“IO DIRÒ…. LA FALSITÀ!”

L’ennesima squallida storia che ha come protagonista un rappresentante del cosiddetto “mondo accademico”.

Il 29 agosto dello scorso anno al mio gruppo Facebook dedicato a Giordano Bruno si iscrive tal Germano Maifreda, il cui nome mi era noto per un saggio su Celestino da Verona. Lo accolgo facendogli notare di aver citato il suo lavoro in un mio articolo riguardante l’arresto e il processo a Bruno. Il Maifreda mi risponde dicendo di non averlo letto, al che gli fornisco il link per scaricarlo. http://www.guidodelgiudice.it/wp-content/uploads/2018/03/Arresto_GB.pdf

Il mio articolo si basa sul libro da me pubblicato nel 2012 dal titolo “Io dirò la verità”, sottotitolo: “Intervista a Giordano Bruno”, che racconta in forma dialogica le vicende finali del processo. A questo punto il Maifreda non può non essere informato sia dell’articolo che dell’esistenza del mio libro. Dopo un mese esatto, il 29 settembre, il signor Maifreda annuncia sulla sua pagina facebook l’uscita del suo nuovo libro dal titolo “Io dirò la verità”, sottotitolo “Il processo a Giordano Bruno”!! Per giunta con una copertina che richiama nella scelta e nell’impostazione quella del mio. Complimenti per la fantasia!

L’iscrizione al gruppo era, dunque, stata fatta con l’evidente intento di sfruttare il canale per pubblicizzare l’uscita del volume. Operazione dal sapore provocatorio, poiché ben sapeva che un libro con lo stesso titolo e sullo stesso argomento era stato pubblicato, sei anni prima, proprio da me. Operazioni del genere non sono, purtroppo, una novità: il mio “Io dirò la verità” vanta più tentativi di imitazione della settimana enigmistica! Ci si aspetterebbe almeno, però, che uno che intitola un libro “Io dirò la verità” sfugga al paradosso di difenderlo ricorrendo a falsità. Falsità che sono state ovviamente cancellate dalla pagina Facebook. Ma, purtroppo per Maifreda, se una cosa non manca alla Rete è la memoria:

 

Ad una lettrice che gli fa notare l’evidente contraddizione, egli risponde così: “Al momento della stesura del mio libro non conoscevo (né ancora conosco) il libro del prof. Del Giudice. Ogni lettore potrà decidere se leggere il suo libro, il mio o entrambi, e li apprezzerà e giudicherà liberamente”. E ci mancherebbe pure! Aggiunge poi che “per fortuna in Italia esiste ancora la libertà di insegnamento e di ricerca universitaria”! Evidentemente egli ritiene che in questa libertà rientri anche il diritto di plagio! La legge sul diritto d’autore recita testualmente: “si può riprodurre il titolo di un’opera sopra un’altra senza il consenso dell’avente diritto (l’autore o il cessionario dei diritti) qualora esse siano di specie o carattere così diverse da risultare esclusa ogni possibilità di confusione” (art. 100 comma 3). Dovrebbe trattarsi cioè di un argomento inequivocabilmente diverso dall’altro e, decisamente, non mi sembra questo il caso.

Ancor più desolante è stata la risposta alle mie rimostranze dell’editore Laterza, che pure è un nome di prestigio nell’editoria filosofica, anche se non esente da logiche di controllo accademico: “Il titolo non è un’invenzione di fantasia (in questo caso ci saremmo ben guardati dall’utilizzarlo); richiama invece – come Lei sa benissimo – le parole pronunciate dal filosofo Nolano agli inquisitori di Venezia all’inizio del processo. Non è la prima volta che due volumi utilizzano una medesima celebre citazione. In questo caso, peraltro, il sottotitolo specifica la diversa natura dei due testi”. Ennesima falsità. Non è vero che i due testi siano di diversa natura. “Una nuova, avvincente e documentata ricostruzione” del processo al Nolano, come viene reclamizzata da Laterza, non può prescindere da quella da me fatta, nel 2012, proprio in “Io dirò la verità”. Ovviamente, però, non troverete traccia del mio nome nel libro di Maifreda, né in bibliografia né altrove. Invece, ovunque ricorre, con attestazioni di smodata piaggeria, il nome del deus ex machina di tutta questa operazione: il califfo di Palazzo Strozzi.

Maifreda, prima d’ora, con Bruno non aveva mai avuto nulla a che fare. I suoi campi d’interesse erano l’economia e la storia dell’industria. Ha cominciato ad occuparsene con un saggio su Celestino da Verona, pubblicato, guarda caso, dalle Edizioni della Normale di Pisa, feudo di Michele Ciliberto. Maifreda non avrebbe mai potuto pubblicare il suo libro con Laterza senza l’assenso di Ciliberto. Un costume tutto italiano quello per cui gli editori, non essendo ovviamente conoscitori della materia, si affidano per le scelte editoriali al giudizio insindacabile dei docenti universitari della materia. Alla Normale, come alla Laterza, e in decine di altre case editrici non si pubblica nulla su Bruno senza il placet di costui. Lo sanno bene anche altri professori che, per esserselo fatto nemico, hanno dovuto ricostruirsi una carriera all’estero. Così, in Italia, ogni volta che si parla di Bruno, in libri, riviste, giornali, supplementi ai quotidiani, cd, dvd, documentari e programmi televisivi e chi più ne ha più ne metta, dobbiamo sorbirci il pistolotto sempre dello stesso personaggio. La sua tattica è ormai nota: appena si accorge dell’uscita di qualcosa di potenzialmente interessante su Bruno, attira l’ignaro con lusinghe e promesse e lo mette al proprio servizio, in cambio della protezione della casta. Ha fatto questo per decenni con le sue collaboratrici, che sono quelle che hanno realizzato il 90% delle opere da lui firmate, a parte il meridiano plagiato nel 2000 a Giovanni Aquilecchia e le decine di introduzioni. Non a caso, il suo “Teatro della vita” è una delle peggiori biografie bruniane mai scritte, zeppa di imprecisioni in quanto, pur validissimo nella interpretazione di alcune tematiche bruniane, il suo contributo personale di ricerca è stato pressoché nullo. La biografia è infatti impiantata su quanto riportato da altri, o fornito dalle sue assistenti, non sempre profonde conoscitrici delle vicende biografiche. Quello di Maifreda è l’esempio perfetto di questo modo di interpretare la storiografia bruniana. Un’ipotesi per certi versi anche interessante, come io stesso ho riconosciuto, è stata incorporata in una rielaborazione di fantasia del processo a Bruno, composta assemblando informazioni estratte dai principali studi sull’argomento (compreso, naturalmente, il mio). Tutta questa vicenda non è altro che lo specchio del desolante panorama culturale italiano e del malcostume mafioso che imperversa nelle università. Una degenerazione che vado denunciando da anni con dovizia di particolari (chi vuole può andare a leggersi le mie “mordacchie” precedenti), ma questi sono senza vergogna: “Che ci frega, siamo accademici noi, che vuole questo?!” Fortunatamente la fama e il rispetto che mi sono guadagnato con i miei studi su Giordano Bruno non sono dovuti a squallide manovre del genere, bensì al consenso ottenuto dal pubblico degli appassionati e degli studiosi grazie alle mie pubblicazioni e alla mia attività divulgativa.

