Il Monte Taigeto e la Rupe Tarpea: “Germano Maifreda”

Germano Maifreda, professore di Storia economica all’ Università di Milano, ha avuto l’idea di investigare sulle stranezze in cui ci si imbatte nella denuncia, processo e condanna del Bruno, individuandone la maggiore nella figura del frate cappuccino Celestino da Verona, al secolo Giovanni Antonio Arrigoni. Un alone oscuro sembra circondare questo personaggio che attraversò come un meteorite in rotta di collisione il periodo di detenzione del Bruno, sia nelle carceri venete che in quelle vaticane, diventandone accusatore implacabile. Una vicenda complicata, la definisce il Maifreda che si tuffa nelle ricerche a lui congeniali partendo da alcuni dati economici incongruenti come lo strano trattamento di privilegio di cui avrebbe usufruito il delatore alla vigilia della sua messa al rogo (nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1599), nel caso alcuni pasti speciali e un nuovo abbigliamento, nonché strani tira e molla verificatisi con le autorità ecclesiastiche. Altra stranezza, per lui, l’apparente rassegnazione del Bruno, nell’ ultimo periodo, come se rinunciasse alla sua battaglia permanente e cercasse volontariamente la fine. In realtà, nulla poteva fare il Nolano per evitare la condanna a morte una volta insediato il Papa Clemente VIII (non certo una mammola) che mirava a fare del filosofo un burattino in balia del disprezzo popolare nel teatrino allestito per il Giubileo. Comprensibile, quindi, la decisione del Bruno di andare sino in fondo ad un percorso esistenziale che, come molti grandi spiriti, aveva intravisto nelle linee eroiche già da tanti anni e anticipato con le sue premonizioni. Il libro ha ottenuto l’avallo prestigioso della Scuola Normale Superiore di Pisa e, quanto più un’opera arriva dall’ alto, tanto più deve essere senza pecca; ci saremmo pertanto aspettati almeno un indice dei nomi. Nonostante siano veramente pochi coloro che si occupano a buon livello del più grande filosofo italiano, esprimiamo alcune considerazioni su un’opera promettente. Intanto, come ha rilevato Massimo Firpo, “Non è possibile seguire in dettaglio l’intricato labirinto in cui Maifreda accompagna il lettore”; il professore, indubbiamente, si è trovato di fronte a una matassa ingarbugliata e, per cercare di sbrogliarla, tratta di tipologie e modalità processuali, di aspetti formali e legali sui quali esprime giudizi altalenanti tra riconoscimenti di onestà procedurale e sospetti di orientamenti non imparziali; sino a sfociare nell’ ipotesi di una farsa teatrale allestita per l’esecuzione presunta del Celestino a scapito di qualche poveraccio sconosciuto. Allo stesso modo, ci presenta anche il contrasto tra alti esponenti della Chiesa come Bellarmino e Santori (avremmo aggiunto anche Beccarla e Bonelli), non proprio l’Esercito della Salvezza, allora come oggi. A nostro avviso, quelle lotte di potere e i servilismi conseguenti basterebbero a giustificare gran parte delle incongruenze rilevate e considerate strane: ad esempio la volontà dei giudici di perseguire l’imputato con rapida efficacia (p.20) nella parte veneta, contrapposta alla lunghezza anomala della detenzione romana, alle scarse (alla fine nulle) attenzioni dibattimentali riservate al filosofo, all’ odio portatogli da alcuni prelati, vedasi l’avversione del Generale dei Domenicani Ippolito Maria Beccaria, furioso battitore di conventi, il cui ruolo nella vicenda è stato evidenziato per primo da Guido del Giudice, nel suo brillante “Io dirò la verità”. Qui avremmo avuto piacere che il Maifreda avesse rilevato, tra i tanti personaggi presi in considerazione nel libro, la inquietante presenza a Venezia del Beccaria dal 5 maggio al 1 luglio 1592, mentre il Bruno veniva arrestato il 22 maggio: solo una strana coincidenza?. Senza andare troppo lontano, non è stato messo in rilievo che Zuane Mocenigo non era un patrizio qualunque ma un esponente di una delle più antiche, potenti, e influenti famiglie venete che aveva contato, nei vari rami, decine di personalità, dogi, combattenti, provveditori e vescovi: Marcantonio Mocenigo inaugurò, nel 1587, il Seminario vescovile di Ceneda (ora sobborgo di Vittorio Veneto). La grande famiglia, dal 1474 al 1575, aveva anche battuto moneta, la Lira Mocenigo. Si spiegano allora altre stranezze apparenti, tra le quali l’atteggiamento del Zuane Mocenigo con le sue lettere di denuncia: il Bruno era andato a cacciarsi nel posto più pericoloso esistente!. Tornando al libro, non vi abbiamo trovato una documentazione convincente sui trattamenti di riguardo al Celestino, né su altri aspetti di interesse; vi sono invece asserzioni non comprovate su presunte riunioni tra il Bruno e nuovi arrivi nelle carceri, quali Stigliola e Campanella; forse preso da entusiasmo il Maifreda afferma: Lo stesso Nolano, negli anni della detenzione romana, tenne appassionate lezioni sull’infinità dell’universo a Antonio Stigliola e Tommaso Campanella (p.182). Il Maifreda si avvale qui, come in molti altri punti, quale fonte primaria di Saverio Ricci (Giordano Bruno nell’ Europa del cinquecento, Salerno, 2000) che però non mi sembra autorizzi tale interpretazione. Il grande egittologo Silvio Curto diceva: Quando vi do una notizia importante chiedetemene la prova. E’ comunque improbabile che allora, in quelle carceri, si potessero tenere riunioni di eretici quasi che il Vaticano fornisse cornetti e cappuccini anziché tratti di corda. Non risultano neanche le simpatie del Bruno verso Enrico di Navarra, di cui parla l’autore a più riprese come manifeste: si trovano nelle chiacchiere intercorse tra il Bruno e il Mocenigo e da quest’ultimo riportate nella terza denuncia, ma il filosofo stesso dice di non aver mai conosciuto il Navarra (V costituto 3/6/1592). Alla fine ci è rimasta l’impressione come di un sasso gettato in uno stagno: i cerchi si allontanano sull’ acqua e dalla calma piatta subentrante sulla superficie emergono solo alcuni riflessi.
Gianmario Ricchezza

