La Giordano Bruno Society stimola le iniziative sul Nolano

Napoli dedica il “Maggio dei Monumenti” a Giordano Bruno

Dopo anni di inutili tentativi e di appelli alle autorità caduti nel vuoto, nel 2015 Guido del Giudice decise di fondare l’Associazione “The Giordano Bruno Society” per ricordare la “napoletanità” del filosofo. Il primo atto fu quello di prendere in affido l’area verde in piazza Sannazaro intitolandola “Aiuola del libero pensiero” e dedicare una targa al “Napolitano nato sotto più benigno cielo”. Nel corso degli anni, il presidente dell’ Associazione si e’ sempre impegnato a diffondere e a divulgare il pensiero filosofico del Nolano. Ora, dichiara di essere orgoglioso di aver aperto la strada ad iniziative come questa:

Napoli e Milano nel segno di Jorit, alla Bit presentato il Maggio dei Monumenti dedicato a Giordano Bruno

“Scintille d’infinito”, il nuovo libro di Guido del Giudice

Il pensiero del filosofo nolano in 200 aforismi

Scintille d'infinito, il libro di Guido del Giudice
Ci siamo. I fake che popolano il web hanno i minuti contati! Finalmente si “dirà la verità “, unica e inconfutabile, sul pensiero del filosofo nolano. Guido del Giudice, uno dei principali conoscitori della vita e del pensiero di Giordano Bruno, presenta il suo nuovo e attesissimo libro: “Scintille d’infinito”, una raccolta di 200 aforismi elaborati attingendo all’intero corpus delle opere in latino e volgare.
Proprio il diffondersi di citazioni completamente inventate, mal tradotte o estratte da opere di fantasia, ha spinto lo studioso napoletano a realizzare questa antologia con lo scopo di illuminare, in maniera concisa ma ordinata, le mille sfaccettature del carattere e dell’ingegno del Nolano. L’obiettivo è stato pienamente raggiunto. Ora, come dichiara lo stesso autore: ” Non c’è niente da aggiungere o inventare. Bisogna soltanto rimanere in silenzio ad ascoltare la sua “vera” voce che, sfidando i secoli, risuona in queste pagine, eternamente viva e attuale”.  A tutti Voi, bruniani e non,  buona lettura.

Compleanno dell’ “Aiuola del libero pensiero”

anniversario "Aiuola del libero pensiero"

Domenica 8 dicembre si è festeggiato il 5° anniversario dell’inaugurazione dell’ “Aiuola del libero pensiero”, una Campo de’ fiori in miniatura dedicata a Giordano Bruno, situata a Napoli nella centralissima Piazza Sannazaro. Numerosi “liberi pensatori” si sono riuniti per l’occasione in questo suggestivo spazio verde, un’oasi di riflessione nella città caotica che la circonda.

Si è tornati con la mente a quei lontani giorni del 1600, quando né la prigionia né il supplizio furono capaci di imbrigliare il pensiero di un uomo. Qui si è liberi di esprimersi…qui si è liberi come lo fu Giordano Bruno quando preferì “una morte coraggiosa a un’imbelle vita”.

Il presidente della “Giordano Bruno Society”, Guido del Giudice ha voluto ricordare il filosofo Nolano, donando all’aiuola una targa…e ai numerosi “bruniani”, presenti e non, un respiro di libertà.

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“Il mio vecchio amico nolano…”

Un nuovo interessante sito dedicato a John Florio

immagine di Giovanni Florio

Nei due anni trascorsi presso l’ambasciata di Francia a Londra, in casa dell’ambasciatore Michel de Castelnau, Giordano Bruno strinse una sincera amicizia con Giovanni Florio, figlio di un esule protestante fiorentino.

Marianna Iannaccone ha realizzato un bellissimo sito dedicato a questa affascinante figura di letterato, analizzando a fondo anche il suo rapporto con Bruno.

Florio acquistò fama soprattutto come traduttore e, nell’introduzione ai “Saggi” di Montaigne, ricorda come “il suo vecchio amico Nolano” decantasse nelle sue lezioni il rigoglioso impulso che le traduzioni imprimevano a tutte le Scienze: “my olde fellow Nolano tolde me and taught publikely, that from translation all Science had its of spring”.

John Florio è uno dei personaggi che, nella “Cena de le Ceneri” accompagnano il Nolano al famoso incontro-scontro con i pedanti di Oxford, nella residenza del gentiluomo Fulke Greville. Alcuni accenti descrittivi rivelano un rapporto di grande familiarità tra i due: “Noi, invitati sí da quella dolce armonia, come da amor gli sdegni, i tempi e le staggioni, accompagnammo i suoni con i canti. Messer Florio, come ricordandosi de’ suoi amori cantava il “Dove, senza me, dolce mia vita”. Il Nolano ripigliava: “Il Saracin dolente, o femenil ingegno”, e va discorrendo.”