Guido del Giudice

“Editori e filologi, il caso Giordano Bruno è ancora aperto”

“La rivista «Belfagor» pubblica un intervento del direttore de Les Belles Lettres. Che rilancia le accuse di Aquilecchia contro il Meridiano”

«Non è una guerra tra editori»: lo afferma Alain Segonds, direttore generale della casa editrice parigina Les Belles Lettres, sull’ultimo numero di Belfagor. D’accordo, non sarà stata solo una guerra tra editori, però un pochino lo è stata, non è vero? Questo non significa che non si tratti di una «guerra giusta». Sto parlando della querelle divampata alcuni mesi fa, dopo la pubblicazione dei Dialoghi filosofici italiani di Giordano Bruno nella collana mondadoriana «I Meridiani», a cura di Michele Ciliberto. Il Corriere se n’è occupato a più riprese.
Però le ostilità non accennano a placarsi. Dopo l’articolo di Segonds, altri interventi sono annunciati: uno di Giovanni Aquilecchia sul Giornale storico della letteratura italiana e uno di Michele Ciliberto sulla Rivista di storia della filosofia. Oggetto del contendere: le modalità con cui è stata utilizzata, nel Meridiano, l’edizione critica dei Dialoghi messa a punto da Aquilecchia per Les Belles Lettres, che hanno in corso la pubblicazione delle Oeuvres complètes di Bruno. Nel volume mondadoriano, quell’edizione è indicata come «testo di riferimento»: locuzione abbastanza vaga e pudica; e seguita da quest’aggiunta: «Tutti i testi sono stati riscontrati in modo sistematico con le prime stampe, ed emendati da refusi e imperfezioni che, in alcuni casi, ne compromettevano il senso». Insomma, la «Nota sui testi», che Segonds definisce offensiva, suggerisce che il testo de Les Belles Lettres è stato solo una «base di partenza per approdare poi a un testo privo di refusi e imperfezioni, e quindi migliore di quello di Aquilecchia». Operazione legittima, anche se fastidiosa per un editore come Les Belles Lettres, che in questi anni sulle Oeuvres complètes di Bruno ha puntato molto; se non fosse che la nozione fumosa di «testo di riferimento» è servita a Ciliberto per aggirare quella che è la prassi sana e normale: riprodurre un testo critico, indicando tutti i punti in cui lo si corregge e spiegando perché. Questo nel volume mondadoriano non c’è e Segonds ha ragione di sottolinearlo. Quanto ad Aquilecchia, dichiara di avere confrontato i due testi, e di avere trovato «130 interventi erronei o inopportuni, a fronte di una trentina di correzioni di banali refusi». Dichiarazione che lascia perplessi: giacché 130 interventi peggiorativi sono tantissimi, ma anche 30 refusi in un’edizione critica non sono comunque pochi.
Insomma, da un lato c’è uno scontro tra filologi – uomini spesso implacabili perché si attengono, per mestiere e vocazione, alla lettera (l’ostinazione con cui Segonds e gli altri del partito Aquilecchia-Les Belles Lettres scrivono, senza mai dimenticare le virgolette, che il Meridiano è «a cura» di Ciliberto, fa pensare a: il corsivo è mio di Lenin); e dall’altro c’è lo scontro tra un editore accademico, o vicino all’Accademia, come Les Belles Lettres e un grande editore popolare come Mondadori. Si tratta di realtà che hanno obiettivi, logiche e soprattutto tempi diversi. Fra i molti faux pas di questa guerra spietata vorrei citare una dichiarazione di Ciliberto: «Queste polemiche le posso capire solo se tengo presente che il Meridiano ha già tirato due edizioni e venduto cinquemila copie, tagliando le gambe a Les Belles Lettres». Questo entusiasmo da novizio può non piacere, in un accademico. E tuttavia, scegliere un partito è difficile. Facendo il bilancio dei pro e dei contro, non bisogna dimenticare che l’editoria di massa ci offre, a prezzi accessibili, molte edizioni di classici, perfettamente soddisfacenti per noi specialisti in niente, e spesso utili anche agli specialisti.