 

Michele Ciliberto e la scoperta….dell’acqua calda.

L’edizione domenicale del Sole24ore annuncia in anteprima l’uscita in libreria di una edizione riveduta della biografia di Giordano Bruno di Michele Ciliberto. Ciliberto continua a basare la sua autorità sulla quantità, anziché sulla qualità. Edizioni critiche delle opere italiane, eseguite da altri che lo accusano di plagio, ponderose (e costose) traduzioni delle opere latine, di cui si limita a scrivere le introduzioni, improbabili enciclopedici “lemmari”, e ora le oltre 800 pagine di questo ennesimo polpettone, che dovrebbe dettar legge anche nel campo della biografia, proponendosi addirittura come “summa”. Consapevole forse dell’infelice esito della precedente edizione della biografia del Nolano (dal punto di vista culturale, non certo economico, perché l’uomo della sinistra non disprezza i lauti compensi delle case editrici berlusconiane), il professore ci riprova. E, udite udite, annuncia di aver capito con gli anni l’importanza del nesso inscindibile, in un autore come Bruno, tra biografia e filosofia. Naturalmente il padre di questo approccio che “schiude nuove prospettiva di studio” sarebbe lui, il primo ad aver individuato “la via maestra per poter penetrare in esperienze per le quali la dimensione biografica è la sorgente originaria di intuizioni, visioni, depositatesi poi in testi che oggi si presentano a noi come classici “disincarnati”, “assoluti”. Insomma Ciliberto ha scoperto che la “via maestra” è quella che il sottoscritto sta seguendo da oltre vent’anni, sfidando l’ostilità di tutto il mondo accademico (che però attentamente lo segue, e lo copia). Improvvisamente si è accorto che per capire le opere di Bruno bisogna “viverle”. Ma viverle significa seguire l’approccio che ho utilizzato per realizzare le mie traduzioni delle opere latine del Nolano. Quando, per tradurre la “Summa terminorum metaphysicorum”, mi arrampicavo sulle colline zurighesi per calarmi nell’atmosfera del castello di Elgg, dove Bruno dava lezioni agli alchimisti non Rosacrociani, Ciliberto dov’era? Quando a Praga calcavo le orme del piccolo monaco italiano nella sala di Vladislao del palazzo imperiale di Rodolfo II, per scrivere l’introduzione alla traduzione dei “160 Articoli contro i matematici”, Ciliberto dov’era? Ve lo dico io: era comodamente seduto sulla sua poltrona di Palazzo Strozzi a comporre introduzioni ai lavori che giovani studiose facevano per lui. Non c’è mai stata un’ombra di ricerca negli scritti di Ciliberto, che non fosse opera di altri. Completamente sconosciuto all’estero, dov’è che avrebbe vissuto l’atmosfera delle opere di Bruno? Rimasto finora ancorato a ricostruzioni biografiche che risalgono a Vincenzo Spampanato, dichiara nell’articolo di volersi aprire, adesso, ai contributi più moderni. Sono proprio curioso di vedere quali sono e a chi appartengono. Io un’idea ce l’ho.

Giordano Bruno, te la sei cercata!

