John Bossy

Seconda Puntata
JOHN BOSSY

York, Inghilterra settentrionale. Proiettori illuminano i resti spettrali di un castello che si stagliano contro il cielo nero. Si ode il crócido di alcuni corvi che fuggono le tenebre incipienti. Dalle luci salgono vapori che si agitano nell’aria come fantasmi. Passi solitari echeggiano sul lastricato di un’antica stradina mentre, dal buio che avvolge le case in pietra, sembra emergere un oscuro figuro incappucciato; dal mantello aperto proviene un luccichio rivelando la presenza di una croce. All’improvviso, una mano impugna la croce e ne cava la lama terribile di uno stiletto! Un’apparizione, certo, ma in questa cittadina le gelide sere autunnali possono generare potenti fantasie. A York è nato, nel 1933, il docente di storia John Bossy che, nel suo libro Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata ° ha costruito una teoria che farebbe del Bruno nientemeno che una perfida spia, dalla risata sarcastica. Calandosi tra antiche carte ingiallite, emergenti da polverosi archivi, ha rinvenuto numerosi documenti sulle attività di spionaggio nel ‘500. Ma cerchiamo di fare un piccolo riassunto scusandoci per le inevitabili approssimazioni. Alla fine di marzo del 1583 Bruno si era recato dall’ambasciatore inglese a Parigi (aveva chiesto un visto, diremmo oggi) che ne aveva preavvisato l’arrivo al segretario e capo della sicurezza della Regina, Francis Walsingham, in termini non certo lusinghieri, presentandolo come «un professore di filosofia la cui religione non posso raccomandare». Era giunto a Londra ad aprile inoltrato, trovando alloggio nell’ambasciata di Francia grazie alle credenziali che Enrico III gli aveva concesso. Il periodo è tra i più intricati, per la lotta tra cattolici e riformati, i continui spostamenti di fronte e di alleanze, gli intrighi per il potere all’interno della Corte di Elisabetta I, sempre impegnata a tenere a bada i pretendenti. In questo guazzabuglio, Bossy ritiene di poter identificare l’autore di alcune informative di spionaggio in Giordano Bruno, che a Londra non aveva certo tenuto una condotta defilata, come ci si aspetterebbe da una spia, ma era riuscito ad agitare ancor più le acque intorno alla sua persona.

   Il professore, con la tesi Bruno=spia crea un fuoco d’artificio, in tutti i sensi, con botti e vampate che formano una Sinfonia fantastica in cui il direttore d’orchestra perde spesso di vista la partitura, con risultati paradossali. Ma lasciamo la parola all’inglese. Il 20 aprile 1583 arrivò sulla scrivania di Sir Francis Walsingham il primo di una serie di interessanti messaggi… da un certo Henry Fagot (pag.33). Altra lettera segue la settimana dopo ed il solerte professore, analizzando i testi, rileva che l’autore non era francese… penso che sia piuttosto facile dimostrare che Fagot era un italiano… cade in italianismi e l’unica altra lingua della quale dà prova di subire l’influenza è lo spagnolo (36). Afferma poi che il nostro uomo era un prete: in lettere successive lo troviamo mentre ascolta una confessione, discute con il successivo ambasciatore delle sue esperienze di sacerdote a Londra (37). Basterebbe questa osservazione per tagliare la testa al… prete, perché sappiamo che il Bruno, spretato da tempo (e la cosa era nota), non avrebbe potuto dir messa o confessare senza incorrere in gravi conseguenze; mentre sappiamo che all’Ambasciata francese, come del resto in quella spagnola, vi erano già dei religiosi per officiare; lo stesso Bossy ci informa (37) che in una lettera del Duca d’Angiò a Elisabetta, sicuramente non posteriore al 1582 (ben prima quindi dell’arrivo del Bruno), si parla di “un piccolo prete di Mauvissiere” (l’ambasciatore Castelnau). Ma troppa è la fregola dell’autore per la presunta scoperta di supposti altarini del Bruno per non seguitare a deliziarci con spericolate deduzioni.