GIOVANNI MARIOTTI

“Giordano Bruno e il giallo dell’edizione critica”

In un mondo dove tutto, anche la scuola, è divenuto mercato, non c’è da stupirsi che studiosi e professori universitari non avvertano l’elementare regola morale di riconoscere che ciò che è di un altro non è proprio. Alludo al caso del testo critico delle opere di Giordano Bruno stabilito da Giovanni Aquilecchia per le benemerite Belles Lettres e poi riproposto da Michele Ciliberto nella sua recentissima edizione nei «Meridiani» di Mondadori senza una chiara e rispettosa ammissione di ciò, appunto, che ad altri era dovuto. Dai giornali la querelle è ora passata sulle riviste specializzate e nell’ultimo numero di Belfagor (31 luglio 2000) è sceso in campo lo stesso Alain Segonds, noto studioso oltre che direttore generale de Les Belles Lettres (Aquilecchia interverrà quindi sul Giornale storico della letteratura italiana e Ciliberto sulla Rivista di storia della filosofia). Ma non di questo intendo qui parlare.
Dopo lo scritto di Segonds, Giovanni Mariotti, sul Corriere della sera, ha cercato di bilanciare i pro e i contra dei due contendenti e ha tentato, salomonicamente, di emettere una sentenza equilibrata: da un lato avresti un editore «accademico» (Les Belles Lettres) che fa della qualità il proprio fiore all’occhiello; dall’altro, com’egli si esprime, “un grande editore popolare quale la Mondadori» che ha obiettivi e logiche diverse, vale a dire, se ben intendo, vendere e incassare. Tant’è che, come ha affermato Ciliberto, il suo Giordano Bruno avrebbe «tagliato le gambe» all’avversario avendo già tirato due edizioni e venduto cinquemila copie.
Questo registro del dare e dell’avere connesso col furto (giuridicamente legittimo) dell’edizione critica di un’opera così difficile e problematica come quella di Giordano Bruno, lascia davvero sconcertati. Esso infatti solleva, come dicevamo all’inizio e come ha icasticamente precisato Alain Segonds nel suo intervento su Belfagor, una sola questione; e tale questione è essenzialmente di natura morale. Chi ha speso gran parte della propria attività di studioso per restaurare un testo significativo della cultura del passato; o anche soltanto chi abbia letto, in proposito, Petrarca o Poggio Bracciolini, Lorenzo Valla o Poliziano, conosce bene il piacere disinteressato che proviene da questo esercizio, insieme, di filologia e di disciplina morale. Ma lasciamo pure perdere siffatte considerazioni. Non possiamo però trascurare almeno due circostanze: che di siffatti studiosi si va sempre più perdendo la razza (e certo tutte le riforme scolastiche e universitarie che si sono succedute e si succedono non fanno che aggravare il fenomeno) e, in secondo luogo, che di editori disposti a favorire il merito e la qualità se ne trovano sempre meno. Ora, a quanto pare, Les Belles Lettres debbono pure subire lo sbeffeggio delle cinquemila copie vendute dall’editore «popolare» italiano. Tra la vanagloria e la gloria – sentenziava Agostino – c’è questa differenza: la prima poggia sull’effimero giudizio degli uomini; la seconda sul profondo consenso della coscienza.

UGO DOTTI

“Elogio della filologia, contro i pedanti e gli incompetenti”

“Da Giordano Bruno agli articoli di giornale: non è vero che risalire alle fonti sia uno svago per iniziati”

Un titolo del Corriere del 13 agosto («Leggete Giordano Bruno. E lasciate perdere la filologia») mi induce a riflettere su un luogo comune: la «filologia» come pedanteria, come lussuoso svago per iniziati (è l’analogo dell’altro pregiudizio, secondo cui la «filosofia» sarebbe a sua volta la palestra per le superflue astruserie di alcuni «diversi»).
Ma torniamo alla filologia. Caricata di significati in fondo negativi ed iniziatici, questa parola suscita impressioni sgradevoli nel cosiddetto «senso comune». E tale maniera di parlarne non solo la rende odiosa e sconosciuta insieme, ma costituisce l’alibi per la gioviale difesa della cialtroneria. Vorrei dedicare perciò qualche riga all’elogio della «filologia». Strumento senza il quale neanche la lettura del giornale quotidiano diviene operazione consapevole. Comprendere, ad esempio, secondo quale criterio un articolo che comincia in prima si spezza e séguita in pagine interne (e non certo in una pagina qualunque, scelta a caso), comprendere perché i titoli non corrispondono necessariamente al contenuto degli articoli in cima ai quali figurano, perché talvolta li «smorzino» e talaltra li esaltino, distinguere quando la notizia viene data da un vero cronista «militante» (che va sul posto) e quando invece è rielaborazione di agenzie comodamente apparse sui monitor (e dunque già «fabbricate»): tutto questo non è operazione filologica? Lo è, ed è anche chiave indispensabile per la più pratica, la meno separata, la meno esclusiva delle azioni quotidiane: la lettura del giornale. Scrisse una volta Girolamo Vitelli che si dà «filologia» anche da parte del matematico di fronte ai suoi simboli, o del chimico di fronte alle sue formule. Ed è spesso inosservata, proprio perché sotto gli occhi di tutti, la filologia in forza della quale un’orchestra lavora ed esegue il suo compito in rigorosa sintonia e sotto puntuale direzione.
Il senso comune, pur con le sue brutture, ha una grande forza: quella di imprimere concetti e pseudo-concetti nella mente di masse enormi di persone e per un tempo lunghissimo. Adottiamo allora il linguaggio che può far breccia nel senso comune e diciamo che l’anti-filologia è sinonimo di incompetenza.