Tutto sommato, poteva andare peggio commenterà qualcuno. E invece no. Lo speciale su Giordano Bruno di “Tele Vaticano”, andato in onda ieri sera, è costruito con sottile malizia. Gli argomenti sono sapientemente graduati per avvalorare, in continuo crescendo , la tesi sostenuta: che in fondo la Chiesa non voleva bruciarlo ed è stato lui a cercarsela! Non a caso il racconto del processo occupa l’intera seconda parte, mentre, tanto per fare un esempio, la sua città natale non viene minimamente citata (immagino il giusto disappunto degli amici Nolani)! Ci sarebbe tanto da obiettare su questo prodotto di scarsissimo valore documentario e storico. Altro che i 30 errori contestati dal Nolano al De la Faye, per i quali fu scomunicato a Ginevra! Per circoscrivere il campo voglio prendere in esame l’apporto dei singoli “esperti” consultati per l’occasione. La scelta di affidare il commento principale a una docente di Storia del Cristianesimo dice già tutto. La prof.ssa Salvarani sarà pure preparata nella sua materia, ma di Giordano Bruno dimostra di conoscere poco o niente. A un certo punto le sentiamo dire che Copernico (morto quando Il Nolano non era ancora nato) non era d’accordo col filosofo! Del resto, da questo punto di vista le inesattezze storiche si sprecano. Ne cito qualcuna alla rinfusa. Bruno viene fatto soggiornare per due anni a Tolone (sic), anziché Tolosa, nella cui università tra l’altro insegnò. Come palazzo di Mocenigo si mostra quello sul Canal Grande anziché quello del traditore che si trova a S. Samuele. Ma dove hanno preso le informazioni, su Topolino? E veniamo ai due soliti cavalli di battaglia degli anti-bruniani. “Bruno era richiesto dai regnanti per la sua fama di mago”. Giordano non fu mai invitato da nessuna sovrano. Fu sempre lui a proporsi, sia ad Enrico III, sia a Rodolfo II, dalla cui corte peraltro scappò proprio perché infestata da ciarlatani. Seconda bufala: la storia della spia. Il colmo del ridicolo lo raggiunge la Salvarani quando, richiesta se Bruno avrebbe potuto essere una spia, risponde che si, aveva tutte le caratteristiche ideali. Sarebbe come dire che un macellaio esperto nell’uso dei coltelli e nella dissezione delle carni, avrebbe potuto essere un buon chirurgo! Ma i fatti, gli unici ai quali dovrebbe attenersi uno storico, dove sono? Per fortuna a questa accusa risponde in maniera corretta e circostanziata la Rowlings, pur nel suo stile…vogliamo definirlo naif ? La studiosa inglese (autrice di una biografia bruniana scadente quanto a documentazione, ma almeno animata da vera passione per il personaggio) riassume in poche battute l’assoluta inconsistenza della tesi inventata dal suo connazionale John Bossy. Ma veniamo alla seconda parte del servizio, quella che sta più a cuore ai suoi realizzatori. Qui viene alla ribalta il contributo dell’ultimo degli “esperti” consultati per l’occasione. Chi se non lui, l’onnipresente Michele Ciliberto, Questa volta però il suo ossessivo presenzialismo gli gioca un brutto scherzo. Per sostenere la tesi precostituita, il suo intervento viene smembrato e rimontato in maniera da evidenziarne tutte le incongruenze, rendendolo complice di una interpretazione che va ben aldilà delle pur discutibili affermazioni del professore. Così, ad esempio, mentre il grande esperto dichiara che sia l’inquisizione veneta che quella romana non sapevano chi fosse Bruno (cosa peraltro falsa, come ho ampiamente dimostrato nella mia recente ricostruzione dell’arresto), la Salvarani sottolinea che il processo durò a lungo per “la grande notorietà di Bruno”! Inoltre ”i giudici dovettero leggere tutte le 40 opere del filosofo”. Ma quando mai! È accertato che il problema principale era quello opposto: non avevano nemmeno lo Spaccio de la bestia trionfante. Dispiace sinceramente vedere uno studioso come Ciliberto che, pur tra luci ed ombre, qualche contributo importante all’ecdotica bruniana l’ha dato, farsi manipolare in maniera così sconsiderata, ma gli anni passano per tutti. Dico io, gli avranno pur fatto visionare il filmato prima di renderlo pubblico. Poteva benissimo chiedere di ripetere qualche scena, anche per eliminare alcune imbarazzanti sgrammaticature. Il finale del servizio, con i buoni uffici della Salvarani, è un lungo peana a Bellarmino per il suo trionfo sull’eretico che aveva osato sfidarlo sul terreno della disputa! A questo punto la beatificazione successiva è ampiamente meritata! Naturalmente tutte le colpe della Chiesa vengono oscurate. “Si dice che forse il prigioniero fu torturato “, poi “Il papa si oppose all’uso della violenza”. Si chiude in bellezza con un’altra subdola menzogna. Che l’esortazione al governatore di Roma a “voler eseguire la sentenza senza mutilazioni di membro” sia una formula ipocrita seguita quasi sempre da esecuzioni capitali è cosa nota. Perché ufficialmente “Ecclesia abhorret a sanguine”. Nel caso di Bruno, invece, è la dimostrazione del desiderio spasmodico di salvarlo in extremis (anche qui le parole dell’ingenuo Ciliberto vengono portate a sostegno). Il commento finale del conduttore Cesare Bocci è una minaccia che desta inquietudine: “Essere coerenti può costare molto caro. Fino a che punto si è disposti a pagare questo prezzo?” Meditate, liberi pensatori, meditate bene!

Guido del Giudice

“IO DIRÒ… LA FALSITÀ!”

L’ennesima squallida storia!

Questa storia ha come protagonista un rappresentante del cosiddetto “mondo accademico”.

