Altri commenti a Francesco Agnoli

Giordano Bruno, una revisione contestata” di Domenico Contestabile “Il Foglio”, venerdì 02 settembre 2005

Al direttore – Intervengo, da non specialista, sugli articoli su Giordano Bruno di Francesco Agnoli. La storia è continua revisione, e non mi scandalizzo per il revisionismo Bruniano di Agnoli: mi sembra però che questi non colga nel segno. La vita di Giordano Bruno, dalla fuga da S. Domenico Maggiore a Napoli fino al rogo di Campo dei Fiori a Roma, è di singolare coerenza: fu una vita “contro”. L’accusa implicita di “opportunismo” mi sembra perciò singolare. E’ vero che, durante il processo, Bruno ritrattò molte sue tesi, e avrebbe avuto salva la vita se avesse continuato in questo atteggiamento. Alla fine però si stancò, e scelse lucidamente di morire.

E’ opportunista chi cerca solo di salvare la pelle, e poi decide di morire perché ritiene che i suoi giudici abbiano esagerato? In quanto alla tesi del Bossy sul Bruno spia elisabettiana, essa non è, a mio giudizio, provata, anzi è smentita dalla comparazione tra la grafia di Bruno e quella dei biglietti di spionaggio. Infine, la tesi della Yates nel suo grande libro, a proposito della relazione tra Campanella e Bruno, non mi ha mai convinto. Campanella (la sua rivolta antispagnola fu finanziata dalla famiglia Contestabile, come ricorda Firpo nel suo ottimo saggio sul processo a Campanella) voleva poi un regime “comunista”? A leggere “La città del sole” non si direbbe. Con affetto e stima Domenico Contestabile, presidente della commissione Difesa del Senato

COMUNICATO STAMPA  “Giordano Bruno”  Associazione Nazionale del Libero Pensiero, lunedì 05 settembre 2005 

Poiché ogni tanto ricompaiono personaggi che si dilettano di parlare e scrivere su Giordano Bruno, forse, con poca cognizione di causa dimostrando di conoscere poco, e i suoi scritti, e la sua biografia, ci permettiamo di dare un nostro piccolo contributo per rendere onore al filosofo di Nola. Questi “personaggi” sono proprio quei pedanti contro cui Bruno inveiva perché si rifiutavano (solo al tempo di Bruno?) di comprendere il ruolo della ricerca e della conoscenza, che il filosofo voleva svincolate dalle verità totalitarie e assolute, come appunto quelle predicate dall’ideologia cristiana tutta.

Secondo Bruno, infatti, non ci può essere conoscenza, ricerca se non si rimuovono gli “idola” che tengono l’individuo nello stato asinino della sottomissione, come quella voluta dal cristianesimo. Dove l’individuo, dannato fin dalla nascita avrebbe bisogno della “grazia” per essere salvato e riscattato. Una sottomissione che impedisce di pensare a tutto campo.

Una sottomissione che impedisce di indagare e comprendere tutto quanto ci circonda: il Cosmo, la Natura.

Una sottomissione che impedisce,  di agire responsabilmente per progettare se stessi in armonia con il cosmo – materia.

Una filosofia rivoluzionaria, dunque, quella di Giordano Bruno. Certamente non comoda.

Per ragioni di spazio, qui mi limito a contestare due superficiali affermazione che in questo scorcio di fine estate sono circolate, assimilando Bruno ad una sorta di negromante ed accusandolo di scarsa scientificità. Ebbene, Bruno non è un volgare millantatore, e quando parla di magia la intende nel senso che la migliore cultura rinascimentale le attribuiva: penetrare la Natura, finalmente non più imperscrutabile disegno divino.

Bruno sarebbe poco scientifico? La scienza come la intendiamo oggi noi, era agli albori. Ma come si può negare l’apporto che Bruno diede, ad esempio, alla teoria della relatività leggendo questo passo della Cena delle Ceneri: “Or, per tornare al proposito, se dunque saranno dui, de’ quali l’uno si trova dentro la nave che corre, e l’altro fuori di quella, de’ quali tanto l’uno quanto l’altro abbia la mano circa il medesimo punto de l’aria, e da quel medesmo loco nel medesmo tempo ancora l’uno lascie scorrere una pietra e l’altro un’altra, senza che gli donino spinta alcuna, quella del primo, senza perdere punto nè deviar da la sua linea, verrà al prefisso loco, e quella del secondo si trovarrà tralasciata a dietro.

