“Bruno intoccabile? No, ma servono prove” – di Nuccio Ordine “Corriere della sera”- venerdì 02 settembre 2005

L’ intervento di Anna Foa sul Corriere della Sera di ieri distorce la mia posizione. Io non difendo Giordano Bruno a priori, «trattando come malfattori quanti non si prosternano davanti al suo altare». Se così fosse, non potrei essere uno «studioso di grande rigore» come, bontà sua, la storica generosamente mi definisce. Le cose stanno in maniera diversa. A più riprese, nel corso degli ultimi decenni, si è riproposta una pseudo-storiografia che ama occuparsi di Bruno con intenti soprattutto scandalistici e denigratori.
Il libro di John Bossy, Giordano Bruno e il mistero dell’ ambasciata (Garzanti), elogiato dalla Foa, ne è un esempio eclatante. Su quali documenti si fonda la tesi che dietro lo pseudonimo della spia Henry Fagot si nasconda Bruno? Nessuno. La grafia delle lettere dello 007 non coincide? Niente dubbi: il filosofo, per non svelare la propria identità, ha contraffatto la sua scrittura. Come avrebbe potuto Bruno redigerle in francese? È facile: nelle sue opere non mancano i francesismi. Come si spiega la lettera inviata da Parigi nel 1586, mentre Bruno è in Germania? Non è un problema: il Nolano era in Germania, ma chi può smentire che non si fosse recato in Francia solo per spedire le sue informazioni a Londra! Ma anche la stessa Foa – che, nonostante le dichiarazioni di ammirazione, non esita però a considerare Bruno megalomane o anticipatore di Cagliostro – talvolta è vittima di «distrazioni»: il filosofo non rientra in Italia dopo sette anni di peregrinazioni (pag. 41 del libro di Anna Foa, Giordano Bruno, il Mulino), ma dopo tredici; il De la causa non è dedicato alla regina Elisabetta (pag. 39), ma all’ ambasciatore Castelnau. Altro ci sarebbe da dire sulla credibilità degli accusatori nelle carceri di Venezia (pag. 51) o sull’elogio di Lutero a Wittenberg (pag. 80).
Che ben vengano, quindi, le ricerche degli storici. Ma che siano fondate sul rigore filologico e sui documenti.
E soprattutto, quando si emettono giudizi di valore, sulla lettura diretta delle opere. La storia romanzata, tanto di moda oggi, è ben altra cosa. Non a caso – quando ciclicamente si infiamma il dibattito sui rapporti tra scienza e fede, religione e società civile – una certa pubblicistica finisce per confezionare un’immagine degradata di Bruno proprio con gli elementi più scandalistici e denigratori. In questo ambito si colloca la crociata di Francesco Agnoli, personaggio degno del flaubertiano Bouvard et Pécuchet, che ancora ieri propinava le sue invettive ai lettori de Il Foglio. Purtroppo il mito non ha giovato a Bruno. Gli effetti del rogo hanno alimentato piuttosto aneddoti e leggende, elevandolo in maniera distorta a simbolo di cose opposte. Per cogliere i limiti e il valore del suo pensiero, bisognerebbe con molta umiltà leggerne le opere.
Il dibattito su Giordano Bruno, per stabilire se la sua fama sia dovuta alla morte sul rogo o alla novità del suo pensiero, è stato lanciato da Francesco Agnoli sul Foglio (18 e 25 agosto). A lui hanno replicato Nuccio Ordine e Giulio Giorello sulle pagine del Corriere (30 agosto) difendendo il Nolano e chiamando in causa anche Anna Foa, che si è «difesa» sul Corriere di ieri, mentre Agnoli ha replicato sul Foglio

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