Il 29 agosto dello scorso anno al mio gruppo Facebook dedicato a Giordano Bruno si iscrive tal Germano Maifreda, il cui nome mi era noto per un saggio su Celestino da Verona. Lo accolgo facendogli notare di aver citato il suo lavoro in un mio articolo riguardante l’arresto e il processo a Bruno. Il Maifreda mi risponde dicendo di non averlo letto, al che gli fornisco il link per scaricarlo. http://www.guidodelgiudice.it/wp-content/uploads/2018/03/Arresto_GB.pdf

L’articolo.

Il mio articolo si basa sul libro da me pubblicato nel 2012 dal titolo “Io dirò la verità”, sottotitolo: “Intervista a Giordano Bruno”. Racconta in forma dialogica le vicende finali del processo. A questo punto il Maifreda non può non essere informato sia dell’articolo che dell’esistenza del mio libro. Dopo un mese esatto, il 29 settembre, il signor Maifreda annuncia sulla sua pagina facebook l’uscita del suo nuovo libro dal titolo “Io dirò la verità”, sottotitolo “Il processo a Giordano Bruno”!! Per giunta con una copertina che richiama nella scelta e nell’impostazione quella del mio. Complimenti per la fantasia!

Il gruppo Facebook.

L’iscrizione al gruppo era, dunque, stata fatta con l’evidente intento di sfruttare il canale per pubblicizzare l’uscita del volume. Operazione dal sapore provocatorio, poiché ben sapeva che un libro con lo stesso titolo e sullo stesso argomento era stato pubblicato, sei anni prima, proprio da me. Operazioni del genere non sono, purtroppo, una novità: il mio “Io dirò la verità” vanta più tentativi di imitazione della settimana enigmistica! Ci si aspetterebbe almeno, però, che uno che intitola un libro “Io dirò la verità” sfugga al paradosso di difenderlo ricorrendo a falsità. Falsità che sono state ovviamente cancellate dalla pagina Facebook. Ma, purtroppo per Maifreda, se una cosa non manca alla Rete è la memoria:

 

I commenti.

Ad una lettrice che gli fa notare l’evidente contraddizione, egli risponde così: “Al momento della stesura del mio libro non conoscevo (né ancora conosco) il libro del prof. Del Giudice. Ogni lettore potrà decidere se leggere il suo libro, il mio o entrambi, e li apprezzerà e giudicherà liberamente”. E ci mancherebbe pure! Aggiunge poi che “per fortuna in Italia esiste ancora la libertà di insegnamento e di ricerca universitaria”! Evidentemente egli ritiene che in questa libertà rientri anche il diritto di plagio! La legge sul diritto d’autore recita testualmente: “si può riprodurre il titolo di un’opera sopra un’altra senza il consenso dell’avente diritto (l’autore o il cessionario dei diritti) qualora esse siano di specie o carattere così diverse da risultare esclusa ogni possibilità di confusione” (art. 100 comma 3). Dovrebbe trattarsi cioè di un argomento inequivocabilmente diverso dall’altro e, decisamente, non mi sembra questo il caso.

L’editore Laterza.

Ancor più desolante è stata la risposta alle mie rimostranze dell’editore Laterza, che pure è un nome di prestigio nell’editoria filosofica, anche se non esente da logiche di controllo accademico. “Il titolo non è un’invenzione di fantasia (in questo caso ci saremmo ben guardati dall’utilizzarlo). Richiama invece – come Lei sa benissimo – le parole pronunciate dal filosofo Nolano agli inquisitori di Venezia all’inizio del processo.

Non è la prima volta che due volumi utilizzano una medesima celebre citazione. In questo caso, peraltro, il sottotitolo specifica la diversa natura dei due testi”. Ennesima falsità. Non è vero che i due testi siano di diversa natura. “Una nuova, avvincente e documentata ricostruzione” del processo al Nolano, come viene reclamizzata da Laterza, non può prescindere da quella da me fatta, nel 2012, proprio in “Io dirò la verità”. Ovviamente, però, non troverete traccia del mio nome nel libro di Maifreda, né in bibliografia né altrove. Invece, ovunque ricorre, con attestazioni di smodata piaggeria, il nome del deus ex machina di tutta questa operazione: il califfo di Palazzo Strozzi.

Il signor Maifreda.

Maifreda, prima d’ora, con Bruno non aveva mai avuto nulla a che fare. I suoi campi d’interesse erano l’economia e la storia dell’industria. Ha cominciato ad occuparsene con un saggio su Celestino da Verona, pubblicato, guarda caso, dalle Edizioni della Normale di Pisa, feudo di Michele Ciliberto. Maifreda non avrebbe mai potuto pubblicare il suo libro con Laterza senza l’assenso di Ciliberto. Un costume tutto italiano quello per cui gli editori, non essendo ovviamente conoscitori della materia, si affidano per le scelte editoriali al giudizio insindacabile dei docenti universitari della materia.

La Normale di Pisa.

