“Il processo di Giordano Bruno”

IL PROCESSO DI GIORDANO BRUNO (di Claudio Boccaccini)

Vedere il Processo di Giordano Bruno al teatro SalaUno di Roma è un’esperienza che rimane. Sarà per la scena che si presta in senso “naturale” a creare volte e mura che richiamano palazzi del Cinquecento o anche le galere romane in cui Bruno fu rinchiuso.

Proprio dietro la Scala Santa, come scavato dentro di essa, il teatro assurge a simbolo di laicità contro il dominio della basilica, quasi nascosto dal suo occhio.

Un simbolo magari, teso a rappresentare la storia che ha da sempre attratto tutti gli animi liberi. Oppure sarà per l’argomento stesso, scritto mirabilmente da Mario Moretti negli anni Settanta, in maniera attuale oggi come ieri.

Ennio Coltorti

O, soprattutto, sarà per la notevole interpretazione di Ennio Coltorti che dà un’immagine di Bruno molto vicina allo spettatore in cui traspare l’intento di rendere il Filosofo anche accanto a noi, con tutti i suoi drammi interiori. Quelle sofferenze dell’animo che sicuramente lo fecero penare più duramente che non le fiamme del rogo.

Al di là della storia, il Processo rende giustizia di un Bruno astratto, visto dai romani a Campo de Fiori così immobile, o agli studiosi che si sono fatti un’immagine di lui a seconda del suo pensiero.

Notiamo quindi, come quegli argomenti scandalosi all’epoca lo erano veramente per coloro che lo giudicarono mentre a noi viene dispiegato il segreto, l’uso della ragione.

Il mondo infinito, un Dio infinito, l’uso del pensiero contro l’ignoranza. Sono alcuni degli argomenti che escono da questo testo mirabile che convince sempre più a portare avanti il discorso della libertà di pensiero fino alla morte.

Il ritorno di un capolavoro

È di nuovo in scena lo storico testo di Moretti su Giordano Bruno che, sull’onda di una riscoperta del pensiero bruniano, nelle passate edizioni ha trascinato ed entusiasmato tantissimi giovani, oltre a reclutare vecchi e nuovi spettatori.

Lo spettacolo, giunto alla sua quarta edizione, con la rigorosa e incisiva regia di Claudio Boccaccini e un ottimo cast di attori, conserva, a trent’anni dalla sua prima romana, tutta la sua valenza di espressione civile, offrendo scorci illuminanti sulla vita e il pensiero del filosofo nolano, che nel Cinquecento pagò con il carcere e con il rogo il suo catechismo di libertà e progresso.

Sono passati quattrocento anni dal rogo di Campo de’ Fiori e l’esempio di Giordano Bruno, in questi giorni in cui si avvertono i pericoli di un ristagno della cultura e di un imbarbarimento della coscienza, è quanto mai attuale e risuona come un monito per un avvenire di civiltà.

Mario Moretti

Il testo di questo spettacolo, dopo anni e anni di ricerche è ormai da considerare un classico del nostro tempo. Un testo in cui l’elevatezza del linguaggio non fuorvia mai lo spettatore.

Anzi lo accompagna fin nelle più profonde pieghe del racconto, tanto che anche gli atti processuali o le fredde cronache dei fatti riescono spesso ad ammantarsi di poesia.

Non è un caso che, dovendo immaginare la messinscena, ho cercato di costruire intorno a queste parole straordinarie un contenitore che fosse solo allusivo, in cui i pochi elementi concreti (una pedana inclinata e pochi altri oggetti di scena) si fondessero invece con un utilizzo intenso di luci e musiche al fine di creare suggestioni visive in linea con quelle delle parole.

Uno spettacolo necessario

Dovendo fare una considerazione alla vigilia di questa terza ripresa del “Processo di Giordano Bruno” non posso fare a meno di ricordare quella che, in tutte le repliche precedenti, è stata la definizione che più frequentemente mi sono sentito dare su di esso dal pubblico: «Uno spettacolo necessario».

