Bruno e Copernico, relativisti ma non contro Dio – G.Giorello, CdS.

giovedì, 22.02.2007
ANTICIPAZIONE Le ragioni della rivoluzione scientifica nel saggio di Nuccio Ordine
Bruno e Copernico, relativisti ma non contro Dio

Di fronte a un universo infinito si opponevano al dogmatismo
di Giulio Giorello

Oggi, alle 17.30, nella scatola magica del Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi, Milano) Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello e Salvatore Veca presentano il volume di Nuccio Ordine “Contro il Vangelo armato. Giordano Bruno, Ronsard e la religione” (Raffaello Cortina Editore, pp.350, 28). Sarà presente l’ autore. Qui di seguito anticipiamo alcuni brani della prefazione al libro scritta da Giulio Giorello. Il Mamfurio è un personaggio del Candelaio, un’ opera di Giordano Bruno. Ricompare nelle vesti di Prudenzio nella Cena de le Ceneri, un’ altra opera del maestro di Nola, dove si mettono in scena la nuova concezione del cosmo di Copernico e l’ idea di un universo senza confini. Nome quanto mai appropriato, Prudenzio: è definito “più prudente che la stessa prudenzia” in quanto rappresenta “la prudenzia masculini generis”. E così si svela quale sia il ruolo negativo dell’ educatore secondo Bruno: quello di riportare nei ranghi della tradizione qualsiasi nuova idea, o stile di vita, che abbia il torto di andare contro la costellazione dei pregiudizi stabiliti. Per tutti i cinque Dialoghi della Cena, Prudenzio cercherà infatti di contrastare, o almeno banalizzare, le “novità” introdotte dal Nolano: la “eretica” idea che la Terra si muova – ruotando sul proprio asse e orbitando intorno al Sole -, la convinzione che “non più la Luna è cielo a noi, che noi alla Luna”, la dichiarazione del carattere relativo di movimenti sufficientemente regolari, l’ assenza di centro assoluto in un Cosmo infinito, la concezione delle stelle come altrettanti soli, centri (relativi) di sistemi planetari non dissimili dal nostro, per non dire dell’ interpretazione come metafore, o allegorie, di non pochi passi delle “divine scritture”. A proposito delle quali, d’ altra parte, Teofilo, portavoce di Bruno nei cinque Dialoghi, soggiunge che “Dio parla per ironia”. Gli educatori, invece, no. Dall’ ironia si sono esclusi per principio e solo la lettera di (qualsiasi) “scrittura” per loro ha valore. Ciò ne giustifica, per altro, il ruolo: costituiscono il filtro contro cui faticosamente deve farsi strada la novità filosofica, scientifica o politica che sia. Paradossalmente, finiscono talvolta (e al di là delle intenzioni) con l’ irrobustire quello che vorrebbero censurare. Quanto merito spetta a Prudenzio (o ai precisians oxoniensi, le cui belle imprese sono da Teofilo riferite nella Cena) nell’ aver stimolato la nolana filosofia a sviluppare un argomento di sapore relativistico? Almeno tanto quanto ne spetta al Simplicio personaggio del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) di Galileo Galilei.(…) Con questa apparente digressione siamo entrati in merito al volume che Nuccio Ordine ha dedicato alla complessa rete di corrispondenze tra il filosofo Bruno e il poeta Ronsard. Il titolo di un capitolo della prima versione (Albin Michel, Paris 2004) è diventato il titolo dell’ intero libro in questa nuova veste: Contro il Vangelo armato – e la ragione è proprio in quel filo rosso dei pedanti che abbiamo sopra delineato. Ordine ci mostra che l’ educatore alla Prudenzio (o alla Mr Deasy) è solo l’ altra faccia del fanatico religioso che si nasconde dietro la puntigliosa esegesi del testo scritturale. I più svariati propugnatori del Vangelo armato sono accomunati non solo dalla commistione tra fides e religio, ma dalla presunzione di infallibilità e dall’ ossessione “pedagogica” di volere plasmare gli altri a propria immagine e somiglianza. Parafrasando Ronsard, potremmo dire che costoro ci vogliono imporre di sognare i sogni concepiti da quelle che ritengono le loro indiscutibili autorità – si tratti di “papisti” o di “ugonotti” in terra di Francia, o di puritans (l’ altro nome dei precisians) nella remota Britannia. Sono insieme causa e sintomo di un morbo che produce “un mondo ammalato”, per usare un’ espressione di Bruno. Il rimedio proposto dal Nolano è l’ indagine spregiudicata e irriverente di qualsiasi fondamento (nonché la traduzione di questo atteggiamento nella pratica politica e nel disegno delle istituzioni). Si tratta di una filosofia che difficilmente poteva allora (o potrebbe oggi) venir prospettata come una variante del cristianesimo storico, lacerato all’ epoca tra Riforma e Controriforma. È semmai una prospettiva non tanto anticristiana quanto postcristiana – sia sul kosmos sia sulla polis. Giustamente Ordine insiste che in Bruno questa “relativizzazione dei dogmi” si sposa col suo relativismo cosmologico: nell’ Universo “senza margini”, in assenza di un centro assoluto, l’ unico centro possibile è quello di chi osserva. Con il che viene meno la pretesa totalizzante di qualunque fede – sarei tentato di aggiungere che il discorso vale anche per confessioni non prese direttamente in esame dal Nolano. L’ analisi di Ordine si focalizza soprattutto su uno dei testi all’ apparenza più ambigui di Bruno, lo Spaccio de la bestia trionfante. Lo stesso Nolano, nella Epistola esplicatoria (“al molto illustre et eccellente cavalliero signor Filippo Sidneo”), avverte il lettore che utilizzerà l’ espediente di “preponere certi preludii a similitudine de musici: imbozzar certi occolti e confusi delineamenti et ombre, come gli pittori; ordire e distendere certe fila, come le tessitrici; e gittar certi bassi, profondi e ciechi fondamenti come gli grandi edificatori”. Ma Ordine è uno di quei lettori di Bruno che è capace di penetrare “entro la midolla del senso”, grazie al suo sforzo di definire il contesto in cui si inserisce lo Spaccio: un intreccio di temi cosmologici, etici e politici, in un mondo piagato dalla guerra civile. Anche lo Spaccio ha il carattere di un’ ouverture – una sorta di grande premessa a un successivo dispiegamento della “moral filosofia” – e proprio per questo, stando ai canoni retorici dell’ epoca, può attingere liberamente al repertorio mitologico, secondo un archetipo che risale almeno a Luciano di Samosata. Nello Spaccio, come è noto, il sommo Giove vuol purgare il cielo dalle “quarantotto famose imagini”” che hanno finito col raffigurare i vizi più bestiali. Quello che viene riformato è manifestamente il cielo aristotelico-tolemaico che Copernico aveva iniziato a smantellare. (…) Il programma di Bruno non suoni contraddittorio. Come si è visto – citando lo stesso Amleto – il Nolano spicca tra i filosofi dell’ epoca sua per “non essersi limitato ad accettare la realtà del cosmo copernicano, ma averlo sviluppato verso la decisa affermazione di un universo infinito in atto e omogeneo (…) e del resto necessariamente infinito in quanto effetto unico e totale (…) dell’ infinita potenza-bontà-volontà divina”.

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