Il che non procede da altro, eccetto che la pietra, che esce dalla mano de l’uno che è sustentato da la nave, e per consequenza si muove secondo il moto di quella, ha tal virtù impressa, quale non ha l’altra, che procede da la mano di quello che n’è fuora; benchè la pietre abbino medesma gravità, medesma aria tramezzante, si partano (e possibil fia) dal medesmo punto, e patiscano la medesma spinta. Della qual diversità non possiamo apportar altra raggione, eccetto che le cose, che hanno fissione o simili appartinenze nella nave, si muoveno con quella; e la una pietra porta seco la virtù del motore il quale si muove con la nave, l’altra di quello che non ha detta participazione.

Da questo manifestamente si vede, che non dal termine del moto onde si parte, nè dal termine dove va, nè dal mezzo per cui si move, prende la virtù d’andar rettamente; ma da l’efficacia de la virtù primieramente impressa, dalla quale depende la differenza tutta”? Come i più noti studiosi di Bruno sanno, Galileo Galilei prese interi passi dai suoi scritti, senza per altro neppure citarlo.

L’opera di Bruno non è certamente facile. E’ ricca di simbolismo e quindi non si può pescare tra i suoi scritti (magari neppure letti direttamente), per farne un uso strumentale.

Ma, simili interventi, forse, evidenziano solo il livore verso il nostro filosofo, che ha avuto l’ardire di aver denunciato la sottomissione al dio padrone padreterno, interpretato per altro da strutture di potere che si arrogano la pretesa di essere depositarie Uniche Universali di Verità.

Per questo la Chiesa di Roma l’ha mandato al rogo il 17 febbraio del 1600 (anno del giubileo). Essa non voleva, come sosteneva Giordano Bruno, che aveva colto del copernicanesimo l’aspetto più rivoluzionario, che “con la terra si muovessero tutte le cose che in terra stanno”.

Maria Mantello (presidente della sezione di Roma e Vicepresidente nazionale dell’Associazione)

“Giordano Bruno, ripensamenti ecclesiastici” – “Il Foglio” martedì 06 settembre 2005

Sulle pagine del Foglio e del Corriere della Sera si è tornato a discutere sulla controversa figura di Giordano Bruno, il frate domenicano bruciato al rogo per eresia il 17 febbraio 1600. Negli ultimi anni di Bruno si è riflettuto, e molto, anche nella Chiesa cattolica. Con ipotesi di mea culpa, espressioni di rammarico e immaginifiche riabilitazioni.

Di ipotesi di “mea culpa” formale del Vicariato di Roma e della Chiesa tutta ne parlò il cardinale Camillo Ruini nel 1996 a margine di una assemblea generale della Cei, ma poi non se ne fece più nulla. Tuttavia con un articolo della Civiltà cattolica del gennaio 2000 e soprattutto con una lettera del cardinale segretario di Stato Angelo Sodano del febbraio successivo i vertici della Santa Sede hanno espresso chiaramente e nettamente il “profondo rammarico” per la “morte atroce” inflitta a Bruno, pur ricordando che “le scelte intellettuali” del domenicano “si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana”.

La citata lettera di Sodano venne scritta in occasione di un Convegno organizzato a Napoli per i 400 anni dell’uccisione di Bruno dalla locale Facoltà teologica dell’Italia meridionale, sezione San Tommaso d’Aquino. Significativo il titolo del Convegno “Giordano Bruno: oltre il mito e le opposte passioni”, i cui atti, lettera di Sodano compresa, sono stati stampati alla fine del 2002 dalla stessa Facoltà teologica (pp. 320, euro 26).

Ebbene all’interno di quel Convegno non è mancato chi, autorevolmente, è andato oltre il “profondo rammarico”, evocando addirittura una possibile riabilitazione dell’eretico campano. Stiamo parlando del contributo firmato da monsignor Domenico Sorrentino, uno dei quattro curatori dell’opera e all’epoca docente alla Facoltà, dal titolo “Senso del divino e mistero di Dio in Giordano Bruno”.