Così Guido del Giudice rievoca il viaggio nel suo “Giordano Bruno, il profeta dell’universo infinito”:

“14 febbraio 1584, giorno delle Ceneri. Un barcone scricchiolante scivola sul Tamigi in una serata nuvolosa. A bordo, oltre a due vecchi e scorbutici barcaioli, ci sono Giordano Bruno e i suoi due amici, messer Giovanni Florio e maestro Matteo Gwynn, venuti a prenderlo per accompagnarlo alla residenza di sir Fulke Greville. Questi ha invitato il filosofo a cena, per sentirlo disputare sulle sue teorie eliocentriche ed infinitiste. Bruno è a prora e, volgendo lo sguardo verso un cielo livido, in cui si staglia una candida luna, dialoga con Florio.

BRUNO. La luna mia, per mia continua pena, mai sempre è ferma ed è mai sempre piena. Mi è sempre piaciuto in serate come questa contemplarla e immaginare di essere lassù. Magari potrei trovarvi, finalmente, un po’ di pace: fuggire l’università che mi dispiace, il volgo ch’odio, la moltitudine che non mi contenta.

FLORIO. Suvvia, sta di buon animo Giordano! Stasera ti aspetta una gran bella disputa! Anch’ io muoio dalla voglia di sentirti difendere contro i pedanti di Oxonia la teoria eliocentrica di messer Copernico, su cui hai innalzato la tua Nova filosofia.

BRUNO. Io non vedo né per gli occhi di Tolomeo, né per quelli di Copernico! Sono grato a questi grandi ingegni, come a tanti altri sapienti che già in passato si erano accorti del moto della terra. Lo affermavano i pitagorici: Niceta Siracusano, Ecfanto, Filolao. Platone ne parla nel Timeo, lo lasciava intendere cautamente il divino Niccolò Cusano. Ma è toccato a me, come Tiresia, cieco ma divinamente ispirato, penetrare il significato delle loro osservazioni, leggervi ciò che essi stessi non hanno saputo cogliere.

FLORIO. Pensavo che almeno su Copernico non avessi niente da obiettare!

BRUNO. Grandissimo astronomo! Ha l’enorme merito di aver conferito dignità e credibilità alle tesi degli antichi ma, più studioso de la matematica che de la natura, neanch’egli è riuscito a liberarsi completamente dalle vane chimere dei volgari filosofi, fino ad abbattere le muraglie delle prime, ottave, none, decime e altre sfere per affermare l’infinità dell’universo. Quell’ infinità che io, fin da ragazzo, avevo imparato a contemplare nella mia amata terra natia.

Sull’argomento leggi anche l’articolo: “Giordano Bruno e la Furiosa Commedia”

Quando la biblioteca diventa un confessionale

Giordano Bruno nella biblioteca di Saint VictorNel numero speciale della “Biblioteca di Via Senato”, pubblicato l’articolo di Guido del Giudice: “Giordano Bruno nella “libraria” di Saint Victor”.

“Era il 6 dicembre del 1585, quando nella lunghissima sala della biblioteca, disposta al piano terra, tutt’intorno al grande chiostro, fece il suo ingresso un piccolo monaco dai lineamenti meridionali…”.

Nel 1585, Giordano Bruno ritorna a Parigi dopo il soggiorno londinese, e comincia a frequentare l’abbazia di Saint Victor, famosa per la sua ” libraria “, immortalata da Rabelais. Il bibliotecario, Guillaume Cotin, trasforma lo “scriptorium” in un confessionale, dove il filosofo dà libero sfogo ai suoi ricordi e al suo impetuoso carattere.

Leggi l’articolo

La coincidenza degli opposti. Giordano Bruno tra Oriente e Occidente

“Pubblicata la seconda edizione, riveduta e corretta, del best-seller di Guido del Giudice: “La coincidenza degli opposti”.Un invito alla lettura per scoprire le assonanze del pensiero bruniano con quello orientale”.

copertina seconda edizione della coincidenza degli oppostiCosa ha a che fare Giordano Bruno con l’Oriente? Che cosa lega il concetto di materia, così come inteso dal Nolano, allo yin e yang? Seguendo il filo del divino come necessità, è nella lotta fra i contrari che Oriente e Occidente si ritrovano. Come scrive Michele Ciliberto nella sua Presentazione: “Sarebbe troppo facile dire che sullo scrittoio di Bruno non c’erano né testi buddisti né scritti di Lao Tse. Resta il fatto che queste assonanze ci sono e che esistono sintonie più profonde che riguardano anzitutto il concetto del divino e quel caposaldo teorico che è il concetto bruniano di materia. Sono sintonie e assonanze che pongono complessi problemi di ordine teorico, con i quali si sono misurati pensatori come Ernst Cassirer e Aby Warburg. Nel suo lavoro Guido del Giudice ha precisamente questo doppio merito: aprire gli studi bruniani verso prospettive non ancora e non sempre considerate in modo adeguato; sollecitare il lettore a confrontarsi con delicati problemi teorici, che riguardano la struttura complessiva – universale, si potrebbe dire – del pensiero umano”.