Alla Normale, come alla Laterza, e in decine di altre case editrici non si pubblica nulla su Bruno senza il placet di costui. Lo sanno bene anche altri professori che, per esserselo fatto nemico, hanno dovuto ricostruirsi una carriera all’estero. Così, in Italia, ogni volta che si parla di Bruno, in libri, riviste, giornali, supplementi ai quotidiani, cd, dvd, documentari e programmi televisivi e chi più ne ha più ne metta, dobbiamo sorbirci il pistolotto sempre dello stesso personaggio. La sua tattica è ormai nota: appena si accorge dell’uscita di qualcosa di potenzialmente interessante su Bruno, attira l’ignaro con lusinghe e promesse e lo mette al proprio servizio, in cambio della protezione della casta.

Aquilecchia.

Ha fatto questo per decenni con le sue collaboratrici, che sono quelle che hanno realizzato il 90% delle opere da lui firmate, a parte il meridiano plagiato nel 2000 a Giovanni Aquilecchia e le decine di introduzioni. Non a caso, il suo “Teatro della vita” è una delle peggiori biografie bruniane mai scritte, zeppa di imprecisioni in quanto, pur validissimo nella interpretazione di alcune tematiche bruniane, il suo contributo personale di ricerca è stato pressoché nullo. La biografia è infatti impiantata su quanto riportato da altri, o fornito dalle sue assistenti, non sempre profonde conoscitrici delle vicende biografiche.

Quello di Maifreda è l’esempio perfetto di questo modo di interpretare la storiografia bruniana. Un’ipotesi per certi versi anche interessante, come io stesso ho riconosciuto, è stata incorporata in una rielaborazione di fantasia del processo a Bruno, composta assemblando informazioni estratte dai principali studi sull’argomento (compreso, naturalmente, il mio). Tutta questa vicenda non è altro che lo specchio del desolante panorama culturale italiano e del malcostume mafioso che imperversa nelle università.

Conclusioni.

Una degenerazione che vado denunciando da anni con dovizia di particolari (chi vuole può andare a leggersi le mie “mordacchie” precedenti), ma questi sono senza vergogna: “Che ci frega, siamo accademici noi, che vuole questo?!” Fortunatamente la fama e il rispetto che mi sono guadagnato con i miei studi su Giordano Bruno non sono dovuti a squallide manovre del genere, bensì al consenso ottenuto dal pubblico degli appassionati e degli studiosi grazie alle mie pubblicazioni e alla mia attività divulgativa.

Guido del Giudice

“Editori e filologi, il caso Giordano Bruno è ancora aperto”

“La rivista «Belfagor» pubblica un intervento del direttore de Les Belles Lettres.

Che rilancia le accuse di Aquilecchia contro il Meridiano”

Alain-Philippe-Segonds
Alain-Philippe-Segonds

«Non è una guerra tra editori»: lo afferma Alain Segonds, direttore generale della casa editrice parigina Les Belles Lettres, sull’ultimo numero di Belfagor. D’accordo, non sarà stata solo una guerra tra editori, però un pochino lo è stata, non è vero? Questo non significa che non si tratti di una «guerra giusta». Sto parlando della querelle divampata alcuni mesi fa, dopo la pubblicazione dei Dialoghi filosofici italiani di Giordano Bruno nella collana mondadoriana «I Meridiani», a cura di Michele Ciliberto. Il Corriere se n’è occupato a più riprese.

Giovanni Aquilecchia.

Però le ostilità non accennano a placarsi. Dopo l’articolo di Segonds, altri interventi sono annunciati: uno di Giovanni Aquilecchia sul Giornale storico della letteratura italiana e uno di Michele Ciliberto sulla Rivista di storia della filosofia. Oggetto del contendere: le modalità con cui è stata utilizzata, nel Meridiano, l’edizione critica dei Dialoghi messa a punto da Aquilecchia per Les Belles Lettres, che hanno in corso la pubblicazione delle Oeuvres complètes di Giordano Bruno. Nel volume mondadoriano, quell’edizione è indicata come «testo di riferimento»: locuzione abbastanza vaga e pudica; e seguita da quest’aggiunta: «Tutti i testi sono stati riscontrati in modo sistematico con le prime stampe, ed emendati da refusi e imperfezioni che, in alcuni casi, ne compromettevano il senso».

La “Nota sui testi”.

Insomma, la «Nota sui testi», che Segonds definisce offensiva, suggerisce che il testo de Les Belles Lettres è stato solo una «base di partenza per approdare poi a un testo privo di refusi e imperfezioni, e quindi migliore di quello di Aquilecchia». Operazione legittima, anche se fastidiosa per un editore come Les Belles Lettres, che in questi anni sulle Oeuvres complètes di Bruno ha puntato molto; se non fosse che la nozione fumosa di «testo di riferimento» è servita a Ciliberto per aggirare quella che è la prassi sana e normale: riprodurre un testo critico, indicando tutti i punti in cui lo si corregge e spiegando perché. Questo nel volume mondadoriano non c’è e Segonds ha ragione di sottolinearlo.

Quanto ad Aquilecchia, dichiara di avere confrontato i due testi. Ha trovato «130 interventi erronei o inopportuni, a fronte di una trentina di correzioni di banali refusi». Dichiarazione che lascia perplessi: giacché 130 interventi peggiorativi sono tantissimi, ma anche 30 refusi in un’edizione critica non sono comunque pochi.

Scontro tra filologi.