Si tratta, come viene scritto da Pasquale Giustiniani nell’introduzione del volume di “un’analisi rispettosa e pacata, in più punti esplicitamente empatica con il Nolano” (pag. 23). Un’analisi che si conclude con una “immaginazione” assolutoria del domenicano finito al rogo nel 1600: “Noi sappiamo – scrive Sorrentino – che il Cristo, inscindibile dalla sua chiesa (in minuscolo nel libro, ndr), è però più grande di essa e opera ben al di là dei suoi confini visibili.

Amiamo, perciò, immaginare che Bruno, attraverso e oltre il rogo, affrontato con coerenza purificatrice dell’adesione alla propria coscienza, lo abbia incontrato, trovando proprio in quel Volto da lui incompreso la concentrazione di quell’infinito che fu la sua passione ardente” (pagg. 150-151). Nello steso Convegno non mancarono coloro che ribadivano l’eterodossia del pensiero bruniano. Ed è questa ancora la posizione maggioritaria e ufficiale della Chiesa cattolica.

Ma questo non vuol dire le affermazioni “empatiche” di Sorrentino gli abbiano procurato censure ecclesiastiche. Tutt’altro. Già nel febbraio 2001 l’ecclesiastico è stato nominato vescovo-prelato di Pompei. Non solo. Nell’agosto 2003 Sorrentino è stato chiamato a prestare servizio nella Curia romana, con il prestigioso incarico di segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

“Giordano Bruno il platonismo ed il pensiero scientifico” – di Giorgio Israel – “Il Foglio”, mercoledì 07 settembre 2005

Al direttore – Le confesso che sto seguendo con crescente malessere il dibattito su Giordano Bruno. La questione ha a che fare con la storia della scienza, ma la storia della scienza non può essere considerata uno sgabello da usare secondo le convenienze, sfornando qualche citazione tratta dall’introduzione di qualche libro e mal compresa.

Per coerenza con quanto ho scritto e lei ha avuto la cortesia di pubblicare il 6 settembre (“Povera scienza, in che mani”), mi sento di protestare che la cultura scientifica ha una sua dignità e non è una semplice arma da usare strumentalmente nei dibattiti “seri” tra i “veri” uomini di cultura (quelli delle scienze umane). Così continuiamo a consegnare la scienza a tecnoscientisti e tecnologi e a sbatterla fuori dalla cultura.

Trovo quindi sorprendente che Francesco Agnoli, per difendere le sue tesi debba ricorrere a un’immagine “scientista” della scienza, per screditare Bruno come “non scientifico”, “non moderno” e “mezzo mago”. E quale contraddizione vi sarebbe tra l’essersi vissuto Bruno come un mago (come ha argomentato Yates con la sua autorità) e il suo contributo al pensiero scientifico moderno? Mettiamola giù con brutale schematicità. Il fondamento della rivoluzione scientifica risiede principalmente nel progressivo rigetto dell’aristotelismo e nella riscoperta del platonismo e del neoplatonismo. In questo il pensiero umanistico e rinascimentale ha avuto un ruolo fondamentale: con tutto il carico connesso di misticismo, di recupero dello gnosticismo, dell’ermetismo, dell’alchimia, delle speculazioni kabbalistiche, e anche della magia.

Nel suo recupero della “prisca theologia”, il Rinascimento fa di Platone l’erede di Mosé, di Socrate l’anticipazione di Cristo, e mira a fare di Atene un suburbio di Gerusalemme. E così facendo recupera le parti più dimenticate (e per tanti aspetti più vitali) della filosofia e della scienza greche. Nessuno studioso serio può sottovalutare l’enorme apporto del misticismo neoplatonico alla fondazione della scienza moderna. E naturalmente Bruno è parte di questo processo. Poi, certamente, il bimbo ha picchiato la propria nutrice (per dirla alla Voltaire). Descartes, nel fondare la metafisica della scienza moderna, ripudiò il vecchio mondo rinascimentale, ruppe le concatenazioni astrali, sostituì la numerologia (come linguaggio divino) con la matematica (il vero linguaggio divino), e fondò la scienza sull’oggettivismo.