Ora, senza avventurarci in discorsi su quella che dovrebbe essere oggi la funzione primaria del teatro, c’è da dire che definire uno spettacolo “necessario” significa quantomeno riconoscergli una potenzialità di sintesi tra l’aspetto emozionale e quello divulgativo, tra la spettacolarità e la denuncia. Insomma, una specie di suggestione della coscienza in cui, attraverso una storia emozionante e avvincente.

Al naturale divertimento dello spettatore si aggiunga anche una forma di civile indignazione per quelle fiamme che, evidentemente, anche a distanza di secoli e secoli, continuano a bruciare ancora.

di Mario Moretti, Claudio Boccaccini ha messo in scena nelle passate stagioni i musical “America” e “Ernesto Che Guevara”

Processo di Giordano Bruno

di Mario Moretti
ufficio stampa: Eleonora Di Fortunato

Così si è espressa la critica nelle stagioni 1969-70 e 1970-71

«Materia sollecitante ed attuale soprattutto per le analogie tra la dottrina di Bruno e quella dei movimenti religiosi di oggi. Il rogo di Giordano Bruno illumina attualissimi dissensi»
(Gianfranco Raimondi, L’Unità)

«Il dibattito si arroventa sino all’invettiva contro preti e frati, che ieri sera ha entusiasmato fino all’urlo una spettatrice della galleria»
(Carlo M. Rietmann, Il Secolo)

«A mio avviso e, direi, a quello del pubblico foltissimo, attento, lungamente plaudente, Il processo di Giordano Bruno di Mario Moretti è uno spettacolo fra i migliori e più interessanti delle ultime stagioni di prosa»
(Paolo Emilio Poesio, La Nazione)

«Un ottimo spettacolo, che il pubblico non deve perdere. Laici, svegliatevi!»
(T.C., Il Lavoro)

«Lo spettacolo esiste nella regia dell’ottimo Josè Quaglio, che sfrutta al massimo la misura spettacolare propria di ogni processo per merito degli attori, tutti davvero bravi, e dell’autore che ha evitato ogni possibile retorica»
(Franco Cordelli, Paese Sera)

«Spettacolo felice, vicenda esemplare»
(Corrado Augias, L’Espresso)

«Il discorso di Moretti, riuscito sotto la doppia specie poetica e drammatica, va ben oltre la figura di Bruno e dei suoi accusatori, diventa il discorso di sempre»
(Achille Mango, Mondo Nuovo)

«Un ottimo spettacolo, da consigliare a tutti, questo Processo a Giordano Bruno, al Teatro Tordinona, testo di Mario Moretti»
(Vincenzo Talarico, Momento Sera)

Così la critica nelle stagioni 1999-2000 e 2000-2001

«Le fasi culminanti della vicenda di Giordano Bruno sono esemplarmente sintetizzate da Moretti. In cento minuti filati ci viene detto l’essenziale»
(Aggeo Savioli, L’Unità)

«E’ un testo bellissimo, uno spettacolo veramente splendido»
(Rai International, Taccuino italiano)

«Lo schema drammaturgico è lineare, netto, e così conserva forza intrinseca, catturando sempre l’attenzione dello spettatore»
(Toni Colotta, ETI Informa)

«Straordinario allestimento quello che Mario Moretti realizza, con la meravigliosa interpretazione di Ennio Coltorti, in una delle sue prove migliori». Una messa in scena che il regista Claudio Boccaccini rende estremamente lucida. Uno spettacolo che consigliamo a tutti»
(Gianluca Verlezza, Il Giornale d’Italia)

«Sono passati oltre trent’anni, ma quasi non si sentono: il testo è ancora giovane e Boccaccini ne fa un prodotto asciutto e attuale. Una scelta registica vincente. Ottimo Ennio Coltorti»
(Aurora Acciari, Il Giornale di Ostia)

«L’ottimo spettacolo Processo di Giordano Bruno di Mario Moretti. Da non perdere. Scritto in maniera esemplare. Tutta la compagnia è bravissima»
(Rossella Fabiani, La Stampa)


QUATTRO SECOLI DOPO IL PROCESSO DI BRUNO (di Anna Maria Sorbo)

moretti; processoRappresentato al Teatro dell’Orologio di Roma lo scorso inverno, a precorrere il calendario di appuntamenti in programma per l’anno duemila, riproposto in luglio in Campo de’Fiori, proprio a ridosso del monimento che gli eresse, nel giugno del 1889, “il secolo da lui divinato, qui dove il rogo arse”.