“Il processo di Giordano Bruno”

IL PROCESSO DI GIORDANO BRUNO (di Claudio Boccaccini)

Vedere il Processo di Giordano Bruno al teatro SalaUno di Roma è un’esperienza che rimane. Sarà per la scena che si presta in senso “naturale” a creare volte e mura che richiamano palazzi del Cinquecento o anche le galere romane in cui Bruno fu rinchiuso.

Proprio dietro la Scala Santa, come scavato dentro di essa, il teatro assurge a simbolo di laicità contro il dominio della basilica, quasi nascosto dal suo occhio.

Un simbolo magari, teso a rappresentare la storia che ha da sempre attratto tutti gli animi liberi. Oppure sarà per l’argomento stesso, scritto mirabilmente da Mario Moretti negli anni Settanta, in maniera attuale oggi come ieri.

Ennio Coltorti

O, soprattutto, sarà per la notevole interpretazione di Ennio Coltorti che dà un’immagine di Bruno molto vicina allo spettatore in cui traspare l’intento di rendere il Filosofo anche accanto a noi, con tutti i suoi drammi interiori. Quelle sofferenze dell’animo che sicuramente lo fecero penare più duramente che non le fiamme del rogo.

Al di là della storia, il Processo rende giustizia di un Bruno astratto, visto dai romani a Campo de Fiori così immobile, o agli studiosi che si sono fatti un’immagine di lui a seconda del suo pensiero.

Notiamo quindi, come quegli argomenti scandalosi all’epoca lo erano veramente per coloro che lo giudicarono mentre a noi viene dispiegato il segreto, l’uso della ragione.

Il mondo infinito, un Dio infinito, l’uso del pensiero contro l’ignoranza. Sono alcuni degli argomenti che escono da questo testo mirabile che convince sempre più a portare avanti il discorso della libertà di pensiero fino alla morte.

Il ritorno di un capolavoro

È di nuovo in scena lo storico testo di Moretti su Giordano Bruno che, sull’onda di una riscoperta del pensiero bruniano, nelle passate edizioni ha trascinato ed entusiasmato tantissimi giovani, oltre a reclutare vecchi e nuovi spettatori.

Lo spettacolo, giunto alla sua quarta edizione, con la rigorosa e incisiva regia di Claudio Boccaccini e un ottimo cast di attori, conserva, a trent’anni dalla sua prima romana, tutta la sua valenza di espressione civile, offrendo scorci illuminanti sulla vita e il pensiero del filosofo nolano, che nel Cinquecento pagò con il carcere e con il rogo il suo catechismo di libertà e progresso.

Sono passati quattrocento anni dal rogo di Campo de’ Fiori e l’esempio di Giordano Bruno, in questi giorni in cui si avvertono i pericoli di un ristagno della cultura e di un imbarbarimento della coscienza, è quanto mai attuale e risuona come un monito per un avvenire di civiltà.

Mario Moretti

Il testo di questo spettacolo, dopo anni e anni di ricerche è ormai da considerare un classico del nostro tempo. Un testo in cui l’elevatezza del linguaggio non fuorvia mai lo spettatore.

Anzi lo accompagna fin nelle più profonde pieghe del racconto, tanto che anche gli atti processuali o le fredde cronache dei fatti riescono spesso ad ammantarsi di poesia.

Non è un caso che, dovendo immaginare la messinscena, ho cercato di costruire intorno a queste parole straordinarie un contenitore che fosse solo allusivo, in cui i pochi elementi concreti (una pedana inclinata e pochi altri oggetti di scena) si fondessero invece con un utilizzo intenso di luci e musiche al fine di creare suggestioni visive in linea con quelle delle parole.

Uno spettacolo necessario

Dovendo fare una considerazione alla vigilia di questa terza ripresa del “Processo di Giordano Bruno” non posso fare a meno di ricordare quella che, in tutte le repliche precedenti, è stata la definizione che più frequentemente mi sono sentito dare su di esso dal pubblico: «Uno spettacolo necessario».

Ora, senza avventurarci in discorsi su quella che dovrebbe essere oggi la funzione primaria del teatro, c’è da dire che definire uno spettacolo “necessario” significa quantomeno riconoscergli una potenzialità di sintesi tra l’aspetto emozionale e quello divulgativo, tra la spettacolarità e la denuncia. Insomma, una specie di suggestione della coscienza in cui, attraverso una storia emozionante e avvincente.