Insomma, da un lato c’è uno scontro tra filologi – uomini spesso implacabili perché si attengono, per mestiere e vocazione, alla lettera (l’ostinazione con cui Segonds e gli altri del partito Aquilecchia-Les Belles Lettres scrivono, senza mai dimenticare le virgolette, che il Meridiano è «a cura» di Ciliberto, fa pensare a: il corsivo è mio di Lenin); e dall’altro c’è lo scontro tra un editore accademico, o vicino all’Accademia, come Les Belles Lettres e un grande editore popolare come Mondadori. Si tratta di realtà che hanno obiettivi, logiche e soprattutto tempi diversi.

Il Meridiano.

Fra i molti faux pas di questa guerra spietata vorrei citare una dichiarazione di Ciliberto: «Queste polemiche le posso capire solo se tengo presente che il Meridiano ha già tirato due edizioni e venduto cinquemila copie, tagliando le gambe a Les Belles Lettres». Questo entusiasmo da novizio può non piacere, in un accademico. E tuttavia, scegliere un partito è difficile. Facendo il bilancio dei pro e dei contro, non bisogna dimenticare che l’editoria di massa ci offre, a prezzi accessibili, molte edizioni di classici, perfettamente soddisfacenti per noi specialisti in niente, e spesso utili anche agli specialisti.

a cura di GIOVANNI MARIOTTI

“Giordano Bruno e il giallo dell’ edizione critica”

L’ edizione critica.

In un mondo dove tutto, anche la scuola, è divenuto mercato, non c’è da stupirsi che studiosi e professori universitari non avvertano l’elementare regola morale di riconoscere che ciò che è di un altro non è proprio.

Alludo al caso del testo critico delle opere di Giordano Bruno stabilito da Giovanni Aquilecchia per le benemerite Belles Lettres. Successivamente è stato riproposto da Michele Ciliberto nella sua recentissima edizione nei «Meridiani» di Mondadori. Non si è avuta una una chiara e rispettosa ammissione di ciò, appunto, che ad altri era dovuto.

La querelle.

Dai giornali la querelle è ora passata sulle riviste specializzate e nell’ultimo numero di Belfagor (31 luglio 2000) è sceso in campo lo stesso Alain Segonds, noto studioso oltre che direttore generale de Les Belles Lettres (Aquilecchia interverrà quindi sul Giornale storico della letteratura italiana e Ciliberto sulla Rivista di storia della filosofia). Ma non di questo intendo qui parlare.

Giovanni Mariotti.

Giordano Bruno Ugo DottiDopo lo scritto di Segonds, Giovanni Mariotti, sul Corriere della sera, ha cercato di bilanciare i pro e i contra dei due contendenti e ha tentato, salomonicamente, di emettere una sentenza equilibrata: da un lato avresti un editore «accademico» (Les Belles Lettres) che fa della qualità il proprio fiore all’occhiello; dall’altro, com’egli si esprime, “un grande editore popolare quale la Mondadori» che ha obiettivi e logiche diverse, vale a dire, se ben intendo, vendere e incassare.

Tant’è che, come ha affermato Ciliberto, il suo Giordano Bruno avrebbe «tagliato le gambe» all’avversario avendo già tirato due edizioni e venduto cinquemila copie.
Questo registro del dare e dell’avere connesso col furto (giuridicamente legittimo) dell’edizione critica di un’opera così difficile e problematica come quella di Giordano Bruno, lascia davvero sconcertati.

Esso infatti solleva, come dicevamo all’inizio e come ha icasticamente precisato Alain Segonds nel suo intervento su Belfagor, una sola questione; e tale questione è essenzialmente di natura morale. Chi ha speso gran parte della propria attività di studioso per restaurare un testo significativo della cultura del passato o anche soltanto chi abbia letto, in proposito, Petrarca o Poggio Bracciolini, Lorenzo Valla o Poliziano, conosce bene il piacere disinteressato che proviene da questo esercizio, insieme, di filologia e di disciplina morale. Ma lasciamo pure perdere siffatte considerazioni.

Non possiamo però trascurare almeno due circostanze. Che di siffatti studiosi si va sempre più perdendo la razza. Ed in secondo luogo, che di editori disposti a favorire il merito e la qualità se ne trovano sempre meno.

Ora, a quanto pare, Les Belles Lettres debbono pure subire lo sbeffeggio delle cinquemila copie vendute dall’editore «popolare» italiano. Tra la vanagloria e la gloria – sentenziava Agostino – c’è questa differenza: la prima poggia sull’effimero giudizio degli uomini; la seconda sul profondo consenso della coscienza.

UGO DOTTI

“Elogio della filologia, contro i pedanti e gli incompetenti”

“Da Giordano Bruno agli articoli di giornale: non è vero che risalire alle fonti sia uno svago per iniziati”

Un titolo del Corriere del 13 agosto («Leggete Giordano Bruno. E lasciate perdere la filologia») mi induce a riflettere su un luogo comune. La «filologia» come pedanteria, come lussuoso svago per iniziati (è l’analogo dell’altro pregiudizio, secondo cui la «filosofia» sarebbe a sua volta la palestra per le superflue astruserie di alcuni «diversi»).