   L’ambasciata francese assomigliava parecchio al nostro odierno parlamento, frequentata com’era da molti personaggi che facevano dell’intrigo la loro professione; tra i principali: William Fawler, scozzese, sedicente protestante ma al soldo dei francesi, William Herle, che lavorava per Castelnau, Francis Throckmorton, congiurato poi scoperto e decapitato dalla Regina, l’ambiguo Lord cattolico Henry Howard, molto inquietante già in effigie (a pag.145). Tra i residenti, il pretino e il segretario; afferma Bossy: non c’era dubbio che il segretario (Nicolas Leclerc seigneur de Courcelles) era diventato una talpa al servizio di Walsingham e Fagot poteva vantare il merito di averlo reclutato (39); secondo l’equazione Fagot=Bruno dobbiamo fare i complimenti al filosofo per il tempo brevissimo (pochi giorni) impiegato a inserirsi nell’ambiente e a reclutare spie, anche di rango. Il resto del personale dell’ambasciata non era da meno, quanto a intrallazzi, seppure dilettanteschi: secondo il Bossy, trafficavano in arredi sacri, libri e armi, il cantiniere, uno dei cuochi, lo spedizioniere e il portinaio. Ci viene il sospetto che anche i chierichetti, durante le messe, non si limitassero a stare ginocchioni ma comunicassero informazioni con i loro suffumigi, in stile pellerossa. In questo gioco di “chi spia chi” però è il Bruno, secondo il Bossy, a essere il migliore, per la sua funambolica duplicità e bravura; talmente bravo, osserviamo noi, che, alla fine della fiera, invece di ricavare soldi e onori dalla Regina, nel settembre 1585 viene imbarcato per scaduto gradimento insieme al Castelnau e rimandato senza troppi complimenti in Francia, dove avrebbe potuto correre il  rischio di essere decapitato.

Sul filo delle intricate vicende relative alla ambasciata, Bossy, ritenendo di avere il bandolo della matassa, si aggroviglia ancora di più: Il problema che sorge dai documenti (ndr: dalle informative del Fagot) consiste nel fatto che Fagot e Bruno scrivevano con due calligrafie completamente diverse (103), ma poiché Bruno scriveva in almeno tre differenti calligrafie non dobbiamo stupirci che quando scriveva sotto il nome di Fagot fosse diversa (105). Il numero delle calligrafie, che si moltiplicano, non gli pone problemi, anche quando si trova davanti ad una missiva diversa, scritta parte in francese e parte in italiano: Siccome abbiamo già cinque differenti calligrafie del Bruno, comprese le due del Fagot (notare la logica) e tutte abbastanza diverse, non sembrerà molto difficile ipotizzarne una sesta (108). Anche se deve ammettere che  i brani in italiano sono esecrabili e a giudicare dalle apparenze è inconcepibile siano stati scritti da un italiano… l’autore può quindi essere uno spagnolo (109) ciò lo porta a concludere che Fagot faceva ogni sforzo, a costo di cadere nel ridicolo, pur di dissimulare che la sua lingua madre era l’italiano (115).

Ma nel ridicolo ci casca a volte l’autore, come quando, parlando del mercoledì delle Ceneri, ha una visione in cui Bruno cosparse di cenere la fronte dei membri dell’assemblea e ricordò loro che erano polvere (134) o quando effettua voli a dir poco pindarici: E’ possibile, benché del tutto improbabile, che Bruno non conoscesse la differenza tra le dottrine di Lutero e Calvino; è però più probabile che ritenesse impossibile insegnarle in modo tale che le masse ignoranti potessero scorgervi una differenza (182); e aggiunge, diciamolo, onestamente: Arrivato a questo punto il lettore ha forse perso la pazienza (183), esattamente quello che è capitato a noi, che, parafrasandolo, osserviamo: é probabile, oltreché possibile, che l’autore qui batta i coperchi ed è improbabile, oltreché impossibile, che riesca a capirci qualcosa; come risulta dalla seguente affermazione: Tutto quello che Bruno scrisse di sé e quasi tutte le sue affermazioni autobiografiche, che sono state annotate, – ne sono quasi sicuro – devono essere considerate frutto di invenzione: sia i suoi scritti pubblicati che le sue apparizioni davanti agli inquisitori erano le rappresentazioni pubbliche, teatrali, di un personaggio nato dalla fantasia (169). Alla faccia dello Spampanato e di tutte le fonti storiche in generale.