Il che non toglie che egli sia figlio di quel processo e che il platonismo sia ormai un asse portante della scienza. Di più: il cartesianesimo esprime una formulazione radicale, ma né Galileo, e ancor meno Copernico e Keplero si affrancarono mai dai legami con le visioni mistiche del neoplatonismo rinascimentale. Per non parlare di Newton il quale, come rilevò Keynes (scopritore e lettore dei suoi manoscritti scomparsi), fu l’ultimo dei “maghi medioevali” piuttosto che il primo dei razionalisti moderni: cultore di teologia e di alchimia, Newton considerava un’autentica assurdità l’idea che l’attrazione gravitazionale fosse di natura meccanica e riteneva che l’unica spiegazione della stabilità del sistema planetario fosse l’attività del Divino Operaio che ne correggeva continuamente le perturbazioni.

Prescindendo dalle concezioni filosofico- teologiche (ispirate al pensiero mistico e kabbalistico) di Newton è impossibile capire il suo concetto di spazio assoluto (sensorium Dei), che è alla base della fisica-matematica moderna. E’ quindi assai fuor di proposito dire che Buridano fu precursore della scienza moderna in quanto si ribellò alla concezione neoplatonica delle forze intese come enti divini: in tal senso, Buridano fu “retrogrado” (altri e più specifici furono i suoi contributi fondamentali alla nuova meccanica); ed è invece partendo da quella concezione delle forze che è nata la scienza moderna, come è testimoniato ancora una volta dal pensiero di Newton (per non entrare in più dettagli ed esempi, come sarebbe serio fare).

Ché poi il cartesianesimo abbia reciso i legami è un’altra storia, che non altera il fatto che il platonismo matematizzante era ormai posto a fondamento supremo della scienza fisica. Non vale aprire un libro di Duhem e trarne una citazione, dimenticando la sua visione molto particolare (una miscela di tradizionalismo teologico e di positivismo). Anche nella storia della scienza esiste una critica storiografica e bisogna farci i conti.

Dispiace di dire che nel dibattito di questi giorni molti dei protagonisti sembrano agitare delle spade nel vuoto. Il problema se Bruno sia da considerare un pensatore serio o un ciarlatano, un anticipatore della scienza moderna o di Cagliostro, secondoché fosse un mago oppure no, è mal posto e assolutamente fuorviante.

Bruno fu certamente influenzato dal pensiero magico-ermetico, e probabilmente si “sentì” un mago – come gran parte dei pensatori rinascimentali. Il che non toglie un’oncia al fatto – al contrario! – che egli abbia potentemente contribuito alla formazione del pensiero scientifico e filosofico moderno. Giorgio Israel

“Processo senza fine” – di Barbara Lattanzi, Anteprima dal Laboratorio di Nuovi studi Antropologici

Vi sembrerà strano, ma dopo oltre 400 anni il processo a Giordano Bruno, che si svolse nel corso degli ultimi anni del XVI secolo, non si è ancora concluso. Al giorno d’oggi si continua a raccogliere prove d’accusa contro il malcapitato filosofo nolano. In particolare, mi riferisco qui a una “serie a puntate” di articoli, dal 18 agosto al 1 settembre u.s., apparsi sul Foglio a firma di Francesco Agnoli.
Si tratta di una raccolta di calunnie e falsificazioni storiche deliranti riguardo alla biografia del filosofo, unite a evidenti distorsioni interpretative del suo pensiero.
Bisogna ricordare che episodi del genere sono già accaduti nel corso degli ultimi anni1 e che i contenuti di tali pseudo-contestazioni al filosofo di Nola sono sempre molto simili, quasi costruiti a tavolino e riproposti ogni qual volta se ne trovi l’occasione. Possono essere così riassunti:

  1. Giordano Bruno fu opportunista, incoerente e senza scrupoli
  2. La sua filosofia non ha nulla di nuovo
  3. Egli non era uno scienziato
  4. Non era neppure un filosofo, ma una specie di stregone
  5. Non era affatto coraggioso come la storiografia classica vorrebbe farci credere e avrebbe volentieri abiurato
  6. L’”arte della memoria” che egli sosteneva di praticare è in realtà una buffonata per attirare su di sé l’attenzione e il favore dei potenti
  7. Prese parte a intricate vicende di spionaggio internazionale in qualità di spia doppiogiochista