Poi a Milano al Teatro di via Senato, una sala all’aperto afferente alla fondazione presieduta da Marcello Dell’Utri (si, lui), e ora in programma per questa stagione nel marzo del 2001, il Processo di giordano Bruno di Mario Moretti – nell’attuale messinscena di Claudio Boccancini, con Ennio Coltori e Aldo Massasso rispettivamente nei ruoli del protagonista, “academico di nulla Academia detto il fastidito” Giordano Bruno, e del suo antagonista Cardinale Bellarmino – si presenta alla sua terza edizione.

Questo testo composto fra il 1968 e il 1969 dopo cinque anni di studi e ricerche aveva infatti avuto il suo debutto nel dicembre 1969 al Teatro di Tordinova.

E in questa versione originaria diretta da Josè Quaglio, con Lino Troisi nei panni di Bruno, aveva girato per un paio di stagioni i palcoscenici italiani, prima di essere nuovamente allestito a distanza di vent’anni.

Con Quaglio nella doppia veste di regista e interprete (del Cardinal Bellarmino, che allora era stato Antonio Pierfederici) e lo stesso Troisi. In realtà c’era stata in mezzo un’ulteriore edizione, cinematografica, ispirata al lavoro teatrale del 1969.

Nei fatti la Pellicola con l’indimenticato Gian maria Volontè, fu firmata nel ’73 da Giuliano Montaldo per la regia e da Lucio De Caro e Piergiovanni Anchis con lo stesso Montaldo per il soggetto e sceneggiatura, per la quale era stato contattato proprio Mario Moretti. “Carlo Ponti, che doveva produrre la pellicola, era venuto a vedere il mio Processo di Giordano Bruno a teatro insieme a Montaldo dice Moretti. Poi ne avevamo discusso e avevo iniziato a lavorare, con un regolare contratto come sceneggiatore.

Ricordo che una delle indicazioni che mi furono date era quella di parlare poco o nient’affatto del “filosofo” al fine di avere un prodotto comprensibile a tutti. Poi a metà strada ho litigato con Montaldo e mi sono ritirato dal lavoro (per inciso, perdendo anche la vertenza giudiziaria al riguardo)“.

Motivo scatenante, a quanto pare, l’innesto nella narrazione, al momento in cui Bruno viene imprigionato a Venezia. Dunque nel 1592, di quella nota battaglia di Lepanto che in realtà era avvenuta un paio di decenni prima, precisamente nel 1571.

Con o senza la trasposizione cinematografica, i vari allestimenti del processo testimoniano “diversi livelli di “gradimento” dello spettacolo. Il primo dei quali – commenta l’autore – in un certo senso perfino esagerato rispetto alla drammaticità del testo.

Indubbiamente infatti Giordano Bruno è un personaggio di per se’ drammatico, e non perchè sia finito sul rogo quanto piuttosto per l’animosità che ebbe in vita rispetto ai potenti e sapienti d’ogni sorta.

La Chiesa o gli intellettuali che fossero, per l’avversione mostrata verso qualsivoglia fede religiosa, non importa se cattolica, calvinista o luterana. Il suo destino, come lui stesso riconobbe, era quello d’essere “nemico d’ogni uomo e d’ogni legge”.

E Bruno comincia subito. Fin dagli anni del convento si mette a contestare i libri che narrano le biografie di santi e madonne. Suggerisce a frati e amici di leggere al loro posto le vite dei papi, estremamente interessanti e istruttive anche nel loro aspetto più orrido e sanguinario”.

Su questa linea, il rogo è solo il punto culminante di una esistenza che sempre si era espressa su binari travagliati e turbolenti.

Come al pari per esempio di Tommaso Campanella – di quella galleria di personaggi eccentrici che tanto piacciono a Mario Moretti, grandi utopisti, uomini in lotta contro la società e contro tutti, “santi alla rovescia” come li chiama lui (perchè nel riformista, spiega, c’è sempre qualche cosa di santo come nel santo c’è viceversa sempre qualcosa di riformista).

