevano prevedere la denuncia
del Mocenigo e l'accusa di comportamento blasfemo, truffa
ed eresia».
Per la solennità dei 400 anni si è davvero
mobilitata, oltre che la Fondazione Cini, l'Università di
Venezia - che ha chiamato al tavolo pensatori come
Emanuele Severino e Massimo Cacciari - e un po' tutta
l'intellighenzia veneziana. Il crescente interesse su Bruno
va nel senso di riconoscergli valenza universale, una
coesistenza di qualità che vanno dalla filosofia alla
scienza, dalla teologia alla poesia e al teatro, non
escludendo geniali intuizioni che anticipano ipotesi
appartenenti piuttosto a Einstein che a Newton.
«Questo convegno - conferma in certo senso il
professor Ciliberto - intitolato al destino in connessione
con la verità, ha lo scopo di illuminare alcuni tratti di
fondo della filosofia bruniana».
È una dimensione squisitamente speculativa. «Altri
convegni, cui ho ugualmente partecipato hanno riguardato
ad esempio le fonti cui Giordano
Bruno attinse per le
sue opere, oppure il rapporto tra Bruno
e la magia, le sue teorizzazioni circa l'arte della
memoria, e via discorrendo». Aggiungiamo che, in tal
modo, Bruno viene
sottratto a usi strumentali o politici, che lo avevano
trasformato in icona dell'anticlericalismo,
dell'occultismo, di movimenti massonici e roba simile.
«Per fortuna, negli ultimi decenni ha preso sempre più
consistenza la figura di Bruno
quale filosofo. È un tributo che gli si doveva».
Un tempo, professore, si parlava di panteismo di Bruno
«È un vecchio termine che, se vuole riferirsi al suo
interesse per il mondo della natura, se vuol dire che il
centro del suo pensiero è costituito appunto
dall'universo, ebbene in tal senso è ammissibile». Anche
in maniera forse molto comune e molto divulgativa, noi
ricordiamo il Giordano
Bruno teorico degli
infiniti mondi. È un aspetto che ci ha impressionato,
quasi come anticipazione di ricerche dell'astrofisica. Lei
che cosa ne pensa?
«Penso che quella concezione del Bruno
rappresenta davvero il cuore della sua speculazione, la
quale ha affascinato e nello stesso tempo terrorizzato,
sia i filosofi moderni che la chiesa moderna. Pensi che,
già a quei tempi, un grande astronomo come Keplero,
scrivendo a Galileo, gli diceva in sostanza: meno male che
ci sei tu, meritevole coi tuoi Pianeti Medicei di aver
contrastato il Bruno
nonché di averci salvato da quel suo Infinito che era un
vero e proprio esilio».
Perché "esilio"? «Anzi di più! In ogni
tempo, e dunque ancora ai giorni nostri, la concezione
dell'infinito è causa di disagio psichico, di angoscia.
Teniamo però conto che Keplero, di fronte alla morte
atroce di Bruno è uno
dei pochi che alza una voce di protesta. E ce n'era
bisogno. Bruno a parte
la morte atroce e infamante, scompare da isolato e quasi
nel disinteresse generale».
Il convegno veneziano è, in un certo senso, la
celebrazione ufficiale di un passaggio, in fatto di studi
bruniani: l'attenuarsi dell'insistenza, a volte ossessiva,
polemica e (come si diceva) strumentale, sulla vicenda
umana e tragica di Giordano
Bruno il crescere
finalmente dell'interesse sulla personalità notevole
dell'uomo e le diverse dimensioni del suo genio.
«È vero - dice ancora Ciliberto - pare ci sia sazietà
nei confronti del troppo materiale biografico, spesso
romanzato ed enfatizzato, a favore della sostanza di
pensiero di cui Bruno
fu autore. Ma vorrei puntualizzare che, in Bruno
il nesso tra biografia e filosofia è molto forte. Occorre
evitare di enucleare le vicende biografiche dal terreno
delle opere, e viceversa. Bruno
stesso rimase convinto di essere un inviato in terra, per
il suo credo e le sue costruzioni mentali. Là dove
scrive, Bruno agisce;
e bisogna tenerne conto».
Giuseppe Campolieti