(Conclusioni: tutto sommato fece la fine che si meritava)

Tali affermazioni si commentano da sole e non meriterebbero nemmeno delle risposte. Ovviamente, non esistono prove né fonti attendibili a favore di tali ipotesi o che possano anche solo minimamente confermarle (ne esistono, al contrario, parecchie a sfavore2).
Tuttavia, una serie di repliche indignate apparse negli ultimi giorni su varie pubblicazioni ha acceso un dibattito a cui mi sento di prendere parte. Mi limiterò, comunque, a precisare brevemente alcuni punti.
Nel Rinascimento la magia era intesa (da filosofi e dotti) come conoscenza delle leggi intrinseche della natura e della psiche. Era dunque strettamente collegata con la filosofia e l’opera del mago seguiva e non violava i processi naturali. Spesso ciò che all’epoca era chiamato “magia” può oggi essere definito scienza naturale e psicologia, termini che allora non esistevano. Il trattato di Bruno De vinculis in genere, citato dell’Agnoli come fosse un compendio di magia nera, rappresenta in realtà una delle prime espressioni di quella che oggi è chiamata psicologia sociale3, scienza moderna, nata ufficialmente negli anni cinquanta dello scorso secolo ed ora insegnata in tutte le università italiane. E’ da notare come in varie opere il filosofo dimostra di possedere una profonda conoscenza dei processi psichici, al punto da poter essere considerato precursore di alcuni studiosi moderni (v., p.es. C.G. Jung).
A questo punto è doveroso un breve cenno all’arte della memoria, che Agnoli liquida come una cialtronata. I processi cognitivi sono, nella nostra epoca, oggetto di studi di carattere interdisciplinare e la loro importanza non è più messa in discussione (dagli studiosi seri, intendo). La capacità mnemonica del Nolano può essere dimostrata da un’attenta lettura dei suoi scritti, dove si possono individuare numerose citazioni a memoria, e dalle sue deposizioni nel corso della vicenda processuale che lo vide protagonista4.
Per rendersi conto della portata della filosofia di Giordano Bruno, “padre” del moderno universo, credo sia necessaria una lettura dei suoi scritti5. Se il pubblicista di cui sopra avesse letto anche solo un capitolo di questi, forse si sarebbe espresso diversamente. L’Agnoli, d’altronde, non menziona nemmeno un punto della filosofia del Nolano. L’unica considerazione di carattere filosofico che troviamo nei tre articoli è, infatti, un madornale errore interpretativo: mi riferisco al punto in cui è affermata la somiglianza dottrinale tra Tommaso Campanella e Giordano Bruno , due pensatori che, per quanto vicini nella vicenda umana giudiziaria, non si somigliano affatto dal punto di vista filosofico6.
Se siamo stupiti dell’arroganza di chi pretende di formulare sentenze su argomenti che non conosce o non è in grado di comprendere, lo siamo ancora di più di fronte alle fantasiose ricostruzioni biografiche, sciorinate senza nemmeno il tentativo di trovare prove a sostegno.
Facendo riferimento a uno scritto di John Bossy (Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata), Francesco Agnoli giunge ad affermare che il nostro filosofo avrebbe rotto il segreto confessionale al fine di utilizzare informazioni nel corso della propria attività di 007. E’ facile comprendere come quest’accusa sia campata in aria se pensiamo che neppure i solerti inquisitori veneziani e romani si sognarono minimamente di formulare un simile capo d’accusa nel corso del processo (cfr. Atti del processo). Durante il periodo a cui gli improvvisati biografi si riferiscono – si tratta degli anni del soggiorno in Inghilterra di Giordano Bruno – egli non operava più come sacerdote cattolico, come avrebbe potuto confessare?
Ma la fantasia del coraggioso pubblicista è ancora più scatenata. Bruno avrebbe millantato combattimenti contro demoni notturni, altri demoni sarebbero stati da lui evocati per perpetrare chissà quale stregonesca nefandezza. Roba da far invidia a Stephen King.
Non mi fa certo piacere notare come Agnoli, insegnante di storia, manchi totalmente di prospettiva storica. Ma ciò è evidente in ogni parte del “serial giornalistico” da lui intrapreso sul Foglio. Qui citerò solo un esempio. La conversione al calvinismo – che gli articoli menzionano al fine di dimostrare l’incoerenza e il meschino opportunismo del filosofo – non fu certo sua libera scelta, ma si rese necessaria, in un periodo di aspre lotte di potere e religione, per poter sopravvivere e avere il diritto di esprimersi in una città come Ginevra. L’epoca in cui viveva il filosofo nolano, il “secolo scellerato” segnato da Riforma e Controriforma, esigeva una grande capacità di adattamento. Molto lontani erano i nostri diritti costituzionali. Questo è evidente per chiunque abbia una seppur minima cognizione della storia.
Che dire della personalità del filosofo nolano? Molto è stato scritto. Da tempo questo personaggio continua ad affascinare lettori, filosofi e studiosi di tutti i paesi del mondo, i quali cercano di trarre preziosi insegnamenti dai suoi scritti e dalle sue vicende biografiche. In questa sede mi limito a rilevare la perfetta coerenza tra le posizioni filosofiche e la sua vita.
Giordano Bruno non volle abiurare, nonostante i ripetuti tentativi in tal senso da parte di Roberto Bellarmino, inquisitore presso il Santo Uffizio di Roma. Se fosse stato intenzionato a pronunciare un’abiura, non sarebbe di certo finito sul rogo.
Non c’è da stupirsi, dunque, che il nostro filosofo continui a raccogliere, oltre a ingiurie e condanne da parte di personaggi come Agnoli, numerosi contributi da parte di coloro che lo stimano, siano essi storici, filosofi, studiosi o semplici lettori.
Per finire desidero stimolare la riflessione di chi legge su un interrogativo: per quale motivo persone come Agnoli insistono nello sferzare attacchi, utilizzando qualsiasi mezzo e a costo di rendersi ridicoli? Forse la risposta a questo interrogativo getterà luce su ciò che gli estimatori di Bruno hanno sempre sostenuto: dopo oltre 400 anni il pensiero del filosofo nolano non è per nulla superato, ma vivo e profondo, tanto da fare ancora paura. Barbara Lattanzi