Concludendo. L’unico elemento, secondo noi, che potrebbe avvicinare il Bruno al Fagot è l’ambivalenza della firma della spia: infatti compter fagots nel francese dell’epoca significava “contar frottole” e in inglese faggot (pronunzia fagot) “individuo spregevole”; la denominazione potrebbe essere stata appioppata al prete, alle cui messe presenziava, dallo stesso Bruno o dal suo amico John Florio.

John Bossy però qualche merito ce l’ha: ha individuato, riteniamo definitivamente, la collocazione dell’ambasciata in Salisbury Court; ha portato alla luce una interessante corrispondenza di spionaggio; non ha avuto una influenza nefasta come altri “esperti” del Bruno e risulta spesso divertente. Ci limitiamo pertanto a proporne l’esposizione alle raffiche di vento del Monte Taigeto, che gli rinfreschino le cellule grigie.

Ai lettori il giudizio finale.

° Garzanti Editore, 1992. A questa edizione si riferiscono le numerazioni delle pagine da cui sono tratte le citazioni riportate in corsivo.

Frances Amelia Yates

Prima Puntata
FRANCES AMELIA YATES

Cominciamo con l’occuparci di Frances Yates (1899/1981) autentico “mostro sacro” degli studi sul Rinascimento, intendendo l’espressione nel senso latino: monstrum = qualcosa che appare al di fuori della consuetudine, che si rivela; sacer = ciò che è consacrato agli dei e diventa oggetto di culto. Che la ricercatrice inglese sia stata (e lo è ancora a volte) oggetto di culto non ci sono dubbi. Sarebbe ingeneroso non riconoscere i suoi contributi allo studio della tradizione ermetica e altri spunti originali (saccheggiati da tanti epigoni senza citarla), come quelli su John Florio e su una possibile raffigurazione del Bruno da parte di Shakespeare nell’opera Pene d’amor perdute. Purtroppo, però, l’ostinazione della Yates nel voler inquadrare il Bruno in un telaio sghembo senza averlo compreso, ha portato a decenni di fraintendimenti e ritardi negli studi. Che non abbia compreso il Bruno non siamo noi a dirlo ma lei. Nella sua autobiografia, incompiuta (rileviamo per inciso che neanche Schopenhauer ha mai ritenuto di scrivere una autobiografia), racconta: (1931) Come tutti gli altri studenti del tempo, non avevo la più pallida idea riguardo al pensiero rinascimentale (pag.207); e la studiosa, onestamente, giudica che nello studio sul Florio (scritto due anni prima) i passi dedicati al Bruno sono molto immaturi (206); così, parlando dello studio sull’opera di Shakespeare (1936), ammette che la Yates di quei tempi non sa quasi nulla circa Giordano Bruno (214), e “in quei tempi” ha l’età di 37 anni; ma, improvvisamente, dalla lettura della Cena delle Ceneri, le arriva l’illuminazione: Quel curioso testo, con la sua illuminata accettazione di Copernico, non sembrava affatto ciò che ci si aspetta da un filosofo appena sbucato dal medioevo (215/6); in effetti, “appena sbucati” dal medioevo, non ci si può aspettare un Rinascimento. A questo punto, colpita dalle “stranezze” del Bruno, invece di pensare che possa trattarsi di uno spirito non confinabile nella sua epoca (come  sono i geni) inquieta perché sente che qualcosa non le quadra, cerca di trovare una chiave per ricacciare il filosofo nel medioevo, dal quale usciva sfrontatamente, e la trova nella magia. Da quel momento, quasi ogni pagina della Yates si compiace di abbinare il nome del Bruno alla categoria magica (semplificata per di più nel nostro generico senso moderno) rovesciando in banalità la gigantesca e solitaria lotta del Bruno contro l’ignoranza. Intendiamoci: che quei tempi fossero intrisi di superstizioni è chiaro, basta leggere Agrippa, citato varie volte dal Bruno; ma lo sono ancora i tempi nostri, dove l’ignoranza dilaga ad ogni livello e gli imbroglioni alla Edward Kelley si sprecano, riuscendo a vendere a caro prezzo chili di sale “miracoloso” a poveracci creduloni. Riconosciamo inoltre alla Yates la buona fede e gli interessanti risultati conseguiti nel rintracciare una tradizione ermetica. Ma non si può affermare che La filosofia e la religione sono in Bruno una stessa cosa ed entrambe di tipo ermetico (113), riducendo il pensatore a un vaneggiatore e sconfessando le stesse parole del Bruno