Al naturale divertimento dello spettatore si aggiunga anche una forma di civile indignazione per quelle fiamme che, evidentemente, anche a distanza di secoli e secoli, continuano a bruciare ancora.

di Mario Moretti, Claudio Boccaccini ha messo in scena nelle passate stagioni i musical “America” e “Ernesto Che Guevara”

Processo di Giordano Bruno

di Mario Moretti
ufficio stampa: Eleonora Di Fortunato

Così si è espressa la critica nelle stagioni 1969-70 e 1970-71

«Materia sollecitante ed attuale soprattutto per le analogie tra la dottrina di Bruno e quella dei movimenti religiosi di oggi. Il rogo di Giordano Bruno illumina attualissimi dissensi»
(Gianfranco Raimondi, L’Unità)

«Il dibattito si arroventa sino all’invettiva contro preti e frati, che ieri sera ha entusiasmato fino all’urlo una spettatrice della galleria»
(Carlo M. Rietmann, Il Secolo)

«A mio avviso e, direi, a quello del pubblico foltissimo, attento, lungamente plaudente, Il processo di Giordano Bruno di Mario Moretti è uno spettacolo fra i migliori e più interessanti delle ultime stagioni di prosa»
(Paolo Emilio Poesio, La Nazione)

«Un ottimo spettacolo, che il pubblico non deve perdere. Laici, svegliatevi!»
(T.C., Il Lavoro)

«Lo spettacolo esiste nella regia dell’ottimo Josè Quaglio, che sfrutta al massimo la misura spettacolare propria di ogni processo per merito degli attori, tutti davvero bravi, e dell’autore che ha evitato ogni possibile retorica»
(Franco Cordelli, Paese Sera)

«Spettacolo felice, vicenda esemplare»
(Corrado Augias, L’Espresso)

«Il discorso di Moretti, riuscito sotto la doppia specie poetica e drammatica, va ben oltre la figura di Bruno e dei suoi accusatori, diventa il discorso di sempre»
(Achille Mango, Mondo Nuovo)

«Un ottimo spettacolo, da consigliare a tutti, questo Processo a Giordano Bruno, al Teatro Tordinona, testo di Mario Moretti»
(Vincenzo Talarico, Momento Sera)

Così la critica nelle stagioni 1999-2000 e 2000-2001

«Le fasi culminanti della vicenda di Giordano Bruno sono esemplarmente sintetizzate da Moretti. In cento minuti filati ci viene detto l’essenziale»
(Aggeo Savioli, L’Unità)

«E’ un testo bellissimo, uno spettacolo veramente splendido»
(Rai International, Taccuino italiano)

«Lo schema drammaturgico è lineare, netto, e così conserva forza intrinseca, catturando sempre l’attenzione dello spettatore»
(Toni Colotta, ETI Informa)

«Straordinario allestimento quello che Mario Moretti realizza, con la meravigliosa interpretazione di Ennio Coltorti, in una delle sue prove migliori». Una messa in scena che il regista Claudio Boccaccini rende estremamente lucida. Uno spettacolo che consigliamo a tutti»
(Gianluca Verlezza, Il Giornale d’Italia)

«Sono passati oltre trent’anni, ma quasi non si sentono: il testo è ancora giovane e Boccaccini ne fa un prodotto asciutto e attuale. Una scelta registica vincente. Ottimo Ennio Coltorti»
(Aurora Acciari, Il Giornale di Ostia)

«L’ottimo spettacolo Processo di Giordano Bruno di Mario Moretti. Da non perdere. Scritto in maniera esemplare. Tutta la compagnia è bravissima»
(Rossella Fabiani, La Stampa)


QUATTRO SECOLI DOPO IL PROCESSO DI BRUNO (di Anna Maria Sorbo)

moretti; processoRappresentato al Teatro dell’Orologio di Roma lo scorso inverno, a precorrere il calendario di appuntamenti in programma per l’anno duemila, riproposto in luglio in Campo de’Fiori, proprio a ridosso del monimento che gli eresse, nel giugno del 1889, “il secolo da lui divinato, qui dove il rogo arse”.

Poi a Milano al Teatro di via Senato, una sala all’aperto afferente alla fondazione presieduta da Marcello Dell’Utri (si, lui), e ora in programma per questa stagione nel marzo del 2001, il Processo di giordano Bruno di Mario Moretti – nell’attuale messinscena di Claudio Boccancini, con Ennio Coltori e Aldo Massasso rispettivamente nei ruoli del protagonista, “academico di nulla Academia detto il fastidito” Giordano Bruno, e del suo antagonista Cardinale Bellarmino – si presenta alla sua terza edizione.

Questo testo composto fra il 1968 e il 1969 dopo cinque anni di studi e ricerche aveva infatti avuto il suo debutto nel dicembre 1969 al Teatro di Tordinova.