Ma torniamo alla filologia. Caricata di significati in fondo negativi ed iniziatici, questa parola suscita impressioni sgradevoli nel cosiddetto «senso comune». E tale maniera di parlarne non solo la rende odiosa e sconosciuta insieme, ma costituisce l’alibi per la gioviale difesa della cialtroneria. Vorrei dedicare perciò qualche riga all’elogio della «filologia».

Strumento senza il quale neanche la lettura del giornale quotidiano diviene operazione consapevole. Comprendere, ad esempio, secondo quale criterio un articolo che comincia in prima si spezza e séguita in pagine interne (e non certo in una pagina qualunque, scelta a caso). Comprendere perché i titoli non corrispondono necessariamente al contenuto degli articoli in cima ai quali figurano. Perché talvolta li «smorzino» e talaltra li esaltino, distinguere quando la notizia viene data da un vero cronista «militante» (che va sul posto) e quando invece è rielaborazione di agenzie comodamente apparse sui monitor (e dunque già «fabbricate»): tutto questo non è operazione filologica? Lo è, ed è anche chiave indispensabile per la più pratica, la meno separata, la meno esclusiva delle azioni quotidiane: la lettura del giornale.

Girolamo Vitelli
Girolamo Vitelli – Filologo.

Scrisse una volta Girolamo Vitelli che si dà «filologia» anche da parte del matematico di fronte ai suoi simboli, o del chimico di fronte alle sue formule. Ed è spesso inosservata, proprio perché sotto gli occhi di tutti, la filologia in forza della quale un’orchestra lavora ed esegue il suo compito in rigorosa sintonia e sotto puntuale direzione.

Il senso comune, pur con le sue brutture, ha una grande forza: quella di imprimere concetti e pseudo-concetti nella mente di masse enormi di persone e per un tempo lunghissimo.

Adottiamo allora il linguaggio che può far breccia nel senso comune e diciamo che l’anti-filologia è sinonimo di incompetenza.

LUCIANO CANFORA

“Leggete Giordano Bruno. E lasciate perdere la filologia”

“Il curatore del Meridiano e la direttrice della collana replicano all’editore francese del testo critico: l’obiettivo del volume era quello di far conoscere ai lettori comuni il pensiero di un filosofo poco noto”.

Ho letto con interesse l’intervento che ha fatto Giovanni Mariotti (Corriere 8 agosto) ponendo giustamente, a proposito del Meridiano di Giordano Bruno, il problema del rapporto tra «editoria di massa» ed «editoria accademica».

Non è detto che l’«editoria di massa» sia sempre di livello più basso e che l’«editoria accademica» sia sempre di livello più alto.

La differenza tra una «edizione di massa» e una «edizione accademica»

non riguarda la qualità scientifica del lavoro, ma i differenti «strumenti» che si decide di usare. Ciò che infatti è indispensabile in un’«editoria accademica», non è necessario in un’«editoria di massa», e viceversa.

È una distinzione assai utile per capire caratteri e finalità del Meridiano dedicato a Bruno. Nel nostro caso ci è parso necessario corredare il volume di un commento di cinquecento pagine, di una ricca cronologia della vita e delle opere; una nota bibliografica; di un indice-lessico di quasi cento pagine; un’amplissima introduzione che fa il punto attuale sugli studi su Bruno, presentando un’immagine complessiva della sua filosofia.

Sulla base di un lavoro più che trentennale,

abbiamo, cioè ritenuto indispensabile corredare il volume di tutti gli strumenti scientifici necessari per consentire la più larga diffusione nel nostro Paese del pensiero di Bruno, in occasione di un evento eccezionale come il quarto centenario della sua morte sul rogo, in Campo dei Fiori.

Proprio per questo non ci è, invece, parso opportuno pubblicare, in questa sede, una tavola degli interventi che abbiamo fatto (specialmente sul testo dei Furori). E ciò anche per un altro motivo: per gli obiettivi che ci siamo volutamente dati, noi non abbiamo avuto l’ambizione di presentare una nuova edizione dei dialoghi di Bruno, come ha inteso fare, per esempio, Santagata per Petrarca il quale ha perciò pubblicato una «tavola delle modifiche» da lui apportate al testo di Contini.

Michele_CilibertoPer quanto riguarda il testo di Bruno, non abbiamo dunque inteso «assorbire» o «oscurare» alcunché: al contrario, fin dal primo momento, nella mia responsabilità di curatore, mi sono preoccupato di segnalare all’editore l’opportunità di utilizzare il testo critico di Aquilecchia che, nella nota sui testi, ho citato esplicitamente come «testo di riferimento», termine normalmente usato (anche nel Meridiano petrarchesco, ed è per questo, ovviamente, che su il manifesto l’avevo citato), senza suscitare, fino ad ora, critiche di alcun genere.

Ciò, naturalmente, non mi ha impedito di fare, nel caso specifico dei Furori, quegli interventi necessari, per vari ordini di motivi. Mi sia consentito però chiudere con un’osservazione di ordine generale. Dopo mesi di insulti e di insolenze di ogni genere, l’unico addebito che mi si continua ad imputare è l’assenza della «lista delle modifiche».

