Il Monte Taigeto e la Rupe Tarpea: “Germano Maifreda”

Germano Maifreda, professore di Storia economica all’ Università di Milano, ha avuto l’idea di investigare sulle stranezze in cui ci si imbatte nella denuncia, processo e condanna del Bruno, individuandone la maggiore nella figura del frate cappuccino Celestino da Verona, al secolo Giovanni Antonio Arrigoni. Un alone oscuro sembra circondare questo personaggio che attraversò come un meteorite in rotta di collisione il periodo di detenzione del Bruno, sia nelle carceri venete che in quelle vaticane, diventandone accusatore implacabile. Una vicenda complicata, la definisce il Maifreda che si tuffa nelle ricerche a lui congeniali partendo da alcuni dati economici incongruenti come lo strano trattamento di privilegio di cui avrebbe usufruito il delatore alla vigilia della sua messa al rogo (nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1599), nel caso alcuni pasti speciali e un nuovo abbigliamento, nonché strani tira e molla verificatisi con le autorità ecclesiastiche. Altra stranezza, per lui, l’apparente rassegnazione del Bruno, nell’ ultimo periodo, come se rinunciasse alla sua battaglia permanente e cercasse volontariamente la fine. In realtà, nulla poteva fare il Nolano per evitare la condanna a morte una volta insediato il Papa Clemente VIII (non certo una mammola) che mirava a fare del filosofo un burattino in balia del disprezzo popolare nel teatrino allestito per il Giubileo. Comprensibile, quindi, la decisione del Bruno di andare sino in fondo ad un percorso esistenziale che, come molti grandi spiriti, aveva intravisto nelle linee eroiche già da tanti anni e anticipato con le sue premonizioni. Il libro ha ottenuto l’avallo prestigioso della Scuola Normale Superiore di Pisa e, quanto più un’opera arriva dall’ alto, tanto più deve essere senza pecca; ci saremmo pertanto aspettati almeno un indice dei nomi. Nonostante siano veramente pochi coloro che si occupano a buon livello del più grande filosofo italiano, esprimiamo alcune considerazioni su un’opera promettente. Intanto, come ha rilevato Massimo Firpo, “Non è possibile seguire in dettaglio l’intricato labirinto in cui Maifreda accompagna il lettore”; il professore, indubbiamente, si è trovato di fronte a una matassa ingarbugliata e, per cercare di sbrogliarla, tratta di tipologie e modalità processuali, di aspetti formali e legali sui quali esprime giudizi altalenanti tra riconoscimenti di onestà procedurale e sospetti di orientamenti non imparziali; sino a sfociare nell’ ipotesi di una farsa teatrale allestita per l’esecuzione presunta del Celestino a scapito di qualche poveraccio sconosciuto. Allo stesso modo, ci presenta anche il contrasto tra alti esponenti della Chiesa come Bellarmino e Santori (avremmo aggiunto anche Beccarla e Bonelli), non proprio l’Esercito della Salvezza, allora come oggi. A nostro avviso, quelle lotte di potere e i servilismi conseguenti basterebbero a giustificare gran parte delle incongruenze rilevate e considerate strane: ad esempio la volontà dei giudici di perseguire l’imputato con rapida efficacia (p.20) nella parte veneta, contrapposta alla lunghezza anomala della detenzione romana, alle scarse (alla fine nulle) attenzioni dibattimentali riservate al filosofo, all’ odio portatogli da alcuni prelati, vedasi l’avversione del Generale dei Domenicani Ippolito Maria Beccaria, furioso battitore di conventi, il cui ruolo nella vicenda è stato evidenziato per primo da Guido del Giudice, nel suo brillante “Io dirò la verità”. Qui avremmo avuto piacere che il Maifreda avesse rilevato, tra i tanti personaggi presi in considerazione nel libro, la inquietante presenza a Venezia del Beccaria dal 5 maggio al 1 luglio 1592, mentre il Bruno veniva arrestato il 22 maggio: solo una strana coincidenza?. Senza andare troppo lontano, non è stato messo in rilievo che Zuane Mocenigo non era un patrizio qualunque ma un esponente di una delle più antiche, potenti, e influenti famiglie venete che aveva contato, nei vari rami, decine di personalità, dogi, combattenti, provveditori e vescovi: Marcantonio Mocenigo inaugurò, nel 1587, il Seminario vescovile di Ceneda (ora sobborgo di Vittorio Veneto). La grande famiglia, dal 1474 al 1575, aveva anche battuto moneta, la Lira Mocenigo. Si spiegano allora altre stranezze apparenti, tra le quali l’atteggiamento del Zuane Mocenigo con le sue lettere di denuncia: il Bruno era andato a cacciarsi nel posto più pericoloso esistente!. Tornando al libro, non vi abbiamo trovato una documentazione convincente sui trattamenti di riguardo al Celestino, né su altri aspetti di interesse; vi sono invece asserzioni non comprovate su presunte riunioni tra il Bruno e nuovi arrivi nelle carceri, quali Stigliola e Campanella; forse preso da entusiasmo il Maifreda afferma: Lo stesso Nolano, negli anni della detenzione romana, tenne appassionate lezioni sull’infinità dell’universo a Antonio Stigliola e Tommaso Campanella (p.182). Il Maifreda si avvale qui, come in molti altri punti, quale fonte primaria di Saverio Ricci (Giordano Bruno nell’ Europa del cinquecento, Salerno, 2000) che però non mi sembra autorizzi tale interpretazione. Il grande egittologo Silvio Curto diceva: Quando vi do una notizia importante chiedetemene la prova. E’ comunque improbabile che allora, in quelle carceri, si potessero tenere riunioni di eretici quasi che il Vaticano fornisse cornetti e cappuccini anziché tratti di corda. Non risultano neanche le simpatie del Bruno verso Enrico di Navarra, di cui parla l’autore a più riprese come manifeste: si trovano nelle chiacchiere intercorse tra il Bruno e il Mocenigo e da quest’ultimo riportate nella terza denuncia, ma il filosofo stesso dice di non aver mai conosciuto il Navarra (V costituto 3/6/1592). Alla fine ci è rimasta l’impressione come di un sasso gettato in uno stagno: i cerchi si allontanano sull’ acqua e dalla calma piatta subentrante sulla superficie emergono solo alcuni riflessi.
Gianmario Ricchezza