E in questa versione originaria diretta da Josè Quaglio, con Lino Troisi nei panni di Bruno, aveva girato per un paio di stagioni i palcoscenici italiani, prima di essere nuovamente allestito a distanza di vent’anni.

Con Quaglio nella doppia veste di regista e interprete (del Cardinal Bellarmino, che allora era stato Antonio Pierfederici) e lo stesso Troisi. In realtà c’era stata in mezzo un’ulteriore edizione, cinematografica, ispirata al lavoro teatrale del 1969.

Nei fatti la Pellicola con l’indimenticato Gian maria Volontè, fu firmata nel ’73 da Giuliano Montaldo per la regia e da Lucio De Caro e Piergiovanni Anchis con lo stesso Montaldo per il soggetto e sceneggiatura, per la quale era stato contattato proprio Mario Moretti. “Carlo Ponti, che doveva produrre la pellicola, era venuto a vedere il mio Processo di Giordano Bruno a teatro insieme a Montaldo dice Moretti. Poi ne avevamo discusso e avevo iniziato a lavorare, con un regolare contratto come sceneggiatore.

Ricordo che una delle indicazioni che mi furono date era quella di parlare poco o nient’affatto del “filosofo” al fine di avere un prodotto comprensibile a tutti. Poi a metà strada ho litigato con Montaldo e mi sono ritirato dal lavoro (per inciso, perdendo anche la vertenza giudiziaria al riguardo)“.

Motivo scatenante, a quanto pare, l’innesto nella narrazione, al momento in cui Bruno viene imprigionato a Venezia. Dunque nel 1592, di quella nota battaglia di Lepanto che in realtà era avvenuta un paio di decenni prima, precisamente nel 1571.

Con o senza la trasposizione cinematografica, i vari allestimenti del processo testimoniano “diversi livelli di “gradimento” dello spettacolo. Il primo dei quali – commenta l’autore – in un certo senso perfino esagerato rispetto alla drammaticità del testo.

Indubbiamente infatti Giordano Bruno è un personaggio di per se’ drammatico, e non perchè sia finito sul rogo quanto piuttosto per l’animosità che ebbe in vita rispetto ai potenti e sapienti d’ogni sorta.

La Chiesa o gli intellettuali che fossero, per l’avversione mostrata verso qualsivoglia fede religiosa, non importa se cattolica, calvinista o luterana. Il suo destino, come lui stesso riconobbe, era quello d’essere “nemico d’ogni uomo e d’ogni legge”.

E Bruno comincia subito. Fin dagli anni del convento si mette a contestare i libri che narrano le biografie di santi e madonne. Suggerisce a frati e amici di leggere al loro posto le vite dei papi, estremamente interessanti e istruttive anche nel loro aspetto più orrido e sanguinario”.

Su questa linea, il rogo è solo il punto culminante di una esistenza che sempre si era espressa su binari travagliati e turbolenti.

Come al pari per esempio di Tommaso Campanella – di quella galleria di personaggi eccentrici che tanto piacciono a Mario Moretti, grandi utopisti, uomini in lotta contro la società e contro tutti, “santi alla rovescia” come li chiama lui (perchè nel riformista, spiega, c’è sempre qualche cosa di santo come nel santo c’è viceversa sempre qualcosa di riformista).

Anzi calcando troppo l’accento sul rogo del 17 febbraio del 1600, come si è fatto in questo quattrocentenario, si rischia di “lasciare in ombra il Giordano Bruno grande filosofo e pensatore, e grande anticipatore – nota Moretti-. L’idea della pluralità dei mondi, o la tendenza al sincretismo religioso, restano elementi bruniani di sorprendente modernità.

Tanto più se si considera che non essendo uno scienziato o un fisico, l’autore del Candelaio non si appoggiava a analisi condotte con strumenti ma solo ad una personale dote preconizzatrice, e così mentre altri scienziati avvaloravano – o avvaloreranno – le loro ipotesi con osservazioni e indagini dirette Bruno si muoveva a considerare aspetti di una cosmologia estranea al pensiero del tempo e rivoluzionaria contando unicamente sulle sue straordinarie intuizioni”.

Anche per questi motivi l’impatto del Processo di Giordano Bruno sullo spettatore degli anni della contestazione fu eccezionale. Racconta Moretti che Antonio Pierfederici andava dicendo di prestarsi ad una “birichinata”, e tale essendo non si sarebbe protratta per più di una settimana di repliche.

“Invece – continua l’autore – la cosa ci prese la mano, perchè il personaggio si era innestato felicemente nello spirito dell’epoca”. Il pubblico insomma mostrava di gradire uno spettacolo che parlava di filosofia e teologia ma in termini reali, dove il materiale d’archivio era imponente e la ricostruzione dei fatti puntuale ma non mancavano squarci “di fantasia” (come nel dialogo tra Bruno e il cardinale Bellarmino), confezionati secondo il principio di “cercare il plausibile quando non si potesse conseguire l’autenticità assoluta”.