con la sua suprema rivendicazione di voler parlare da filosofo e non da religioso! Neanche la Chiesa arrivò a tanto: non contestò al Bruno idee e comportamenti da mago, avendo compreso che era molto più pericoloso come pensatore autonomo e rivendicatore di una libertà dai suoi condizionamenti; la inglese invece scrive: è molto probabile che egli sia stato arso vivo come mago (108). E scivola nelle inesattezze: La religione “egiziana” di Bruno includeva la credenza nella metempsicosi, che egli trasse ugualmente dagli scritti ermetici (110), la trasse invece da Pitagora – lo dice lui – e Platone. Tante osservazioni utili vengono oscurate dalla lettura superficiale del filosofo da lei forzato in uno schema preconfezionato, per cui la Cena delle Ceneri diventa: una cena mistica che sfugge alla definizione razionale (35); Questa cena è piena a tal punto di elementi confusi … che è meglio considerarla alla stregua di una descrizione magica e allusiva (279). Non va meglio con la Cabala del cavallo pegaseo, della quale afferma: mostra l’adattamento che Bruno fa della cabala ebraica (106); e, sempre con serafica incomprensione: L’asino di questi dialoghi, ci viene detto, è lo stesso che la bestia dello Spaccio, che ancora una volta riassume il suo posto e ruolo nei cieli. Non ho mai trovato una spiegazione soddisfacente di questo problema (131).  Abbondano le affermazioni spericolate, del tipo: Che la disputa sulla teoria copernicana sia anche una disputa sulla Messa può essere finalmente dimostrato dalla seguente citazione (36) e cita il divertente passo del Bruno nella Cena, di risposta alla domanda dell’inglese Torquato su dove si trovasse l’auge del sole (sopra il campanile di San Paolo risponde il filosofo) che è di grande ironia, da lei nemmeno intravista. La vede, invece, a modo suo: La satira di Bruno è naturalmente impregnata di una forma mistica e cabalistica che richiama astruse opere sull’occultismo e sulla magia (132). Non capire quando Bruno è ironico, o sarcastico, rivela che lo studioso è limitato, e porta a prendere solenni cantonate. Altra affermazione quanto meno curiosa della Yates: L’insistenza del Bruno sul fatto … che la teoria copernicana non è semplicemente una formula vuota, è la traduzione in termini filosofici della sua visione del Sacramento altamente mistica e di fatto magica (38). Tutto viene ricondotto alla magia, persino il fatto che Bruno inveisca contro i pedanti grammatici, incapaci di comprendere le superiori attività del mago (183). E nella sarabanda dell’Apprendista stregone viene coinvolto anche il povero Tommaso Moro; scrive infatti la Yates: Secondo me, c’è una influenza ermetica in questa descrizione della religione praticata dai più saggi abitanti di Utopia (208); si salva, per fortuna, il miglior amico del Moro, Erasmo: Nel clima erasmiano la magia non avrebbe potuto far conto sulla fiducia, o sulla credulità, che sono tanto necessarie al suo successo. Ed anche Erasmo, nelle sue lettere, scrive spesso di non dare alcun peso alla cabala (186). Perché mai allora avrebbe dovuto dar peso a magia e cabala il Bruno che venerava e citava Erasmo? Questo la Yates non se lo chiese, restando arroccata sulle sue idee, né fece attenzione alle stroncature feroci della magia intesa in senso popolare che il Bruno fa nel Candelaio; men che meno notò l’analisi, lucida e moderna, dei vari tipi di magia fatta dal Bruno nel De Magia (ma l’avrà letta?).

A questo punto, dopo aver soppesato pregi e difetti della Yates; tenuto conto dell’influenza che ha esercitato su tanti che ne hanno accolto acriticamente il pensiero; aver constatato che ha segnato pesantemente la nostra epoca, che già tende a considerare più furbetto solo chi è nato dopo e a compiacersi della inversione dei valori, indichiamo il sentiero che porta in cima alla rupe.

Nota: le citazioni sono tratte dalle opere: 1) Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento, Laterza, 2006, che è una raccolta di nove saggi dal 1938 al 1981, le cui pagine sono indicate in corsivo; 2) Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza 2004 (uscita a Londra nel 1964) le cui pagine sono indicate in carattere normale.