LUCIANO CANFORA

“Leggete Giordano Bruno. E lasciate perdere la filologia”

“Il curatore del Meridiano e la direttrice della collana replicano all’editore francese del testo critico: l’obiettivo del volume era quello di far conoscere ai lettori comuni il pensiero di un filosofo poco noto”

Ho letto con interesse l’intervento che ha fatto Giovanni Mariotti (Corriere 8 agosto) ponendo giustamente, a proposito del Meridiano di Giordano Bruno, il problema del rapporto tra «editoria di massa» ed «editoria accademica». Non è detto – va precisato – che l’«editoria di massa» sia sempre di livello più basso e che l’«editoria accademica» sia sempre di livello più alto. La differenza tra una «edizione di massa» e una «edizione accademica» non riguarda la qualità scientifica del lavoro, ma i differenti «strumenti» che si decide di usare: ciò che infatti è indispensabile in un’«editoria accademica», non è necessario in un’«editoria di massa», e viceversa. È una distinzione assai utile per capire caratteri e finalità del Meridiano dedicato a Bruno. Nel nostro caso ci è parso necessario corredare il volume di un commento di cinquecento pagine, di una ricca cronologia della vita e delle opere; di una nota bibliografica; di un indice-lessico di quasi cento pagine; di un’amplissima introduzione che fa il punto attuale sugli studi su Bruno, presentando un’immagine complessiva della sua filosofia. Sulla base di un lavoro più che trentennale, abbiamo, cioè ritenuto indispensabile corredare il volume di tutti gli strumenti scientifici necessari per consentire la più larga diffusione nel nostro Paese del pensiero di Bruno, in occasione di un evento eccezionale come il quarto centenario della sua morte sul rogo, in Campo dei Fiori. Proprio per questo non ci è, invece, parso opportuno pubblicare, in questa sede, una tavola degli interventi che abbiamo fatto (specialmente sul testo dei Furori). E ciò anche per un altro motivo: per gli obiettivi che ci siamo volutamente dati, noi non abbiamo avuto l’ambizione di presentare una nuova edizione dei dialoghi di Bruno, come ha inteso fare, per esempio, Santagata per Petrarca il quale ha perciò pubblicato una «tavola delle modifiche» da lui apportate al testo di Contini. Per quanto riguarda il testo di Bruno, non abbiamo dunque inteso «assorbire» o «oscurare» alcunché: al contrario, fin dal primo momento, nella mia responsabilità di curatore, mi sono preoccupato di segnalare all’editore l’opportunità di utilizzare il testo critico di Aquilecchia che, nella nota sui testi, ho citato esplicitamente come «testo di riferimento», termine normalmente usato (anche nel Meridiano petrarchesco, ed è per questo, ovviamente, che su il manifesto l’avevo citato), senza suscitare, fino ad ora, critiche di alcun genere. Ciò, naturalmente, non mi ha impedito di fare, nel caso specifico dei Furori, quegli interventi necessari, per vari ordini di motivi. Mi sia consentito però chiudere con un’osservazione di ordine generale: dopo mesi di insulti e di insolenze di ogni genere, l’unico addebito che mi si continua ad imputare è l’assenza della «lista delle modifiche». Se si fosse discusso del merito del Meridiano – del contributo filosofico che esso fornisce alla conoscenza di Bruno e alla messa a fuoco di cosa oggi significhi leggere i suoi testi – forse avremmo tutti impiegato assai meglio il nostro tempo …

MICHELE CILIBERTO

“Ma l’editoria di massa non può ignorare la filologia”

“Interviene l’editore francese del testo critico di Giordano Bruno. Per difendere un metodo”

L’intervento di Giovanni Mariotti sul Corriere di martedì – in cui si riprende con garbo qualche tema della mia lettera a Belfagor sul discusso Meridiano Giordano Bruno «a cura» di Michele Ciliberto – mi suggerisce alcune riflessioni. Dal suo resoconto, si evince con chiarezza che noi non contestiamo a Ciliberto il fatto di aver utilizzato l’edizione critica stabilita da Giovanni Aquilecchia per la collana delle Oeuvres complètes – pubblicata da Les Belles Lettres sotto la direzione di Yves Hersant e Nuccio Ordine –, ma le modalità scientificamente ambigue con cui ciò è avvenuto. Nella nota al testo, Ciliberto dice di essere intervenuto sull’edizione di «riferimento» (quella di Aquilecchia), senza però offrire la lista delle presunte correzioni. A questa mia obiezione, che si fonda sulle regole elementari della filologia, Ciliberto ha risposto, sul manifesto del 15 luglio, di non aver fornito la «lista degli interventi perché quella del Meridiano è un’edizione divulgativa, destinata a un largo pubblico». E per rafforzare la sua difesa, ammetteva di aver adottato lo «stesso procedimento […] che ha seguito Marco Santagata nel suo Meridiano petrarchesco nel riferirsi al testo di Contini». Su queste basi, la polemica potrebbe essere ricondotta all’opposizione, che anche Mariotti mette in rilievo, tra edizioni erudite ed editoria popolare. Purtroppo le cose non stanno così. Mariotti ha ragione a sottolineare la specificità dei due livelli editoriali. Ma nel caso dei dialoghi bruniani, Ciliberto ha usato questo argomento solo come un alibi per giustificare l’«assorbimento» dei testi di Aquilecchia nel «suo»Meridiano. La prova conclusiva è data proprio dal Meridiano petrarchesco citato da Ciliberto: qui Santagata, oltre a segnalare con chiarezza l’utilizzazione del testo critico di Contini, fornisce una lista dettagliata delle sue modifiche. Due Meridiani, due stili di intervento opposti. Quello di Santagata, nel pieno rispetto del lavoro di Contini. Quello di Ciliberto, senza riguardo per il cinquantennale lavoro di Aquilecchia. Qui non è in gioco l’opposizione tra editoria accademica ed editoria popolare (i Meridiani ospitano anche testi di rigore ineccepibile curati da Segre o da Branca). Anche l’«editoria di massa» (ammesso che i Meridiani possano farne parte) prevede il rispetto della filologia (non ci si improvvisa editori di testi) e della deontologia (non si usano formule ambigue che non riconoscono chiaramente il lavoro altrui). Ecco perché, per distinguere l’incauto «novizio» dal filologo, si è talvolta costretti ad indicare i curatori, con e senza virgolette.