E’ soprattutto questo background di verità – che Moretti consegna al suo lavoro scansando sia la tentazione di procedere alla maniera brechtiana sia le lusinghe dell’attualizzazione forzosa.

Preferirà toni distaccati da teatro-documento a quelli più mobili e partecipati di un teatro-storia che coniuga realtà dei fatti e pregnanza drammatica (provocando anche taluni episodi curiosi: alla fine di una delle rappresentazioni genovesi per esempio, si udì una scalmanata signora gridare tra il pubblico “Viva Giordano Bruno, abbasso la Chiesa!“, con un certo imbarazzo oltre la platea e il dubbio che fosse scattata una qualche protesta contro il direttore del teatro, ma si trattava in realtà di una semplice omonimia…).

Nell’arco dei due decenni che separano la prima e la seconda edizione, la fluidità del lavoro induce qualche revisione e ripensamento nell’autore medesimo. Che spiega: “nella versione originale avevo sposato, forse un po’ troppo acriticamente, la tesi del martire tanto cara all’epoca risorgimentale, che nelle mani del nolano aveva piantato il gonfalone della libertà e dell’anarchia.

Certo, questo è vero, tuttavia è – da solo – riduttivo. Le tante contraddizioni di Giordano Bruno ne fanno qualcosa di diverso da un araldo del libero pensiero tout court. Un altro approccio (specialmente negli studi di Francis Yates) guardava per esempio alla valenza magica di questi personaggi come il Bruno o Tommaso Campanella.

Ecco, la seconda versione del Processo, vent’anni dopo, ha mitigato certe ascensioni insufflate dal momento storico e fatto spazio a nuove sfumature.

Non a caso Ghigo De Chiara, recensendo lo spettacolo, si trovò a scrivere: “Adesso il testo si apprezza per la sua drammaticità al di fuori dei clamori e delle mode”.

Ora, nella convergenza per le celebrazioni, “dove si sono dette tante cose interessanti, ma anche un’enormità di sciocchezze, vedi il Giordano Bruno dipinto come uno sciupa femmine o sedotto da pratiche diaboliche”, giunge quest’ultimo allestimento. “Un’edizione di ri-scoperta, accolta con estrema curiosità.

Sono stato piacevolmente colpito nel vedere un pubblico per metà composto di giovani e studenti che venivano a teatro liberamente attratti dalla nomea di Giordano Bruno. Non irreggimentati in gruppi e “studentesche”, e che lo salutavano alla loro maniera, con gridolini da stadio o da concerto rock”.

“Fino all’ultimo istante”

Lo spettacolo.

Fino all'ultimo istante

 

Lo spettacolo “Fino all’ultimo istante” è tratto dal libro “Intervista a Giordano Bruno di Guido del Giudice.
In scena gli attori: Luigi Bignone, Nicola D’Ortona e Giulio Della Monica con la regia di Giacomo Carlucci.

E’ possibile acquistare il libro cliccando il link: “Io dirò la verità”

Altri spettacoli

LE VOCI DEL RIFIUTO – GIORDANO BRUNO

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Dopo essere stato messo in scena a Villa Piccolomini nel 2005, al Teatro La Casetta nel 2006 e al teatro Flaiano l’anno scorso, l’atto unico ideato e  realizzato  da Roberta  Pugno viene presentato, con il patrocinio del Comune di Roma e  delle Biblioteche di Roma, presso la Casa del Parco a Pineta Sacchetti. 

Lo spettacolo si svolge nello spazio retrostante lo splendido casale restaurato recentemente, trasformato per l’occasione in teatro notturno. Alle spalle del pubblico un incredibile paesaggio di distese di campi di grano da cui sorge il Cupolone. “Le voci del rifiuto” è il racconto dello scontro mortale tra un pensiero che rivoluzionò la visione del mondo e la concezione dell’uomo, e la realtà violenta dell’intolleranza e della falsità.

Lui, filosofo superbo, allegro e appassionato, passa da un’immagine all’altra, da un concetto all’altro: l’universo infinito, la pluralità dei mondi, lo spazio continuo, la sostanza sensibile di cui siamo fatti, la dualità dei contrari, l’incessante trasformazione della materia, l’intelligenza dell’amore.

L’altro, invisibile e nero, con voce immobile ne decreta la fine.  Lei ci viene incontro con passi di danza e movimenti ad arco: da dove nasce il rifiuto? da dove nasce il coraggio? da dove la certezza? Il suono del sax, che si intreccia alla voce maschile e che accompagna lo stupore della donna, ci dice quanto sia attuale il rifiuto del pensiero religioso e del pensiero razionale. Di quanto sia indispensabile oggi più che mai la ricerca della bellezza e della “verità”.