Anzi calcando troppo l’accento sul rogo del 17 febbraio del 1600, come si è fatto in questo quattrocentenario, si rischia di “lasciare in ombra il Giordano Bruno grande filosofo e pensatore, e grande anticipatore – nota Moretti-. L’idea della pluralità dei mondi, o la tendenza al sincretismo religioso, restano elementi bruniani di sorprendente modernità.

Tanto più se si considera che non essendo uno scienziato o un fisico, l’autore del Candelaio non si appoggiava a analisi condotte con strumenti ma solo ad una personale dote preconizzatrice, e così mentre altri scienziati avvaloravano – o avvaloreranno – le loro ipotesi con osservazioni e indagini dirette Bruno si muoveva a considerare aspetti di una cosmologia estranea al pensiero del tempo e rivoluzionaria contando unicamente sulle sue straordinarie intuizioni”.

Anche per questi motivi l’impatto del Processo di Giordano Bruno sullo spettatore degli anni della contestazione fu eccezionale. Racconta Moretti che Antonio Pierfederici andava dicendo di prestarsi ad una “birichinata”, e tale essendo non si sarebbe protratta per più di una settimana di repliche.

“Invece – continua l’autore – la cosa ci prese la mano, perchè il personaggio si era innestato felicemente nello spirito dell’epoca”. Il pubblico insomma mostrava di gradire uno spettacolo che parlava di filosofia e teologia ma in termini reali, dove il materiale d’archivio era imponente e la ricostruzione dei fatti puntuale ma non mancavano squarci “di fantasia” (come nel dialogo tra Bruno e il cardinale Bellarmino), confezionati secondo il principio di “cercare il plausibile quando non si potesse conseguire l’autenticità assoluta”.

E’ soprattutto questo background di verità – che Moretti consegna al suo lavoro scansando sia la tentazione di procedere alla maniera brechtiana sia le lusinghe dell’attualizzazione forzosa.

Preferirà toni distaccati da teatro-documento a quelli più mobili e partecipati di un teatro-storia che coniuga realtà dei fatti e pregnanza drammatica (provocando anche taluni episodi curiosi: alla fine di una delle rappresentazioni genovesi per esempio, si udì una scalmanata signora gridare tra il pubblico “Viva Giordano Bruno, abbasso la Chiesa!“, con un certo imbarazzo oltre la platea e il dubbio che fosse scattata una qualche protesta contro il direttore del teatro, ma si trattava in realtà di una semplice omonimia…).

Nell’arco dei due decenni che separano la prima e la seconda edizione, la fluidità del lavoro induce qualche revisione e ripensamento nell’autore medesimo. Che spiega: “nella versione originale avevo sposato, forse un po’ troppo acriticamente, la tesi del martire tanto cara all’epoca risorgimentale, che nelle mani del nolano aveva piantato il gonfalone della libertà e dell’anarchia.

Certo, questo è vero, tuttavia è – da solo – riduttivo. Le tante contraddizioni di Giordano Bruno ne fanno qualcosa di diverso da un araldo del libero pensiero tout court. Un altro approccio (specialmente negli studi di Francis Yates) guardava per esempio alla valenza magica di questi personaggi come il Bruno o Tommaso Campanella.

Ecco, la seconda versione del Processo, vent’anni dopo, ha mitigato certe ascensioni insufflate dal momento storico e fatto spazio a nuove sfumature.

Non a caso Ghigo De Chiara, recensendo lo spettacolo, si trovò a scrivere: “Adesso il testo si apprezza per la sua drammaticità al di fuori dei clamori e delle mode”.

Ora, nella convergenza per le celebrazioni, “dove si sono dette tante cose interessanti, ma anche un’enormità di sciocchezze, vedi il Giordano Bruno dipinto come uno sciupa femmine o sedotto da pratiche diaboliche”, giunge quest’ultimo allestimento. “Un’edizione di ri-scoperta, accolta con estrema curiosità.

Sono stato piacevolmente colpito nel vedere un pubblico per metà composto di giovani e studenti che venivano a teatro liberamente attratti dalla nomea di Giordano Bruno. Non irreggimentati in gruppi e “studentesche”, e che lo salutavano alla loro maniera, con gridolini da stadio o da concerto rock”.