ALAIN SEGONDS

Il Parere di Jean Rocchi

Il me semble que si Giordano Bruno pouvait lire ces pages il aurait un petit sourire de mépris. Comment ces docteurs ne craignent-ils pas d’être assimilés à ces personnages dont le Nolain disait que Saturne leur a pissé l’intelligence sur la tête et les neuf compagnes de Pallas leur ont vidé dans les méninges, entre pie-mère et dure mère, une corne d’abondance verbale et qu’il est donc bien naturel qu’ils se promènent avec tant de majexté, le buste droit, la nuque raise, en examinant les alentours avec une arrogante modestie. Trop de spécialistes se figurent que l’oeuvre du Philosophe est une chasse gardée. Ils défendent la pureté originelle de ses écrits, comme d’autres les saintes Ecritures et veillent au respect de la grammaire en négligeant bien trop le sens.

Giovanni Bovio a bien raison: Bruno n’appartient pas aux philosophes de profession, à ceux qui ne philosophent que pour gagner leur pain ou pour leur place historique dans le grand corps du doctorat. Quand on publie Bruno, quand on écrit sur lui, la décence et le respect exigent me semble-t-il qu’on s’incline et qu’on s’efface. Toute allusion à des droits légaux frise l’indécence. On ne fait pas carrière avec Bruno. Ces gens devraient se réjouir pour Burno qu’on s’inspire de leurs travaux tant que leurs commentaires sur le fond  ne sont pas trahis. Il devraient méditer ces mots du Nolain: Quand on a osé faire de la science trafic et industrie, la sagesse et la justice ont quitté la terre. Et s’ils ont des problèmes relationnels qu’ils renfournent leurs rapières, se téléphonent, essaient de communiquer, à la rigeur s’affrontent à bras le corps en privé et non sur la place publique!
Jean Rocchi

“Furori e dialoghi fuori posto”

 

Con questi tre interventi si conclude su “il manifesto” la “querelle” attorno al Meridiano della Mondadori sulle opere di Giordano Bruno. Sono i testi di Alain Segonds, delle edizioni Belles Lettres, di Giovanni Aquilecchia, curatore della pubblicazione delle opere di Giordano Bruno per la stessa casa editrice, e di Michele Ciliberto, curatore del Meridiano in discussione. In precedenza su “il manifesto” sono apparsi articoli di Gian Carlo Ferretti e Alberto Burgio il 29 giungo, seguiti da una intervista a Michele Ciliberto il 30 giugno.

Michele Ciliberto, privo di argomenti solidi e seri, continua a creare confusione senza rispondere chiaramente alle accuse che gli vengono mosse a proposito dell’incriminato Meridiano della Mondadori sui dialoghi italiani di Giordano Bruno, da lui stesso “curato”. Messo con le spalle al muro, dalle schiaccianti argomentazioni di Alain Segonds, ammette tardivamente su la Repubblica del 4 maggio di aver riprodotto la mia edizione critica dei dialoghi italiani di Bruno – pubblicata a Parigi da Les Belles Lettres nella collana delle Opere complete, diretta da Yves Hersant e Nuccio Ordine – per offrire ai lettori “il miglior testo possibile”. A distanza di qualche settimana, invece, nell’intervista rilasciata venerdì scorso a questo giornale (29 giugno) in risposta alle chiare e inconfutabili accuse di Gian Carlo Ferretti, Ciliberto si pente e mi attacca, avanzando irrilevanti osservazioni sulla mia edizione, con particolare riguardo al testo de Gli eroici furori.
Questa evidente contraddizione, frutto dell’imbarazzo di chi vuole nascondersi dietro un dito, esemplifica con chiarezza il comportamento scientificamente non corretto di Ciliberto. Anche nel “suo” Meridiano, infatti, la “Nota sui testi” si fonda su affermazioni ambigue: qui Ciliberto dichiara di aver utilizzato la mia edizione Belles Lettres “come testo di riferimento”, annunciando subito dopo di aver operato correzioni. “Correzioni” di cui però non fornisce la lista, venendo meno a una delle regole che la serietà scientifica impone a qualsiasi studioso che intervenga sul testo di un altro. E per creare ulteriori confusioni, nella sezione bibliografica del Meridiano dedicata alle edizione dei dialoghi italiani di Bruno (p. 1461), vengono citate le edizioni ottocentesche di Wagner e Lagarde, quella di Gentile, ma nessuna menzione è fatta della mia edizione critica Belles Lettres, che il “curatore” ammette di aver utilizzato.
Sugli interventi “filologici” di Ciliberto ho detto tutto quello che c’era da dire in un saggio di imminente pubblicazione sul Giornale storico della letteratura italiana, dove ho comparato i testi Belles Lettres con i testi del Meridiano, punto per punto, virgola per virgola. Ho rilevato circa centotrenta errori (a fronte di una trentina di correzioni di banali refusi), di cui la metà si ritrovano nel testo de Gli eroici furori, che Ciliberto sbandiera come prova della sua perizia filologica. Se fino al 14 dicembre 1999 (come dichiara la direttrice editoriale della Mondadori, Renata Colorni) i dialoghi italiani di Bruno in corso di stampa erano quelli da me stabiliti per Belles Lettres, avevamo ipotizzato che Ciliberto avesse cominciato a infarcire di errori la mia edizione a partire dal 20 dicembre, data del mio rifiuto ad apporre la firma su testi che non mi erano stati mostrati. Ma dalle dichiarazioni rilasciate a Il manifesto, apprendiamo che Ciliberto non ama lavorare durante le vacanze di Natale. Le presunte “correzioni”, quindi, non sono state effettuate in poche settimane, come avevamo presupposto, ma solo nei pochi giorni feriali disponibili tra il 20 dicembre e i primi di gennaio, visto che il Meridiano è stato distribuito in febbraio. Prova ulteriore, caro Ciliberto, che la tua filologia fa davvero miracoli!