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LA SALA DELLE CENERI (di Guido del Giudice)

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La rassegna teatrale Museum, che per il nono anno è tornata ad animare gli splendidi scenari della Certosa di San Martino è diventata ormai un appuntamento imperdibile del calendario culturale napoletano.

Quest’anno Renato Carpentieri che ne è l’ideatore e l’animatore insieme alla sua “Libera Scena Ensemble” ha voluto impreziosirla dedicando uno degli spettacoli a Giordano Bruno. Giusto assegnare un ruolo di primo piano, in un’iniziativa che si propone di armonizzare cultura e patrimonio artistico di Napoli, ad un suo geniale figlio troppo spesso dimenticato o addirittura maltrattato dai suoi conterranei.

Tra pochi giorni, il sindaco di Montegranaro scoprirà, nella piazza della sua cittadina, una statua dedicata al filosofo Nolano. Napoli, che lo accolse, giovane novizio diciassettenne, nel convento di S. Domenico Maggiore e lo educò e formò sotto quel “benigno cielo” che egli, nel corso della sua lunga e dolorosa peregrinatio, non mancò mai di evocare e rimpiangere, non ha ancora sentito il dovere morale di tributargli un pubblico ricordo.

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Chi ha la fortuna di viverli, si consoli almeno con momenti come questo.

La scelta del testo è caduta molto opportunamente sulla Cena delle Ceneri, che ha trovato un palcoscenico ideale in una delle antiche sale della suggestiva certosa, ribattezzata per l’occasione “Sala delle Ceneri”.

Condensare nei 45 minuti dell’azione scenica il profondo e rivoluzionario messaggio del Nolano non era certo facile, ma Amedeo Messina è riuscito nell’impresa firmando una drammaturgia che, senza appesantire eccessivamente l’azione scenica, dosa sapientemente tutti gli ingredienti che fanno della Nolana filosofia un patrimonio prezioso dell’umanità intera e in particolare di quella napoletanità sempre orgogliosamente rivendicata dal filosofo.

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Partendo dall’antiaristotelismo e dalla visione cosmologica di un universo inteso come multiverso, infinito e senza centro, il vero obiettivo di Messina è quello di mostrare la costante attenzione del Nolano per il divino, a dispetto della farneticante etichetta di ateismo affibiatagli sia da parte cattolica che anticlericale. Non mancano opportuni accenni ad altri temi importanti della speculazione bruniana, dalla fisiognomica alla magia naturale.

Lello Serao, che ha curato anche la regia, conferisce attendibilità all’interpretazione presentandoci, con la consueta bravura, un Bruno oscillante tra la sofferente ricerca intellettuale e l’istrionica sicurezza di sé che caratterizzarono il suo non facile carattere.falini

Il risultato è raggiunto grazie anche all’inserimento di alcune trovate sceniche originali e tutte al femminile. E’ il caso della personificazione dell’Ars memoriae, che assisteva Bruno nelle sue spettacolari performance dialettiche, nel personaggio di Mnemosine, interpretato con il dinamismo Ilaria Falinidi un folletto dalla leggiadra Ilaria Falini. Alessia Sirano, dal canto suo, nei panni della padrona di casa Lady Greville, assolve con grazia il compito di ingentilire il ruolo che, nell’opera, è del pedante Prudenzio, trasformandone l’ottusità in sincero desiderio di conoscenza.

Tutti bene in parte gli attori, visibilmente vincolati, essi per primi, dalla magia bruniana, a partire da Antonio Franco (John Florio) che accompagna Bruno, attraverso il fango e la plebe londinesi, al palazzo del suo ospite Fulke Greville (Andrea Marrocco) per una cena filosofica il cui fine è abbattere il velo di diffidenza rappresentato dalla consuetudo credendi dei suoi ospiti, nei confronti delle sue tesi innovative, prima di affrontare l’attacco dei pedanti oxoniensi.

In definitiva uno spettacolo che, pur nella necessaria stringatezza, riabilita, dal punto di marroccovista teatrale, il testo bruniano dopo la sciagurata devastazione operata un paio d’anni fa da Antonio Latella.

A conferma della riuscita dello spettacolo, Vi propongo questo bellissimo post, tratto dal blog di elisewinfox, invitando tutti coloro che vi hanno assistito ad esprimere le loro impressioni.
Ieri sono riuscita finalmente a ritagliarmi una mattinata per andare a Museum. Il primo spettacolo che ho visto e che m’ha entusiasmato di più di tutti (belli comunque) è stato:

La Cena delle Ceneri con un eccezionale Lello Serao nel ruolo di Giordano Bruno.