 Note:

1. Un esempio particolarmente ridicolo è “il papa che bruciò Giordano Bruno” di Rita Pomponio.
2. Per eventuali approfondimenti si consiglia di leggere le raccolte degli atti del processo e documenti biografici. Una delle migliori è, a mio parere, “il processo a Giordano Bruno” di Luigi Fripo (Salerno editrice, Salerno 1998).
3. La psicologia sociale si occupa dell’interazione sociale nei piccoli gruppi, l’influenza interpersonale su atteggiamenti e comportamenti umani, la leadership e la formazione dei ruoli, le relazioni interpersonali informali e non istituzionali, la formazione di legami. Chi fosse interessato potrà leggere un buon manuale come, ad es. Gergen e Gergen “Psicologia sociale”(il Mulino, Torino, 1986).
4. Per approfondire l’argomento e rendersi conto della flessibilità delle potenzialità cognitive umane si consiglia la lettura degli scritti di Aleksander Lurjia. Si possono inoltre consultare i miei articoli “La mente tra libertà e manipolazione” (apparso su “gli Argomenti umani”, giugno 2005) e “Strutture e manipolazioni della percezione” (www.amnesiavivace.itn. 14).
5. Molte opere di Bruno possono essere scaricate anche da internet ( vari siti, tra cui www.giordanobruno.info). Per chi volesse cimentarsi nell’impresa (non particolarmente faticosa, il filosofo si  spiega molto bene e il suo stile è coinvolgente) si consiglia di iniziare con “De la causa, principio e uno”.
6. Il Campanella, sulla scia di B. Telesio, adotta posizioni vicine allo stoicismo. Per meglio notare la differenza tra i due filosofi (entrambi interessantissimi) si consiglia la lettura di E. Cassirer, “Storia della filosofia moderna” I p. (Einaudi, Torino1971) con particolare riferimento alla gnoseologia e alla psicologia, e A. del Prete “Universo infinito e pluralità dei mondi” (Istituto per gli Studi Filosofici, Napoli 1998) per quanto riguarda l’astronomia.

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