GIOVANNI AQUILECCHIA

Spero sia chiaro una volta per tutte: noi non abbiamo contestato a Michele Ciliberto l’utilizzazione dei testi critici di Belles Lettres. La tutela del diritto d’autore sulle edizioni critiche è una questione di vitale importanza per il destino della filologia che richiederebbe un dibattito a parte. Abbiamo contestato, invece, le modalità sul piano scientifico e deontologico con cui Ciliberto ha proceduto all'”assorbimento” dell’edizione francese, senza alcun rispetto per il lavoro di Giovanni Aquilecchia.
Anziché rispondere a queste obiezioni, Ciliberto devia il dibattito su questioni estranee ai fatti di cui stiamo parlando. Tira in ballo finanziamenti di un comitato, liti tra baroni (e chi sarebbero i baroni, al di là di Ciliberto stesso?), “l’imperialismo culturale” dei francesi (cosa c’entrano i nazionalismi con una querelle scientifica?), la gelosia per il successo commerciale del “suo” Meridiano edito dalla Mondadori (come se la buona filologia potesse essere pesata con la bilancia del mercato). E, per far credere che le sue siano pratiche correnti, arriva perfino ad accusarmi di essermi comportato come lui nel tradurre in francese il processo di Bruno a cura di Firpo: cosa c’entra questa traduzione (per cui Belles Lettres ha pagato i diritti e dove a Firpo viene riconosciuto il suo legittimo lavoro) con l’operazione di mascheramento dei testi di Aquilecchia compiuta nel Meridiano?
Gli argomenti utilizzati da Ciliberto rivelano su che basi si fondino la sua scienza e la sua perizia filologica. Così come l’attacco a Belfagor testimonia il fastidio per chi ha ancora il coraggio di fare battaglie etiche e civili, rompendo il muro dell’omertà accademica. Di fronte a questi eventi, piuttosto che preoccuparsi del destino di Belfagor, sarebbe più opportuno preoccuparsi del destino dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento che da qualche anno, dopo il magistero di Garin e di Vasoli, è passato nelle mani di Ciliberto, protagonista di siffatte imprese. Sic transit gloria “instituti”!

 ALAIN SEGONDS

A Alain Segonds obietto: 1) Sul fatto di aver usato, nel Meridiano, quello di Aquilecchia come “testo di riferimento” Segonds continua a menar scandalo, stravolgendo “riferimento” in “assorbimento” e parlando, addirittura, di una mia mancanza di rispetto per il lavoro di Giovanni Aquilecchia. Quanto al mio procedimento, è lo stesso che, senza sollevare obiezioni, ha seguito, ad esempio, Marco Santagata nel suo Meridiano petrarchesco riferendosi al testo di Contini. Quanto al mio rispetto per Aquilecchia, nel ’96 gli ho dedicato la mia Introduzione a Bruno.
2) Quando mi sono riferito al testo di Firpo, e al fatto che Segonds non cita Quaglioni, alludevo al lavoro di Quaglioni come curatore del volume L. Firpo, Il Processo di Giordano Bruno. In termini assai critici di questo parla ora J.L. Fournel in una nota di imminente pubblicazione anche in Italia. Quanto al metodo di Segonds, constato che egli interviene nel testo stabilito da Firpo, cambiando la punteggiatura ed eliminando una integrazione dell’editore (p. 381): come ho fatto io in rapporto al testo dei Furori.
3) Considerando gli “argomenti” di Segonds mi persuado sempre di più che alla base dell’atteggiamento violento delle Belles Lettres ci sia l’eccezionale successo del Meridiano e che questa polemica così infuocata sia l’unico modo che esse hanno per far parlare ancora della loro edizione nel nostro paese.
Ad Aquilecchia obietto e spiego:
1) Se ho usato quello di Aquilecchia come “testo di riferimento”, è perché lo ritenevo e lo ritengo oggi il migliore; ma ciò non implica che esso sia privo di mende e imperfezioni (come dimostro nell’articolo in corso di stampa sulla Rivista di storia della filosofia). A proposito delle scadenze dicembrine su cui Aquilecchia insiste, egli continua a confondere tempi dell’editore (Mondadori) e tempi del curatore, fino all’assurdo. Aquilecchia sa benissimo che nei punti dei Furori in cui mi sono discostato dal suo testo, ho tratto le conclusioni di un lavoro decennale mio e dei mie allievi – lavoro di cui egli stesso si è giovato nella edizione delle Belles Lettres.
2) Non ho fornito la lista degli interventi perché quella del Meridiano è una edizione divulgativa, destinata ad un largo pubblico. Ho citato l’edizione di Aquilecchia sia nel luogo più solenne, nella nota sui testi, sia nella sezione dedicata alle traduzioni: se l’avessi citata nuovamente anche fra le edizioni, avrei menzionato lo stesso testo tre volte nel medesimo volume.
3) Leggerò l’intervento di Aquilecchia da tempo annunciato, anche se non apprezzo la filologia del “pallottoliere”. Sono curioso di vedere quali siano i cinquanta errori individuati nei primi cinque dialoghi, dal momento che, per quanto riguarda questi testi, sono intervenuto in un solo luogo del De infinito. Cinquanta errori, con un solo intervento specifico! Ma è un “miracolo-miracolo”, avrebbe detto il grande Troisi.
Peccato – lo dico sia come italiano sia come studioso del Nolano – che il quarto centenario della morte di Bruno continui ad essere macchiato da una polemica così incomprensibile e così volgare. Sia Bruno che il Meridiano meritano di meglio.