Volevo scrivere un post che fosse quanto più fedele possibile alla visione dello spettacolo, raccontando l’ambientazione, di come il pubblico era stato coinvolto, descrivendo minuziosamente l’emozioni di alcuni dialoghi svolti in coro tra Giordano Bruno e la dea Mnemosine, ma purtroppo non ci riesco.

Iniziando a scrivere questo post mi sono resa conto che certe volte è davvero impossibile descrivere le sensazioni che si provano, soprattutto quelle forti, quelle che ti stringono lo stomaco, ti fanno mancare il fiato e ti fanno ritrovare con gli occhi lucidi per la commozione di stare vedendo qualcosa di bellissimo ed unico nel suo genere.

Quelle emozioni che si provano mentre vedi uno spettacolo così e pensi che TUTTE le persone a cui tieni dovrebbero vederlo, perché gli piacerebbe, perché condividono i tuoi stessi pensieri, i tuoi stessi ideali ed uno spettacolo del genere è certamente anche il LORO, ma nello stesso momento, ringrazi di essere da sola a guardarlo quello spettacolo, perché è un momento tutto TUO, un regalo che ti sei fatta.

Avrei voluto descrivere la scena finale, quella in cui si racconta dell’epilogo della vita di Giordano Bruno, quando fu arso al rogo per aver difeso sino alla fine e senza compromessi le idee in cui credeva.
Avrei voluto descrivere, l’emozione che si prova alla fine di uno spettacolo del genere, quando resti un attimo in silenzio, cercando di respirare e di riprenderti da quella morsa che ti ha stretto lo stomaco per poi alzarti, senza rendertene conto, ed iniziare a battere le mani.

Ecco, volevo descrivere tante cose, ma non ci sono riuscita, perché l’unica cosa che può farle capire realmente è ANDARLO a VEDERE!!!

“Una fiamma a Campo de’ Fiori”, il nuovo lavoro teatrale di Alberto Samonà dedicato a Giordano Bruno

Foto di scena, Marco Feo

Una fiamma a Campo de’ Fiori è il titolo del nuovo lavoro teatrale di Alberto Samonà, autore  e giornalista, dedicato a Giordano Bruno, il filosofo di Nola arso vivo nella piazza romana il 17 febbraio del 1600.

Si tratta di un progetto di “teatro narrato” in cui viene raccontato proprio il sacrificio dell’ex frate domenicano, che non volle abiurare i propri convincimenti fino alla morte.

Lo spettacolo, della durata di un’ora e quindici minuti, è un monologo in cui Bruno traccia in prima persona le linee-guida del proprio pensiero esoterico e filosofico. La voce dell’attore protagonista è affiancata da quella di un narratore, che scandisce le fasi della vita dell’ex frate domenicano in un continuo interscambio.

Una fiamma a Campo de’ Fiori verrà messo in scena, in anteprima nazionale, venerdì 24 agosto, alle 21.30, a Villa Piccolo, Capo d’Orlando (Messina),  SS. 113 Km 109 (ingresso libero). In autunno sarà la volta di Palermo, e successivamente è previsto un suo allestimento a Roma, per poi proseguire in altre città italiane.

Bruno è interpretato dall’attore palermitano Marco Feo, mentre la voce narrante è di Cesare Biondolillo. L’accompagnamento musicale dal vivo è affidato ad Alessio Pardo (chitarra) e Mauro Cottone (percussioni); le scenografie sono della pittrice Ambra Gioia.

In scena, Giordano legge la realtà dalle pagine del proprio “libro della memoria”. Lo scorrere dei giorni e degli anni è scandito da 22 scene, ciascuna contrassegnata da una differente carta dei Tarocchi e ogni carta sembra interagire con la vicenda umana e spirituale dell’ex frate, il cui contenuto simbolico si intreccia con il significato delle 22 figure. Una fiamma a Campo de’ Fiori ha una scansione del tempo “circolare” in modo che ogni scena, ogni momento ruoti attorno ad un centro, contrassegnato dall’immobilità e dal silenzio.

Il monologo diviene botta e risposta nella sezione dello spettacolo dedicata al processo contro il filosofo nolano e al quale prese parte, in veste di inquisitore, il teologo Roberto Bellarmino. Il processo è, però, occasione per conoscere la visione cosmologica del filosofo, i rapporti con la religione e con il Divino e le fonti tradizionali ed esoteriche alle quali attinge il suo pensiero, da Ermete Trismegisto alla magia naturale di Marsilio Ficino.

Alberto Samonà è giornalista professionista. È stato cronista di “giudiziaria” per vari quotidiani e periodici. È autore di diversi testi a contenuto filosofico e tradizionale. Con questo progetto, è alla sua seconda esperienza di “teatro narrato” dopo Le orme delle nuvole, spettacolo “sufi” scritto nel 2006 dal cantastorie iracheno Yousif Latif Jaralla e tratto proprio da un racconto del giornalista.