Se si fosse discusso del merito del Meridiano – del contributo filosofico che esso fornisce alla conoscenza di Bruno e alla messa a fuoco di cosa oggi significhi leggere i suoi testi – forse avremmo tutti impiegato assai meglio il nostro tempo …

MICHELE CILIBERTO

“Ma l’ editoria di massa non può ignorare la filologia”

“Interviene l’editore francese del testo critico di Giordano Bruno. Per difendere un metodo”

L’intervento di Giovanni Mariotti sul Corriere di martedì – in cui si riprende con garbo qualche tema della mia lettera a Belfagor sul discusso Meridiano Giordano Bruno «a cura» di Michele Ciliberto – mi suggerisce alcune riflessioni.

Dal suo resoconto,

si evince con chiarezza che noi non contestiamo a Ciliberto il fatto di aver utilizzato l’edizione critica stabilita da Giovanni Aquilecchia per la collana delle Oeuvres complètes – pubblicata da Les Belles Lettres sotto la direzione di Yves Hersant e Nuccio Ordine –, ma le modalità scientificamente ambigue con cui ciò è avvenuto. Nella nota al testo, Ciliberto dice di essere intervenuto sull’edizione di «riferimento» (quella di Aquilecchia), senza però offrire la lista delle presunte correzioni.

A questa mia obiezione,

che si fonda sulle regole elementari della filologia, Ciliberto ha risposto, sul manifesto del 15 luglio, di non aver fornito la «lista degli interventi perché quella del Meridiano è un’edizione divulgativa, destinata a un largo pubblico».

E per rafforzare la sua difesa, ammetteva di aver adottato lo «stesso procedimento […] che ha seguito Marco Santagata nel suo Meridiano petrarchesco nel riferirsi al testo di Contini».

Su queste basi, la polemica potrebbe essere ricondotta all’opposizione, che anche Mariotti mette in rilievo, tra edizioni erudite ed editoria popolare. Purtroppo le cose non stanno così. Mariotti ha ragione a sottolineare la specificità dei due livelli editoriali.

Alain-Philippe-SegondsMa nel caso dei dialoghi bruniani, Ciliberto ha usato questo argomento solo come un alibi per giustificare l’«assorbimento» dei testi di Aquilecchia nel «suo» Meridiano. La prova conclusiva è data proprio dal Meridiano petrarchesco citato da Ciliberto. Qui Santagata, oltre a segnalare con chiarezza l’utilizzazione del testo critico di Contini, fornisce una lista dettagliata delle sue modifiche.

Due Meridiani, due stili di intervento opposti. Quello di Santagata, nel pieno rispetto del lavoro di Contini. Quello di Ciliberto, senza riguardo per il cinquantennale lavoro di Aquilecchia.

Qui non è in gioco l’opposizione tra editoria accademica ed editoria popolare (i Meridiani ospitano anche testi di rigore ineccepibile curati da Segre o da Branca). Anche l’«editoria di massa» (ammesso che i Meridiani possano farne parte) prevede il rispetto della filologia (non ci si improvvisa editori di testi) e della deontologia (non si usano formule ambigue che non riconoscono chiaramente il lavoro altrui).

Ecco perché, per distinguere l’incauto «novizio» dal filologo, si è talvolta costretti ad indicare i curatori, con e senza virgolette.

ALAIN SEGONDS

Il parere di Jean Rocchi

Il me semble que si Giordano Bruno

pouvait lire ces pages il aurait un petit sourire de mépris. Comment ces docteurs ne craignent-ils pas d’être assimilés à ces personnages dont le Nolain disait que Saturne leur a pissé l’intelligence sur la tête et les neuf compagnes de Pallas leur ont vidé dans les méninges, entre pie-mère et dure mère, une corne d’abondance verbale et qu’il est donc bien naturel qu’ils se promènent avec tant de majexté, le buste droit, la nuque raise, en examinant les alentours avec une arrogante modestie. Trop de spécialistes se figurent que l’oeuvre du Philosophe est une chasse gardée. Ils défendent la pureté originelle de ses écrits, comme d’autres les saintes Ecritures et veillent au respect de la grammaire en négligeant bien trop le sens.

Jean Rocchi
Jean Rocchi

Giovanni Bovio a bien raison: Bruno n’appartient pas aux philosophes de profession, à ceux qui ne philosophent que pour gagner leur pain ou pour leur place historique dans le grand corps du doctorat. Quand on publie Bruno, quand on écrit sur lui, la décence et le respect exigent me semble-t-il qu’on s’incline et qu’on s’efface. Toute allusion à des droits légaux frise l’indécence. On ne fait pas carrière avec Bruno. Ces gens devraient se réjouir pour Burno qu’on s’inspire de leurs travaux tant que leurs commentaires sur le fond  ne sont pas trahis. Il devraient méditer ces mots du Nolain: Quand on a osé faire de la science trafic et industrie, la sagesse et la justice ont quitté la terre.

Et s’ils ont des problèmes relationnels qu’ils renfournent leurs rapières, se téléphonent, essaient de communiquer, à la rigeur s’affrontent à bras le corps en privé et non sur la place publique!
Jean Rocchi