MICHELE CILIBERTO

 

“Furori” fuori posto

“Il Meridiano Mondadori su Giordano Bruno continua a far discutere. Parla il curatore Michele Ciliberto”

 La pubblicazione del Meridiano Mondadori dedicato a Giordano Bruno ha dato vita a una accesa discussione, che ha coinvolto non solo il curatore, ma anche la legittimità di un’operazione editoriale sicuramente ambiziosa. Alle accuse rivolte a Michele Ciliberto, il curatore a più volte risposto. Dopo l’articolo di Giancarlo Ferretti – pubblicato su il manifesto del 29 giugno – in cui l’autore annunciava la ripresa della polemica sulle pagine della rivista Belfagor, abbiamo chiesto a Michele Ciliberto di rispondere.
Giancarlo Ferretti nel suo articolo dice che secondo Giovanni Aquilecchia e Alain Segonds – curatore, il primo dei dialoghi di Giordano Bruno, direttore della casa editrice Les Belles Lettres che ha pubblicato in Francia le opere di Bruno, il secondo – il tuo Meridiano è fatto in modo “scorretto” e “ambiguo”. Cosa rispondi a questa critica?
Che è priva di qualunque fondamento. Noi abbiamo lavorato in questo modo: non avendo alcuna intenzione di presentare una nuova edizione critica dei dialoghi italiani di Bruno, abbiamo assunto come testo di riferimento quello edito da Aquilecchia, facendo le correzioni che ci sono parse opportune. In altre parole ci siamo regolati come si fa sempre in casi come questi: lo ha fatto anche Segonds pubblicando in traduzione francese il processo di Bruno, a cura di Luigi Firpo (e di Diego Quaglioni, anche se Segonds si “dimentica” di citarlo). In modo particolare siamo intervenuti nel caso degli Eroici Furori. E per un motivo preciso, che voglio dire. Si tratta di un volume pieno di mende e imperfezioni, il peggiore fra i volumi bruniani pubblicati dalle Belles Lettres.
Perché un giudizio così netto?
Come ho mostrato in un articolo che uscirà nel numero in corso di stampa della Rivista di storia della filosofia, ci sono almeno tre cose da rilevare criticamente: anzitutto, in alcuni luoghi importanti, non c’è rapporto fra la nota filologica di Aquilecchia e il testo che egli stabilisce; non c’è poi relazione costante tra testo critico curato da Aquilecchia e traduzione francese, che infatti non riprende innovazioni critiche significative del nuovo testo pubblicato a fronte; infine ci sono proposte testuali non convincenti che noi abbiamo corretto.
I tuoi critici affermano che avresti lavorato in fretta. Cosa hai da dire in proposito?
Io e miei allievi lavoriamo da anni al testo e al commento dei Furori. Ne abbiamo pubblicato due edizioni: la prima nel 1995, presso Laterza (a cura di S. Bassi) e la seconda nel 1999 presso Rizzoli-Bur (a cura di N. Tirinnanzi). Tutto si può dire in questo campo di studi, fuorché che abbiamo improvvisato. Personalmente lavoro a Bruno dal 1968, e su Bruno, oltre a un Lessico, ho pubblicato quattro monografie.
Non è vero, allora, che avete lavorato a Natale con le biblioteche chiuse?
Veramente a Natale ho festeggiato; normalmente lavoriamo nei giorni feriali. Piuttosto avrei da dire un’altra cosa.
Cosa?
A proposito degli effetti della fretta di cui si parla: nelle prime copie dei Furori pubblicati dalle Belles Lettres, il nome di Aquilecchia era addirittura sparito. E’ stato aggiunto con una “pecetta” in un secondo momento. Essendo bibliofilo, posseggo copie di entrambi gli esemplari: quello col nome di Aquilecchia, e quello senza. Forse in questo caso erano chiuse le tipografie, non le biblioteche.
Ma qual è il senso di questa polemica così violenta?
Credo confluiscano più ragioni. Anzitutto, c’è un conflitto tra editori: il Meridiano ha tirato in tre mesi tre edizioni, con un successo assolutamente imprevedibile anche da parte dell’editore. Comunque sui conflitti e sui rapporti fra editori io non intendo intervenire in alcun modo: non sono di mia competenza, anche se su questo punto si continua, a sproposito, a confondere le acque. Mi chiedo poi se non ci sia una pretesa di “imperialismo culturale” da parte dei francesi, i quali si adontano se altri pubblicano con successo testi bruniani. Non bisogna poi dimenticare che questo è l’anno del quarto centenario della morte di Giordano Bruno, con tutto quello che questo può significare. Poi c’è il gusto per lo scandalo, tutto nostro. Credevo si limitasse ai giornali, vedo che ora coinvolge anche una rivista come Belfagor, che pur ha avuto un suo ruolo nella cultura italiana. Sic transit gloria mundi.

Alfonso M. Iacono

 

“Le fiamme accesero un mito”

 Dopo tante celebrazioni, quel che rimane latitante è l’uso politico “alto” dell’opera di Giordano Bruno. Una polemica arroventata si è accesa, invece, sulla edizione Mondadori dei “Dialoghi”, frettolosa e colma di errori

Non sarebbe stato male se, nell’anniversario del rogo di Campo dei Fiori, qualcuno si fosse ricordato di quel micidiale corsivo di Togliatti rivolto a monsignor Olgiati dalle colonne di “Rinascita” cinquant’anni fa. Giordano Bruno vi era definito, con vibrante passione, “padre” del popolo italiano, simbolo di libertà e di intransigente coerenza anche per quanti nulla conoscono del suo pensiero. Erano altri tempi, ovviamente. Non solo per il diverso atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche, oggi finalmente disposte a un primo timido ripensamento critico del proprio passato. Ma anche, soprattutto, per la sopravvenuta indifferenza della cultura “laica” di questo paese, in tutt’altre faccende affaccendata. Quelle pagine restano comunque un insegnamento, fulminanti nella loro concisione, irriverenti, maramalde, giocose come il tema stesso richiedeva. “Monsignore egregio, veramente Ella ha fatto troppo onore alla rivista ch’io dirigo e alla mia persona modesta”. Quindi giù colpi di fioretto e di sciabola, che, a ripensare al povero Olgiati, accade persino di provare un moto di solidarietà.
“Rilegga a mente calma e sensi riposati, e ci rifletta”. A che cosa? Al fatto che Giordano Bruno effettivamente è tra quanti “hanno aperto la strada” del mondo moderno. Per ciò che disse, intanto (l’idea che nessuna autorità umana o divina abbia titolo per interdire la ricerca del vero; quindi la convinzione che la scissione tra materia e forma sia uno schema astratto, un impedimento alla comprensione dell’unità reale del mondo e del suo continuo mutamento); per il modo e la passione con cui lo disse, soprattutto, scegliendo di morire (“martire della filosofia” lo definirà Hegel) pur di non rinnegare le proprie convinzioni. E qui Togliatti non badava a spese. “Di lì siamo passati e non potevamo non passare, perché di lì è passata la ragione umana”. Rifiuto dell’autorità e delle consuetudini, entusiasmo dionisiaco per l’avventura intellettuale, sentimento incoercibile della dignità del vivente, passione per il nuovo e per la ricerca della verità: “Celebriamolo, dunque: egli è uno dei nostri padri e ogni volta che a lui ritorneremo, più forte e meglio sentiremo quanto gli dobbiamo”.

