E’ morto Eugenio Garin, reinventò l’Umanesimo

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E’ morto Eugenio Garin, reinventò l’Umanesimo
Garin Ultimo grande umanista del Novecento si opponeva al pessimismo con la volontà Aveva 95 anni. La sua grande lezione su Cartesio e Pico della Mirandola
di Torno Armando

Con la morte di Eugenio Garin scompare uno dei più grandi studiosi italiani del Novecento, uno storico e un curatore di testi che per quasi una settantina d’ anni ha insegnato il perenne valore di Umanesimo e Rinascimento.
Un uomo che non riuscì a invecchiare, sempre attuale con i suoi studi che spaziavano dalla filosofia inglese a quella francese, mentre per l’ italiana scrisse una Storia che è diventata un punto di riferimento indiscutibile. Garin ha fatto apprezzare al nostro tempo figure come Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Coluccio Salutati, ha spiegato il valore culturale dell’ astrologia come nessun altro, ha soprattutto insegnato che nella vita vale sempre la pena leggere le opere fondamentali. Se sommassimo quanto ha fatto direttamente e quello che ha ispirato, dovremmo convenire che Garin ha dato alla cultura italiana qualcosa che non muore. Non a caso, il primo volume delle Opere mnemoniche di Giordano Bruno, uscito in questi giorni da Adelphi, è dedicato a lui, maestro riconosciuto di questo genere di edizioni.
Ma tali notizie, che vengono alla mente mentre le agenzie di stampa nella notte diffondono la sua morte, sono soltanto un misero cenno rispetto al lavoro svolto da Garin. Egli era diventato, soprattutto dopo la scomparsa di figure come Abbagnano, Dal Pra e Geymonat, un vero e proprio punto di riferimento.
A dispetto dell’ età che avanzava, egli voleva curare le opere come se fosse la prima volta; desiderava rivedere ogni cosa, rimeditare ancora una volta le sue traduzioni, ricontrollare una citazione come uno studente. Recentemente gli fu offerta per i Classici Utet la possibilità di ripubblicare quella serie di opere di Pico della Mirandola che aveva curato per Vallecchi agli inizi degli anni Quaranta nella collana dedicata al pensiero italiano. Ma con sorpresa di tutti rispose che lo avrebbe fatto volentieri soltanto dopo i ripensamenti e le verifiche di cui dicevamo.
La sorte non gli ha lasciato né la salute né il tempo. Garin è importante per la nostra cultura perché come nessun altro ci ha insegnato a leggere Gramsci e Gentile, perché ci ha lasciato una raccolta di opere di Cartesio che è esemplare, perché ha spiegato in che cosa consisteva il valore filosofico del Rinascimento italiano. Ha diretto per Laterza (editore che ha in catalogo molti suoi titoli) la compianta collana dei Classici della Filosofia dopo la scomparsa di Benedetto Croce, pubblicando sempre quei testi fondamentali che mancavano. È stato poi un testimone morale unico. Nei momenti di crisi era il rifugio ideale: all’ intervistatore sapeva sempre spiegare quel che stava accadendo e mai con vuote formule. Così, Garin sapeva ammirare Gentile ma scelse l’ antifascismo; si avvicinò alla cultura marxista ma non accettò le riduzioni della contestazione e cambiò università in quegli anni per continuare a studiare.
Maestro di metodo, nel delineare la via battuta per la sua Storia della filosofia italiana (edita da Einaudi) confessava di aver rivisitato le figure attraverso i «limiti di esperienze politiche o di meditazioni personali, morali e religiose, piuttosto che affrontati sul terreno metafisico». Un equilibrio raro, una capacità unica nel distinguere questi aspetti. Fu un uomo che seppe combattere il pessimismo con la volontà e che riusciva ad affascinare chiunque dopo poche parole.
Chi scrive ha sempre avuto pudore nel rivolgergli una richiesta, ma Garin ha risposto ogni volta positivamente, con tono tranquillizzante. Sapeva, come i veri maestri, mettere sempre l’ interlocutore perfettamente a suo agio: gli bastavano due o tre battute, un sorriso, un gesto. Per il Novecento provò un innamoramento particolare e da questo secolo ebbe forse anche le sue più forti delusioni. Sentiva in esso, e nel realizzarsi di certi avvenimenti, il senso della sconfitta della ragione più che nei tempi bui della Seconda guerra mondiale.
Continuò nonostante tutto ad amarlo, anche se la sua anima forse non si era mai allontanata dalla Firenze di Lorenzo il Magnifico.

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