Altri tempi davvero. Quest’anniversario non sta passando invano, sia ben chiaro. Sono stati organizzati convegni, spettacoli, concerti e una importante mostra documentaria; hanno visto la luce o saranno presto pubblicati testi critici e biografie ed edizioni bruniane di notevole rilevanza. Ma è un fatto che proprio l’uso politico dell’opera e della figura di Bruno è sin qui mancato, quell’uso politico alto che, almeno in questo caso specifico, coincide con la messa a valore di una eredità e con il suo non archeologico riconoscimento. In compenso non sono mancate dispute e polemiche, delle quali in verità non si avvertiva il bisogno. In particolare il dibattito si è acceso, raggiungendo toni arroventati, intorno al “Meridiano” che raccoglie e commenta, a cura di Michele Ciliberto, i Dialoghi filosofici italiani: della polemica si occupa nel’articolo qui accanto Gian Carlo Ferretti.
Se poi al silenzio delle passioni e degli interessi dovesse fare séguito una pausa di riflessione “a mente calma e sensi riposati”, tanto di guadagnato.
Ciliberto è stato accusato di essersi indebitamente appropriato del testo critico stabilito da un altro illustre brunista, Giovanni Aquilecchia. La tesi a sostegno dell’accusa è, all’apparenza, lineare e potente. Aquilecchia non ha dato l’assenso alla pubblicazione del testo; la Mondadori ha proceduto nonostante il rifiuto: legittima dunque l’ira, sembra di poter concludere, e legittima anche l’imputazione, se non nei toni (si è parlato di “pirateria legale”, di “mal dissimulate scorciatoie”, persino di “filologia da fast food), certo nella sostanza. Se la disputa si è fermata al terreno della polemica giornalistica senza varcare la soglia delle corti di giustizia, non per questo – verrebbe da pensare – la colpa è meno grave: chi considererebbe con simpatia l’autore di un plagio, colui che si impossessa con disinvoltura – così si è detto – del frutto di un “lavoro di ricerca semisecolare”?
Un veto violato, questa dunque la colpa. Ma un veto da chi posto? E perché? E poi: un veto possibile? Un veto consueto? Lasciamo andare il fatto – che pur conta – che il curatore di una edizione divulgativa (in questo caso Ciliberto) non può essere tenuto responsabile delle relazioni che il suo editore (qui la Mondadori) intrattiene con altri in tema di diritti d’autore. Compito suo è scegliere il testo filologicamente più attendibile; dire da che mani proviene (e Ciliberto questo fa, dichiarando di avere “scelto come testo di riferimento l’edizione dei dialoghi italiani curata da Giovanni Aquilecchia” presso le Belles Lettres); quindi offrirlo al pubblico aggiungendovi quanto ritiene utile – introduzione, commento, indici, bibliografia – a una sua più agevole lettura. E tuttavia – si dirà (si è detto) – Ciliberto sapeva della non disponibilità di un altro studioso a concedere il testo: perché non ne ha tenuto conto?

Qui sta evidentemente il nodo, e l’unico punto d’interesse della disputa, di per sé alquanto malinconica. Non so se chi, nell’ultimo quarto di secolo, ha pubblicato in toto o in antologia i Quaderni di Gramsci, abbia ogni volta bussato alla porta di Gerratana, a impetrarne il consenso. Ma, almeno per quanto riguarda la mia esperienza diretta, che quando capitò a me di curare un’edizione commentata di Beccaria (Dei delitti e delle pene), la mia preoccupazione fu d’indicare la fonte critica del testo (l’edizione Francioni, nella fattispecie), non certo di aprire una contrattazione. La quale avrebbe avuto d’altronde un ben curioso aspetto, giacché avrebbe conferito al filologo una paternità (e proprietà) del testo che, se le parole hanno un senso, riguarda solo chi il testo ha concepito e scritto, non quanti vi hanno successivamente lavorato al fine di restituirlo alla forma originaria. E del resto, vorrà pur dir qualcosa che una polemica come questa divampata intorno al “Meridiano” di Bruno non abbia precedenti. Delle due l’una: o in passato vigeva un diverso grado di liberalità, del cui desolante eclissarsi l’odierna polemica è segno; o ci si è sin qui sempre regolati in altro modo, ritenendo che ufficio delle edizioni critiche sia proprio offrire una base testuale certa al lavoro di diffusione dei testi e della cultura.

Ma basta così. Altro che padri e martiri ed eroi del nuovo! I tempi ci regalano un’aggressione di inconsulta violenza (si è gridato allo scandalo, si è parlato di immoralità e di truffa) perché si sono pubblicati testi bruniani in una edizione di enorme tiratura che l’eretico frate non avrebbe mai immaginato (pare si siano vendute già settemila copie dei Dialoghi, e chissà che non sia proprio questa una chiave della lite). Meglio tornare a Togliatti e al buon Olgiati, che per lo meno si urtavano per nobili ragioni. “La parte avanzata del popolo, non vi è dubbio, ha fatto suo Giordano Bruno, anche senza nulla sapere del suo pensiero, ma solo conoscendo il martirio che voi gli avete inflitto”, scriveva implacabile il primo. Inducendo forse, nel secondo, un dubbio sulla opportunità di fiamme che spensero una vita per accendere un mito di inesausta potenza.

Alberto Burgio